Le strade asfaltate: la tentazione del sentiero facile

Raffaele Mantegazza

Felicità che sappiamo soltanto guardare, aspettare, cercare già fatta,
quasi fosse anagramma perfetto di facilità,
barando su un’unica lettera
(Francesco Guccini, Ballando con una sconosciuta)

Questi ragazzi non si impegnano. Vogliono tutto pronto. Non hanno il senso del sacrificio. Non sanno guadagnarsi la vita. Non leggono, non scrivono, non fanno di conto. Come tutte le frasi fatte, anche queste hanno il loro fondo di verità, annegato però dalla banalizzazione che le rende infinitamente ripetibili, stereotipate e dunque sostanzialmente false. Il problema è che, come spesso accade, viene rigettato sui giovani ciò che ha origine dagli adulti, e che gli adulti devono iniziare a vedere in se stessi.
In dieci anni a Roma hanno chiuso 200 librerie. Si tratta per lo più di piccole librerie, alcune a gestione famigliare, ma nemmeno i grandi colossi se la passano benissimo e i siti che vendono libri on-line sopravvivono grazie ad altri prodotti meno impegnativi. “Il libro in Italia è scambiato per un sacco di patate. È tassato come un sacco di patate, venduto come un sacco di patate, proposto come un sacco di patate. Ma un libro non è un sacco di patate (salvo eccezioni) e le librerie, insieme alle scuole e alle biblioteche, sono l’ultima trincea a sostegno della lettura. Hanno una funzione culturale e strategica che non può essere ignorata”[1].
Certo, occorre una risposta delle istituzioni. Ma possiamo davvero pensare che tutto sia risolvibile così? Quanti voti prenderebbe un candidato sindaco che mettesse la cultura (e le librerie, le biblioteche di quartiere, i circoli culturali) e la scuola al primo posto non tanto del suo programma ma del bilancio dell’Amministrazione? Quanti cittadini, che magari hanno manifestato indignati per la cessione del miliardario De Rossi, sono scesi in piazza per solidarietà con i librai (a Roma come altrove, ovviamente)?

“Il 18,5 per cento degli intervistati nell’ultimo anno non ha letto un libro, non ha fatto sport, non ha visitato un museo né una mostra né un sito archeologico, non è andato a teatro, al cinema, a un concerto. Questo dato diventa il 28,2 per cento per il sud”[2].

Il libro non è uno strumento facile; e forse non è nemmeno uno strumento, ma un ambiente. È uno spazio-tempo nel quale perdersi, nel quale muoversi con circospetto entusiasmo; è un modo di vivere la cultura e l’apprendimento, un modo diverso di sperimentare il mondo e la realtà. È un tempo: tempo di sospensione e di estasi, tempo di attesa (in quest’epoca nella quale non si sa attendere, tutto va fatto e deve accadere subito, nel giro di un click del mouse, figuriamoci se ho tempo di attendere che Edmont Dantes consumi tutte le sue vendette); tempo quantitativamente e qualitativamente significativo, ma soprattutto tempo inutile, caratterizzato dalla sospensione dell’ansia di profitto, perché la lettura è kantianamente finalità senza scopo: un libro, come ogni opera d’arte, è fine a se stesso, e come ogni oggetto di amore si ama per se stesso, senza secondi fini anzi proprio senza alcun fine.
Una esperienza, questa, che è pericolosa per una società che sempre più finalizza tutto al profitto e che lascia una scheggia velenosa nella coscienza di chi pensa che ogni prestazione debba avere un prezzo, un approccio differente alla vita quotidiana, che è al tempo stesso dentro la vita e fuori da essa, un modo di stare-fuori, un’estasi (ek-stasis) antichissima che già provava Machiavelli:

“Venuta la sera, mi ritorno in casa ed entro nel mio scrittoio; e in su l’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui uomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio e che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandargli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro umanità mi rispondono; e non sento per quattro ore di tempo alcuna noia; dimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte; tutto mi trasferisco in loro”.

