Virginia Woolf,Simone Weil, Etty Hillesum *Estranee o in prima linea?

Carla Bausone – Grazia Corrente 

Si possono evitare le guerre? È legittima la guerra contro chi priva gli esseri umani dei loro diritti? È giustificabile l’uso delle armi in caso di resistenza o di lotta rivoluzionaria? Si possono arginare la violenza e l’odio? È necessario usare la forza per realizzare l’ordine e la convivenza? È possibile porre le basi per un mondo altro? Queste e altre domande, che noi oggi ci poniamo, erano quelle che non poche/i già si facevano nel periodo tra il 1933 e il 1943. Nell’ambito di quel dibattito emergono per incisività, originalità e umanità i testi di Virginia Woolf, Simone Weil e Etty Hillesum. A fronte dell’importanza del loro pensiero, si constata però l’assenza quasi totale di queste pensatrici nei libri indirizzati alla scuola. Non c’è da stupirsi, se teniamo presente che, non solo nei testi scolastici, ma in generale nei libri di storia e di letteratura è molto limitata la presenza delle donne nel corso dei secoli.
In un intervento sul tema della guerra e della politica, a proposito di questa assenza Luisa Muraro usa l’espressione “silenzio delle donne”, ma poi sottolinea la diversità e, proprio per questo, l’importanza di una presenza femminile: “C’è un filo di autorità femminile che percorre la storia politica dell’occidente. Intendo: autorità di donne dotate di indipendenza simbolica dal sistema del potere. Questo filo corre dall’antichità fino ai nostri giorni” (2). È appunto l’aver trovato in queste pensatrici l’indipendenza simbolica dal potere che ci ha spinte ad approfondire il loro pensiero e a proporre spunti di lettura per un lavoro didattico, incalzate dagli eventi dell’ultimo decennio del secolo scorso e dei primi anni del nuovo millennio.
Più o meno consapevolmente, e in modi differenti, le tre scrittrici non accettano la logica di un mondo strutturato in modo tale da generare ingiustizie e discriminazioni, massacri e campi di sterminio (dalla guerra di Spagna, alle persecuzioni staliniane, alla soluzione finale). Tutte e tre si sforzano di liberarsi dai luoghi comuni, analizzano lucidamente forme di espressione e miti, mettendo in discussione parole come patria, onore, obbedienza, libertà, nazione, diritti, consapevoli della complessità delle cause dei conflitti. Nelle foto e nei bollettini di guerra, nell’esperienza diretta in Spagna o nei campi di sterminio esse avvertono che la guerra è qualcosa di orribilmente fisico e individuano nelle semplificazioni, nell’astrattezza e nell’inadeguatezza delle parole, o addirittura nelle menzogne, il segno dell’incapacità degli uomini di calarsi nella realtà, di pensare al di là degli stereotipi, delle cristallizzazioni, dei grandi sistemi astratti che, come fantasmi, guidano l’umanità verso i massacri
Spesso i loro scritti sono provocatori, sgradevoli o irritanti; forse è questo il segno in qualche misura della loro “estraneità” rispetto al mondo in cui vivono ed è quello che le rende per noi oggi particolarmente interessanti, se non vogliamo cessare di metterci in discussione.
Trasformare prima di tutto se stesse per trasformare il mondo; educare e formare se stesse per formare gli altri; porre alla base dell’azione politica un cambiamento educativo, una specie di capovolgimento rispetto al passato; dare una testimonianza in prima persona; essere “lievito” per trasformare la massa: sono questi alcuni degli elementi che emergono dalla loro insoddisfazione e dalla loro estraneità e sono anche un invito ad andare oltre le semplificazioni che vorrebbero farci credere il bene e il male nettamente divisi dietro ogni azione umana, dietro ogni dichiarazione di guerra, un forte richiamo a rivedere i parametri stessi su cui si è costruita la politica del mondo moderno. Nelle loro analisi esse non si fermano alle pure constatazioni, ma prospettano nuove linee costruttive, percorsi per uscire dagli orrori e dalle divisioni, per non soccombere all’odio, per inventare un mondo sottratto finalmente alla logica della forza. Verrebbe voglia di dire: in “prima linea” proprio perché “estranee”, capaci di dire basta alle menzogne e all’immaginario produttore di sofferenze che c’è dietro ogni conflitto ieri come oggi.
Smontare, svuotare e capovolgere per ricominciare tutto da capo, questo in sostanza il messaggio che emerge dai loro testi; vale la pena leggerli o rileggerli, proporli anche nel mondo della scuola, in tempi in cui il modello politico che ha creduto nel monopolio dell’uso della forza viene messo in discussione.
Al di là degli atteggiamenti comuni, troviamo nei loro scritti personalità e toni diversi. I testi di Virginia Woolf permettono un discorso sulla diversità, sull’estraneità e l’impegno, sullo svelamento della complicità rispetto al mondo in cui si vive e prospettano la libertà delle donne attraverso il pensiero della differenza sessuale. Simone Weil, particolarmente lucida sul piano dell’analisi critica, al di là dell’importanza e dell’originalità dei contenuti, che mirano a una vera e propria teoria filosofica e politica, ci indica un metodo di lavoro, una testimonianza di vita basata sul continuo, ininterrotto interrogare se stessa. I due soli testi pervenutici di Etty Hillesum, il diario e le lettere, per il tono intimo e personale e l’assenza di un pensiero organicamente strutturato, costituiscono piuttosto, nella lettura diretta delle sue parole, un’occasione di incontro con una personalità ricca e complessa, una traccia per un lavoro su di sé, per un percorso di riflessione e di relazione con gli altri, vera e propria via per un mondo altro.
Di ognuna presentiamo tracce biografiche introduttive e cenni generali alle opere. In una scheda conclusiva indichiamo alcuni passi dei loro testi per una lettura diretta, la sola che può dare l’idea dell’articolazione del dibattito sull’argomento e, permettendo di avvertire il fascino e la bellezza delle loro pagine, può essere uno stimolo alla conoscenza delle opere per intero in prima persona. L’indicazione antologica permette inoltre la costruzione di percorsi a livelli diversi e per linee tematiche.

Virginia Woolf
Immagini di guerra

In un ambiente familiare di agiatezza e raffinata cultura – il padre Leslie Stephen era storico e critico letterario – si svolgono l’infanzia e la giovinezza di Virginia Woolf, nata a Londra nel 1882; ma la morte della madre, avvenuta quando Virginia aveva appena tredici anni, il rapporto conflittuale con il padre e la successiva morte della sorella Stella, costituiscono momenti di dolore e infelicità destinati a segnare la sua vita futura. Si lega sempre di più a Vanessa, la sorella artista e pittrice, insieme alla quale frequenta attivamente il circolo di Bloomsbury, composto da giovani intellettuali anticonformisti.
La partecipazione al gruppo e la fondazione insieme al marito, Leonard Woolf, di una propria casa editrice, la Hogart Press, caratterizzano il suo impegno sociale e professionale, ma l’attività principale, verso cui sempre dimostrerà grande passione e dedizione totale, è costituita dalla scrittura, a proposito della quale in Momenti di essere, esplicitamente dirà: “Sento che scrivendo faccio qualcosa di gran lunga più necessario di tutto il resto” (3).
La scrittura con le sue difficoltà, le sue soddisfazioni e le sue ansie sarà sempre al centro della sua esistenza e si intreccerà strettamente alla vita quotidiana e alle sempre più frequenti crisi depressive, quasi, come afferma Nadia Fusini, la malattia le donasse “accesso a qualcosa ad avvicinare il quale la salute non basta” (4). La dedizione allo scrivere la accompagnerà fino agli ultimi suoi giorni quando, nel 1941, colpita dalla tragedia della guerra e dalle crisi depressive, si lascerà annegare nel fiume Ouse.
Per Virginia, testimone del primo conflitto mondiale, pacifista come tutti i componenti di Bloomsbury, la guerra è stata sempre una realtà drammaticamente sentita e considerata in stretta relazione a quella società patriarcale più volte da lei analizzata e messa in discussione. L’opera che in modo più ampio e articolato tratta questo tema è il saggio Le tre ghinee, a volte interpretato come un testo nettamente distinto dalla sua produzione letteraria, da alcuni giudicato quasi un po’ anomalo e bizzarro, dalle femministe considerato documento fondamentale del pensiero della differenza sessuale. Un legame non esplicito ma profondo unisce invece Le tre ghinee alla produzione narrativa precedente e, considerandolo in un’ottica di continuità, se ne possono meglio cogliere la complessità e la ricchezza. Secondo Ginevra Bompiani “è forse più utile alla sua comprensione non considerarlo semplicemente un testo a sé, scritto sotto l’urgenza della catastrofe, ma come forma politica di un programma che investe tutta la sua opera, che getta luce su tutta la sua scrittura” (5).
