Un approfondimento: Cristo «universale concreto della fraternità»

Mario Toso

Come si è detto, rispetto all’impegno culturale e civile richiesto dalla realizzazione di un mondo aperto a tutti, papa Francesco non rinuncia a segnalare la peculiarità dell’apporto dato dalla fede e dal cristianesimo. È perfettamente cosciente degli ostacoli che, sul piano della ragione, delle remore psicologiche, delle fragilità morali e dei pregiudizi ideologici − talora ingigantiti dai mezzi di comunicazione odierni −, impediscono l’affermarsi dell’amore fraterno nelle relazioni interpersonali e nelle comunità. Proprio per questo, già nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 2014 (=MGMP 2014) si domandava: «Gli uomini e le donne di questo mondo potranno mai corrispondere pienamente all’anelito di fraternità, impresso in loro da Dio Padre? Riusciranno con le loro sole forze a vincere l’indifferenza, l’egoismo e l’odio, ad accettare le legittime differenze che caratterizzano fratelli e sorelle?».[1]
A tali quesiti rispose indirettamente, invitando anzitutto a superare quello scetticismo antropologico ed etico a cui condanna una ragione di tipo illuminista, che − come aveva già segnalato nell’enciclica Lumen fidei [=LF] −, per la sua chiusura alla Trascendenza impedisce di vivere intensamente l’esperienza della paternità di Dio e, quindi, una chiara e gioiosa percezione della fraternità.[2] La fraternità, priva del riferimento alla Trascendenza, purtroppo non riesce a sussistere. Quando, come nel caso della cultura illuminista, in forza di una ragione sostanzialmente autarchica e non teonoma, Dio è considerato una presenza rarefatta e lontana dalle persone e dai loro problemi concreti, è inevitabile che la proclamazione della fraternità cada nel vuoto. Il trinomio nato con la rivoluzione francese – liberté, fraternité, égalité – ha gradualmente perso la sua forza evocativa e civilizzatrice, proprio a causa dell’inadeguatezza del suo fondamento teologico, antropologico ed etico. La ragione illuminista, che lo ha enucleato, è stata anche il tarlo che lo ha eroso, svuotandolo dall’interno. Le società e le persone, che emarginano Dio e non lo riconoscono vivente in mezzo a loro, difficilmente riescono a percepirsi e a vivere come figli e figlie di uno stesso Padre.[3] Anziché credere in una fraternità trascendente ripiegano, al più, su una fratellanza immanente. Fraternità non ha lo stesso senso di fratellanza, che è relativa ad un concetto immanente e dice appartenenza delle persone alla stessa specie o ad una data comunità di destino. La fraternità è un concetto che pone il suo fondamento nel riconoscimento della comune paternità di Dio. La fratellanza unisce gli amici, ma li separa dai non amici; rende soci (socio è «colui che è associato per determinati interessi»),[4] e quindi chiude gli uniti nei confronti degli altri. La fraternità, invece, proprio in quanto viene dall’alto, dalla paternità di Dio, è universale e crea fratelli, e dunque tende a cancellare i confini naturali e storici che separano persone e popoli. Non crea soci, gruppi sociali, che si aggrappano a un’identità che li separa dagli altri. Crea, invece dei «noi», delle identità comunitarie aperte agli altri.
Al pari della cultura illuminista, le etiche contemporanee proprie del neocontrattualismo, del neoutilitarismo e delle varie teorie dialogiche appaiono incapaci di produrre saldi vincoli di fraternità tra le persone. Non basta proporre la fraternità come un imperativo categorico astratto; non è sufficiente dire che si deve essere fratelli, senza spiegare perché si è chiamati ad esserlo ed agire di conseguenza. Se il cuore non si riscalda e non vive nell’empatia, non prova tenerezza per l’altro. Occorre spiegare perché siamo fratelli e sorelle e, quindi, perché dobbiamo comportarci come persone che appartengono ad una stessa famiglia e si accolgono nel dono reciproco di sé, prendendosi carico l’uno dell’altro. Così, non è ultimamente decisivo e dirimente proporre la fraternità come un bene-valore, fondato sul mero consenso sociale. Un simile fondamento, prettamente sociologico, è incapace di produrre nella volontà delle persone una vera e stabile cogenza morale.
In vista di un’esperienza autentica della nostra apertura profonda alla Trascendenza,  è fondamentale il recupero di una ragione integrale, capace di attingere la stessa dimensione metafisica dell’esistere, nonché di cogliere la tensione morale ad una pienezza umana connotata dalla fraternità. Un conto è percepirsi fratelli e sorelle, perché figli e figlie di uno stesso Padre, che è all’origine di tutti ed è anche il fine comune. Un altro conto è vivere tra persone che si riconoscono, sì, somiglianti in umanità, ma che non condividono la percezione e l’esperienza di un’unica paternità, dell’appartenenza ad una medesima famiglia connotata da uno stesso destino trascendente. Una cosa è la fraternità fondata su una figliolanza divina, che supera il legame umano rinsaldandolo. Un’altra cosa è la fraternità, poggiante solo su un vincolo di genere meramente temporale e terreno. In una prospettiva cristiana, le ragioni del rispetto e dell’amore vicendevole sono più forti e più alte. Sono ragioni che, se accolte, confutano ogni tentativo di ridicolizzare il messaggio cristiano sulla fraternità, considerandola una mera illusione o un sentimento naïf, proprio delle persone deboli, senza muscoli.
In secondo luogo, papa Francesco indica chiaramente che, per ogni uomo e per ogni società, l’accesso all’esperienza della paternità di Dio, e per conseguenza della fraternità, è facilitato dall’accoglienza di Gesù Cristo, il nuovo Adamo riconciliato con Dio, che redime ogni uomo nella sua integrità, ivi compresa la ragione, le cui facoltà vengono ampliate. La fraternità ha un fondamento paterno[5] e una rivelazione cristica. Proprio qui si può cogliere il nesso imprescindibile tra il principio della fraternità e l’impegno di una nuova evangelizzazione, della quale papa Francesco ha parlato nell’esortazione Evangelii gaudium, volta a favorire o a rinnovare l’incontro personale con Gesù Cristo. Mediante la sua incarnazione, morte e risurrezione, il Signore Gesù semina nella storia e nei cuori l’anelito ad un’umanità più fraterna, perché in piena comunione con Dio e, pertanto, più capace di riconoscere e vivere la fraternità con i propri simili e con il creato, anche se su un piano diverso. Il Cristo è lo «spazio» personale della riconciliazione dell’uomo con Dio e dei fratelli tra di loro. In Lui, l’altro viene accolto e amato come figlio e figlia di Dio, come fratello e sorella. Non può essere considerato come un estraneo, tantomeno come un antagonista o addirittura un nemico. Nella famiglia di Dio, ove tutti sono figli di uno stesso Padre e figli nel Figlio, perché innestati in Cristo, non possono esserci persone inutili, «vite di scarto». Tutti godono di un’eguale ed intangibile dignità. Tutti sono amati da Dio, tutti sono stati riscattati dal sangue di Colui che è morto in croce per ogni uomo, indistintamente. È questa la ragione per cui non si può rimanere indifferenti davanti alla sorte dei fratelli.
Cristo costituisce, dunque, il principio del compimento pieno della fraternità. Egli ne è l’universale concreto, non un’astrazione o un anelito velleitario. Dimorando in Cristo, vivendo Lui, è possibile, da parte di tutti, l’esperienza sia di una Paternità trascendente, sia della fraternità in tutto il suo spessore metafisico  e nel suo amore riboccante di sovrannaturale carità.[6] Cristo, «globalizzato» nel mondo, rappresenta la causa prima della fraternità universale, che non pone steccati a chi appartiene a un altro popolo, a un’altra razza, a un’altra fede. La fraternità, che Cristo innerva e stabilizza nell’umanità mediante il suo Spirito, accresce la responsabilità di ogni uomo e donna verso ogni altro. Mette tutti in marcia. Sospinge all’incontro, specie di coloro che, pur facendo parte della nostra stessa famiglia umana, non dispongono dei beni sufficienti per una vita dignitosa come uomini e come figli di Dio.
Qui risiede la novità dell’apporto del cristianesimo in seno all’odierna cultura secolarista ed immanentista, incline ad un umanesimo antropocentrico, che non percepisce la paternità di Dio e, con ciò stesso, genera orfani che vivono in un’estraneità reciproca.

