Con il linguaggio degli occhi

Gianfranco Ravasi

«Mio Signore, in cielo brillano le stelle, gli occhi degli innamorati si chiudono, ogni donna innamorata è sola con il suo amato, e io Signore, sono sola con te».
Così cantava a Dio una delle mistiche musulmane, Rabi‘a, vissuta nell’viii secolo a Bassora in Iraq, una donna sulla quale la leggenda ha molto ricamato, fino a farla diventare persino una prostituta convertita (era sicuramente una persona analfabeta, per cui il suo messaggio è stato raccolto da discepoli). Questa donna, con l’accendersi delle stelle in una notte limpida, prega col linguaggio più intenso dell’amore, espresso in una maniera trasparente, immediata e quasi fremente.
Il canto d’amore è, infatti, spesso il linguaggio fondamentale della preghiera.
Accanto alla supplica, che è l’altro registro dell’invocazione orante, la lode libera e pura è la forma più alta di orazione e ha nella Bibbia uno spazio significativo, soprattutto nel Salterio, la grande raccolta di 150 liriche oranti.
Dal punto di vista dei generi letterari è da classificare come «inno»: in esso si loda Dio semplicemente perché esiste e si rivela, senza chiedergli nulla. È la preghiera dei mistici e della contemplazione. Il «Gloria a Dio nell’alto dei cieli» della liturgia è un esempio caratteristico di questa preghiera di lode in cui si celebra Dio e la sua grandezza e quella del suo Cristo in piena fiducia, senza bisogno che egli si curvi sulla nostra miseria, senza che noi ci rivolgiamo a Lui per chiedergli di guarire le nostre malattie, di donarci la pace nel mondo. Si è, infatti, certi che Dio, essendo Padre, non può ignorare tutto ciò che rimane implicito nella lode che indirizziamo a Lui. La preghiera di contemplazione e di lode spesso si gioca su due realtà: da un lato, gli occhi e dall’altro, il silenzio.
Riguardo agli occhi c’è un Salmo molto suggestivo, il 123, che sembra rimandare quasi all’immagine del famoso Scriba nel Museo del Cairo. Costui è accosciato a terra e regge un papiro dispiegato, ha il calamo in mano, ed è pronto a scrivere ciò che il suo padrone gli sta dettando. Ma non guarda ciò che scrive, i suoi occhi di quarzite colorata sono fissi idealmente al suo signore che gli sta dettando le parole di un messaggio. Ecco l’avvio del Salmo: «A Te levo i miei occhi, a Te che siedi nei cieli. Ecco, come gli occhi dei servi alla mano dei loro padroni, come gli occhi di una serva alla mano della sua padrona, così i nostri occhi sono rivolti al Signore».
Il linguaggio degli occhi è il più sofisticato, il più intenso ed emozionante. Gli innamorati, quando vogliono dirsi qualche cosa di profondo che le parole non sono più in grado di esprimere, ricorrono al dialogo degli occhi. È ciò che affermava Pascal, quando dichiarava che nell’amore come nella fede i silenzi sono più eloquenti delle parole. Noi stessi quando siamo catturati da un’immagine, abbiamo gli occhi che si fissano, quasi immobili, su di essa: è la contemplazione. È curioso che uno dei verbi ebraici per indicare la contemplazione è lo stesso che indica lo «scavare», perché in quel momento non si guardano gli occhi dell’altro per studiare di che colore sia la sua iride, ma si cerca di penetrare nell’interno della sua anima per scoprirvi messaggi segreti. Analogo è l’atteggiamento alla base dell’inno di lode.
C’è un’altra dimensione della lode orante ed è quella del silenzio. Savonarola affermava che la preghiera ha per padre il silenzio e per madre la solitudine. La preghiera di supplica nasce dal grido, dal rumore, persino dalle imprecazioni.
La lode sboccia, invece, in un’oasi di silenzio interiore. Dio stesso, quando si manifesta al profeta Elia sul monte Horeb, non si presenta nel terremoto, nella folgore, nel vento che spacca la roccia, ma si rivela, dice l’ebraico, in una qol demamah daqqah: «Alla fine ci fu il mormorio di un vento leggero» (1 Re 19, 12).
Ma, come è noto, l’originale ebraico è molto più suggestivo. Letteralmente, infatti, significa: alla fine ci fu «una voce di silenzio sottile». Dio ti parla col silenzio sottile del mistero e tu gli rispondi col tuo silenzio adorante.
Ora, uno dei contenuti più comuni della lode innica è l’esaltazione delle meraviglie che Dio ha creato. Non di rado persone superficiali, banali e indifferenti rispetto alla poesia e all’esperienza di fede, giunte in cima a una vetta o di fronte a un paesaggio sorprendente o agli spazi infiniti del mare, rimangono abbacinate e hanno un brivido di poesia e il più delle volte un fremito di spiritualità. Sono persone forse curve sulle cose, eppure percepiscono un’emozione interiore, vedendo ad esempio il sorgere di un’alba sui monti o un tramonto sul mare. Non hanno nessuna sensibilità poetica, non hanno mai pronunciato una preghiera, ma in quel momento sentono che la natura stessa diventa quasi una voce che stimola alla lode orante.
A questo riguardo abbiamo inni salmici affascinanti: basti pensare al Salmo 8 («Quando il cielo contemplo e la luna e le stelle che si accendono nell’alto»). È una preghiera notturna in cui l’orante canta Dio e la grandezza della sua opera espressa nelle costellazioni, nell’universo, nel cosmo e, infine, nello stesso uomo, creatura suprema. Pensiamo a tutte le culture religiose, anche a quelle primitive: il sole è, ad esempio, uno dei soggetti più frequenti dell’inno di lode.
Citiamo solo il famoso Inno ad Aton del faraone “solare” Akhenaton ( XIV sec. a.C.) che esalta il disco solare sfolgorante nel cielo concependolo come Dio. Il parallelo biblico ideale sarebbe il Salmo 19 nel quale, però, il sole non è una divinità ma una creatura mirabile. Tra l’altro, alcuni studiosi hanno individuato qualche contatto dell’inno del faraone col Salmo 104 che è uno stupendo «Cantico delle creature» che anticipa idealmente quello di san Francesco.
Sempre nella linea delle lodi oranti rivolte alla presenza del Creatore nel mondo proponiamo ora un esempio suggestivo extra-biblico. Sappiamo che la reiterazione è classica nell’orazione innica: pensiamo solo al rosario o alle invocazioni di taglio litanico. Nel Settecento nell’Europa centrale si sviluppò un movimento spirituale ebraico detto dei Chassidim, cioè dei «pii», dei «fedeli».
Fondatore ne era stato un personaggio dai contorni leggendari, Israel ben Eliezer, detto Baal Shem Tov (cioè «il Signore del bel nome»), nato attorno al 1700 e morto nel 1760. Egli aveva dato origine a una spiritualità legata alla gioia, alla fedeltà rigorosa ma serena, alla danza e all’amore di Dio.
La preghiera che ora proponiamo riflette chiaramente lo stile ripetitivo-mnemonico: è chiamata La canzone Tu ed è attribuita al rabbino chassidico di Berdičev in Polonia. I testi e le tradizioni di questi ebrei mitteleuropei sono stati raccolti dal filosofo ebreo Martin Buber soprattutto nel volume I racconti dei Chassidim (1950). Questo canto è appunto un invito alla contemplazione del creato nel quale trovare la presenza divina, proprio mentre l’uomo passeggia in mezzo alle mirabili creature di Dio:

Dovunque io vada, tu!
Dovunque io sosti, tu!
Solo tu, ancora tu, sempre tu!
Se mi va bene, tu!
Se sono in pena, tu!
Solo tu, ancora tu, sempre tu!
Cielo, tu, terra, tu,
sopra, tu, sotto, tu,
dovunque mi giro, dovunque miro,
solo tu, ancora tu, sempre tu!
Tu, tu, tu!

Spesso nei Salmi biblici si mette in azione un coro cosmico che sale dalla terra al cielo. Nel Salmo 148, ad esempio, sono convocate ventidue creature — tante quante sono le lettere dell’alfabeto ebraico a indicare la totalità dell’essere — così da costituire un’immensa assemblea che celebra il Creatore sotto la direzione dell’uomo come liturgo, mentre nell’ultimo Salmo, il 150, è «tutto ciò che respira», cioè ogni essere vivente, a dare lode a Dio.
Il Dio della creazione non è visto nella Bibbia e nella tradizione giudaica e cristiana come un Essere infinito o come un principio misterioso che pervade la natura, bensì sempre come un «Tu», cioè come una presenza personale e amorosa con la quale dialogare. Le sue opere sono una traccia di luce del suo mistero. Come dice un sapiente biblico del II secolo a.C., Gesù Ben Sira, detto il Siracide o l’Ecclesiastico, «Egli è il Grande, al di sopra di tutte le sue opere. Potremmo dire molte cose e mai finiremmo se non per concludere: Egli è tutto» (43, 27-28).
Noi ci siamo soffermati soltanto sui canti di lode al Creatore. Ma nella Bibbia (e in altre religioni) altri temi si trasformano in soggetti innici. Pensiamo, ad esempio, nel Salterio ai cosiddetti «inni di Sion» che esaltano il tempio che è il cuore di Gerusalemme, la città santa, sede di una straordinaria presenza divina nella storia della salvezza (basterebbe solo leggere il Salmo 122 concluso dall’assonanza ebraica tra Jerushalajim e shalôm, «pace»: «Sia pace su di te», Gerusalemme). Oppure si esaltano gli atti che rivelano l’azione divina nella storia della salvezza e che si trasfigurano in tema di lode. O ancora è semplicemente l’adorazione al Signore «re» universale e sorgente di pace, tipica dei Salmi scanditi dall’acclamazione Jahweh malak, «Il Signore regna!» (Salmi 93; 96; 97; 99).
Ma concludiamo questo bozzetto minimo dell’orazione innica di lode, tipica di tutte le culture, con una nuova evocazione del silenzio che può essere anche quello misterioso e talora sconcertante di Dio. Un silenzio che s’incrocia con quello del fedele che, dopo aver lanciato la sua supplica con una fioritura di invocazioni ardenti e persino urlate, si quieta nel silenzio contemplativo. È un’esperienza che limpidamente è descritta da p. David M. Turoldo in questi suoi versi essenziali: «Tu, Dio, sempre più muto: / silenzio che più si addensa, / più esplode: e ti parlo, ti parlo / e mi pento / e balbetto e sussurro sillabe / a me stesso ignote: / ma so che odi e ascolti / e ti muovi a pietà: / allora anch’io mi acquieto / e faccio silenzio».

(L’Osservatore Romano – 18 gennaio 2021)