Comunità secondo il Vangelo

Madeleine Delbrêl

COMUNITÀ EVANGELICHE PER IL NOSTRO TEMPO

C’è gente che Dio prende e mette da parte.
Ma ce n’è altra che egli lascia nella moltitudine, che non «ritira dal mondo».
È gente che fa un lavoro ordinario, che ha una famiglia ordinaria o che vive un’ordinaria vita da celibe. Gente che ha malattie ordinarie, e lutti ordinari. Gente che ha una casa ordinaria, e vestiti ordinari. È la gente della vita ordinaria. Gente che s’incontra in una qualsiasi strada.
Costoro amano il loro uscio che si apre sulla via, come i loro fratelli invisibili al mondo amano la porta che si è richiusa definitivamente sopra di essi.
Noialtri, gente della strada, crediamo con tutte le nostre forze che questa strada, che questo mondo dove Dio ci ha messi è per noi il luogo della nostra santità.
Noi crediamo che niente di necessario ci manca. Perché se questo necessario ci mancasse Dio ce lo avrebbe già dato.

(Noi delle strade, Gribaudi, p. 65).

A PROPOSITO DELLA NASCITA DI PICCOLE COMUNITÀ LAICHE

Non si tratta qui di uno studio sull’insieme del movimento che fa sorgere, in margine alla vita religiosa, dei gruppi, delle équipe, delle famiglie spirituali simili e diverse.
Ancor meno si tratta di esprimere un giudizio su tale insieme, questi sono soltanto degli appunti.
Utilizzando le esperienze fatte in questo tipo di vita, vogliamo soltanto sottolinearne i punti forti e quelli più fragili, indicare le sue ragioni d’essere, sottolineare i motivi dell’attrazione che esercita nelle anime, la sua possibile utilità per la Chiesa, la sua risposta ai bisogni attuali del mondo.
Questi appunti non hanno nulla di definitivo, scaturiscono dal pieno della vita e la vita che li ha modificati, li modificherà sicuramente ancora.
Non hanno nulla di assoluto o di generale. Non sono un panorama scattato dall’aereo. Collocati in un punto qualsiasi nella massa che cresce, subiamo le leggi della prospettiva. Esse influenzano le nostre riflessioni come influenzano i punti di vista di coloro che si trovano altrove.
Alcuni aspetti della nostra vita che noi riteniamo essenziali saranno accidentali per altri.
Alcune prospettive Che a noi sembrano secondarie saranno per altri oggetto preciso di vocazione.
Dopo avere chiaramente insistito sul carattere relativo di questi appunti, lasceremo a coloro che non vivono la nostra vita la possibilità di situarla in modo obiettivo.

Vita evangelica

Vivere nella Chiesa, al giorno d’oggi, le parole, i gesti, gli insegnamenti di Gesù. Farlo semplicemente; un po’ alla lettera, come farebbe la gente che ascoltasse il Vangelo per la prima volta. Come dei fanciulli che hanno fiducia e non domandano spiegazioni; come ignoranti che non hanno obiezioni da fare; come innamorati che vogliono esaudire anche il più piccolo desiderio di colui che amano.

