La memoria è vita, la scrittura è respiro

A colloquio con Edith Bruck

Affabile, gentile, sorridente, un modo di fare e di parlare fermo ma dolce, mai si potrebbe immaginare l’inferno in cui Edith Bruck ha vissuto e da cui è tornata. Come a vederla non si indovina l’età. Un corpo sottile e agile, un viso restato bello e gli occhi chiari che conservano lampi di tenerezza e di stupore, Edith non ha niente di una quasi novantenne, somiglia piuttosto alla bambina con le trecce bionde che sorride alla vita da una fotografia. Racconta nella sua casa al centro di Roma, dove il sole di un gennaio mite entra generoso a illuminare la stanza e i due divani bianchi circondati da libri e quadri. Racconta con una memoria prodigiosa non solo gli eventi, che ricostruisce nei minimi dettagli, ma i pensieri e i sentimenti di chi ha vissuto la deportazione e lo sterminio. Auschwitz, Dachau, Bergen-Belsen: tre nomi che solo a sentirli tagliano il respiro. Lei parla e io ascolto, ma a tratti il dolore si fa così insopportabile che la voce le si spezza e gli occhi le si riempiono di lacrime. Edith piange e io con lei. Quando torna a parlare riprendo la penna in mano ma davanti al foglio bianco mi chiedo come si possa raccontare con parole umane questo infinito orrore. Eppure Edith Bruck ha dedicato la vita alla testimonianza. Furono due sconosciuti, di cui raccolse l’ultima voce nel campo di concentramento di Bergen–Belsen, a chiederle di testimoniare: «Racconta, non ti crederanno, ma se tu sopravvivi racconta, anche per noi». Edith ha tenuto fede alla promessa.

Vorrei iniziare dalla domanda che rivolgo sempre ai miei interlocutori. Quale è il primo ricordo della tua vita? Ma ho qualche scrupolo a parlare di memoria con te.

Grazie della tua delicatezza, ma ti rispondo volentieri. C’è una memoria “buona” che ho cercato in ogni modo di proteggere e conservare. Il primo ricordo è legato a un momento di grande felicità: quando per un tema dedicato alla primavera vinsi una cartolina a colori con disegnata una rondine. Dietro la maestra Klara Tarpai aveva scritto: «Alla mia alunna più brava, più meritevole». Corsi a casa volando, proprio come una rondine, per mostrarla alla mamma e ai fratelli.

Parlaci della tua famiglia.

Eravamo sei figli. Le due sorelle grandi Sara e Mirjam vivevano a Budapest dove erano andate a imparare il mestiere di sarta e mio fratello David era partito per andare a lavorare appena finite le elementari. A casa, in un piccolo villaggio ungherese ai confini con la Slovacchia, eravamo mia sorella Judit, mio fratello Jonas e io, l’ultima della nidiata. Una famiglia povera la nostra, dove il pochissimo aveva un valore immenso. Abitavamo in due stanze con il tetto di paglia. Ricordo il rumore di una goccia che cadeva e mia madre che rincorreva la pioggia sistemando per terra dei secchi. Ma ricordo anche la gioia per una caramella, per i nastri rossi che mi legavano le trecce, per la prima bambola vera che ricevetti in dono da mia sorella Mirjam. Fino a quel momento le mie bambole erano inventate con il granoturco o l’argilla. E ricordo quando dopo la morte della nonna trovammo, in una tasca cucita della sua vestaglia, un piccolo tesoro. Qualche banconota, due fedi nuziali e una catenina d’oro con la stella di David. Quella piccola eredità che la nonna aveva difeso tenacemente dal bisogno per noi significò una nuova casa, minuscola ma con il tetto di tegole rosse e un bel salice che si vedeva dalla finestra.

E i tuoi genitori?

Mia madre era bellissima, uno sguardo azzurro che sfumava nel viola e un sorriso che illuminava il mondo, ma l’espressione severa le toglieva un po’ della sua bellezza. Mio padre era un uomo mite, di poche parole e di ancor meno espansività. Ricordo un suo bacio quando partì per la guerra e un altro quando tornò. «La povertà litiga» diceva mia madre che non perdonava al marito tutta quella miseria. Mio padre partiva di notte e andava in città a vendere del bestiame per conto di altri, ma non aveva alcun senso degli affari e ricavava pochissimo da quello stentato mestiere. Entrambi, nonostante la difficoltà di mettere a tavola un piatto di minestra, erano di una generosità straordinaria. Mia madre diceva: «A chi bussa apri, a chi tende una mano dai». Quanto a mio padre una sera tornò a casa senza il cappotto. A mia madre che gli chiedeva perché, rispose che lo aveva donato a chi aveva più bisogno di lui.

