La fondazione trascendente della fraternità:

Benedetto XVI e papa Francesco

Mario Toso

Papa Francesco, sulle orme di papa Benedetto XVI,[1] riconosce che la ragione, da sola, è in grado di cogliere l’uguaglianza tra gli uomini, ma non riesce a fondare la fraternità.[2] Senza un’apertura trascendente al Padre di tutti non ci possono essere ragioni solide e stabili per l’appello alla fraternità. È la fede che ci consente l’accesso alla conoscenza e alla realtà della paternità di Dio e della fraternità trascendente. Dio, mediante Maria, ci dona suo Figlio, il Verbo che si fa carne. Così, Maria è la madre della nostra fraternità, sia dal momento del suo sì all’invito dell’Angelo ad essere Madre di Dio, sia allorché ricevette sotto la Croce una maternità universale (cf Gv 19,26). Noi siamo chiamati ad accogliere Gesù Cristo come Colui nel quale siamo e viviamo figli nel Figlio, ossia come umanità fraterna. Vivendo in Gesù Cristo – che è lo «spazio», l’«ambiente» di una vita nuova – sperimentiamo sia una Paternità trascendente sia una fraternità universale, in tutto il loro spessore metafisico e il loro traboccante amore che viene dalla Trinità. Incarnandosi, Gesù Cristo innesta e stabilizza nella nostra umanità il principio divino dell’amore trinitario, un amore trascendente, che accresce la consapevolezza della paternità di Dio e la responsabilità fraterna di ogni uomo e di ogni donna nei confronti di tutti gli altri.
Come ha spiegato Benedetto XVI nella CIV, la fraternità trova la sua origine e, quindi, la sua fondazione più che razionale, a partire «da una vocazione trascendente di Dio Padre, che ci ha amati per primo, insegnandoci per mezzo del Figlio che cosa sia la carità fraterna».[3] L’unità nella carità del Cristo, che ci chiama tutti a partecipare in qualità di figli alla vita del Dio vivente, ci rivela sia  che Egli è Padre di tutti gli uomini, sia che è all’origine dell’unità del genere umano. In Cristo, vivendo Lui, siamo chiamati alla realizzazione di un’autentica fraternità.[4] «La comunità degli uomini può essere costituita da noi stessi, ma non potrà mai con le sole sue forze essere una comunità pienamente fraterna – scrive Benedetto XVI – né essere spinta oltre ogni confine, ossia diventare una comunità veramente universale: l’unità del genere umano, una comunione fraterna oltre ogni divisione, nasce dalla con-vocazione della parola di Dio-Amore».[5]
Se si confrontano la CIV di Benedetto XVI con la FT di papa Francesco si può rilevare facilmente come il pontefice tedesco abbia precorso l’attuale successore di Pietro. Nella CIV si afferma chiaramente che è la carità a spingerci alla realizzazione di un’autentica fraternità. Questa va vissuta anche all’interno della attività economica e non soltanto fuori di essa o «dopo» di essa. La sfera economica, sottolinea papa Benedetto XVI, non è né eticamente neutrale né di sua natura disumana e antisociale. Poiché appartenente all’attività dell’uomo e, quindi, perché è umana, deve essere strutturata e istituzionalizzata eticamente, fraternamente. Facendo leva su un’antropologia relazionale, ad impronta trinitaria, il pontefice giunge a proporre, sia a livello di pensiero sia a livello di prassi, un’economia con rapporti mercantili tutt’altro che alieni dai principi dell’etica sociale (trasparenza, onestà, responsabilità), della gratuità, dalla logica del dono, espressioni della fraternità.[6] Non è velleitario pensare, afferma Benedetto XVI, che nel mercato si aprano spazi per attività economiche realizzate da soggetti che liberamente scelgono di informare il proprio agire a principi diversi da quelli del puro profitto, senza per ciò stesso rinunciare a produrre valore economico. Essendo espressione delle persone, soggetti connotati dalla fraternità, la vita economica nazionale o globalizzata ha sicuramente bisogno del contratto, di leggi giuste e di forme di ridistribuzione guidate dalla politica, ma anche di opere che recano impresso lo spirito del dono. Sulle orme di Giovanni Paolo II che già aveva sottolineato come la vita economica