Sul sentimento del tempo

L’esperienza del carcere di Dietrich Bonhoeffer

Alessandro Andreini

Tra le “ferite” che la pandemia ha prodotto e va producendo nella coscienza dei nostri contemporanei, vi è certamente quella relativa al rapporto con il tempo: un testimone qualificato del XX secolo ci offre una luce preziosa per trasformare l’angoscia in benedizione e nuova vita.

Due mesi “perduti”

Accade talvolta di scoprire, nel modo più inaspettato e sofferto, che un tratto, breve o lungo, della nostra vita è perduto per sempre. Una presa di coscienza che, come un nodo alla gola, ci mette di fronte alla consapevolezza che quel tempo non è stato vissuto, è scomparso, cancellato. Marcel Proust ha descritto con insuperabile maestria questa improvvisa dispercezione temporale nelle prime pagine di quello che è, a tutti gli effetti, il portolano di ogni riflessione sul tempo: il monumentale romanzo in sette volumi Alla ricerca del tempo perduto, scritto tra il 1909 e il 1922 e che è il racconto della lotta durata tutta la vita proprio per salvare il tempo “perduto”. Vi si narra la condizione di una persona malata che ha difficoltà a dormire la notte e che, dopo brevi ore di sonno, crede di aver già raggiunto il mattino tanto atteso. Una luce sotto la porta pare confermarglielo. Ma quando, all’improvviso, quel chiarore scompare, la realtà lo raggiunge in tutta la sua crudeltà: la notte è appena all’inizio, e ha davanti ancora lunghe ore di veglia e di angoscia. Così Proust: «Mezzanotte fra poco. È il momento in cui il malato che abbia dovuto mettersi in viaggio e dormire in un albergo sconosciuto, svegliato da una crisi, si rallegra nel vedere sotto la porta una riga di sole. Che gioia, è già mattina! Tra un minuto i servi sí alzano, potrà suonare il campanello, verranno a dargli aiuto. La speranza del conforto gli dà coraggio nella sofferenza. Ecco, proprio gli è parso di sentire un rumore di passi: i passi s’avvicinano, poi s’allontanano. E la riga di sole sotto la sua porta è scomparsa. È mezzanotte; hanno appena spento il gas; l’ultimo cameriere se n’è andato e bisognerà passare la notte a soffrire senza rimedio» (M. Proust, La strada di Swann, Einaudi, Torino 1978, p. 6). Oppure quei sonni pomeridiani così repentini e profondi – descritti con altrettanta vividezza da Proust – alla fine dei quali, al risveglio, non ricordi più niente di te stesso, del mondo all’intorno, tantomeno del giorno e dell’ora in cui ti trovi. Una sospensione che spaventa e dalla quale non si esce se non a poco a poco, cominciando dal contatto con le piccole cose che hai accanto e che lentamente ristabiliscono il consueto contatto con il presente.
È quanto io stesso ho vissuto, ai primi di maggio, quando il lockdown provocato dal coronavirus era ormai vicino al termine. Osservando l’agenda dei giorni e degli impegni che mi attendevano, ho per un attimo ripercorso gli appuntamenti che, tra marzo e aprile, erano stati necessariamente cancellati. Tutta una teoria di incontri, attività, viaggi, celebrazioni che non ho vissuto e che pure mi hanno raggiunto, come un agguato, con la domanda cruciale: dove sono stato per tutto questo tempo? La mia coscienza vigile ha provato a ricordarmi il tanto lavoro comunque realizzato durante il confinamento, eppure la sensazione di una perdita irreparabile, di una ferita che continuava irresistibilmente a sanguinare non si cancellava né è scomparsa fino a questo momento in cui ne scrivo. E se siamo in luglio, da qualche parte nella mia coscienza profonda sono ancora convinto di non essere che ai primi di maggio e che non posso aver perduto per sempre due mesi della mia vita. La mia anima non lo accetta, non riesce a riconciliarsi con questa mancanza: due mesi rubati, cancellati, perduti. Qualcuno potrebbe certamente correggermi: sono stati due mesi di benedizione, in cui abbiamo potuto ritrovare il contatto con noi stessi. Per moltissimi, specie coloro che sono stati e continuano a essere più direttamente impegnati con l’epidemia, sono stati mesi di durissimo e rischioso lavoro. Io stesso ho lavorato intensamente nelle settimane del lockdown. Eppure, ecco che all’improvviso l’anima mi faceva misurare le cose in modo del tutto diverso, ponendo drasticamente la questione del tempo. Sì, come misurare il tempo? Di chi è il tempo? E dove si nasconde quando ti accorgi di averlo perduto?

