Una fede senza Chiesa?

Ernesto Diaco *

La grande maggioranza dei giovani italiani ha scarsa fiducia nella Chiesa cattolica e, pur definendosi credente in Dio, ritiene che per vivere la propria religiosità non sia necessaria la mediazione di alcuna realtà istituzionale portatrice di dogmi, di riti e di precetti morali. Semplificando un po’, è questa l’immagine prevalente che emerge dalle ricerche sulla fede giovanile condotte negli anni più recenti, concordi nel tratteggiare un rapporto contrastato, se non freddo, tra i nati a cavallo del millennio e la comunità ecclesiale.
Il quadro esce confermato anche dall’ampia indagine condotta dall’Istituto Toniolo di Studi Superiori nell’ambito del Rapporto Giovani, avviato nel 2013 con rilevazioni annuali, ma con l’aggiunta di numerosi approfondimenti[1]. È soprattutto la parte qualitativa della ricerca, che si avvale di duecento interviste a giovani tra i 19 e i 29 anni provenienti da tutte le aree geografiche del Paese, a convincere che tra l’appartenenza convinta alla comunità cristiana e il suo esplicito rifiuto vi sia un’ampia gamma di posizioni e sfumature, dando conto inoltre dei motivi di tanti percorsi interrotti e di non poche porte che, se non proprio aperte, rimangono socchiuse nei confronti non solo del Dio cattolico ma anche della Chiesa istituzionale[2].
Alla Chiesa anche i giovani più lontani da un cammino di fede riconoscono un ruolo non secondario nel campo educativo e in quello sociale, arrivando spesso a reclamare con forza un suo rinnovamento nel segno della coerenza con la parola evangelica e dell’apertura alle novità dei tempi. Nei confronti della realtà ecclesiale si rivendicano autonomia e libertà, tanto che è indiscusso il prevalere tra i giovani di una religione “fai da te”; allo stesso tempo però essi rilevano il disorientamento diffuso davanti alle grandi questioni dell’esistenza e dell’attualità e il bisogno di punti di riferimento stabili. Non sono teneri con i loro coetanei, a cui non risparmiano etichette di superficialità, conformismo, cedimento alle soluzioni più comode.
La Chiesa resta oggetto di forti critiche, se non altro perché si pone come principale ostacolo a una totale privatizzazione del vissuto religioso. Guai però se non ci fosse. Anche se la maggior parte dei giovani tendono ad accettare del magistero della Chiesa solo quanto è già in sintonia col proprio stile di vita, l’immaginario religioso cattolico fa parte in qualche modo dell’identità personale e collettiva: “Se credevo in Dio ero un cattolico”, sintetizza un ventenne pugliese con un’espressione sbrigativa quanto efficace.
In questo contesto, l’indebolimento della presenza ecclesiale è visto più come un elemento da scongiurare che come un’eventualità di scarsa rilevanza pubblica. Pressoché tutti, infatti, riconoscono che il pontificato di papa Francesco sta portando nuova linfa anche al di fuori dell’ambito strettamente religioso.
C’è poi la voce, minoritaria ma significativa, dei giovani che hanno scelto di continuare a frequentare la messa domenicale e magari anche i percorsi formativi parrocchiali o le diverse associazioni cattoliche.
È particolarmente interessante vedere le motivazioni che li sostengono e perfino i punti di contatto con chi ne ha invece preso le distanze. Da tutte le interviste emerge comunque un elemento trasversale: gli uni e gli altri rispondono volentieri alle domande, raccontando esperienze e vissuti personali senza fastidi o sufficienze. Se in passato la formula del rapporto con la Chiesa poteva essere “Sì, ma…” oggi sembra essersi rovesciata in: “No, ma…”.