Vita donata

L’essenziale di questa vita, la sua ragion d’essere e la sua gioia, quello senza il quale essa ci sembrerebbe vana è un dono di noi stessi a Dio, in Gesù Cristo.
È l’essere nel mondo, immersi nel mondo, particella di umanità abbandonata, offerta in tutti i suoi tessuti, non più cosa nostra. Essere degli isolotti di residenza divina. Assicurare un luogo a Dio. Essere votati innanzitutto all’adorazione. Lasciar pesare sopra di noi, fino a schiacciarci, il mistero della vita divina. Essere, nelle tenebre dell’ignoranza universale, dei momenti di presa di coscienza di Dio. Sapere che questo è l’atto salvifico per eccellenza: credere in nome del mondo, sperare per il mondo, amare per il mondo. Sapere che un attimo di vita carico di fede, anche se privo di ogni azione, di ogni espressione visibile, possiede una forza di valorizzazione, una potenza vitale che tutte le nostre povere azioni umane non potrebbero sostituire.
Il resto è un di più, magari necessario, ma necessario come una conseguenza.
Questo è il granello, il germe. Se il germe esiste, la pianta di vita evangelica non potrà non crescere. Se invece tentiamo di seminare tutti i fiori del Vangelo: dedizione, povertà, umiltà e tutto il resto, se noi vogliamo far questo prima di avere seminato questo granello, pianteremo dei giardini di fiori recisi che svaniranno in due giorni.
È per Dio che noi amiamo il mondo, perché vogliamo portarlo al Regno dei cieli.
A che cosa servirebbe il nostro sforzo se noi per primi resistessimo all’opera devastatrice e trasformatrice di questo Regno, se chiudessimo il nostro essere all’invasione della grazia di Dio?
Se il mondo non ci servisse a risalire verso il cielo o a tuffarci nella misericordia vorrebbe dire che non saremmo capaci di valerci di quella sorta di Sacramento che esso contiene. Gli ambienti strettamente umani, che sono gli ambienti senza fede in cui noi viviamo, dovrebbero far nascere in noi una sete inestinguibile di soprannaturale.
Viverci deve farci capire quanto spesso essi siano in regola con i lumi ricchi o miserabili che hanno ricevuto dal mondo profano. Ma ancor più deve farci percepire come per «animare» questo mondo profano sia necessaria una effusione prodigiosa di grazia.
Ora, la grazia non si rende presente che con gli atti di fede, di speranza e di carità.
Se la nostra vita in comune con il mondo richiede che ne condividiamo íl ritmo quotidiano, questa partecipazione deve cessare se ci impedisce la partecipazione di quell’eterno che è il fondamento stesso della nostra vocazione.

Vita di preghiera

Vita di preghiera evangelica, ad immagine di quella di Gesù. Vita allo sbaraglio. Sferzati da tutti i venti del mondo. Calamitati dal mistero di Dio, afferrati da lui. Non tralasciando ciò che Gesù’ stesso non ha tralasciato: pause profonde e spesso prolungate di immersione in Dio solo. Ma preghiera che, come quella di Gesù, non intende di essere segregata ín queste pause. Preghiera che invade ogni ora della giornata e la permea, che scaturisce da qualsiasi incontro come il fuoco dal legno. Provocata e non ostacolata dal mondo. Essa lo irriga di grazia, lo rivolge quasi suo malgrado verso Dio, lo polarizza a sua insaputa verso il suo vero destino: lo converte.
Come l’elettricità scorre, lungo i fili conduttori, questa preghiera ci segue nelle fasi della nostra vita, vivifica le nostre azioni, ne colma i vuoti. Vive là dove noi siamo, è nei luoghi del nostro lavoro, al tavolo dove scriviamo, nelle nostre case, nelle nostre strade. Ascolta insieme a noi, parla con noi, dona, consola, lenisce, calma. Essa è libera della libertà di Dio.

Imitazione di Gesù

Alla base di questa vita vi è l’imitazione elementare e semplice di Gesù. Un bisogno invincibile di condividere il suo stile di vita.
Essere povero insieme a lui, essere puro perché lui lo è, essere obbediente per condividere la sua obbedienza.
Non possedere nulla da soli, ed il meno possibile in comune, per diventare il Cristo povero. Non sposarsi per appartenere a lui corpo ed anima. Essere obbedienti per vivere insieme a lui della sola volontà del Padre.
Vivere come un mistero di unione a lui questa via evangelica che egli ci ha tracciato.
Ma imparare da lui che questa via non può condurre che alla carità fraterna.
Prendere alla lettera, con un ardente realismo, la parola «fratello» con la quale egli vuole che noi ci chiamiamo. Sapere che ogni essere che entra nella nostra vita è veramente nostro fratello; e come tale trattarlo. Nulla rifiutare ad uno sconosciuto di quanto daremmo ad un fratello secondo la carne.
Tutto ciò di cui noi facciamo uso, è di colui che incontriamo, se ne ha bisogno: questo è il punto di arrivo della nostra povertà.
Una disponibilità sempre in azione è il risultato della nostra vita senza famiglia.
Il servizio del bene di tutti è il risultato della nostra obbedienza.
Questo è il punto d’incontro di tutti i precetti, di tutti i consigli.
È la pietra di paragone della loro gerarchia nella nostra vita. Ed è un’avventura di cui non vediamo mai la fine.