nei suoi vari soggetti – mercato, Stato, società civile – si caratterizza anche per essere un’economia della gratuità e della fratellanza, Benedetto XVI giunge ad affermare: «Oggi possiamo dire che la vita economica deve essere compresa come una realtà a più dimensioni: in tutte, in diversa misura e con modalità specifiche, deve essere presente l’aspetto della reciprocità fraterna. Nell’epoca della globalizzazione, l’attività economica non può prescindere dalla gratuità, che dissemina e alimenta la solidarietà e la responsabilità per la giustizia e il bene comune nei suoi vari soggetti e attori. Si tratta, in definitiva, di una forma concreta e profonda di democrazia economica. La solidarietà è anzitutto sentirsi tutti responsabili di tutti, quindi non può essere delegata solo allo Stato. Mentre ieri si poteva ritenere che prima bisognasse perseguire la giustizia e che la gratuità intervenisse dopo come un complemento, oggi bisogna dire che senza la gratuità non si riesce a realizzare nemmeno la giustizia. Serve, pertanto, un mercato nel quale possano liberamente operare, in condizioni di pari opportunità, imprese che perseguono fini istituzionali diversi. Accanto all’impresa privata orientata al profitto, e ai vari tipi di impresa pubblica, devono potersi radicare ed esprimere quelle organizzazioni produttive che perseguono fini mutualistici e sociali. È dal loro reciproco confronto sul mercato che ci si può attendere una sorta di ibridazione dei comportamenti d’impresa e dunque un’attenzione sensibile alla civilizzazione dell’economia. Carità nella verità, in questo caso, significa che bisogna dare forma e organizzazione a quelle iniziative economiche che, pur senza negare il profitto, intendono andare oltre la logica dello scambio degli equivalenti e del profitto fine a se stesso».[7]
In definitiva, secondo Benedetto XVI, la carità nella verità, principio vitale di cui Gesù Cristo si è fatto portatore, è forza propulsiva di una nuova economia, ove le varie attività economiche, la finanza, il libero mercato, le istituzioni private e pubbliche, l’imprenditorialità, al proprio interno e nei rapporti esterni, sono chiamate a strutturarsi in termini relazionali più equi, improntati anche alla logica della gratuità, della reciprocità fraterna.
Non va dimenticato che la prospettazione di Benedetto XVI di una figura germinale di teologia dello sviluppo e dell’economia, caratterizzata rigorosamente secondo dimensioni più agapiche e fraterne, non avviene aprioristicamente o deduttivamente, movendo esclusivamente dai contenuti rivelati, secondo cui le persone sono icone viventi della Trinità, circolazione di Verità e di infinito Amore. La riflessione del pontefice tedesco, in maniera analoga a quella di papa Francesco, si avvale anzitutto di un’attenta analisi esperienziale a valenza induttiva, la quale rivela come, nonostante il prevalere di un’economia e di una finanza orientate secondo linee neoliberistiche, si stia affermando progressivamente sia il cosiddetto terzo settore o privato sociale o economia civile, costituito da libere associazioni, volontariato, cooperative di solidarietà sociale, fondazioni e organizzazioni non profit, sia un’area economica intermedia tra il for profit e il non profit. Si tratta di imprese tradizionali, che però sottoscrivono dei patti parasociali di aiuto ai Paesi arretrati; di Fondazioni, espressione di singole imprese; di gruppi imprenditoriali aventi scopi di utilità sociale; e del variegato mondo dei soggetti della cosiddetta economia civile e di comunione.[8]
Facendo leva, dunque, sull’esistenza di istituzioni economiche caratterizzate da rapporti umani più autentici, dall’amicizia, dalla solidarietà fraterna; confortato dal fenomeno di una globalizzazione che, nonostante vari aspetti negativi, coinvolge popoli ed economie entro un dinamismo di maggior interdipendenza ed unificazione, Benedetto XVI giunge a configurare l’ideale storico concreto di un’economia mondiale, protesa alla realizzazione della sua essenza personalista e comunitaria, relazionale e fraterna.