In Chiesa solo se ne sento il bisogno

Per la maggior parte dei ventenni di oggi il percorso compiuto è quello tradizionale: sotto la spinta dei genitori si inizia a frequentare la parrocchia da bambini, si riceve la prima comunione e spesso anche la cresima. Alcuni “vanno agli scout o all’Acr”. Poi, per lo più con la fine dell’iniziazione cristiana o della scuola media, avviene il taglio netto. Dalla famiglia non giungono più stimoli, tanto meno imposizioni. Il cerchio delle amicizie e dei luoghi frequentati si allarga rapidamente e subentrano nuovi interessi. In qualche caso contribuisce anche la scuola superiore, dove si inizia a guardare più criticamente all’immaginario religioso acquisito al catechismo, finché delle attività parrocchiali non rimane che qualche ricordo. Nel migliore dei casi, resiste una certa frequenza all’oratorio e saltuarie comparse alle messe domenicali.
È la storia di molti. Quando, qualche anno dopo, si chiede loro di raccontarla, fra le descrizioni di comunità cristiane poco accoglienti ed esperienze troppo sbilanciate sul modello scolastico, c’è chi si lascia sfuggire che “nonostante tutto, alla fine era un bel luogo dove potevi stringere tante amicizie”, come ammette uno studente pugliese di 21 anni. “Per noi ragazzi del paese il primo approccio alla fede era un’occasione per stare insieme una o due giornate alla settimana”, conferma un giovane veneto. A una 27enne lombarda l’immagine di una chiesa parrocchiale suscita l’idea di “una famiglia, una casa. Il paese dove sono cresciuta. Tenerezza”. Le fa eco una coetanea della stessa regione: “Mi manca un po’ l’esperienza della parrocchia, la rifarei volentieri; però è forse anche la nostalgia, il ricordo di un tempo che non torna più”. Perché si sono allontanati? “A quell’età ti fai prendere da tantissime cose – risponde il primo – vedi amicizie, giochi e quant’altro… non c’è nessun motivo, in realtà, se non il fatto di non sentirne più il bisogno”.
Ecco il ritornello più ricorrente: la Chiesa ha un ruolo sociale riconosciuto, specie nell’educazione dei più piccoli, ma non viene considerata di alcun aiuto per la vita quotidiana di un giovane. A parte “laddove sento il reale bisogno, allora sì, corro a confessarmi o ad andare in chiesa”. “Ero in viaggio con un gruppo organizzato – prosegue un ragazzo del Lazio – Visitando una chiesa ho sentito il bisogno di confessarmi. Ho sentito il bisogno e l’ho fatto. Me ne sono fregato altamente che abbiamo fatto dieci minuti di ritardo con l’autista, ma io mi sono confessato. Lo dovevo fare, ho sentito di farlo e l’ho fatto”.

La Chiesa è ricca e antiquata, ma adoro Madre Teresa

Le accuse più frequenti dei giovani verso l’istituzione ecclesiale riguardano la ricchezza di alcuni luoghi di culto e la commistione con il potere politico. Nei loro discorsi è frequente la distinzione tra due Chiese: quella percepita come dedita allo sfarzo e agli interessi e quella “autentica”, rappresentata soprattutto dai missionari, dal volontariato caritativo o da figure come Padre Pio e Madre Teresa di Calcutta, confermando così il bisogno di esempi concreti (compresi i santi), di modelli di vita al posto di discorsi.
Un 29enne siciliano lo spiega così: “Ci sono preti e preti… ci sono persone che lo sentono davvero o che stanno con i poveri… Il Vaticano e Madre Teresa di Calcutta sono agli opposti: Madre Teresa è la Chiesa fatta persona. Bisogna definire bene la parola Chiesa”. E ancora: “Mi piace la Chiesa povera, credo anche nella Chiesa che sta nella società, che si impegna. Credo meno alla necessità di una Chiesa istituzione, di una Chiesa di uffici, burocrazia… Credo che sia necessaria ma dovrebbe essere ridimensionata. Non è quella la Chiesa insomma. Certi segni servono, perché è manifestazione di fede, del popolo, ma se diventano solo manifestazione del potere allora è diverso”. La comunità cristiana non è identificata con la struttura, né si chiede di vendere il Vaticano, ma “Gesù era povero e invece la Chiesa è una delle potenze più grandi al mondo”.
Anche sul modo con cui le istituzioni religiose si rivolgono ai giovani le posizioni non sono del tutto univoche. Certo, il linguaggio della Chiesa è giudicato difficile e “deve rivedere dei punti della sua dottrina, che non si applicano alla realtà dei giovani”, con riferimento soprattutto alla morale sessuale e al tema dell’omosessualità, perché “la Chiesa è una cosa che risale a troppo tempo fa per riuscire a stare al passo con i tempi di oggi”. Ciononostante, prosegue un altro intervistato, “non è che deve assecondare tutto ciò che i giovani vogliono, pur di far entrare quante più persone possibile”. Va controcorrente anche un giovane veneto di 29 anni: “Io credo che la Chiesa debba concentrarsi un po’ meno sulle modalità con cui parla al mondo e concentrarsi di più sui contenuti. L’importante è la credibilità, ossia la corrispondenza tra ciò che dicono e ciò che fanno”.