L’ospitalità

Vi è una grazia dell’ospitalità. Vorremmo ritrovarne la genuinità, quale fu conosciuta e vissuta dalle prime comunità cristiane.
Ospitalità significa che gli altri si trovino da noi come in casa loro. Ai pasti sono attesi anche se non sono invitati. Il nostro tetto è il loro. Il loro ingresso nella nostra vita comporta il loro ingresso nella nostra casa.
Ciò che abbiamo in casa nostra appartiene anche a loro, se non ne possiedono l’equivalente. In casa nostra sono preferiti a noi stessi.
L’ospite non è trattato con il metro della giustizia ma dell’amore. Non può essere giudicato, ma considerato nella misericordia.
Fra lui e noi i debitori siamo noi, perché pochi misteri evangelici sono più ricchi di quello dell’ospitalità. In lui noi riceviamo Gesù in una sorta di comunione collettiva, con lui riviviamo l’esperienza di Gesù che nella sua vita ha portato a compimento la legge ebraica ed orientale dell’ospitalità: per mezzo di lui abbiamo l’opportunità di obbedire a precetti carichi di promesse.
«Colui che vi accoglie accoglie me, colui che mi accoglie accoglie colui che mi ha mandato. Colui che riceve un profeta in veste di profeta riceve una ricompensa di profeta».

Umiltà

Questa vita ha una grande fortuna: quella di potere accettare il messaggio evangelico di umiltà, di nascondimento, di annullamento, in tutta la sua abissale profondità.
Non ha un onore da difendere, può accettare tutte le contraddizioni, tutte le incomprensioni senza che le venga imposto il dovere di parlare.
Pertanto rischierebbe di venir meno gravemente alla sua vocazione se cedesse alla tentazione di far rumore intorno a sé, se trasformasse la sua nascita in una specie di rivoluzione.
Essa è legata al soffio dello Spirito; la sua via è legata indissolubilmente al silenzio.
Spesso la si è paragonata ad un lievito. L’azione del lievito non fa chiasso.
Poiché la parola «testimonianza» le serve spesso, sarebbe tentata qualche volta di dimenticare che la testimonianza non è che una conseguenza: Dio stesso se ne occupa per colui che lo porta nel cuore.
Potrebbe scordarsi che «la lampada dell’occhio» può attingere solo in Gesù la sua luce e che guardare a sé stessi potrebbe falsare irrimediabilmente la propria vocazione più profonda.
I testimoni sono resi tali da colui che li inabita. Non si fabbricano certo in una specie di messa in scena teatrale.
Collocarsi in questa vita all’ultimo posto ed il più sepolto, è la condizione prima della sua germinazione e della sua fecondità.

Insicurezza

Ci sembra che questo tipo di vita abbia il compito di sperimentare spregiudicatamente all’interno della Chiesa una insicurezza che non possono permettersi volontariamente le famiglie o alcune comunità spirituali.
Questa insicurezza si fonda sull’ignoranza. Ignorare il proprio destino materiale. Non avere capitali che garantiscano il pane di domani. Abitare una casa dalla quale si rischia di essere sfrattati da un momento all’altro. Adottare uno stile di vita instabile perché legato a ciò che costa poco per vestirsi, alloggiare, nutrirsi. Sempre a questo fine rinunciare alle tradizioni, ai punti fissi di riferimento.
Non preoccuparsi del proprio destino spirituale. Votarsi all’insicurezza dell’essenziale. L’essenziale è come l’anima, raccoglie tutti i suoi elementi variabili e contingenti che continuamente si è tentati di confondere con esso. La sua povertà è senza volto, è indefinibile. Volerle dare uno «stile», significa rinunciare ad essa.
Quando si cerca il puro e solo essenziale, la ricerca del Cristo, si vede crollare il piano delle definizioni e dei sistemi, degli itinerari e dei fini. Ci si trova condotti ad accettare il susseguirsi delle circostanze senza che nessuna sia conclusiva, dei cambiamenti essenziali senza che nessuno ci faccia dire: «Adesso basta».
E rinunciare ad aggrapparci ad un giudizio positivo di sé stessi: accettare d’essere lo sconosciuto del domani.
«Nessuno sa di dove venga né dove vada».
«I passi di Dio percorrono il mare». Il passo di ieri è cancellato, quello di domani non è ancora tracciato.
Dio aspetta da noi questa speranza senza curiosità. Allo stesso modo, attende da noi, sopra l’oscura monotonia della fede, delle testimonianze di amore che sappiano continuamente rinnovarsi.