Il tema della guerra è infatti già presente in alcuni romanzi degli anni Venti e, anche se soltanto evocato, è fondamentale per la vita dei personaggi, quasi che drammaticamente l’esistenza dei giovani inglesi, l’impegno dei loro studi e delle loro professioni fossero destinati a terminare nella tragedia della violenza e della morte.
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È questo il caso de La stanza di Jacob in cui il protagonista evoca la generazione dei giovani inglesi morta durante la prima guerra mondiale.
Mentre Jacob realizza la sua formazione intellettuale, gli studi a Cambridge, i viaggi a Parigi, in Italia e in Grecia, nella realtà che lo circonda il benessere e il progresso coesistono con le violenze della guerra.
Contemporaneamente all'”incessante commercio delle banche, dei laboratori, delle cancellerie, delle aziende industriali… che, dicono, spingono avanti il mondo”, si profilano le immagini di navi da battaglia che “dardeggiano sul mare del nord” e si delineano volti di “una dozzina di giovani nel fiore dell’età [che] scendono a viso tranquillo nelle profondità del mare e lì impassibili… affogano insieme, senza un lamento” (6). “Gli uomini dei club e dei Ministeri” scrivono dunque una storia che si esprime con grandiosità e magniloquenza ma che non porterà altro che distruzione e morte. La società inglese è una realtà in cui la guerra è voluta da chi ha il potere, quel potere da cui le donne sono escluse, ma il frastuono di una attività economica e politica frenetica e incessante sarà destinato a perdersi nel silenzio della morte.
Il cammino esistenziale di Jacob viene descritto attraverso sensazioni e frammenti, in modo impressionistico, così come anche la guerra viene evocata solo attraverso cenni e richiami, a cominciare dal cognome stesso di Jacob, Flander (Fiandra) che, secondo Nadia Fusini, “nell’Inghilterra di quegli anni non può che evocare la morte in battaglia” (7).
Nelle pagine del diario del 26 gennaio del 1920, proprio a proposito di quest’opera, Virginia, rifiutando il realismo, parla di “una nuova forma per un nuovo romanzo” (8) e ribadisce, come aveva già precedentemente affermato, che se “la vita è un alone luminoso, un involucro semitrasparente… compito dello scrittore [è] rappresentare questo spirito mutevole, sconosciuto, illimitato” (9). Nelle pagine del romanzo il rumore del mare e quello della guerra si potranno quindi quasi confondere e la madre di Jacob potrà scambiare il frangersi delle onde per i colpi del cannone.
Mentre nel romanzo ampio spazio viene dato agli studi di Jacob, ai suoi sentimenti e ai suoi viaggi, alla sua morte sul campo di battaglia si accenna soltanto e la notizia viene unicamente affidata al gesto della madre che, trovandosi nella stanza vuota del figlio “che aveva lasciato tutto com’era”, solleva un paio di sue vecchie scarpe e chiede all’amico: “Che debbo fare di queste, Bonany?” (10). A questa immagine finale viene affidata la coscienza dell’assenza, della perdita e del dolore. La morte di Jacob è suggerita soltanto dagli oggetti abbandonati e le scarpe, che sono e saranno per sempre vuote, diventano il simbolo di una presenza che non c’è più e di una morte inutile e vana.
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La tragedia della guerra caratterizza ne La signora Dalloway il personaggio di Septimus, il reduce che era stato tra i primi a partire volontario, la cui vita è collegata a quella della protagonista, Clarissa. Anche in questo caso si nota una stretta relazione tra l’organizzazione della società e l’esistenza della guerra, tra i valori che vengono presentati ed esaltati dall’ordine simbolico dominante e la partecipazione alla guerra come realizzazione delle virtù virili (11).
L’iter di Septimus è, infatti, quale la buona società inglese si aspetta: Septimus “diventò un uomo, fu promosso di grado, si conquistò l’attenzione, addirittura l’affetto del suo ufficiale, Evans si chiamava” (12), ma proprio l’indifferenza provata di fronte alla morte dell’amico (“si congratulò con se stesso per non aver sentito quasi nulla, per aver reagito con tanto buon senso”) (13), non sarà priva di conseguenze e creerà in lui un profondo senso di colpa. Ma un ulteriore senso di colpa, più intenso e devastante, si impossesserà di Septimus per la consapevolezza di essere stato tanto vicino alla morte ma di essere ancora vivo, mentre gli altri hanno avuto la vita stroncata (“le ultime bombe lo mancarono. Le osservò esplodere con indifferenza”) (14).
Il presente si confonde con il passato, il movimento della coscienza esprime il fluire di un tempo interiore che si traduce a volte nel delirio. Sovente nel momento delle allucinazioni vedrà ripresentarsi Evans: “Una voce uscì da dietro il paravento. Era Evans che parlava. I morti stavano dalla sua parte. ‘Evans Evans’ gridò” (15). L’orrore, la morte, l’atrocità della guerra non potranno essere dimenticate “perché anche se ormai era tutto finito, l’armistizio firmato, i morti sepolti, specialmente di sera, lo prendevano d’improvviso quegli attacchi di paura. Non sentiva più nulla” (16).
La società, così ipocrita e repressiva, e la guerra che è parte di essa, non potranno più essere tollerate e il suicidio si presenterà come scelta conclusiva e definitiva. Nemmeno l’amore della moglie e la sua visione positiva del reale, potrà distoglierlo dalla morte dal momento che la percezione del mondo è così profondamente cambiata dopo l’esperienza della guerra.
Il desiderio che Virginia indica nel diario del 30 agosto 1923, di volere scavare “caverne dietro i [suoi] personaggi” (17), nel caso di Septimus si tradurrà in una verità di angoscia e di morte come unica possibile realtà.
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Anche nel romanzo Al faro, la presenza della guerra aleggia in tutta la vicenda, si intreccia alle storie dei personaggi e in alcuni punti si fonde simbolicamente con gli spazi del racconto. L’Inghilterra e l’importanza del suo impero si collegano alla guerra, necessaria per accrescere e mantenere un ruolo dominante. Il cenno all’India, in un primo momento evocata come base dell’impero, riferimento degli “uomini [che] negoziavano trattati, governavano l’India, controllavano le finanze” (18), richiama in seguito immagini di morte, e i simboli di gloria e di potere si tramutano in oggetti di rovina e distruzione: “stendardi a brandelli che bucano l’oscurità delle cripte di fredde cattedrali dove… si racconta di morti in battaglia e di ossa sbiancate e riarse sulle remote sabbie dell’India” (19). Anche un puro pensiero razionale, scisso dalla quotidianità, può diventare follia e richiamare la guerra e non a caso il filosofo Mr Ramsay si fantastica al contempo condottiero di una spedizione. Secondo Anna Brawer, “la guerra diviene la realizzazione concreta del binomio filosofo condottiero” (20).
Nella seconda parte del romanzo, “Il tempo passa”, la presenza di chi passeggia sulla spiaggia, a cui appaiono “immagini le più strane – carni trasformate in atomi che il vento trasportava” (21), richiama nello spazio deserto dell’isola l’eco della guerra. Cominciano a delinearsi visioni inquietanti: “Ci fu l’apparizione silenziosa di una nave color cenere, apparve e scomparve; una macchia rosso porpora galleggiò sulla superficie indifferente del mare, come se qualcosa di invisibile ribollisse nel fondo, e sanguinasse” (22). In una casa ormai abbandonata e desolata dopo la morte della signora Ramsay, mentre i deboli cenni di vita che ancora aleggiano (“il lungo drappo ondulò lievemente ondulò a caso… il sole rigava, striava le stanze”) (23) sono segnali inquietanti e premonitori, si inserisce la presenza della guerra, come eco lontana ma ormai angosciosamente vicina: “ma fosse sonno o dormiveglia, con la fine dell’estate vennero dei suoni premonitori come i colpi ritmici dei martelli… Più volte si udì un tintinnio di vetri nella credenza come se una voce da titano agonizzante avesse urlato… sembrò che in questo silenzio, in questa indifferenza, in questa integrità rimbombasse il tonfo di qualcosa che cade” (24).