Una tale essenza, colta dalla ragione, attende l’ordine della rivelazione, per completarsi secondo quella vocazione originaria che le è insita, ma è oscurata e indebolita dalla cupidigia, dalla sete di potere, in una parola, dal peccato.
Il pontefice evidenzia così la portata o rilevanza sociale e storica più adeguata di un’economia, di una finanza, di un mondo imprenditoriale, consapevoli di essere finalizzati alla costruzione, dinamica e progressiva, di una famiglia umana più fraterna, più solidale e più giusta.
La stessa impresa è chiamata a vivere il principio della fraternità. Che cosa significa in concreto? Significa, innanzitutto, strutturare l’impresa non solo quale luogo in cui si producono beni e servizi, si attua il principio dell’equivalenza di valore dei beni scambiati, ma anche quale istituzione umana in cui le persone si incontrano, interagiscono, stipulano contratti sulla base di una fiducia reciproca generalizzata. I protagonisti dell’impresa sono sollecitati ad agire non solo in quanto soggetti economici, ma anche nella loro qualità di persone inserite in una trama di relazioni sociali più vaste, come la famiglia, la propria Nazione, il mondo. Detto ancora più concretamente, le persone sono richieste di operare nell’impresa come esseri concreti e storici, non svestiti di quelle qualità umane di relazionalità, di solidarietà e di fiducia, che sono indispensabili all’impresa stessa per espletare la propria funzione economica. Proprio per questo, la CIV sollecita a pensare all’impresa – specie in un momento storico in cui si stava registrando un deficit  di fiducia tra persone e istituzioni finanziarie e in cui erano apparse con maggior evidenza le interdipendenze tra i settori economici – come un luogo in cui, oltre alla giustizia commutativa, va vissuta la giustizia sociale intesa soprattutto come giustizia contributiva e non solo distributiva, ossia giustizia che incrementa le forme di fiducia reciproca e di solidarietà. Senza queste espressioni di un particolare senso di fraternità, al mercato e all’impresa viene a mancare quella coesione sociale che è loro necessaria per essere se stessi.[9]
Il principio di fraternità dev’essere sale della vita dell’imprenditore, del manager, delle relazioni interne alle imprese e di quelle che intercorrono tra imprese nel mercato. Un tale principio deve divenire motivazione interna dell’azione in entrambi i campi. Oltre alla motivazione di produrre beni e servizi con il minor dispendio di energie; di perseguire il profitto, fine legittimo dell’impresa; di pagare l’operaio in base alla sua prestazione, ci dev’essere la motivazione che sospinge a dare lavoro, a pagare equamente i lavoratori, perché esseri umani uguali a me, esseri fraterni, esseri aventi responsabilità famigliari, ai quali spetta non solo il minimo sindacale, bensì una remunerazione che tenga anche conto del loro contributo al reddito nazionale e mondiale.
Il principio della fraternità, secondo Benedetto XVI, trova una declinazione privilegiata nell’area intermedia che si va costituendo tra profit e non profit, in cui il profitto è perseguito come strumento per realizzare finalità umane e sociali. Secondo il pontefice, quest’area va accresciuta, perché essa, con i suoi valori di fraternità e solidarietà, costituisce in certa maniera l’humus da cui si alimentano le stesse macroimprese. Proprio per questo, nella CIV si invoca che quest’area intermedia trovi ampia ed adeguata configurazione giuridica e fiscale in tutti i Paesi.[10]
La fraternità, così come è pensata da Benedetto XVI, ossia non come un vago sentimento, bensì come un farsi carico del proprio simile per rispondere alle sue esigenze e alla sua dignità, sollecita al rafforzamento di un’imprenditorialità plurale, plurivalente. Per rispondere ai molteplici bisogni dei cittadini e della società, per conseguire più efficacemente il bene comune, tutti debbono divenire più imprenditivi, attivi e creativi. Urge, come già accennato, dar vita a vari tipi di imprese, che vadano ben oltre il modello di quelle «private» e «pubbliche», con uno scambio e una formazione reciproca tra le diverse tipologie di imprenditorialità e un travaso di competenze dall’una all’altra. In tutto questo, la fraternità svolge la funzione di un potente incentivo: quanto più numerosi sono i bisogni della persona e della società, tanto più debbono essere moltiplicati i vari tipi di impresa; quanto più si vuole rendere il sistema imprenditoriale commisurato alla dignità delle persone e ai bisogni della famiglia, del bene comune, dello sviluppo dei Paesi più poveri, tanto più bisogna incrementare non solo quanto è prescritto dalla legge, ma anche quanto è suggerito dal nostro essere e percepirci un’unica famiglia umana, nella quale la crescita degli uni dipende da quella degli altri, nella quale vi sono doveri che, pur non essendo imposti per legge, sono ugualmente cogenti per il fatto che siamo tutti interdipendenti, partecipi di una stessa umanità fraterna.