NOTE

[1] Francesco, Messaggio per la Giornata mondiale della pace (1° gennaio 2014): Fraternità, fondamento e via per la pace, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2013, n. 3. Su questo Messaggio, che non è solo un testo di occasione, ma rappresenta quasi una carta costituzionale che sta alla base della vita ecclesiale, della pastorale, della riflessione teologica, antropologica ed etica, della pedagogia, si veda il commento di M. TOSO, Il Vangelo della fraternità, Lateran University Press, Città del Vaticano 2014.
[2] Cf LF 54.
[3] Sul perché di un’eclissi della fraternità e, conseguentemente, della libertà e dell’uguaglianza si legga anche: R. Pezzimenti, Fraternità: il perché di una eclissi, in A. M. Baggio (a cura di), Il principio dimenticato. La fraternità nella riflessione politologica contemporanea, Città Nuova Editrice, Roma 2007, pp. 57- 77.
[4] Cf FT 102.
[5] La conferma viene dalla parabola del Padre misericordioso (Lc 15, 11-32). È la parabola delle due conversioni: quella del servo e quella del figlio; quella pensata dal figlio più giovane e quella pensata dal padre misericordioso; quella che accetta di essere servo pur essendo figlio nella casa del Padre e quella che in questa casa vuole solo figli; quella che ha come protagonista il figlio più giovane, ed è un ritorno, e quella che ha come protagonista il padre, ed è un ribaltamento, un cambio radicale del criterio della conversione; quella che il figlio più giovane non riusciva ad immaginare eppure corrispondeva alla sua attesa più profonda e quella che il padre dona con larghezza di cuore. Non ha veramente senso quindi discutere per un capretto in più o in meno, di fronte all’offerta di una completa e reale condivisione, se cioè «tutto ciò che è mio è tuo». Questa condivisione è tale nel mistero pasquale.
[6] Cf Paolo VI, Ogni uomo è mio fratello (01.01.1971), in Messaggi di pace di Paolo VI e Giovanni Paolo II per le Giornate Mondiali della Pace, Edizioni Paoline, Milano 1986, n. 4.