L’eco della guerra richiama il destino di Andrea, uno dei figli della signora Ramsay, la cui morte viene indicata in parentesi, con scarne notizie: “aveva saputo della morte di Andrea Ramsay (ucciso in un secondo da una bomba, sarebbe diventato un grande matematico)” (25).
Nell’uso delle parentesi si ribalta la gerarchia tradizionale, le parole in parentesi diventano le più significative e proprio la morte viene più volte indicata con questa modalità. Ancora una volta, quasi un testo di un telegramma ufficiale e burocratico, si suggerisce come la morte in guerra, colta nella sua inutilità e vanità, sia il destino dei giovani inglesi come Andrew: “Esplose una bomba in Francia. Saltarono in aria venti o trenta giovani tra cui Andrew Ramsay, la cui morte, grazie a Dio, fu istantanea” (26).
La desolazione e l’abbandono della casa si uniscono alla presenza della guerra: la signora Ramsay non può più proteggere i suoi figli.
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Una falena che danza sopra il falò

Mentre una nuova guerra si avvicina, Virginia scrive nel suo diario il 13 marzo 1936: “Ma è strano come i cannoni si sono di nuovo avvicinati alla nostra vita privata. Li vedo con estrema chiarezza e sento il rombo”.
L’isolamento viene sentito quasi come una prigione e la violenza delle circostanze tocca anche la scrittura che diventa un “rosicchiare, come un topo condannato, la… pagina quotidiana” (27). Alla volontà di esprimere riflessioni e un pensiero più organico sulla guerra, di formulare un discorso più articolato che in qualche modo desse ordine e sistematicità alle intuizioni, alle sensazioni e alle emozioni evocate nei romanzi, concorrono eventi personali come la morte del nipote Julian Bell, partito volontario per la Spagna (28), e la presenza in Europa della guerra ormai incombente che suscita numerosi dibattiti e polemiche da parte di molti intellettuali. In queste circostanze Virginia scrive Le tre ghinee impegnandosi a fondo nella stesura dell’opera senza riuscire a smettere di pensarci: “Sono così completamente presa da Tre ghinee che quasi non riesco a staccarmene” (29).
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Virginia immagina di ricevere una lettera da un rispettabile avvocato che le chiede di iscriversi a un comitato contro la guerra e di offrire un contributo per questa associazione, ma nella risposta alla domanda che le viene posta: “Secondo lei come si può evitare la guerra?” tocca temi più vasti quali la discriminazione delle donne e la differenza, collegandosi idealmente a quelli evocati in Una stanza tutta per sé.
Risulta così un discorso teorico sulle donne e la guerra, che tiene però ben presente la realtà del corpo (30) e dell’esperienza tragica della morte, anche attraverso un continuo richiamo alle fotografie inviate dal governo spagnolo: “Si vede un corpo di un uomo, o forse di una donna, non si capisce bene; è così mutilato che potrebbe benissimo essere anche il corpo di un maiale. Ma non c’è dubbio che quelli laggiù sono corpi di bambini morti e quella è la sezione di una casa spaccata a metà da una bomba; in quello che doveva essere un salotto sta ancora appesa la gabbia degli uccelli” (31).
Le immagini di distruzione e morte vengono più volte ricordate nel corso dell’opera, quasi che i corpi sfigurati o le case squarciate volessero sempre farci ricordare, al di là di tutti i ragionamenti e le riflessioni, la realtà di una guerra che, come sottolinea Susan Sontag, “svuota, frantuma, spacca, abbatte il mondo costruito” (32).
Parallelamente al richiamo a fotografie di cadaveri e macerie Virginia, nel rispondere alla domanda che l’uomo colto le pone su come si possa prevenire la guerra, fa ricorso alla narrazione di biografie. Ancora una volta viene messa in primo piano la singolarità della vita, la particolare esistenza di ognuno/a, e il ricorso alla biografia diviene quello che Adriana Cavarero definisce “un atto squisitamente politico” (33). L’idea di pacifismo che si basa sulla considerazione dell’unicità insostituibile dell’essere umano, risulta così più profonda e articolata rispetto a quella che semplicemente considera il genere femminile, per la maternità e l’abitudine alla cura, necessariamente e naturalmente contrario alla violenza (34).
Come afferma ancora Adriana Cavarero: “La singolarità umana, necessariamente incarnata, se adottata come valore primario del senso e dello stare in relazione nel mondo, permette infatti non soltanto di trovare un criterio per giudicare – e non solo aborrire – la barbarie della guerra, ma anche di scovare e denunciare il principio secondo il quale la guerra è un aspetto inscindibile della politica” (35).
Le donne appartenenti alle classi medie, figlie degli uomini colti, non possono intervenire per evitare la guerra né attraverso il potere né attraverso la forza, ma potranno far pesare la loro influenza tramite l’istruzione quando avranno compiutamente realizzato l’indipendenza economica. L’ingresso delle donne nelle istituzioni culturali non deve però condizionarle e le parole e i metodi dovranno essere nuovi e diversi.
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Virginia sottolinea la sua qualità di outsider e sembra affacciarsi al mondo maschile con curiosità e stupore. L’ironia diventa strumento privilegiato per descrivere il mondo degli uomini: strani appaiono gli abiti del potere (“Gli abiti innanzi tutto ci lasciano a bocca aperta dalla meraviglia. Come sono vari, sontuosi e ricchi di ornamenti gli abiti indossati dagli uomini colti nella loro funzione di uomini pubblici”) (36), e le divise oggetto di ironia (“ogni bottone, ogni fiocco, ogni nastro sembra possedere un significato simbolico”) (37).
Diverso è il punto di vista culturale delle donne, ma anche diversa l’esperienza stessa della vita in relazione alla guerra: “combattere è sempre stata un’abitudine dell’uomo non della donna” così come l'”esaltazione”, e la “soddisfazione di un bisogno” che gli uomini traggono dal combattimento, alle donne “sono sempre rimaste estranee” (38), ma questa estraneità, lungi dall’essere sentita come limite, dovrà invece sempre essere conservata e difesa, nella consapevolezza della propria differenza.
Mentre gli uomini chiedono il contributo delle donne per prevenire la guerra, Virginia dimostra che la guerra fa parte integrante del loro mondo come estrema conseguenza di una logica di potere e di discriminazione esercitata nei confronti delle donne. Per scongiurarla bisogna cambiare il sistema che la incoraggia, aiutare i collegi femminili affinché educhino la gioventù a “sentire la disumanità, la bestialità, l’insopportabilità della guerra” (39), non ricreino né tramandino i valori della società maschile ma “inventino modi per far lavorare insieme la mente e il corpo” (40).
A un fondo per la ricostruzione di un collegio femminile sarà quindi offerta la prima ghinea.
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Contributo concreto alla prevenzione della guerra potrà essere inoltre una maggiore presenza femminile nella società, che esprima valori alternativi e integrità intellettuale. “Aiutare le donne a guadagnarsi da vivere con le libere professioni equivale ad aiutarle a ottenere l’arma dell’indipendenza di pensiero” (41) e quindi a prevenire la guerra, ma le libere professioni devono essere svolte con criteri diversi, le donne non devono unirsi al corteo dei figli degli uomini colti, al desiderio e alla consuetudine di potere e onori, ma devono pensare una civiltà diversa (´Pensare, pensare dobbiamo… Non dobbiamo mai smettere di pensare – che civiltà è questa in cui ci troviamo a vivere?”) (42).
A un’associazione che aiuta le figlie degli uomini colti a trovare lavoro nelle libere professioni viene dunque offerta la seconda ghinea anche se è presente il timore che quando si entra in un ambito prima privilegio maschile, si possa perdere la propria integrità: “Non abbiamo dunque ragione di pensare che se anche noi eserciteremo le stesse professioni acquisteremo le stesse qualità? E non sono proprio queste qualità a provocare la guerra? Tra un paio di secoli, se eserciteremo le professioni allo stesso modo, non saremo anche noi possessive, gelose, aggressive?” (43).
Virginia prende quindi le distanze dal femminismo emancipazionista e rifiuta con estrema chiarezza e determinazione l’idea di un’emancipazione pagata al prezzo dell’omologazione. Le sue argomentazioni si inscrivono così nel pensiero della differenza sessuale e ne diventano punto di riferimento, richiamo a quello che Ida Dominijanni definisce “un movimento della libertà femminile” che “al centro non mette la garanzia dei diritti, ma il rischio di pensare se stesse e il mondo in autonomia dall’altro sesso” (44).