Lavoro

Gesù ha lavorato. Egli si è guadagnato da vivere: il lavoro è un modo di comunicare con Lui… Il mondo pagano in cui viviamo non potrebbe leggere un Vangelo in cui il lavoro di Gesù fosse assente.
La necessità di guadagnarsi il pane è una povertà. È anche una libertà che ci evita di essere solidali con la ricchezza altrui e ci permette di mettere la nostra vita in contatto con chiunque, secondo la logica della carità e non secondo quella della necessità.
Per tutte queste ragioni, ma prima di tutto per imitare Gesù, noi viviamo del nostro lavoro.

Vita comune

«Dove due o più sono riuniti nel mio nome, io sarò con loro». Vivere in comunità è un esprimere per il mondo una sorta di sacramento. È un garantire la presenza di Gesù.
La vita comune vissuta con spirito di carità totale è una scintilla di cui difficilmente si può fare a meno per accendere il fuoco con coloro che ci circondano.
Il «Guai ai soli» può valer per ogni sorta di solitudine eremitica. I deserti di sabbia non sono i soli a generare le illusioni, i miraggi, le ossessioni. La vita comune è sempre stata un buon antidoto per queste forme di vita.
La testimonianza di uno solo, che lo voglia o meno, porta soltanto la sua firma. La testimonianza di una comunità porta, se questa è fedele, la firma del Cristo.
Se tutte le virtù evangeliche trovano il loro completamento nella carità fraterna, la carità della comunità porta questo compimento al massimo di intensità.
Vi è un tipo di povertà, di obbedienza, di umiltà che può sgorgare solo da una carità insaziabile vissuta in comunità. Ecco perché noi viviamo insieme.

Prudenza

Una vita simile è una vita di rischio: bisogna saperlo. Il mondo è la sede del nemico e noi ci viviamo. Non siamo vaccinati contro nessuno dei suoi contagi. Bisogna viverci da prudenti e non da temerari.
Significherebbe conoscere male questo tipo di vita il pensare di convogliare verso di essa persone troppo fragili per le forme più tradizionali. Se è esatto credere che alcuni squilibri, per alcuni temperamenti, siano meno tangibili in questo tipo di vita anziché nella vita religiosa come attualmente viene praticata, non è meno esatto dire che la vita religiosa può difendere da determinati squilibri, il cui contagio avviene proprio a contatto del mondo.
Possiamo affermare che la vita di queste comunità può, in alcuni casi, salvaguardare e fortificare degli equilibri che la vita religiosa comprometterebbe, ma bisogna anche aggiungere che può pure compromettere degli equilibri che la vita religiosa salvaguarderebbe.
È necessario anche chiarire che queste comunità non equilibreranno mai una persona squilibrata per natura.
Infine, bisogna anche aggiungere: se la vita religiosa adattasse le sue forme al temperamento fisico e psicologico delle persone che vivono oggi, noi pensiamo che essa rimarrebbe la via più normale per la maggior parte di quelle che vogliono donarsi a Cristo.