«Tra cent’anni sarà tutto finito»

Tra gli impegni che hanno segnato questi mesi c’è stato anche quello di far arrivare, alle persone, alle famiglie e ai gruppi che formano la comunità parrocchiale che mi è affidata, una brevissima riflessione quotidiana su quanto andavamo vivendo. Ed è venuto quasi spontaneo fare riferimento, mentre eravamo costretti a rimanere in casa e a fare dei nostri limitati ambienti di vita il nostro intero mondo, all’esperienza del carcere di Dietrich Bonhoeffer, alla meticolosità con la quale, fin dall’inizio, seppe organizzare il poco spazio a disposizione, le giornate, le relazioni, e fino alla preoccupazione di preparare delle brevi e semplici preghiere quotidiane per i compagni di prigionia, una per il mattino, una per la sera e una da utilizzare «in una situazione di particolare bisogno»: «Signore Iddio, / una grande miseria m’ha colpito. / Le mie ansie minacciano di sopraffarmi, / e non conosco vie d’entrata né vie d’uscita» (in D. Bonhoeffer, Resistenza e resa. Lettere e altri scritti dal carcere, ODB 8, Queriniana, Brescia 2002, p. 194).
È un’esperienza durissima quella che, per il pastore e teologo luterano, inizia il 5 aprile 1943 e non si concluderà se non con la morte, nel campo di concentramento di Flossenbürg, il 9 aprile di due anni dopo. Durante i primi giorni di detenzione nel carcere berlinese di Tegel, per spingerlo a confessare quello che la Gestapo ancora neppure sospetta, vale a dire la sua adesione alla cospirazione contro Hitler, viene sottoposto al carcere duro. Così lo descrive lui stesso in un resoconto intitolato Rapporto sul carcere dopo un anno di permanenza a Tegel: «Fui portato nella cella singola più appartata del piano superiore; vi fu apposto un cartello che vietava a chiunque l’accesso senza speciale autorizzazione. Mi fu comunicato che fino a nuovo ordine mi era vietata la corrispondenza, e che non potevo godere della mezz’ora d’aria giornaliera come tutti gli altri prigionieri […]. Non ricevetti né giornali né alcunché da fumare. Dopo 48 ore mi fu restituita la Bibbia. […] Per il resto, nei successivi dodici giorni la cella si aprì solo per la consegna del cibo e per portare fuori il bugliolo. Nessuno scambiò con me una parola» (in ivi, p. 358). È il regime duro di isolamento totale che colpisce ancora oggi molte persone in varie parti del mondo, finalizzato a demolire le difese morali e psicologiche dei detenuti con la cancellazione di tutti i punti di riferimento: per altro, ed è un dettaglio che lo accomuna a non pochi casi fino a oggi, Bonhoeffer riceverà l’atto di imputazione con i motivi del suo arresto solo sei mesi più tardi.
Superate le prime settimane, e trasferito nella cella che lo ospiterà per più di un anno e mezzo, Bonhoeffer scrive ai genitori provando a far comprendere l’esperienza che sta vivendo: «È difficile, naturalmente, che chi sta fuori si faccia un’idea esatta della prigione. La situazione in quanto tale, cioè i momenti singoli, spesso non sono per niente diversi che altrove: leggo, rifletto, lavoro, scrivo, vado su e giù – senza sbucciarmi però la pelle alle pareti come un orso polare» (ivi, p. 66). È in questa stessa lettera che Bonhoeffer comunica l’oggetto del suo lavoro di scrittura, purtroppo irrimediabilmente perduto, e riferisce di una scritta che campeggia sopra la porta della sua cella: «Mi sto cimentando in questi giorni con un piccolo studio sul ‘sentimento del tempo’ (Zeitgefühl), un’esperienza che è particolarmente caratteristica della custodia cautelare. Qualcuno che mi ha preceduto in questa cella ha inciso sopra la porta: “Tra cent’anni sarà tutto finito”. Era il suo tentativo di venire a capo di questa esperienza del tempo vuoto, ma c’è molto da dire su questo argomento, e mi piacerebbe discuterne con papà» (ivi, p. 67). Quante volte mi è accaduto di commentare a scuola queste parole, presumendo di averle colte in tutta la loro dolorosa verità. E, invece, ecco che, quando la vita ti porta improvvisamente anche solo a sfiorare l’esperienza di quell’ignoto detenuto, prendi coscienza di aver pronunciato parole davvero vane: bisognerebbe tacere molto più di quanto si parla! Il tempo vuoto e inesorabilmente perduto divora l’anima al punto che puoi arrivare a desiderare l’annientamento e a proiettarti in un futuro in cui non ci sarai più e quell’ansia sarà scomparsa per sempre. È una ferita che, appunto, chiama in causa il senso stesso del vivere, il perché del mio essere qui, le ragioni di fondo di tutto.