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Ne Le tre ghinee l’ironia diventa ancora una volta, per le donne, una modalità fondamentale per guardare il mondo, per evitare il pericolo di farsi attrarre dal prestigio e dagli onori, e alla risata viene affidato il messaggio di stare lontane dal girotondo del potere (“Ma non appena vi sentite attirare nel vortice del girotondo, smettete subito. Spezzate il cerchio con una risata”) (45). Come afferma Paola Cenzon, “l’ironia femminile è proposta come sguardo consapevole che le donne lanciano al potere maschile dominante per impedirne la riconferma” (46).
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Pur condividendo con alcuni uomini gli stessi scopi come il rifiuto della guerra, Virginia auspica che le donne non si uniscano nella stessa associazione, a cui peraltro dona la terza ghinea, ma ne fondino eventualmente una nuova che potrà prendere il nome di Società delle Estranee (47). Sarà un’associazione anomala, senza giuramenti nè cerimonie, accoglierà le donne che intendono, con propri metodi, difendere la libertà e la pace, metterà in discussione e rifiuterà anche il patriottismo.
Su questo tema particolarmente dibattuto in quel momento storico, e oggi nuovamente così attuale, Virginia si esprime in modo chiaro e netto: “In quanto donna non ho patria. In quanto donna la mia patria è il mondo intero” (48). Anche molti uomini, e in particolare i giovani, possono avere queste posizioni ma per le donne si tratta di una caratteristica della loro differenza, non importa se innata o frutto di educazione e cultura. Se le donne non si possono identificare in una patria che ha loro negato storicamente “l’istruzione e qualunque partecipazione alle sue ricchezze” (49), il nesso strettissimo tra politica, patria e guerra spiega come l’estraneità delle donne alla guerra si colleghi alla loro esclusione dal potere e dalla politica.
Ma esiste un altro tipo di politica e così come nei romanzi Virginia ricercava una realtà “dietro l’ovatta della vita quotidiana” (50) e il non essere diventava “l’origine del senso, la sede della rivelazione e della novità” (51), anche per quanto riguarda la sfera politica, solo l’estraneità e la coscienza della differenza permettono di elaborare pensieri e idee diverse.
Proprio a questo aspetto del suo pensiero guarderà il movimento femminista degli anni Settanta (52) e, come nota Luisa Muraro, “questo non essere, non ritrovarsi, non starci che mai prende la figura del rifiuto, diventerà il fondamento della politica delle donne” (53). A loro infatti, non compromesse con il potere, Virginia demanda il compito di “trovare nuove parole e inventare nuovi metodi”, e affida l’unica speranza di cambiamento della società.
Già in Una stanza tutta per sé aveva affermato che le donne non devono essere complici ma libere dai ricatti affettivi, non devono più essere “gli specchi magici e deliziosi in cui si rifletteva la figura dell’uomo, raddoppiata”. Proprio questa modalità che oggi sembra tristemente ripresentarsi, è fondamentale per creare consenso e accettazione nei confronti della guerra, infatti, dice ancora Virginia, “senza questa facoltà… tutte le glorie delle nostre guerre non sarebbero esistite” (54).
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Nell’ultima parte de Le tre ghinee il richiamo al pianto di un bambino, “un pianto senza parole” nella “notte nera che copre oggi l’Europa”, richiama la memoria di un altro pianto antichissimo, quello di Antigone (55).
Con questa immagine si delinea un altrove femminile che evoca l’esistenza di leggi non scritte, di estraneità alla guerra, di rifiuto dell’ordine costituito. “Le voci del passato” sembrano nuovamente risuonare, unirsi e quasi confondersi con le “fotografie di cadaveri e macerie” che dalla Spagna indicano la realtà di una guerra tragicamente vicina.
Soltanto una società in cui il mondo pubblico e quello privato siano inseparabilmente collegati può essere equilibrata, altrimenti, afferma Virginia, “cadaveri e macerie saranno il nostro destino se voi (uomini) nell’immensità delle vostre astrazioni pubbliche dimenticate l’immagine privata e noi (donne) nell’intensità delle nostre emozioni private, dimentichiamo il mondo pubblico” (56).
Sembra quasi che questo pensiero si rifletta, per quanto riguarda Le tre ghinee, anche nelle scelte stilistiche, dove il procedere argomentativo tipico del saggio si esprime attraverso un “noi” che indica il costante riferimento a una dimensione esistenziale. A uno stretto intreccio tra mondo privato e mondo pubblico viene quindi affidata la speranza di una realtà diversa in cui mente e corpo possano esprimersi nella loro unità.
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Al termine della stesura de Le tre ghinee Virginia dirà di credere profondamente nel suo valore pratico e ancora noterà nel suo diario: “Volevo (e non so dire con quanta insistenza, perseveranza, violenza lo volevo) scrivere questo libro… come se avessi detto la mia parola: prendere o lasciare” (57). La sua fiducia non esclude però il senso della realtà, la coscienza della fragilità di un discorso rispetto alla forza del potere e della violenza, la consapevolezza che il suo libro “mentre l’intera Europa può andare a fuoco” e “tutto trema”, “può essere una falena che danza sopra un falò, bruciato in meno di un attimo” (58).
Nelle notazioni del diario, dal 1938 in poi, il timore della guerra è sempre più presente e quello che prima era un “brontolio inarticolato” diventa “tenebre, tensione, morte” (59); la realtà appare sempre più insensata e assurda: “Tutti questi uomini cupi mi sembrano adulti che contemplano increduli il castello di sabbia di un bambino, castello che per qualche inesplicabile ragione è diventato vero e enorme e per distruggerlo ci vuole la dinamite e la polvere” (60).
In un articolo del 1940, Pensieri di pace durante un’incursione aerea, Virginia riprende i temi de Le tre ghinee e puntualizza ulteriormente il rapporto tra le donne e la guerra.
Si raffigura sdraiata nel buio mentre cadono le bombe e nel cielo combattono giovani inglesi contro giovani tedeschi, ma malgrado la tragicità del presente, pensa che l’unica possibilità, “il solo rifugio antiaereo efficace” sia credere nella pace, “lottare con la mente, fabbricare delle idee” (61).
Pur in una situazione disperata, quando l’occupazione tedesca dell’Inghilterra sembrava ormai imminente, ribadisce la fiducia nel pensiero e nella forza delle idee e, ancora una volta, proprio al pensiero delle donne affida la speranza di un cambiamento radicale della società e quindi la possibilità di una pace reale e duratura. Le donne non devono rinunciare al “pensiero privato”, a quanto hanno elaborato, ma devono aver fiducia nelle proprie capacità anche se questo “espone forse all’insulto e al disprezzo”, nella convinzione che “se noi (donne) potessimo liberarci dalla schiavitù, avremo liberato gli uomini dalla tirannia” (62).
Luisa Muraro sottolinea come il richiamo a lottare con la mente senza rinunciare, ma anzi valorizzando la propria differenza, esprima “l’idea di una politica dell’agire simbolico, la politica dell’estraneità che inventa nuovi metodi e nuove parole e apre il cielo troppo basso, allarga l’orizzonte troppo stretto” (63).
Le parole della propaganda che affermano che l’Inghilterra combatte per difendere la libertà sono “palloni d’aria”, in realtà gli inglesi non sono liberi (“questa sera siamo tutti prigionieri: gli inglesi nei loro aerei, le inglesi nei loro letti”) (64). È nell’organizzazione stessa della società, nei rapporti tra i sessi, nel desiderio di dominare e di rendere schiavi, l’origine dell’oppressione e della violenza e quindi della guerra. È tutta una tradizione, un’educazione e una cultura riferita alla guerra che devono essere rifiutate e sono proprio le donne che possono “aiutare i giovani inglesi a togliere dai loro cuori l’amore delle medaglie e delle decorazioni” (65).
All’immagine finale di un giovane tedesco atterrato in un campo vicino, a cui un’inglese offre una tazza di tè, e alle sue parole di contentezza che la lotta sia finita, viene affidato l’auspicio di un mondo diverso.
Quando “tutti i cannoni hanno smesso di sparare” e “il buio naturale della notte ritorna”, Virginia decide di spedire le sue “note frammentarie” e le accompagna “con la speranza che vengano ripensate, generosamente e caritatevolmente, e forse rimaneggiate fino a diventare qualcosa di utile”.
E questa è, oggi più che mai, anche la nostra speranza.