Missione

Questa vita è essenzialmente missionaria. Ogni cristiano, in mezzo al mondo, costituisce una frontiera della grazia. Attraverso la sua persona, la grazia deve passare al di là. Con il loro inserimento schietto e naturale negli ambienti non credenti e peccatori, queste comunità hanno una acuta percezione della frontiera che esse occupano.
Anche in questo caso non devono fidarsi ad abbandonare il piano della fede.
Vivendo in un mondo per il quale il male è prima di tutto un male materiale, potrebbero scivolare verso una opzione che non è quella di Cristo, verso una gerarchia di valori che non è la sua.
Andando insieme a Gesù verso il più misero, il più malato, esse potrebbero confondere miseria umana e miseria soprannaturale, male e peccato. Potrebbero lasciarsi sedurre dalla povertà che passa, a svantaggio della povertà definitiva. Potrebbero preferire il sofferente al peccatore.
Affascinate dai contatti umani che i loro incontri moltiplicano, dalla vicinanza umana degli esseri dei quali condividono il destino, queste comunità potrebbero minimizzare il contatto misterioso e universale che Cristo stabilisce fra coloro che vivono di lui e gli sconosciuti di tutta la terra, fra il fondamento del loro essere soprannaturale e la profondità spirituale delle anime che esse avvicinano. Potrebbero preferire le comunioni umane alla comunione dei santi, la tattica delle simpatie al piano di redenzione.
È quindi necessario, da parte loro, un continuo confronto dei loro punti di vista con quelli del Cristo, per fare una costante revisione dei loro mezzi di salvezza.
Al di là dei contatti, del proposito di condividere la vita, degli aiuti, della lotta per una migliore giustizia, esse dovranno riscoprire continuamente, in definitiva, il cardine indispensabile della loro missione: la croce, la sola che può ritrovare ciò che era veramente perduto, la sola che guarisce ciò che era veramente malato.
Come a tutti coloro che battono i sentieri e che s’inoltrano nei deserti senza piste, Gesù dice, prima di ogni altra cosa, la prima parola del suo Vangelo: «Fate penitenza».
Per questo motivo, nella misura stessa in cui noi ci sentiamo chiamate alla diffusione del Regno dei cieli, ed a seguire Gesù Cristo, è necessario che noi ci votiamo alla rinuncia di noi stessi ed a portare quotidianamente la croce.

Mistero della Chiesa

Nella Chiesa al mistero che domina ogni vita umana si sovrappone un mistero di ordine soprannaturale.
Ogni anima, in ognuna di queste comunità, ed ognuna di queste comunità nel nostro tempo, partecipa del mistero della Chiesa.
La Chiesa pervade il mondo, salva il mondo e noi siamo misteriosamente inseriti in essa per un compito che conosciamo confusamente e di cui lo Spirito Santo sa le ragioni e i modi.
Da qui deriva per le nostre comunità un dovere reciproco di umiltà, di rispetto e di unità.
Soltanto Dio conosce il loro futuro. Come nei germogli di un vecchio albero, qualcuno è destinato a dare rami nuovi, altri a cadere a terra per diventare questa terra e nutrire l’albero intero.
Nessuno sa valutare le loro incidenze profonde, i loro scambi, gli elementi complementari che aggiungono ad un tutto che non si conosce.
Per questo, nella loro carità, esse non possono separarsi le une dalle altre senza ridurre il pensiero divino che le ha volute insieme e le conduce insieme verso il loro destino soprannaturale.

(Nota stesa nel 1946)

DEGLI UOMINI LIBERI PER DIO

Vocazione cristiana in ciò che essa ha di essenziale

La nostra vocazione è la vocazione cristiana in ciò che ha di essenziale.
Ciò che ne fa una vocazione è il fatto che questo essenziale ci è assolutamente sufficiente. Invase, occupate da esso noi, tanto piccole, siamo incapaci di scegliere qualche altra cosa.
Tale convinzione ferma e vitale diventa una vocazione e ci fa respingere quasi per forza, qualsiasi uso, anche parziale della nostra vita per ciò che non è questo essenziale.
Se per altri cristiani è compatibile con fini secondari umani e soprannaturali, la presa di coscienza rivelata dalla fede, di un Dio esistente, vivente, presente, che ci ama, ci costringe, per così dire, a sceglierlo, senza che insieme a lui possiamo scegliere né qualcuno né qualche cosa. Ma la nostra pochezza e la nostra miseria sopportano una scelta simile solo se noi ci immergiamo in Gesù Cristo nostro Signore e nostro Dio, se noi domandiamo al Vangelo come portare l’amore di Dio e in che modo amarlo come lui ci ama. Gesù conosciuto, contemplato, imitato nel Vangelo diventa la rivelazione lenta e progressiva, di quello che dev’essere la nostra vita.
Tuttavia il modo di vivere di Gesù è possibile soltanto se ci si unisce alla vita stessa di Gesù. Piccoli come siamo, ci sentiamo anche ben deboli se non rigeneriamo continuamente la nostra vita a
Nota stesa nel 1956.contatto con la vita attuale del Cristo nella Chiesa. Per questo domandiamo alla Chiesa l’essenza del suo nutrimento, dei suoi rimedi, delle sue norme, della sua luce, del suo slancio. Affinché la nostra vita sia forte, noi vogliamo che sia ad un tempo una traduzione del Vangelo ed una traduzione del Catechismo.
Scegliere l’essenziale della vita cristiana, totalmente e solamente questo essenziale, quale ce lo dà il Vangelo nella Chiesa, vuol dire scegliere di essere qualcuno che, parzialmente o meno, si separi dai suoi fratelli, anche cristiani, qualcuno che, anche se non si allontana affatto, se ne è in parte andato.
Questa partenza, fatta di allontanamento e separazione, non è una rottura; l’amore universale che sta al centro dell’essenziale cristiano non è compatibile con le rotture.
Ma come la donna lascia la sua famiglia d’origine per seguire l’uomo che essa sposa, come i doveri verso i suoi genitori non sono cancellati ma modificati, come infine certe azioni che essi esigevano cedono il posto ad altre azioni richieste da altri doveri, così seguire il Cristo nel Vangelo è ricevere da lui nuove parentele le cui vere esigenze avranno il sopravvento sui nostri doveri familiari abituali e talvolta su sollecitazioni ancora più urgenti, senza che «né la carne né il sangue» ci siano di aiuto per riconoscerlo.