Per quanto detto, è anche facile comprendere come la fraternità sia un movente essenziale nella configurazione di un nuovo Stato sociale, che intende produrre beni e servizi sempre più commisurati alle persone concrete, ai loro bisogni che spesso vanno al di là del puro bisogno materiale, perché sono di natura psicologica, affettiva, religiosa. Detto altrimenti, la fraternità diventa criterio di riforma e di innovazione del Welfare State in una Welfare Society, secondo cui il benessere è conseguito dalla società civile conformemente alla dignità della persona umana e al suo bene integrale.
Il principio di fraternità, secondo Benedetto XVI, deve trovare un’adeguata applicazione anche nelle imprese finanziarie,[11] oltre che nella tenuta morale delle società, nella famiglia umana e nei rapporti intergenerazionali, nella distribuzione planetaria delle risorse energetiche, nei rapporti tra i Paesi in via di sviluppo e i Paesi altamente industrializzati, nell’ecologia, nei rapporti tra credenti e non credenti.[12]
Nella FT, papa Francesco evidenzia giustamente che il principio di fraternità sollecita, come già accennato, la globalizzazione dei diritti e dei doveri, dei singoli e dei popoli, la riduzione del debito dei Paesi poveri, un’etica globale di solidarietà e cooperazione.[13] Il fatto che come esseri umani siamo tutti fratelli e sorelle obbliga a nuove prospettive e risposte quanto ai migranti e ai rifugiati (cf capitolo IV). In questo capitolo papa Francesco offre una sintesi più organica del suo pensiero sulle migrazioni e sui rifugiati.
Nel capitolo V, approfondendo il tema della migliore politica, indispensabile alla realizzazione del bene comune, papa Francesco porta la sua riflessione su un piano più elevato, chiaramente trascendente, pienamente cristiano. Perché sia  possibile lo sviluppo plenario di una comunità mondiale, capace di realizzare la fraternità a partire da popoli e nazioni che vivano l’amicizia sociale, il pontefice fa ultimamente appello alla carità, virtù teologale. Una tale virtù implica, ovviamente, la fede in Dio. Il che mette in luce come il pontefice argentino, senza alcuna esitazione, giunge a proporre per la vita politica e per i cittadini, come per i responsabili della cosa pubblica, un umanesimo trascendente, un’esistenza aperta alla vita cristiana, all’amore di Cristo. La maggior forza a servizio dello sviluppo e della politica a servizio del bene comune è un umanesimo cristiano, guidato da un amore pieno di verità. Solo la carità unifica le persone, è in grado di giungere ai fratelli e alle sorelle lontani, a quelli più ignorati. Per attuare il bene comune mondiale c’è, dunque, bisogno dell’amore più grande, ossia della carità. Il motivo? Perché sono realisti e non disperdono niente che sia necessario per una trasformazione della storia a beneficio degli ultimi. Il bene comune mondiale, a sua volta, esige un potere internazionale che da una parte limiti il superpotere finanziario, subordinante a sé la politica, e che dall’altra promuova la sovranità del diritto,[14] favorendo tra gli strumenti normativi gli accordi multilaterali.[15]
Non vi sono, pertanto, alternative all’amore politico – sia a livello nazionale, sia a livello internazionale e sovranazionale – e, in particolare, alla carità, afferma con convinzione papa Francesco. Il che equivale a dire, se siamo ben consci, che per i credenti, che si impegnano nel sociale e nella politica, l’annuncio di Cristo e del suo Amore, è primo e principale fattore della migliore politica. E tutto questo perché ciò è un’esigenza intrinseca sia al riconoscere ogni essere umano come un fratello o una sorella, ossia come figlio o figlia di Dio, sia al ricercare un’amicizia sociale che includa tutti. Ne consegue, ovviamente, che qualunque impegno che decida le cose e trovi percorsi efficaci in tale direzione diventa un esercizio alto della carità. Quando ci si unisce ad altri per dare vita a processi sociali di fraternità e di giustizia per tutti, si entra, rimarca papa Francesco, nel campo della più vasta carità politica,[16] una delle forme più alte della carità, in quanto ricerca il bene comune.