Simone Weil
Una pacifista “in prima linea”

Simone Weil ha a che fare con la guerra lungo tutto il corso della sua vita, si può dire quasi dall’infanzia, quando, nel clima del primo dopoguerra in Francia, reagisce alle sollecitazioni del patriottismo dilagante, fino alla morte in Inghilterra nel 1943.
La difficoltà che si incontra, nei limiti di questo lavoro, nel chiarire il suo pensiero sulla guerra dipende dall’ampiezza e dal numero dei testi in cui Simone affronta esplicitamente l’argomento, ma anche dal fatto che con la guerra si collegano anche le pagine in cui tratta altre realtà come, per citarne alcune, la società, la patria, la forza, i diritti, la violenza, l’azione. Inoltre la sua stessa vita s’intreccia concretamente con eventi bellici importanti e significativi del Novecento e questa interazione si riflette spesso in pensieri, considerazioni sparse un po’ ovunque nei suoi testi.
Abbiamo preferito quindi, prima di tutto, raccontare sommariamente la sua vita, evidenziando il suo incontro con la realtà della guerra e le linee generali del suo pensiero, per poi proporre solo alcuni passi particolarmente significativi, collegabili a momenti bellici del XX secolo.
La scelta dell’asse storico-cronologico permette di evidenziare lo stretto intreccio tra pensiero e azione che caratterizza la vita di Simone Weil e di rendere meglio comprensibili i suoi scritti nel contesto storico. La collocazione storica però non deve impedirci di percepire la drammatica attualità delle problematiche da lei affrontate.
Scrive Giancarlo Gaeta già all’inizio degli anni Novanta: “Il nostro compito riguardo a lei deve porsi innanzitutto in termini di contemporaneità, rispetto alle questioni che essa ha sollevato e che sono ancora le nostre questioni storiche, nel frattempo complicate, distorte, aggravate, fino a poter sembrare altra cosa” (66).
E nel 1999 Luisa Muraro scrive: “Noi cominciamo oggi a intravedere quello che la Weil vide lucidamente nell’intervallo fra le due guerre mondiali, ossia l’onnipotenza dei rapporti di forza e l’illusione umana di governarli” (67).
A maggior ragione noi oggi, dopo quanto è accaduto a partire dall’11 settembre 2001, avvertiamo “l’onda lunga delle tremende questioni irrisolte” del secolo trascorso e troviamo nelle pagine di Simone Weil spunti fondamentali per il nostro rimetterci in discussione.
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Nata a Parigi nel 1909 in una famiglia ebraica dell’alta borghesia, Simone è una bambina dalla salute fragile, piena di interessi, molto legata al fratello maggiore, seguita e sostenuta in modo particolare dalla famiglia, forse per la sua debolezza fisica, ma soprattutto per la sua tendenza a non preoccuparsi di se stessa, della propria salute (68).
La Francia in cui vive la fanciullezza è quella del primo dopoguerra, dell’esaltazione della vittoria nel disprezzo e nella mortificazione del nemico. Quel modo di concepire ed esaltare la patria finirà per disgustarla e per portarla su posizioni opposte di rifiuto della guerra stessa. Nella lettera a Bernanos, scritta in riferimento alla guerra di Spagna, dirà di quel periodo: “Avevo dieci anni al momento del trattato di Versailles. Fino ad allora ero stata patriota con tutta l’esaltazione dei bambini in tempo di guerra. La volontà di umiliare il nemico vinto, che allora (e negli anni che seguirono) debordò ovunque in modo tanto ripugnante, mi guarì per sempre da quel patriottismo ingenuo. Le umiliazioni inflitte dal mio paese mi fanno soffrire più di quelle che esso può subire” (69).
Al termine degli studi diventa insegnante di filosofia ed entra nel movimento del sindacalismo rivoluzionario. Si pone ben presto il problema del rapporto tra rivoluzione e individuo, della conciliazione tra uso della forza e antiautoritarismo, in generale del rapporto tra individuo e collettività, delle varie forme che il potere assume nella società.
Significativi nella prima metà degli anni Trenta sono un viaggio a Berlino, dove ha modo di constatare l’avanzata di Hitler, ma anche la debolezza dell’opposizione socialista, e la scelta di lavorare in fabbrica per alcuni mesi come manovale.
Sempre più critica nei confronti degli apparati repressivi messi in atto nella società moderna, sia negli stati capitalisti che nell’attuazione del socialismo (ha presente con grande lucidità l’affermazione di Stalin), sfiduciata nei movimenti rivoluzionari, scrive vari testi sui rapporti di forza nel mondo moderno.
Nelle società organizzate il potere inevitabilmente si struttura attraverso la burocratizzazione, la tecnocrazia, il taylorismo e schiaccia l’individuo imponendosi con la forza. La rivoluzione stessa non può non organizzarsi e non ricorrere alla forza. Ma la guerra in cui si esprime la forza, è la negazione stessa della rivoluzione, perché nelle condizioni di guerra più che mai si ricorre all’oppressione e si finisce per negare le ragioni stesse per le quali si voleva fare la rivoluzione. Nell’organizzazione dello stato moderno burocratico, accentratore, in competizione con gli altri stati, Simone vede le premesse per una situazione di dominio dell’elemento militare e di giustificazione di ulteriori guerre. Un vero cambiamento si potrebbe avere solo con una società in cui il singolo individuo potesse veramente realizzarsi in pieno in relazione e in rapporti di cooperazione con gli altri (70).
Sono di questo periodo le Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale (71) e le Riflessioni sulla guerra (72), in cui s’intrecciano le considerazioni sulle condizioni della società e sulla guerra. Ma Simone, come sempre nella sua vita, vuole anche essere presente fisicamente, personalmente, quindi non solo dice di non escludere una sua partecipazione a un grande movimento di massa (nei ranghi, come soldato), ma non si rassegna a rimanere inattiva di fronte alla guerra di Spagna e si arruola nella colonna dell’anarchico Buenaventura Durruti. Pacifista profondamente convinta, si sente moralmente in dovere di partecipare di persona alla lotta dei contadini oppressi, dei rivoluzionari. A causa di un banale, ma grave, incidente la sua esperienza durerà pochi mesi, ma l’orrore maturato in lei si rifletterà in pagine molto significative come quelle, già citate, della lettera a Bernanos e nel Diario di Spagna.
Al 1937 risale il saggio Non ricominciamo la guerra di Troia, in cui Simone sviluppa soprattutto il tema dell’irrealtà e quindi dell’assurdità di ogni guerra: “I conflitti più minacciosi hanno un carattere comune che potrebbe rassicurare gli animi superficiali, ma che, malgrado l’apparenza, ne costituisce il vero pericolo: non hanno un obiettivo definibile… Elena costituiva semplicemente il simbolo del vero obiettivo; ma il vero obiettivo, nessuno lo definiva e non poteva essere definito perché non esisteva” (73).
Alla base delle guerre c’è la menzogna: si usano “parole adorne di maiuscole” (nazione, sicurezza, capitalismo, comunismo, fascismo, ordine, autorità, proprietà, democrazia) che nascondono i veri motivi per cui si combatte. La non controllabilità dei fini porta gli uomini a non riuscire a controllare l’azione stessa e ad essere ancora una volta oppressi e dominati da organismi che detengono il potere e che, per il prestigio, conducono ai massacri delle guerre. Per sottrarsi al delirio delle assurdità omicide, per diminuire i rischi di guerra senza rinunciare alla lotta, bisogna distinguere l’immaginario dal reale, bisogna affrontare concretamente i problemi, individuare dietro il vuoto delle parole, dietro le dispute immaginarie e le contrapposizioni astratte (Simone fa alcuni esempi: comunismo e fascismo; dittatura e democrazia; lotta di classe e capitalismo) i veri, concreti motivi di lotta. Ancora una volta Simone ha il coraggio di analizzare criticamente le “parole d’ordine” che s’innalzano come bandiere dietro le quali gli uomini si muovono incapaci di “applicare i metodi elementari del pensiero ragionevole”.
La sua analisi è tanto più importante perché si sviluppa nella seconda metà degli anni Trenta, quando ormai la guerra incombe sull’Europa ed è sempre più difficile capire con chiarezza che cosa sia meglio fare. In questo periodo si moltiplicano gli scritti sull’argomento. Il problema che si pone è se sia possibile evitare la guerra di fronte alla minaccia di Hitler, se sia possibile negoziare, se convenga far fronte comune con Stalin.