Con la Chiesa sono in standby: non prendo il “pacchetto completo”

Un tema particolarmente controverso è quello del battesimo dei bambini. Sono in molti a vedervi una “costrizione” che viola la libertà della persona, optando per il rinvio a un’età in cui potrà fare una scelta consapevole. Ciò che però sembra dare più fastidio è l’ipocrisia presente nelle situazioni in cui il sacramento si riduce a un mero ossequio della tradizione o a un fatto quasi scaramantico. Quando invece “due genitori ci credono veramente è giusto che battezzino i loro figli”, dicono in diversi. “Se io dovessi sposarmi – spiega una giovane laziale – una volta avuti dei figli la prima cosa che farò sarà quella del battesimo. È un sacramento che va ricevuto quando si è piccoli e dopo si ha la possibilità di confermarlo o meno”.
In molti casi l’impressione che si ricava dalle interviste è quella di giovani con il tasto “pausa” premuto. Non hanno escluso in modo definitivo e convinto di avere un rapporto con la comunità cristiana, ma non trovano lo stimolo a fare un passo in questa direzione. In futuro, chissà. Magari se in parrocchia dovesse arrivare un nuovo sacerdote, o si sentisse l’esigenza di unirsi ad altri per fare qualcosa insieme. Un ventenne milanese lo dice esplicitamente: nella pratica religiosa “sono in standby”. È un po’ “come andare in palestra, per rafforzare il proprio fisico ma dall’interno”. Una cosa che tutti riconoscono vantaggiosa, ma che pochi si prendono la briga di fare. D’altra parte – continua il pensiero diffuso – “certi comportamenti come rispettare gli altri o se stessi non sono questione di fede, ma di etica”. Per finire con l’immancabile: “Dal punto di vista di cuore, ho incontrato persone migliori fuori dall’oratorio che nell’oratorio”.
Un giovane marchigiano usa un’altra immagine efficace: “Non scelgo il pacchetto completo del cristianesimo”. Anzi, nel cocktail della sua religiosità inserisce elementi filosofici appresi a scuola e qualcosa della spiritualità dell’Estremo Oriente, raccolto da qualche lettura e da un incontro a casa di amici. Una sorta di puzzle, in cui l’importante è ricavarsi, senza esservi costretti, “una personale visione della vita”, in cui la fede ha un posto non strumentale ma completamente libero e spontaneo. Si può avere una fede, dunque, senza appartenere a nessuna comunità istituzionalizzata, ma senza esagerare: “Abbiamo bisogno di una guida, se no credi in tutto e niente… puoi credere anche alle fate a questo punto”, ironizza una 21enne veronese.
Alla fine il discorso resta aperto e alimentato da numerose attese; tra i venti e i trent’anni è molto avvertita l’esigenza di spazi d’incontro e dialogo, di punti di riferimento, di ideali che uniscano le persone e rispondano ai loro bisogni. Pur sentendosi quasi bloccati davanti alla Chiesa istituzionale, non sono pochi a stimare chi in essa si impegna con generosità e gratuità. In molti potrebbero sottoscrivere la convinzione di questo giovane veneto di 29 anni: “Oggi i giovani che scelgono di vivere la fede lo fanno in modo molto più consapevole e molto più convinto. Quindi io sono certo che probabilmente la pratica religiosa e l’esperienza di fede diventerà, anche cristiana cattolica, un fenomeno di minoranza, ma sarà una minoranza ben convinta, organizzata e molto più pronta alla testimonianza”.

* Direttore dell’Ufficio nazionale per l’educazione, la scuola e l’università della Conferenza Episcopale Italiana

NOTE

[1] Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori (a cura di), La condizione giovanile in Italia. Rapporto Giovani 2013, Il Mulino, Bologna 2013; Id. (a cura di), La condizione giovanile in Italia. Rapporto Giovani 2014, Il Mulino, Bologna 2014.
[2] I risultati sono presentati in R. Bichi – P. Bignardi (a cura di), Dio a modo mio. Giovani e fede in Italia, Vita e Pensiero, Milano 2015.