Quale furono le prime avvisaglie della persecuzione?

Eravamo tre ebree in classe, oltre a me Piri ed Eva, tutte confinate nell’ultima fila. Una volta i compagni di scuola mi gettarono nelle ortiche, un’altra ci aizzarono contro dei cani. Le mie amiche furono espulse da scuola, io ebbi il privilegio di continuare a frequentarla ancora per qualche tempo grazie alle decorazioni che mio padre si era conquistato in guerra. A volte davanti alla fontana accadeva che ci spingessero alla fine della fila o che qualcuno sputasse nei secchi riempiti di acqua. E poi le proibizioni. Non si poteva uscire di casa dopo le 18 né lasciare il villaggio o viaggiare. «Il mondo è malato — diceva mia madre — ma Dio ci salverà» era questa la sua incrollabile fiducia. Fu una grande ombra che continuò inesorabile ad allargarsi fino a che scese il buio più completo e iniziò l’orrore insensato della deportazione.

Due parole tornano spesso nei tuoi racconti. La prima è “pane” forse perché è una parola che è cibo, fame, lavoro, ma anche poesia, arte, fede, cioè vita e simbolo insieme. Non a caso il titolo del tuo libro appena uscito è «Il pane perduto» (La nave di Teseo, 2021). Sono pagine di straziante bellezza dove racconti la tua storia segnata dall’orrore della deportazione e che concludi con una struggente «Lettera a Dio».

L’inferno cominciò attorno al pane. Era la primavera del 1944 ed era da poco finita la Pasqua ebraica quando una vicina di casa ci regalò la farina. Mia madre era felice di quell’abbondanza inaspettata, le sue mani volavano allegre per amalgamare gli ingredienti, poi ripose l’impasto in grandi ciotole di legno a lievitare. All’alba si stava alzando per accendere il fuoco quando due gendarmi bussarono violentemente alla porta fino a scardinarla. Portarono via noi e tutti gli ebrei del villaggio prima su carri trainati da cavalli poi in treno fino al capoluogo dove fummo rinchiusi nel ghetto. Mamma si disperò per quel pane abbandonato: quelle cinque pagnotte erano la vita che se ne andava. Il pane mi ha accompagnato in qualche modo in tutta la mia disperata vita di deportata come desiderio e come pensiero di normalità. Non ho mai rubato una crosta di pane a nessuno, nonostante la fame rabbiosa, e ricordo che l’ultimo gesto di mia madre su quel treno che ci portava ad Auschwitz fu regalare una fetta di pane a una donna che allattava un neonato.

Cosa avvenne nel ghetto?

Eravamo prigionieri senza riuscire a immaginare il nostro futuro, eppure avvenne qualcosa di molto bello. Nacque spontanea una sorta di democrazia. Ricchi, poveri e poverissimi insieme, quando al paese esisteva una gerarchia sociale rigidissima che divideva. Per la prima volta giocai con il figlio del medico. E poi mio padre, che non aveva mai avuto niente nella vita, ebbe il privilegio di essere cantore della Torah. Mia madre lo guardava con occhi sognanti e ad ascoltarlo si commuoveva. Successe anche un altro fatto straordinario. Un amico di mio padre non ebreo portò un carro pieno di cibo. Quel gesto mi colpì tanto non solo perché per noi era una manna caduta dal cielo ma perché era venuto da Gyula, un uomo che in qualche modo mi era caro. Era il padre di Endre, un ginnasiale studioso e colto che amava i poeti, il mio primo e delicato amore che mi fece scoprire quanto incanto c’è a guardarsi quando ci si ama. Grazie a lui mio padre ancora una volta divenne protagonista: povero com’era poteva dare da mangiare agli altri. La generosità di Gyula non fu solo cibo ma luce.

Ecco hai appena pronunciato la seconda parola che usi spesso, “luce”. Tanto più bella perché risplende nel buio profondo e insensato dello sterminio.

Fu una luce quel carro prezioso di cibo, come furono luce molti altri momenti. Mancava una settimana alla fine di maggio quando ci caricarono su un vagone per il bestiame. Ricordo il senso di vergogna e di umiliazione di fronte a quel nazista che nella nostra lingua ci disse «Buon viaggio». Non eravamo più ungheresi, solo ebrei e soprattutto non saremmo più stati per loro creature umane. Il treno andava, andava e noi non sapevamo dove. Di quei momenti terribili ricordo un’altra luce, mia madre. Mi pettinava, mi intrecciava i capelli, li legava con i due nastri rossi e mi teneva stretta la mano tra le sue. Ho vissuto i giorni più teneri della mia vita anche se a un tratto pensai: se la mamma è tanto buona, per noi è finita. E poi ci sono state le luci che allora non mi sembrarono tali e che ho riconosciuto solo più tardi.

