Nel mondo, tra gli idoli

Raffaele Mantegazza

Introduzione in tempo di virus

Quando tutto tace, e il silenzio è una specie nuova di silenzio, è un tacere imposto e non scelto; quando si inizia a capire cosa è e cosa sarà veramente questa emergenza; quando ci si riesce a ricordare che dietro le cifre ci sono persone, esseri umani, che se ne sono andati spesso senza un saluto, un conforto, un rito. Allora, quando si penetra dentro questo silenzio alienante si capisce che anche prima, nel “pre-Covid”, vivevamo alienati. Sembra passato un secolo da quando potevamo uscire, stringere mani, giocare a pallone; e a quando passavamo le domeniche in coda per restare al mare un’ora, distribuivamo abbracci insinceri e ipocriti, eravamo assediati dagli urli al telefonino. Che fosse, quella di prima, una vita da idolatri? Che questa immensa tragedia non possa avere come effetto il bruciare, insieme alla nostra arroganza, anche gli ultimi e superaggiornati vitelli d’oro?

Che cosa è un idolo?

Una statuetta, un simulacro di pietra, un totem? O forse anche il lavoro, la famiglia, lo studio? Sembra paradossale affermare che queste realtà siano idolatriche; in fin dei conti sono elementi positivi, sono gli ambiti nei quali siamo impegnati per fare il bene. Eppure se una di queste realtà prende il sopravvento su tutto il resto, se diventa l’unica ragione di vivere, se scalza tutti gli altri valori e si pone per se stessa, assume esattamente la caratteristica dell’idolo. Il lavoro che diventa un fare carriera fine a se stesso, anche al costo di calpestare gli altri e di trascurare i propri affetti; la famiglia intesa in senso familistico amorale, come spazio blindato che taglia fuori il mondo o addirittura in senso mafioso, come ambito dell’educazione alla violenza; lo studio alienato, che si rapporta alla cultura solo in modo strumentale, per un voto o una promozione. Ci sono realtà idolatriche, ma ad essere a rischio di idolatria è soprattutto il nostro rapporto con le cose del mondo.
L’idolo si corrompe: di per sé non è un problema perché tutto ciò che è terreno è corruttibile: non dovrebbe stupirci l’invecchiare e l’arrugginire delle cose, il solco che il tempo scava dentro di esse; non dovremmo essere sconcertati dal fatto che nessuna realtà nata nel tempo può ambire all’eternità.

Non (sono essi) pietra come quella che si calpesta, bronzo non migliore degli utensili fusi per l’uso, legno già marcio, argento che ha bisogno di un uomo che lo guardi perché non venga rubato, ferro consunto dalla ruggine, argilla non più scelta di quella preparata a vile servizio? Non (sono) tutti questi (idoli) di materia corruttibile? Non sono fatti con il ferro e con il fuoco? Non li foggiò lo scalpellino, il fabbro, l’argentiere o il vasaio? Prima che con le loro arti li foggiassero, ciascuno di questi (idoli) non era trasformabile, e non lo può (essere) anche ora?[1]

Il problema non è la corruttibilità delle cose terrene, ma la follia di chi le pensa immortali; il problema dunque non è il manufatto, ma il tentativo di nascondere l’artefice, di spacciare per eterne realtà che non lo sono. L’ultima frase è molto significativa: se l’idolo ha una storia allora esso ha anche un futuro, può essere modificato; se a proposito di qualsiasi realtà umana non si può dire “è sempre stato così” non è nemmeno possibile affermare “sarà sempre così”. Proprio per questo si cancella la storia, per scambiarla con il destino. Se le donne sono sempre state violate, se i poveri hanno sempre sofferto la fame, se i bambini sono sempre stati picchiati, perché mai dovremmo immaginare un futuro diverso?
Ma nell’idolo non c’è alcuna traccia di eternità:

E quelli che ora sono gli utensili della stessa materia non potrebbero forse diventare simili ad essi se trovassero gli stessi artigiani? E per l’opposto, questi da voi adorati non potrebbero diventare, ad opera degli uomini, suppellettili uguali alle altre? Non sono cose sorde, cieche, inanimate, insensibili, immobili? Non tutte corruttibili? Non tutte distruttibili? Queste cose chiamate dèi, a queste servite, a queste supplicate, infine ad esse vi assimilate.[2]

Le realtà del mondo non si sono fatte da sole: “mi sono fatto da solo” è una delle frasi più insopportabili che si possano sentire, da persone arroganti che non manifestano gratitudine per nessuno e che non credono di essere al mondo, nella posizione che occupano, grazie a una rete di relazioni umane. La gratitudine è uno degli aspetto più toccanti del comportamento umano perché riconosce la propria necessaria dipendenza dagli altri e non ne fa un elemento di debolezza o di vergogna.
Non sarebbe però corretto pensare di non vivere in questo mondo, anche se si rischia di essere circondati da idoli: solo chi sa toccare, annusare, assaggiare le realtà della vita può avere nei loro confronti un atteggiamento anti-idolatrico. Isolarsi in una sentenziosa solitudine significa essere ancora più schiavi degli idoli perché non permette di liberarsi della loro presa e di contrapporre loro la forza della conoscenza. Chi vuole smascherare gli idoli non è un superuomo, non si caratterizza per poteri speciali, non è nemmeno riconoscibile dall’aspetto esterno: l’atteggiamento anti-idolatrico è una posizione dello spirito:

I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale. La loro dottrina non è nella scoperta del pensiero di uomini multiformi, né essi aderiscono ad una corrente filosofica umana, come fanno gli altri.[3]

Questa è la sfida e forse la contraddizione; occorre sempre ricordare che la forza degli idoli, soprattutto quando il potere che li genera è così onnipervasivo e prepotente, fa sì che difficilmente li si possa affrontare in solitudine; occorre unire le forze, contrapporre alla forza dell’idolo il coraggio della conoscenza e soprattutto la sua condivisione. La comunità che vive in modo giusto nonostante il corso del mondo mette in azione una solidarietà che è già anti-idolatrica perché aggredisce l’idolo dell’egoismo e della totale autosufficienza del soggetto.

Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne. Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi.[4]

Sentirsi a casa e al contempo sentirsi straniero. Viene in mente che Freud analizzò il termine Unheimlich che in tedesco indica ciò che disturba, che ci mette in angoscia, come una derivazione della parola che indica ciò che ci è più famigliare, la casa, la patria; dunque occorre partire da ciò che ci è più vicino per poter smascherare gli idoli, occorre capire le tracce e le cicatrici che essi lasciano dentro di noi. La casa, la patria dell’idolo è prima di tutto nel nostro cuore; è all’interno di noi che si gioca la battaglia pro o contro l’idolo. Nessuno può pensarsi del tutto immune dai colpi dell’idolo perché negherebbe con ciò la sua appartenenza stessa all’umanità.

Come l’anima è nel corpo, così nel mondo sono i cristiani [5]

Chi vuole smascherare gli idoli, chi vuole vivere una vita nel mondo senza esserne schiavo, non lavora solo per se stesso; come l’anima nel corpo egli è una sorta di lievito, uno stimolo a continuare senza paura l’operazione anti-idolatra. 
E la scienza, la conoscenza in tutto questo? In questi mesi stiamo vivendo un’emergenza che ha la scienza, la sua forza e la sua fragilità, al suo epicentro. Il Covid ha messo a durissima prova il lavoro e la resistenza di tanti medici e infermieri, ha costretto a lavori straordinari virologi e biologi, ma soprattutto ci ha fatto riflettere sul ruolo della scienza davanti alla fragilità umana; fragilità che ora non è più solo un concetto leopardiano ma il modo specifico del nostro essere nel mondo (lo era anche prima, e forse Leopardi era stato uno dei pochi a capirlo). I costi sociali che dovremo affrontare, il destino dell’educazione dopo il Covid, le emergenze economiche e sociali che ci aspettano, tutto questo mostra che la scienza non ce la può fare da sola, ma soprattutto che la scienza e le sue scelte non possono essere disgiunte da un’etica della vita buona.

Non si ha vita senza scienza, né scienza sicura senza vita vera, perciò i due alberi furono piantati vicino. L’apostolo, comprendendo questa forza e biasimando la scienza che si esercita sulla vita senza la norma della verità, dice: «La scienza gonfia, la carità, invece, edifica». Chi crede di sapere qualche cosa, senza la vera scienza testimoniata dalla vita, non sa: viene ingannato dal serpente, non avendo amato la vita. Lui, invece, con timore conosce e cerca la vita, pianta nella speranza aspettando il frutto. La scienza sia il tuo cuore e la vita la parola vera recepita.[6]

“La scienza che si esercita sulla vita senza la norma della verità”, non è questo un idolo? Non siamo stati troppo convinti del fatto che la scienza avrebbe trovato tutte le risposte, chiudendo la porta alla domanda, che è la caratteristica principale della coscienza umana? Eppure in questi giorni le domande si affiancano: al “cosa devo fare?” al “quando passerà?” si aggiungono il “perché proprio io?” il “che senso ha tutto questo?”. Qualche epistemologo aveva detto con disprezzo che si trattava di domande mal poste, di domande illegittime: non si trattava di una posizione idolatrica? La scienza sconfiggerà il virus, forse l’avrà già fatto quando queste parole saranno lette; ma sapremo imparare da questa tragedia che la scienza è una delle possibili posizioni della coscienza di fronte al mondo, e che nessuna di esse può esaurire la complessità degli sguardi umani? Non è questo il senso profondo, affettivo come direbbe Franco Fornari, della democrazia?

Conclusione in tempo di virus

L’abbiamo cercato il silenzio, ci mancava tanto, lo abbiamo tanto desiderato: e abbiamo anche tanto agognato le nostre case, la possibilità di restare per un po’ nel nostro nido, a goderci i nostri spazi e le nostre cose più intime. Il paradosso del Covid è che ci obbliga all’intimità, al gesto controllato, al rispetto del corpo dell’altro; e soprattutto che divide l’umanità in tre: coloro che sono stati colpiti direttamente o indirettamente, coloro che sono potuti rimanere a casa, coloro che hanno dovuto continuare a lavorare. Come torneranno queste comunità a comunicare tra loro? Il virus ci ha insegnato che non possiamo non essere nel mondo. Ma torneremo ad essere nel mondo quando il coprifuoco sarà finito e le mascherine saranno solo un ricordo?      

NOTE

[1] Lettera a Diogneto, II, 2-3
[2] Idem, II,. 4-5
[3] Idem V, 1-3
[4] Idem, V, 3-7
[5] Idem VI, 1
[6] Idem, XII, 4-7