«Non vi sarà più tempo!»

Se non è dato di leggere il saggio sul sentimento del tempo, primo frutto della detenzione di Bonhoeffer – ma sappiamo da alcune sue lettere che la riflessione ruotava intorno ai concetti di gratitudine e di pentimento come via per salvare, in qualche modo, il rapporto con il passato: «Dal bisogno principalmente di rendere presente a me stesso il mio passato, in una situazione in cui il tempo poteva sembrare tanto facilmente ‘vuoto’ e `perduto’, è nato un saggio sul ‘sentimento del tempo’. Gratitudine e pentimento: è questo che ci mantiene sempre presente il nostro passato» (lettera a Eberhard Bethge del 18 novembre 1943, in ivi, p. 175) –, ci sono rimasti alcuni straordinari appunti stesi all’inizio di maggio 1943 e che costituiscono il tentativo di fermare sulla carta quello che Bonhoeffer sta vivendo durante le prime settimane di prigionia. Appunti solo apparentemente disordinati che sono la testimonianza più toccante della sua lotta interiore, un confronto che Bonhoeffer vive con la franchezza e il coraggio che lo hanno sempre contraddistinto, senza tacere o nascondere nulla. Si tratta di un’accurata autoanalisi che ruota proprio intorno al concetto e al sentimento del tempo, di cui ripercorre tutta la galassia semantica: passato, presente, futuro, dimenticare, passare o ammazzare il tempo, ingiurie del tempo, erosione del tempo, tempo che ferisce, tempo che guarisce, tempo come aiuto, come tormento, come nemico. E ancora: attesa, noia, impazienza, nostalgia. Colpisce, in particolare, la volontà, spesso ripetuta, di non cedere all’illusione e alla fantasia che si offrono come soluzioni a portata di mano, simili alla fuga evocata dalla scritta sul muro della cella, cui si accompagna la determinazione di alimentare a tutti i costi la memoria, benché essa porti con sé la sofferenza della mancanza e di una solitudine ancora più profonda. E fino addirittura all’evocazione del suicidio: «Il fantasticare, deformazione del passato e del futuro / suicidio, non per coscienza di colpa, ma perché in fondo io sono già morto, punto e a capo» (ivi, p. 61).
Particolarmente illuminanti i riferimenti scritturistici che punteggiano il testo, la cui decodificazione ci offre il commovente ritratto di un uomo e di un cristiano che disperatamente interroga la Scrittura cercandovi le parole sia per formulare le domande che per tratteggiare una possibile risposta. Non poteva certamente mancare l’evocazione delle pagine sapienziali dei Proverbi e, soprattutto, di Qoelet 3 che offre una descrizione molto realistica del tempo in tutte le sue scansioni: «Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo» (3,1). Così come la consolante espressione del Salmo 31: «Ma io confido in te, Signore; /dico: “Tu sei il mio Dio, / i miei giorni sono nelle tue mani”. / Liberami dalla mano dei miei nemici / e dai miei persecutori». Meno immediato il riferimento al terzo capitolo del libro della Genesi, dove il testo biblico narra l’inganno del nemico nei confronti dei progenitori che culmina nella decisione di Dio di tenere Adamo ed Eva lontani dall’altro albero che cresce all’interno del giardino, ponendo per la prima volta nella creazione quel limite della morte che certamente risuona nel cuore del prigioniero Bonhoeffer: «Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi quanto alla conoscenza del bene e del male. Che ora egli non stenda la mano e non prenda anche dell’albero della vita, ne mangi e viva per sempre!» (3,22).
È poi nell’Apocalisse – uno dei testi che maggiormente lo accompagnano in questi mesi – che egli rintraccia la parola che meglio si adatta a esprimere biblicamente l’invocazione e il giudizio su questo tempo drammatico che sembra ormai preda delle mani degli uomini, ma che, nonostante tutto, resta saldamente nelle mani del Dio della storia. Si tratta dell’annuncio del settimo angelo, l’ultimo, colui che è destinato a portare la parola definitiva, l’angelo possente che scende dal cielo avvolto in una nube e con l’arcobaleno sul suo capo, il volto come il sole e le gambe come colonne di fuoco. È questo angelo che, alzando la destra verso il cielo e giurando per Colui che vive nei secoli dei secoli, solennemente dichiara: «Non vi sarà più tempo! Nei giorni in cui il settimo angelo farà udire la sua voce e suonerà la tromba, allora si compirà il mistero di Dio, come egli aveva annunciato ai suoi servi, i profeti» (Ap 10,6-7). Una “fine del tempo” liberante pur nella sua drammaticità, perché interromperà finalmente la barbarie e la falsità di questo tempo.