Vuoi raccontarci questi momenti?

Arrivati ad Auschwitz, appena scesi dal treno i tedeschi provvedevano a smistarci da una parte e da un’altra. In quel momento non sapevamo a cosa corrispondesse quel bivio, ma lo imparammo subito: a destra si era avviati ai lavori forzati cioè all’annientamento per fame, freddo e fatica, a sinistra verso le camere a gas. A Judit indicarono la destra, alla mamma e a me la sinistra. Un tedesco ci fermò intimandomi di andare a destra. Mi strinsi alla mamma urlando «no, no». Mia madre supplicò il soldato di lasciarmi con lei e gli disse anche che ero la sua figlia più piccola. Per tutta risposta il soldato la colpì con il calcio del fucile ripetendo a me, destra, destra. Mamma disse solo «obbedisci» e io fui costretta ad andare a destra piangendo disperata. Quel tedesco strappandomi a mia madre mi salvò la vita. Ci portarono alla baracca 11, un cartello appeso al collo con un numero 11152 che da quel momento avrebbe sostituito il mio nome. Rasati i capelli, sparite le mie belle trecce che la mamma curava con tanto amore, ci fecero indossare un camicione grigio e ruvido e degli zoccoli ai piedi. Non facevo che piangere invocando la mamma. Una mattina Alice una kapò, un’ebrea polacca sorvegliante per conto dei tedeschi, mi portò nell’ingresso della baracca e mi disse: «Vedi quel fumo? Hanno fatto sapone di tua madre». Non dissi niente a mia sorella, mi imposi di non credere alle sue parole, ma continuai a piangere per giorni.

È un episodio di una barbarie impensabile.

Il lager era questo, la crudeltà sistematica, il male assoluto. Eppure, come dicevo prima, qualche momento di luce c’è stato. A Dachau dove lavoravamo a scavare trincee e alle traversine dei binari un soldato tedesco un giorno mi lanciò la sua gavetta perché la lavassi, ma al fondo aveva lasciato della marmellata per me. Qualche tempo dopo fummo selezionate, mia sorella e io, in un gruppo di 15 donne che avrebbero lavorato nelle cucine di un castello poco lontano dove alloggiavano alcuni ufficiali con le loro famiglie. Se non fosse stato per lo schiaffo che ogni mattina la SS ci dava senza motivo o per le impiccagioni dei ragazzini fuori del campo alle quali eravamo costrette ad assistere, furono quelli i giorni meno disgraziati della nostra vita nei lager. Una buccia, una foglia, un pezzetto di verdura, in una cucina c’era sempre qualcosa da mettere segretamente in bocca. E qui un giorno si accese un’altra luce. Il cuoco a cui stavo consegnando delle patate pulite mi chiese il nome. Dissi «Edith» con una voce sottile che tremava e lui aggiunse: «Ho una bambina della tua età». Poi tirò fuori dalla tasca un pettinino e guardando la mia testa con i capelli appena appena ricresciuti me lo regalò. Fu la sensazione di trovarmi davanti dopo tanto tempo un essere umano. Mi commosse quel gesto che era vita, speranza. Bastano pochi gesti per salvare il mondo.

Come si sopravvive in mezzo a tanto orrore?

Non so risponderti. I miei genitori e uno dei miei amati fratelli non sono sopravvissuti. Io penso di essermi salvata solo grazie a mia sorella. Mi stringeva tra le braccia, mi ripeteva che non mi avrebbe mai lasciata, mi faceva intendere che avremmo ritrovato presto i nostri genitori e poi mi chiamava. «Ditke, Ditke», era il vezzeggiativo che usavano in famiglia. Per me era il suono dell’amore e della tenerezza.

E come si torna alla vita dopo tanto orrore?

È difficile essere un sopravvissuto. Quando appresi del suicidio di Primo Levi fu questo che pensai nel dolore insopportabile della notizia. Eravamo amici, «fratello e sorella di Lager» dicevamo scherzosamente, ma non gli ho perdonato quel gesto. La nostra vita non appartiene solo a noi, ma anche alla storia.

A te è capitato quasi un paradosso. L’infanzia e l’adolescenza distrutte dall’odio e dalla persecuzione e poi una vita ricchissima di amore, uno straordinario sodalizio sentimentale e intellettuale con tuo marito Nelo Risi durato sessant’anni.