Persone che…

Persone che in Gesù Cristo hanno come unica professione quella di appartenere esclusivamente a Dio, di essere a sua disposizione per compiere la sua volontà, e di vivere il Vangelo nella Chiesa e nel mondo.
Persone la cui professione consiste nel fare quanto possono affinché la volontà di Dio si impadronisca di loro, affinché prima di ogni altra cosa il Cristo sia il loro amore, affinché amino quello che lui ama e come lui lo ama, per essere «sempre pronti a partire» per qualsiasi luogo, per qualsiasi cosa, per vivere un Vangelo sempre riscoperto, sempre imitato in questo qualsiasi luogo, per questa qualsiasi cosa, sia nella Chiesa che nel mondo.
Essere persone per le quali Dio è sufficiente, in un mondo in cui spesso Dio non rappresenta nulla; persone che hanno pagato con il sacrificio di una vita normale la libertà di obbedire male forse, ma nel modo migliore possibile, al Vangelo ricevuto dalla Chiesa.
Essere persone che Dio ricolma di sé in mezzo a persone simili a loro.
Persone che hanno gli stessi pastori che hanno gli altri cristiani: il papa ed i loro vescovi.
Persone che spiegano la loro vita con la Chiesa ed il Vangelo, persone che vestono, abitano e vivono come gli altri solo per cercare, senza mai riuscirci, di obbedire a Gesù e che esprimono una realtà diversa.
Persone che mal sopportano la sofferenza altrui ma che sono consapevoli che la propria sofferenza non va perduta ed agisce in qualche posto, anche se non sanno dove.
Persone che saranno sempre di Dio e della sua Chiesa, senza sapere né come, né spesso dove.
Religiosi che, proprio per il loro fine, non si «spogliano» bensì vestono come tutti gli altri, e spendendo il meno possibile.
Persone che si sono donate ed hanno donato per sempre, mettendo il massimo di assolutezza nei loro atti; ma che si sentono capaci di rivedere tutto quando non è irreparabile… perché hanno una volontà di perfezione vivendo in uno stato d’imperfezione.
Persone che riconoscono nella croce del Cristo la tecnica migliore per far risplendere la gloria del loro Dio.
Figli di Dio e della Chiesa che soffrono di essere come degli illegittimi; ma che credono alla linfa di grazia che scorre in essi.
Essi vogliono, nei limiti della volontà di Dio, lo «scandalo e la follia della croce».
Non vogliono costruire città: essi sono pietre, direttamente nella terra, per la vera città del loro Dio.
Sì, è d’obbligo tutta la carità fraterna.
Sì, essa viene prima di ogni altra cosa nella loro esistenza umana, sì e soprattutto quando vuole comunicare la fede, ma solo perché essi sono di Dio e Dio è amore.

(Nota stesa nel 1956)

(Da: Comunità secondo il Vangelo, Gribaudi 1996, pp. 19-33)