«A ciascun giorno basta la sua pena»

La citazione dal vangelo di Matteo – l’ultima sulla quale ci soffermiamo e che ricorre ben due volte – ci conduce, per così dire, al cuore della lotta spirituale di Bonhoeffer. È tratta dal Discorso della montagna ed è un forte invito di Gesù a non preoccuparsi per il domani, ma a confidare nella protezione di Dio, un’esortazione che chiama in causa le due toccanti immagini naturali degli uccelli del cielo e dei gigli del campo: «Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete […] Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? […] Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. [.. .] Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. […] Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di sé stesso. A ciascun giorno basta la sua pena» (Mt 6,25-34).
Che si tratti di un testo particolarmente caro a Bonhoeffer, che vi vede la descrizione più aderente della condizione del credente nel tempo e particolarmente in un tempo di devastazione e di totale insicurezza come quello che gli è stato dato in sorte, ce ne dà conferma un’altra, preziosa ricorrenza in un paragrafo di uno dei testi più potenti che il teologo berlinese ci ha lasciato, quel Bilancio sulla soglia del 1943 scritto come dono natalizio per il piccolo gruppo di amici con i quali Bonhoeffer condivide la scelta della resistenza e della cospirazione. Il paragrafo si intitola, non casualmente, Presente e futuro, e riflette, in modo perfino commovente e modernissimo, su come sia divenuto impossibile, vista la situazione storica in cui viviamo, «progettare la nostra vita, sia sul piano professionale sia su quello personale». Questa evidenza, continua Bonhoeffer, potrebbe aprire a due soluzioni diametralmente opposte: o «cadere in balia delle esigenze del momento in modo irresponsabile, superficiale o rassegnato», oppure, coltivare il sogno di un futuro felice cercando di dimenticare il presente. E conclude: «Ambedue questi atteggiamenti sono per noi inaccettabili». Da qui la sola via “stretta”, indicata proprio dal vangelo: quella, appunto, di non affannarsi per il domani, ma accogliendo «ogni giorno come se fosse l’ultimo, e di vivere però nella fede e nella responsabilità come se ci fosse ancora un grande futuro davanti a noi. […] Pensare e agire pensando alla prossima generazione, ed essere contemporaneamente pronti ad andarcene ogni giorno senza paura e senza preoccupazione» (ivi, pp. 37-38).