Simone scrive numerosi testi (74) in cui soppesa le ragioni pro e contro un’entrata in guerra e arriva a dire che sarebbe meglio rischiare una dominazione tedesca piuttosto che sopportare gli orrori della guerra, sarebbe preferibile una sconfitta senza guerra a una guerra vinta. Ma a un certo punto il pacifismo integrale non sembra più possibile, così come sembra caduta la speranza di prolungare lo stato intermedio tra lo stato di pace e lo stato di pericolo di guerra abbastanza a lungo perché le cause che hanno messo fine allo stato di pace scompaiano.
Si afferma così l’obbligo di resistere. Simone discute sul significato di questo resistere, finché arriva in una data successiva al giugno 1940 a queste considerazioni: “Non c’è bisogno di un carro armato o di un aereo per uccidere un uomo. Basta un coltello da cucina. Quando tutti coloro che ne hanno abbastanza dei boia nazisti si leveranno insieme, mentre le forze armate infliggeranno il colpo decisivo, la liberazione sarà rapida. Bisogna solo stare attenti, fino ad allora, a non sprecare vite umane inutilmente e al tempo stesso a non cadere nell’inerzia, a non credere che la liberazione sarà compiuta da altri. Bisogna che ognuno sappia che un giorno avrà la responsabilità di prendervi parte e si tenga pronto” (75).
La situazione precipita e nel giugno del 1940 Parigi è occupata dai tedeschi.
Simone riesce a fuggire con la famiglia a Marsiglia con la speranza di raggiungere a Londra le forze francesi di resistenza. Il soggiorno di Marsiglia dura circa due anni ed è molto ricco di incontri e di esperienze (anche di un’esperienza di lavoro agricolo). Finalmente Simone riesce a raggiungere New York con l’intenzione di partire da lì per Londra, ciò che le riuscirà solo nel novembre del 1942, quando finalmente sarà accolta nelle file di “France Combattante”, l’organizzazione della resistenza francese sotto la guida di De Gaulle. Simone vorrebbe partecipare attivamente sul territorio francese ad azioni, anche pericolose, ma le vengono attribuiti solo compiti civili di raccolta e di redazione di documenti, in vista di una riorganizzazione dello stato francese dopo la guerra. Disperata ed esausta, ricoverata in ospedale per tubercolosi, si rifiuta di nutrirsi sufficientemente e muore nell’agosto del 1943.
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Risalgono agli anni della seconda guerra mondiale numerosi scritti nei quali spesso la riflessione politica s’intreccia con la riflessione religiosa.
Simone infatti tra il 1937 e il 1938 aveva portato a maggiore consapevolezza quel senso del sacro che, a seguito di alcune esperienze, era maturato in lei. Anche se una spiritualità intensa l’aveva sempre più avvicinata al cristianesimo, Simone non aveva voluto entrare a far parte della chiesa cattolica prendendo il battesimo (76). Non è estraneo a questo rifiuto il vedere nella chiesa l’espressione di una struttura fondata nel corso del tempo sull’esercizio del potere, sull’eliminazione, anche cruenta, dei dissidenti (77). Ancora una volta l’accentramento, il monopolio della verità le appaiono come apportatori di violenza e quindi di una situazione di guerra che ignora il valore dell’individuo.
Nell’Iliade o il poema della forza Simone rilegge il testo omerico, concentrando la sua attenzione sul problema della forza, di cui i combattimenti tra greci e troiani non sono che un’espressione; la forza, in realtà, esprime il suo dominio nel mondo in vari modi, come oppressione degli individui resi schiavi, allontanati dalla propria terra, come potere esercitato dal più forte, dal vincitore sul debole e sul vinto. La forza schiaccia, riduce a cosa, pietrifica, rende sordi e muti, acceca sia i vinti che i vincitori, che non riescono più a uscire dalla guerra, perché non sono più in grado di ascoltare le voci della vita. Ma quello che aleggia nel poema è per tutti, vinti e vincitori, il senso tragico della miseria umana. “Gli uditori dell’Iliade sapevano che la morte di Ettore doveva dare una gioia breve a Achille, e la morte di Achille una breve gioia ai Troiani, e l’annientamento di Troia una gioia breve agli Achei” (78). Vincitori e vinti sono fratelli nella stessa miseria. L’Iliade ispira un senso di equità. A stento si capisce che l’estensore del testo è greco e non troiano. Simone vi scorge elementi precursori del messaggio evangelico.
Giustizia e amore hanno il loro fondamento nella consapevolezza della fragilità e della miseria comune a tutti gli uomini. Simone conclude: “Ma nulla di quello che hanno prodotto i popoli d’Europa vale il primo poema conosciuto apparso presso uno di loro. Essi ritroveranno forse il genio epico quando sapranno nulla essere al riparo dalla sorte, mai ammirare la forza, non odiare i nemici e non disprezzare gli sventurati. È in dubbio che questo possa essere imminente” (79).
Così nell’affrontare il tema dei diritti dell’uomo, la cui proclamazione appare come l’atto fondante dello stato moderno a partire dal 1789, Simone nell’opera La prima radice, in cui progetta l’abbozzo di una struttura per la Francia del dopoguerra, fa alcune considerazioni sul legame tra difesa dei diritti umani e guerra. Se si parla di diritti, dice, si parla anche di legittimità dell’uso della forza per difenderli e affermarli; perché allora non mettere l’accento piuttosto sugli obblighi che ciascuno ha nei confronti di ciascun altro per sopperire alle necessità fondamentali di ogni essere umano? Non di una persona astratta, ma dell’uomo in carne e ossa che sta davanti a me, che ha bisogno di essere sfamato, che ha bisogno di protezione contro la violenza, di cure. Anche verso la collettività si hanno degli obblighi, in quanto una collettività, patria, famiglia o altro è nutrimento fondamentale per l’uomo.
In quest’ottica una parte estesa del saggio è dedicata al “radicamento”, di cui formula una definizione: “Il radicamento è forse l’esigenza più importante e misconosciuta dell’anima umana… Mediante la sua partecipazione reale, attiva e naturale all’esistenza di una collettività che conservi vivi certi tesori del passato e certi presentimenti del futuro, l’essere umano ha una radice” (80).
Simone vede nello sradicamento il rischio di una perdita di senso, ma il suo concetto di radice non ha a che fare con la potenza, con “la grandezza della nazione”, con quel concetto di patria, dal quale aveva già preso le distanze nel primo dopoguerra, quanto piuttosto con l’ispirazione, la grandezza spirituale, la tradizione fondata nel cuore dei popoli.
L’annientamento in cui si trova la Francia è la situazione ideale per dare corso a una sua rifondazione, ovviamente dopo la sua liberazione. Secondo Simone non basta che la Francia partecipi alla vittoria a prezzo del sangue, essa deve andare al di là di una falsa idea di grandezza, di quella grandezza per la quale sono entrati nella storia uomini sanguinari. “Che cosa è giusto ammirare nella storia?” si chiede. È vero che “non esiste patria senza storia”, ma chi scrive la storia? I documenti vengono dai vincitori, così “la storia non è altro che una compilazione delle deposizioni fatte dagli assassini circa le loro vittime e se stessi” (81).
Non resta che cambiare il concetto di grandezza. Sostanzialmente Simone indica un percorso di svuotamento e di rifondazione radicale, non accettando passivamente la facile retorica della difesa dei diritti in generale e della patria in particolare. Emerge qui una definizione interessante di patria come comunità ben diversa da quella che in vari passi dei Quaderni Simone definisce “il grosso animale”.
Ancora una volta Simone non vuole tirarsi indietro e formula il Progetto per una formazione di un corpo di infermiere di prima linea, che potrebbe essere di concreto aiuto, ma anche con la sua azione fortemente simbolica combattere Hitler sul suo stesso piano che è appunto il piano, secondo lei, religioso-simbolico. La riflessione sulla componente religiosa del conflitto in atto (ma in fondo di tutti i conflitti) è ripresa in Questa guerra è una guerra di religioni. Simone vede nella Germania di Hitler una forma di idolatria che permette ai soldati tedeschi di affrancarsi dal problema del bene e del male e quindi di procedere con la forza nella sicurezza della vittoria. Per vincere bisogna prendere esempio dalla tattica di Hitler, secondo cui “la politica veramente realista tiene conto innanzitutto dei pensieri”.
È necessario preparare una élite con la virtù della “povertà spirituale” che sia di esempio trainante per far guarire l’Europa dalla sua malattia.