Facendo tesoro delle affermazioni di Benedetto XVI, reperibili nella enciclica avente come incipit l’espressione Caritas in veritate, papa Francesco ribadisce che la carità sociale, che anima la costruzione di un mondo più fraterno, giusto e pacifico, è un amore che si accompagna indissolubilmente all’impegno per la verità. Proprio il rapporto con questa favorisce l’universalismo della carità, preservandola dall’essere relegata in un ambito ristretto e privato di relazioni.[17] Senza la verità, l’emotività si vuota di contenuti relazionali e sociali. Senza di essa, la fraternità non è riconosciuta, il dialogo pubblico ed interreligioso si interrompono, vengono meno il retto esercizio dell’autorità, il fondamento del consenso politico,[18] la realizzazione del bene comune,[19] la giustizia e la misericordia.[20]
L’amore politico, amore congiunto alla verità e alla fraternità, si concretizza secondo molteplici direttrici. È diretto verso persone e popoli (amore elicito), a creare istituzioni più sane, ordinamenti più giusti, strutture più solidali (amore imperato), alla preferenza degli ultimi (persone e popoli), a globalizzare i diritti umani essenziali,[21] a eliminare la fame e lo scandalo dello scarto di tonnellate di alimenti, a favorire l’incontro e l’inclusione, a lottare contro l’intolleranza fondamentalista e i fanatismi,[22] a praticare la tenerezza,[23] ad avviare nuovi processi, a sperare.[24]

NOTE

[1] Cf FT 272.
[2] Cf CIV, 19.
[3] Cf CIV 19.
[4] Cf ib., 20.
[5] Ib., 34.
[6] Cf ib., 36.
[7] Ib., 38.
[8] Cf CIV 46. Terzo settore, non profit, profit sono espressioni oramai di uso comune che entrano per la prima volta in un’enciclica sociale. Sul modo in cui nell’economia si possa essere mossi non solo da interessi personali e dal profitto ma anche dal desiderio di aiutare gli altri, dalla solidarietà e dalla gratuità  si leggano, fra gli altri, L. Bruni-S. Zamagni, Economia civile, Il Mulino, Bologna 2004; L. Becchetti, Oltre l’homo oeconomicus. Felicità, responsabilità, economia delle relazioni, Città Nuova, Roma 2009; L. Bruni, L’impresa civile, Egea, Milano 2009.
[9] Cf CIV 35.
[10] Cf ib., 46.
[11] Su questo si legga M. TOSO, La speranza dei popoli. Lo sviluppo nella carità e nella verità. L’enciclica sociale di Benedetto XVI, LAS Roma 2010, pp. 53-54.
[12] Cf CIV 57.
[13] Cf FT 121-127.