«Fino a quando, Signore?»

È all’amico e confidente Eberhard Bethge che Bonhoeffer confida, nella lettera del 18 novembre 1943, i sentimenti più veri di quei primi, durissimi, giorni di carcere, in cui è giunto alla soglia del suicidio, isolato in una cella accanto a condannati a morte tenuti in catene: «Sei l’unico a sapere che sono stato spesso perseguitato dall’acedia-tristitia e dalle sue pericolose conseguenze; e tu forse – così a quel tempo ho temuto – ti sei preoccupato per me a questo riguardo. Ma fin dall’inizio mi son detto che non avrei fatto questo favore né al diavolo né agli uomini: devono vedersela da soli con la faccenda, se lo vogliono; e da parte mia spero di riuscire a rimanere sempre saldo in questo» (ivi, p. 174). E poi la domanda se sia veramente per la causa di Cristo che egli sta dando «tante preoccupazioni a voi tutti», interrogativo che riconosce immediatamente come una tentazione da respingere, acquisendo «la certezza che il mio compito è proprio quello di sostenere fino alla fine un siffatto caso limite con tutta la sua problematica» (ivi). La forza che lo sorregge e lo illumina nel confronto con il nemico è quella della preghiera. Lo ha suggerito nell’ultima riga degli appunti di maggio, dove si legge: «Superamento nella preghiera» (ivi, p. 61) e dove la sottolineatura è dello stesso Bonhoeffer. E lo ribadisce a Bethge nella citata lettera, facendo riferimento agli inni luterani che proprio l’amico gli ha fatto conoscere: «Paul Gerhardt s’è dimostrato d’una efficacia insospettata, e poi anche i Salmi e l’Apocalisse. In quei giorni sono stato preservato da qualsiasi grave tentazione» (ivi, p. 174).
E, tuttavia, come attesta una scheda di lettura redatta l’anno successivo – e nella quale Bonhoeffer arriva a chiedersi, con la sua consueta franchezza, «Cristiano? cosa credo» –, egli sta lottando addirittura per non perdere la fiducia nella preghiera, confidando, ormai, solo nel miracolo: «la preghiera non aiuta. La domanda sul futuro – nessuna risposta, –secondo il senso – nessuna risposta, – secondo l’aiuto… La preghiera non cambia nulla – contare sul miracolo» (ivi, p. 61, n. 15). È il Bonhoeffer vero e diretto di tutti i suoi scritti, che non nasconde o edulcora in nessun modo le sue crisi interiori, che chiama le cose con il loro nome, anche quando è scomodo e doloroso: il Bonhoeffer che così facendo diventa ancora più credibile e convincente nelle sue affermazioni di fede. Sì, come scrive ancora ai genitori nella citata lettera del 15 maggio 1943, il carcere è senza dubbio il luogo dove possiamo esprimere, con il citato Salmo 31, la massima fiducia in quel Dio nelle cui mani sono i nostri giorni. Ma è anche, e forse soprattutto, il luogo in cui la domanda che minaccia di imporsi su tutto è piuttosto quella del Salmo 13: «Fino a quando, Signore?» (ivi, p. 67). Il luogo dove la scommessa della fede si gioca in tutto il suo rischio e la sua scandalosità.

«Un ininterrotto arricchimento di esperienza»