“Hitler gioca per il male; la sua materia è la massa, la pasta. Noi giochiamo per il bene, la nostra materia è il lievito”. Di fronte alla forza nemica, solo lo svuotamento, la povertà spirituale può indicare una via di autentica vittoria. Scrive Simone: “Se saremo liberati soltanto dal denaro e dalle fabbriche degli Stati Uniti, ricadremo in una maniera o nell’altra, in un’altra servitù, uguale a quella che subiamo” (82). La ricerca dello svuotamento, della povertà, non solo spirituale, come forma di ascesi, per perseguire altri valori nella vita quotidiana, ma anche per essere vicina alle sofferenze dei più oppressi si vede anche nelle immagini fotografiche di Simone: vestiti semplici di taglio maschile, rifiuto di una certa immagine di donna tradizionale, senza indulgenze anche per elementari piaceri della vita, come un bel vestito o un buon cibo.
Nessun compromesso nella vita quotidiana, a costo di apparire scostante e di irritare, nella sua ricerca lucida e senza tregua della verità.
Interessanti sono in proposito i ricordi presenti nella biografia scritta dalla compagna di liceo Simone Petrement: “In rapporto ai progetti che già cominciava a formulare e di fronte all’idea che si faceva della vita, era, come disse in seguito lei stessa, una singolare sfortuna essere donna…
c’erano delle ragioni serie: i compiti che ella si proponeva, e che le avrebbero richiesto soprattutto virtù virili” (83).
Alla condizione femminile di Simone Gabriella Fiori dedica uno degli ultimi capitoli della sua biografia, credendo di ravvisarvi “in massima parte l’origine delle sue lacerazioni di fronte a se stessa e alle reazioni degli altri, soprattutto se negative”.
“Voleva incidere sul mondo; il vulcanico impulso all’azione non conformista è stato particolarmente frustrato dalla sua condizione di donna, che in primo luogo si rifletteva nel suo modo di guardare a se stessa, sentendosi inferiore al fratello, meditando amaramente sulla propria ‘mediocrità” (84).
Nel suo modo di presentarsi, nella sua goffaggine, asprezza, diversa lunghezza d’onda, sconcerto che suscitava il suo essere “donna non donna” secondo la norma, Gabriella Fiori crede di scorgere il problema dei modi della sua comunicazione e dopo varie osservazioni in riferimento a colloqui avuti con chi la conobbe, conclude: “Simone Weil è un genio-donna… Il suo genio ha tutti gli aspetti femminili della fecondità spirituale: l’importanza del nutrire, del curare, del proteggere secondo le esigenze fisiologiche degli esseri, delle vicende, delle cose; l’attenzione al conservare, al rimediare, all’utilizzare, il prevalere della debolezza sulla forza; l’importanza della parola, del linguaggio comunicante; l’importanza della partecipazione e del calore in rapporto alla sensibilità, nel modo di vivere e di lavorare, di studiare, di insegnare; l’accento posto sull’applicazione pratica della saggezza ai fini della massima felicità possibile dell’uomo sulla terra… Principalmente nelle critiche di pessimismo e di astrattezza che le sono state sempre rivolte, bisogna leggere in filigrana un disagio di fronte a una intelligenza considerata in realtà inclassificabile perché collegata segretamente a un’idea preconcetta della donna. D’altra parte: se uomo, più comunicante e autorevole, sarebbe però stata considerata con maggiore ostilità e più aspramente combattuta, Più coinvolta di necessità in un ruolo pratico, Simone avrebbe dovuto scendere a compromessi, o sarebbe morta in guerra. Nel complesso, sarebbe stata meno preservata e meno libera. Non avrebbe potuto forse raggiungere quella umiltà totale, quel disinteresse assoluto, quella spoliazione da ogni ruolo per cui è riuscita a dire ‘la verità pura e semplice’ come i matti di Shakespeare” (85).
Dunque, proprio nel suo essere donna risiederebbe l’originalità del suo approccio alla realtà, del suo modo di affrontare la problematica della guerra.

Etty Hillesum
“E più pace c’è nelle persone, più pace ci sarà in questo mondo agitato”

Per conoscere la posizione di Etty Hillesum nei confronti della guerra non si può non avere almeno un’idea del suo percorso personale nell’ambito del periodo storico in cui visse. Di lei abbiamo il diario e le lettere composti tra il 1941 e il 1943, leggibili in italiano in edizione ridotta (86); della sua vita precedente poco sappiamo. Quando la incontriamo nelle prime pagine del diario nel marzo 1941 è una giovane donna ebrea di ventisette anni, abitante ad Amsterdam, laureata in giurisprudenza, ma attratta da studi di slavistica e di psicologia, che si affida allo psicochirologo Julius Spier per superare turbamenti e depressioni, per mettere ordine nel groviglio delle sue fantasticherie, alle quali non è estranea una certa instabilità dell’ambiente familiare (padre intellettuale, studioso di lingue classiche, madre russa, scampata ai pogrom, passionale e fragile, due fratelli, Mischa e Jaap, eccezionalmente dotati nel campo musicale e nella ricerca medica).
Etty incomincia a scrivere spinta dunque da una forte motivazione personale, vuole mettere ordine nei suoi pensieri, sentendosi come “prigioniera di un gomitolo aggrovigliato”, ma non può non tenere conto di ciò che succede attorno a lei: “È tutto un mondo che va in pezzi. Ma il mondo continuerà ad andare avanti e per ora andrò avanti anch’io. Restiamo certo un pò impoveriti, ma io mi sento ancora così ricca, che questo vuoto non mi è entrato veramente dentro. Però dobbiamo tenerci in contatto col mondo attuale e dobbiamo trovarci un posto in questa realtà, non si può vivere solo con le verità eterne, così rischieremmo di fare la politica degli struzzi. Vivere pienamente, verso l’esterno come verso l’interno, non sacrificare nulla della realtà esterna a beneficio di quella interna, e viceversa: considera tutto ciò come un bel compito per te stessa” (87).
L’ultimo suo scritto è una cartolina postale buttata il 7 settembre 1943 dal treno in viaggio dal campo di smistamento di Westerbork in Olanda verso Auschwitz, cartolina indirizzata all’amica Christine Van Nooten. Vi si legge: “Christine, apro a caso la Bibbia e trovo questo: ‘Il Signore è il mio alto ricettò. Sono seduta sul mio zaino nel mezzo di un affollato vagone merci. Papà, la mamma e Mischa sono alcuni vagoni più avanti. La partenza è giunta piuttosto inaspettata, malgrado tutto. Un ordine improvviso mandato appositamente per noi dall’Aja. Abbiamo lasciato il campo cantando, papà e mamma molto forti e calmi, e così Mischa. Viaggeremo per tre giorni. Grazie per tutte le vostre cure. Alcuni amici rimasti a Westerbork, scriveranno ancora a Amsterdam, forse avrai notizie? Anche dalla mia ultima lunga lettera? Arrivederci da noi quattro. Etty” (88).
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Quello di Etty è dunque soprattutto un processo di maturazione personale che avviene però nel contesto di uno dei periodi più terribili del XX secolo. Le sue pagine ci appaiono complesse e articolate, qualche volta anche contraddittorie, sempre molto ricche di sentimenti, di impressioni, di annotazioni e di riflessioni. Passo dopo passo, nell’arco di poco più di due anni, la vediamo passare da quella che definisce “costipazione spirituale” a una vera e propria forma di libertà interiore, in cui riesce ad affrontare la deportazione e ad aiutare anche quelli che la circondano.
Lasceremo quindi, nel tracciare la sua vita, parlare soprattutto i suoi testi, tanto più che la sua non è una teoria, una concezione politica o una fede religiosa, ma semplicemente un percorso personale, documentato da pagine scritte un po’ per volta nel pieno delle vicissitudini.
I suoi scritti diventano poco a poco “doverosa testimonianza”, “ricerca delle parole giuste per testimoniare ciò che dovrà essere testimoniato”, “ricerca silenziosa sulla carta” di un filo conduttore per se stessa e per quanti incontra sul suo cammino.