Dopo una lunga odissea ero approdata in Italia, ma le prime esperienze di lavoro non furono felici, come racconto nel libro che hai appena ricordato Il pane perduto. Una sera fui invitata ad assistere a un incontro con un gruppo di documentaristi tornati dalla Cina. Alla cena che seguì in un ristorante di via delle Carrozze, eravamo dodici a tavola, mi ritrovai seduta di fronte a Nelo. Prima di scambiare una sola parola mi entrò nell’animo. Gli altri erano distratti da un televisore che alto in un angolo del locale trasmetteva l’allora celebre trasmissione Lascia o Raddoppia con Mike Bongiorno e noi ne approfittammo per parlare. Nelo aveva ordinato del prosciutto come antipasto e me lo offrì. Dissi «no grazie» ma lui provò a convincermi dicendo che era buono, dolce. A quel punto dissi «sono ebrea» e aggiunsi anche «sono stata deportata». Nelo a quelle parole restò senza fiato, sembrò ritirarsi, farsi piccolo piccolo, con la fetta di prosciutto che continuava a pendere dalla forchetta rimasta ferma a mezz’aria. Era un uomo di una straordinaria moralità, di un’onestà cristallina: amava la libertà, l’impegno civile, detestava il denaro e i compromessi, aveva un senso profondissimo della libertà e della giustizia. Nello stesso tempo era un poeta e gli sfuggiva il senso pratico dell’esistenza. C’è un episodio che lo racconta bene. Un giorno nella nostra casa entrò in bagno un topo. Io venivo da una civiltà contadina dove un topo si uccideva. A lui non venne neanche in mente: si chiuse in bagno cercando di convincere il topo a riprendersi la sua libertà uscendo dalla finestra. Ho amato Nelo per i suoi pregi e i suoi difetti e gli sono stata accanto fino all’ultimo giorno in quell’oltraggio e in quell’abisso che è la malattia dell’Alzheimer.

Che cosa temi oggi e che cosa ti dà motivo di sperare?

Temo l’intolleranza, la mancanza di dialogo, la diffidenza verso l’altro, temo questi venti di fascismo che soffiano sempre più spesso e si insinuano pericolosamente nelle nostre vite. Spero nelle giovani generazioni, in una coscienza umana e civile sempre più radicata e diffusa. Spero in questo grande Pontefice, Francesco. Quando lo incontrai mi disse con semplicità «piacere di conoscerla», poi mi sorrise e mi abbracciò. C’era un calore umano così rassicurante in lui. Apprezzo la sua chiarezza, la semplicità di chi parla per farsi capire, la forza delle sue convinzioni, la comprensione per le fragilità umane, l’umiltà di dire «Chi sono io per giudicare». Di fronte a Papa Francesco penso «questo è un uomo» e provo un sentimento di speranza.

Giornalismo, televisione, cinema, traduzioni hai fatto tante cose ma soprattutto ti sei sempre impegnata a scrivere e a testimoniare la drammatica esperienza dei lager.

«Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare» sono parole di Primo Levi che ho fatte mie. Non ho mai nutrito odio né sentimenti di vendetta, piuttosto incredulità e pena infinita. Il male genera solo il male. Sono orgogliosa di aver avuto un padre vittima e mi sarei vergognata fin nel profondo del cuore di un padre carnefice. Ricordare è una sofferenza, ma non mi sono mai sottratta. Anche illuminare una sola coscienza vale la fatica e il dolore di tenere vivo il ricordo di quello che è stato. Per me la memoria è vivere e la scrittura è respirare.

di Francesca Romana de’ Angelis

Edith Bruck nasce nel 1931 in un piccolo villaggio ungherese, ultima di sei figli di una povera famiglia ebrea. Nell’aprile del 1944 insieme ai genitori e a due fratelli viene deportata nel ghetto del capoluogo e poi nei lager di Auschwitz, Dachau, Bergen-Belsen. Sopravvissuta insieme alla sorella Judit, approda dopo diversi anni in Italia e si stabilisce a Roma. Qui inizia a scrivere in italiano, una «lingua non sua» che finirà per diventare la sua, per raccontare l’esperienza terribile della deportazione. Ha svolto attività in diversi settori, giornalismo, teatro, cinema, traduzioni ma costante è stato l’impegno nella scrittura e nella testimonianza. Tra le sue opere ricordiamo: Chi ti ama così (1959), Andremo in città (1962), Lettera alla madre (1988), Quanta stella c’è nel cielo (2009, trasposto nel film di Faenza Anita B.), La donna dal cappotto verde (2012), La rondine sul termosifone (2017), Ti lascio dormire (2019) e il recentissimo Il pane perduto (La nave di Teseo, 2021).