Quella sul tempo è una riflessione che accompagna Bonhoeffer – e non potrebbe essere diversamente – lungo tutta la sofferta esperienza della detenzione. Dalle argomentazioni sull’Avvento, che popolano le lettere del tardo autunno 1943, alla poesia Passato scritta per la fidanzata Maria von Wedemeyer con la quale discorre a lungo proprio sulla questione del tempo, dai suoi tentativi letterari – un dramma, un romanzo e un acconto – nei quali si interroga particolarmente sulla morte e sulla sfida della trasmissione dei valori fondanti di una cultura –, al progetto di uno studio nell’agosto 1944, che avrebbe dovuto tentare un bilancio del cristianesimo e tratteggiare il profilo di una Chiesa del domani, a partire da uno sviluppo più compiuto della riflessione, spesso presente nelle lettere di questi mesi, sul divenire adulto del mondo: «quello che mi sta a cuore è compiere una buona volta il tentativo di esprimere in modo semplice e chiaro certe cose che solitamente noi evitiamo volentieri di affrontare. […] Io spero con questo di poter rendere un servizio al futuro della Chiesa» (ivi, p. 523).
Se, poi, volessimo cercare una sorta di parola conclusiva per questo percorso, necessariamente sintetico, potremmo probabilmente individuarla in una lettera indirizzata ancora a Eberhard Bethge.
E nella quale Bonhoeffer riflette intorno a un’altra affermazione di uno dei suoi compagni di prigionia, espressa stavolta a voce e relativa nuovamente alla questione del tempo. «Ieri ho sentito un tale dire – scrive l’11 aprile 1944 – che gli ultimi anni per lui erano stati anni perduti»: per Bonhoeffer, che va conducendo la sua strenua lotta per non “perdere” il tempo, si tratta di una vera e propria provocazione che lo spinge a confidare all’amico l’esito di luce di tutta la sua ricerca. Una dichiarazione che ci rivela un uomo profondamente riconciliato con la propria esistenza, con gli altri e con Dio, il cui passato e il suo presente si aprono con fiducia a qualsiasi futuro potrà presentarsi: «Sono contento di non aver ancora avuto nemmeno per un istante una sensazione simile; né finora mi sono mai pentito della decisione che ho preso nell’estate del ’39, ma al contrario ho la profonda impressione – per quanto ciò possa sembrare strano – che la mia vita sia trascorsa in modo assolutamente lineare e senza rotture, in ogni caso per quanto riguarda la condotta esteriore». Commuove che il pensiero torni all’estate di cinque anni prima, quando, dopo una sofferta riflessione, ha deciso di interrompere sul nascere il soggiorno negli Stati Uniti che gli avrebbe permesso di sfuggire alla devastazione della guerra. E scoprire che la percezione interiore della sua vita, segnata da così profondi e spesso contrastanti rivolgimenti, sia quella di un percorso lineare. E conclude, dando del suo percorso una valutazione che probabilmente ognuno di noi vorrebbe poter arrivare a dare della propria vita: «S’è trattato di un ininterrotto arricchimento della mia esperienza, e di ciò posso davvero essere soltanto riconoscente». È così grato e pacificato da essere finalmente pronto a qualsiasi scenario futuro: «Se la mia condizione attuale dovesse rappresentare la conclusione della mia vita, la cosa avrebbe un senso che crederei di capire; d’altra parte, tutto questo potrebbe anche rappresentare una preparazione radicale per un nuovo inizio, contrassegnato dal matrimonio, dalla pace e da un compito nuovo» (ivi, p. 365).
Sì, la ferita del tempo si fa davvero inguaribile quando è accompagnata dall’insensatezza e dal vuoto interiore. Può, invece, fiorire in benedizione e in pace quando sappiamo abitarla e accoglierla come un’ulteriore, certo Medita, lezione della vita. E mentre ancora misuro lo stordimento dei due mesi “perduti”, non so se per un accanimento della
mia coscienza che non riesce a rassegnarsi o per la rivelazione inattesa e non gradita della mia debolezza e fragilità, continuo a interrogare l’amico e maestro Dietrich Bonhoeffer, a scoprire con rinnovato stupore la ricchezza del suo itinerario spirituale e a fidarmi del cammino che ha percorso. Chissà che non giunga, anche io, ad aderire all’atto di fede che risolve il dissidio interiore descritto nella sua poesia forse più famosa, Chi sono?, e con il quale, ancora una volta, riconosceva che i nostri giorni sono custoditi, nonostante tutto, nelle mani amorevoli di Dio: «Chi sono io? Questo porre domande da soli è derisione. / Chiunque io sia, tu mi conosci, o Dio, io sono tuo!» (ivi, p. 480). 

(FEERIA, 2020/1 – n. 57 – pp. 46-52)