[14] Cf ib., 174. Anche con riferimento al tema del potere internazionale e la sua configurazione, in ordine a salvaguardare la fraternità e la giustizia mondiali, si può scorgere continuità di pensiero tra Benedetto XVI e papa Francesco. In un contesto mondiale in cui dominano strategie orientate ad un maggior individualismo, in cui esiste l’urgenza di creare un sistema giuridico di regolamentazione delle rivendicazioni e degli interessi più forti, delle pretese di falsi diritti, in cui si assiste a una perdita di potere degli Stati nazionali, soprattutto perché la dimensione economico-finanziaria, con caratteri transnazionali, tende a predominare sulla politica, diventa indispensabile lo sviluppo di istituzioni internazionali più efficacemente organizzate, con autorità designate in maniera imparziale mediante accordi tra i governi nazionali e dotate del potere di sanzionare. «Quando si parla della possibilità di qualche forma di autorità mondiale regolata dal diritto – scrive papa Francesco riferendosi proprio a Benedetto XVI e spiegandone il pensiero -non necessariamente si deve pensare a un’autorità personale. Tuttavia, dovrebbe almeno prevedere il dare vita a organizzazioni mondiali più efficaci, dotate di autorità per assicurare il bene comune mondiale, lo sradicamento della fame e della miseria e la difesa certa dei diritti umani fondamentali» (FT 172). Sempre muovendosi sulla scia di Benedetto XVI, papa Francesco aggiunge: «In questa prospettiva, ricordo che è necessaria una riforma “sia dell’Organizzazione delle Nazioni Unite che dell’architettura economica e finanziaria internazionale, affinché si possa dare reale concretezza al concetto di famiglia di Nazioni”» (FT 173). Ciò presuppone limiti giuridici precisi, per evitare che si tratti di un’autorità cooptata solo da alcuni Paesi e, nello stesso tempo, impedire imposizioni culturali o la riduzione delle libertà essenziali delle nazioni più deboli a causa di differenze ideologiche. Infatti, quella internazionale è una comunità giuridica fondata sulla sovranità di ogni Stato membro, senza vincoli di subordinazione che ne neghino o ne limitino l’indipendenza. Ma il compito delle Nazioni Unite, a partire dai postulati del Preambolo e dei primi articoli della sua Carta costituzionale, può essere visto come lo sviluppo e la promozione della sovranità del diritto, sapendo che la giustizia è requisito indispensabile per realizzare l’ideale della fraternità universale. Bisogna assicurare il dominio incontrastato del diritto e l’infaticabile ricorso al negoziato, ai buoni uffici e all’arbitrato, come proposto dalla Carta delle Nazioni Unite, vera norma giuridica fondamentale. Occorre evitare che questa Organizzazione sia delegittimata, perché i suoi problemi e le sue carenze possono essere affrontati e risolti congiuntamente.
[15] Da papa Francesco viene l’invito di un cambio radicale anche nelle relazioni internazionali. Per avere maggiore certezza della destinazione comune dei beni della terra, della realizzazione della giustizia e della fraternità planetarie non appaiono più sufficienti le forme dei rapporti bilaterali tra gli Stati e i popoli. Paesi potenti e grandi imprese preferiscono trattare con altri Paesi più piccoli o poveri al fine di trarne vantaggi superiori. Francesco auspica rapporti multilaterali, ossia che si raggiungano «accordi regionali con i vicini, che permettano loro di trattare in blocco ed evitare di diventare segmenti marginali e dipendenti dalle grandi potenze» (FT 153).
[16] Cf FT 180.
[17] Cf FT 184.
[18] Cf FT 206: «Il relativismo non è la soluzione. Sotto il velo di una presunta tolleranza, finisce per favorire il fatto che i valori morali siano interpretati dai potenti secondo le convenienze del momento. Se in definitiva “non ci sono verità oggettive né principi stabili, al di fuori della soddisfazione delle proprie aspirazioni e delle necessità immediate, […] non possiamo pensare che i programmi politici o la forza della legge basteranno. […] Quando è la cultura che si corrompe e non si riconosce più alcuna verità oggettiva o principi universalmente validi, le leggi verranno intese solo come imposizioni arbitrarie e come ostacoli da evitare”».
[19] Cf FT 202.
[20] Cf ib., 227.
[21] Cf ib., 189.
[22] Cf ib., 191.
[23] Cf ib., 193-195.
[24] Cf ib., 196.

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