Nel 2019 milioni di italiani si sono appassionati alla lite continuativa tra Barbara d’Urso e Pamela Prati; c’era di mezzo un matrimonio finto, figli adottivi poi risultati inesistenti, cachet milionari promessi e rifiutati o richiesti e negati. Milioni di persone a pendere dalle labbra di due attrici che recitavano un copione così palesemente falso da fare quasi tenerezza.
Non si tratta di farsi fuorviare da discorsi astratti sulla democrazia o di invocare censure. Si tratta di dire che queste trasmissioni sono una indecenza, un insulto all’intelligenza, una sciacquatura di piatti che dovrebbe provocare disgusto a una persona che si prendesse la minima fatica di pensare. E che dietro questa proliferazione di amici di sera, uomini e donne, grandi fratelli vip e isole dei famosi c’è un piano preciso che porta alla lobotomizzazione culturale di tutto un popolo.
La strada che ci viene proposta non è più nemmeno una strada, non prevede nemmeno la fatica di camminare: è il teletrasporto di Star Trek, che dematerializza i nostri neuroni e ci trasporta immediatamente nel regno della spazzatura. È più che una metafora: è il tempo la vera vittima della semicultura che ci circonda, il tempo della riflessione, dell’apprendimento, della crescita, il tempo per rivedere per la sesta volta 2001 Odissea nello spazio capendoci ogni volta qualcosa di diverso, il tempo di gustarsi l’infinità di Guerra e pace e la fulminea brevità della Metamorfosi senza guardare l’orologio o lo smartphone.
Così, tutto sembra semplice, etimologicamente tutto ha “una sola piega”, e chi ti propone di “spiegarti” la realtà può armarsi di un powerpoint e aprire quella sola piega, proporti quella sola facile verità, perché tanto poi la verifica dell’apprendimento consisterà nel mettere una crocetta su uno – e uno solo – dei quadratini che ti metteranno davanti. Imparare ormai è diventato mangiare ciò che ti mettono nella greppia, qualcosa di leggero e facilmente digeribile, senza domandarsi cosa sia e perché lo si debba ingurgitare.
La via per aspera ad astra, così demodè presso gli adulti da far sembrare ipocrita il loro lamento quando la vedono rifiutata dai ragazzi, ha però senso se conduce ad astra: se porta altrove non vale la pena, è patetica. Se conoscere conduce a qualcosa di meno della felicità, tanto vale l’ottundimento: è stato l’abbassamento della posta in palio nelle scuole e nella cultura in generale ad aver dato ossigeno all’idiozia amministrata dei talk show, dei talent e dei reality.
Oggi le strade non sono aspre e forti, e nemmeno asfaltate, ma sono le autostrade virtuali dell’informatica, senza buche, senza asfalto, senza caselli ai quali fare la fila. Autostrade autoreferenziali, “strade implacabili per nessun dove”[3], strade che si accartocciano su se stesse e che possono essere percorse senza tempo; ma dal momento che “l’amore occupa i capillari molto lento mediando la ragione con un nuovo sentimento”[4] il risultato della facilità è l’infelicità. In una bellissima intervista alla televisione svizzera[5] Paolo Villaggio sosteneva che per Fantozzi il prezzo dell’adeguamento alla richieste della società era l’infelicità perenne e per questo il personaggio era tanto amato dagli italiani che capivano che la loro apparente felicità era solamente un velo.

Un velo che deve essere tolto mostrando la truffa che c’è al di sotto; chi vende la felicità a prezzo scontato è un truffatore, la felicità è legata alla verità. Il nesso tra verità e felicità è l’unico vero motivo per impegnarsi a favore della prima: non c’è verità profonda che non porti alla felicità o che perlomeno non ne faccia tralucere in filigrana i bagliori. La vera guida, il vero accompagnatore vuole contribuire a creare uomini e donne che si pongono il problema della felicità: forse non uomini e donne felici ma uomini e donne che non escludono a priori la possibilità di una felicità qui e ora, di una terra con “fiumi di latte e miele”. Una pedagogia, una educazione che non si pongano il problema della felicità non hanno ragion d’essere.
È difficile. Sicuramente. Perché fare le cose difficili è sempre difficile:

È difficile fare le cose difficili:
parlare al sordo,
mostrare la rosa al cieco.
Bambini, imparate a fare cose difficili:
dare la mano al cieco,
cantare per il sordo,
liberare gli schiavi che si credono liberi.[6]

NOTE

[1] Claudio Morici, Il delitto perfetto, indagini sulla chiusura delle librerie a Roma, “Internazionale”, 8 giugno 2019.
[2] Christian Raimo, L’Italia divisa tra chi legge e chi no, Christian Raimo, “Internazionale”, 9 gennaio 2016.
[3]. Francesco Guccini, Quello che non.
[4] Enrico Ruggeri, Rien ne va plus.
[5] https://www.youtube.com/watch?v=sv8oiLC4hSs
[6] Gianni Rodari, Lettera ai bambini.