Come ebrea in Amsterdam deve poco a poco affrontare i provvedimenti che chiudono come in un cerchio gli ebrei olandesi. I tedeschi in Olanda, occupata sin dal 1940, vogliono attuare in modo sistematico la soluzione finale; gli ebrei vengono man mano emarginati dalla vita normale (non possono comprare in certi negozi, non possono usare le biciclette, devono portare la stella gialla sull’abito) e poi trasportati nel campo di Westerbork (non lontano dalla Germania), campo creato già dal 1939 per tutti i profughi in fuga in Olanda. Qui ogni martedì parte un convoglio costituito da treni merci con un ben preciso numero di individui che dovranno essere portati verso est in Polonia per lavorare al servizio dei tedeschi. La verità non tarda a farsi scoprire e si capisce che la destinazione è l’annientamento. Etty si trova dunque a vivere e a scrivere in questa realtà.
“Sabato 14 giugno, le sette di sera. Di nuovo arresti, terrore, campi di concentramento, sequestri di padri sorelle e fratelli. Ci si interroga sul senso della vita, ci si domanda se essa abbia ancora un senso… Tutto sembra così minaccioso e sinistro, e ci si sente così impotenti” (89).
“E ora sembra che gli ebrei non potranno più entrare nei negozi di frutta e verdura, che dovranno consegnare le loro biciclette, che non potranno più salire sui tram né uscir di casa dopo le otto di sera… In ogni momento possiamo essere spediti in una baracca nel Drenthe… Dobbiamo trovare posto per una nuova certezza: vogliono la nostra fine e il nostro annientamento, non possiamo più farci alcuna illusione al riguardo, dobbiamo accettare la realtà per continuare a vivere” (90).
“Un giorno pesante, molto pesante. Un ‘destino di massa’ che si deve imparare a sopportare insieme con gli altri, eliminando tutti gli infantilismi personali. Chiunque si voglia salvare deve pur sapere che se non ci va lui, qualcun altro dovrà andare al suo posto. Come se importasse molto se si tratti proprio di me, o piuttosto di un altro, o di un altro ancora. È diventato ormai un ‘destino di massa’ e si dev’essere ben chiari su questo punto. Un giorno molto pesante: ma ogni volta so ritrovare me stessa in una preghiera – e pregare mi sarà sempre possibile anche nello spazio più ristretto: e, come fosse un fagottino, io mi lego sempre più strettamente sulla schiena e porto sempre più come una cosa mia quel pezzetto di destino che sono in grado di sopportare: con questo fagottino già cammino per le strade” (91).
La sua ricerca di ordine e di senso dentro di sé diventa così ricerca di senso di fronte alla guerra, all’odio, alla barbarie, alla disumanizzazione e allo sradicamento.
“La locomotiva manda un fischio terribile, tutto il campo trattiene il fiato, partono altri tremila ebrei… I vagoni merci erano completamente chiusi, ma qua e là mancavano delle assi, e dalle aperture spuntavano mani a salutare, proprio come le mani di chi affoga. Il cielo è pieno di uccelli, i lupini violetti stanno là così principeschi e così pacifici, su quella cassa si sono sedute a chiacchierare due vecchiette, il sole splende sulla mia faccia e sotto i nostri occhi accade una strage, è tutto così incomprensibile” (92).
Etty poco a poco prepara se stessa e prepara gli altri ad affrontare il viaggio verso la fine: “Mi meraviglio di quanto io mi stia già orientando verso la prospettiva di un campo di lavoro… Mi chiedo che cosa farei effettivamente, se mi portassi in tasca il foglio con l’ordine di partenza per la Germania, e se dovessi partire fra una settimana. Supponiamo che quel foglio mi arrivi domani: cosa farei? Comincerei col non dir niente a nessuno, mi ritirerei nel cantuccio più silenzioso della casa e mi raccoglierei in me stessa, cercando di radunare tutte le mie forze da ogni angolo di anima e corpo… Mi procurerò uno zaino e porterò con me lo stretto necessario, poco, ma tutto di buona qualità. Mi porterò una Bibbia e quei libretti sottili, i ‘Briefe an einen jungen Dichter’, e in qualche angolino dello zaino riuscirò a farci stare lo Stundenbuch? Non mi porto ritratti di persone care, ma alle ampie pareti del mio io interiore voglio appendere le immagini dei molti visi e gesti che ho raccolto, e quelle rimarranno sempre con me” (93).
Così lo zaino sul quale è concretamente seduta nel vagone che la porterà ad Auschwitz è quello che ha a lungo preparato, pensando di non separarsi dalle sue letture preferite (la Bibbia, i testi di Rilke, Sant’Agostino, Dostoevskij, Jung).
Etty ha un temperamento passionale, ama gli uomini e la vita, si commuove di fronte a un paesaggio, ascoltando un pezzo musicale, vive con gioia la presenza di un fiore sulla propria scrivania, contempla con tenerezza il cielo sopra di sé.
“Sabato mattina, le sette e mezzo… I rami nudi che si arrampicano lungo la mia finestra si sono coperti di giovani foglioline verdi. Un vello di riccioli sui loro nudi e duri corpi di asceti. Già com’era ieri nella mia cameretta? Ero andata a dormire presto, dal mio letto guardavo fuori attraverso la grande finestra aperta: ed era come se la vita con tutti i suoi segreti mi fosse nuovamente accanto, come se la potessi toccare. Avevo la sensazione di riposare sul suo petto nudo, di sentire il battito regolare e leggero del suo cuore. Ero fra le nude braccia della vita e ci stavo così sicura e protetta. Pensavo: com’è strano. C’è la guerra. Ci sono campi di concentramento. Piccole barbarie si accumulano di giorno in giorno.
Camminando per le strade, io so che in quella casa c’è un figlio in prigione, in quell’altra un padre preso in ostaggio, o un figlio diciottenne condannato a morte. E questo capita a due passi da casa mia. So quanta gente è agitata, conosco il grande dolore umano che si accumula e si accumula, la persecuzione e l’oppressione, l’odio impotente e il sadismo: so che tutte queste cose esistono, e continuo a guardare bene in faccia ogni pezzetto di realtà nemica. Eppure, in un momento di abbandono, io mi ritrovo sul petto nudo della vita e le sue braccia mi circondano così dolci e protettive, e il battito del suo cuore non so ancora descriverlo: così lento e regolare e così dolce, quasi smorzato, ma così fedele, come se non dovesse arrestarsi mai, e anche così buono e misericordioso. Io sento la vita in questo modo, né credo che una guerra, o altre insensate barbarie umane, potranno cambiarvi qualcosa” (94).
“Jopie è un caro compagno. Di sera assistiamo al tramonto del sole, che si tuffa nei lupini violetti dietro al filo spinato” (95).
Gode anche dei piaceri comuni, più legati alla quotidianità (una camicia pulita, un sapone profumato, un buon dolce, un caffè con gli amici). La vita è tutto questo, dolore e piacere.
“Ora sono le otto e mezzo, c’è un camino a gas acceso, tulipani gialli e rossi, ed ecco che spunta fuori una pasticca di cioccolato della zia Hes; ci sono anche tre pigne che vengono dalla brughiera di Laren… Devo ancora ricordare l’insalata di salmone, che è pronta per stasera. E ora metto su l’acqua per il tè, la zia Hes sta facendo un golfino all’uncinetto e Pa Han si trastulla con una macchina fotografica – e perché no, poi? Che sia tra questi quattro muri o tra altri quattro, che importa? Tanto quel che conta è altrove: e stasera spero di andare un po’ avanti con Jung” (96).
“Le mie rose rosse e gialle si sono completamente schiuse: mentre ero là in quell’inferno, hanno continuato silenziosamente a fiorire. Molti mi dicono: come puoi pensare ancora ai fiori di questi tempi. Ieri sera dopo quella lunga camminata nella pioggia, e con quella vescica sotto il piede, sono ancora andata a cercare un carretto che vendesse fiori e così sono arrivata a casa con un gran mazzo di rose. Ed eccole lì, reali quanto tutta la miseria vissuta in un intero giorno: nella mia vita c’è posto per tante cose” (97).
“Improvvisamente, tutte le pene notturne e le solitudini di un’umanità sofferente attraversano il mio piccolo cuore e lo fanno dolorare… Ma prima voglio trovarmi al fronte tra gli uomini sofferenti – e poi avrò bene il diritto di parlare? Ogni volta è come una piccola ondata di calore, anche dopo i momenti più difficili: la vita è davvero bella: è un sentimento inspiegabile, che non può fondarsi sulla realtà in cui viviamo. Ma non esistono forse altre realtà, oltre a quella che si trova sui giornali e nei discorsi vuoti e infiammati di uomini intimoriti? Esiste anche la realtà del ciclamino rossorosa e del grande orizzonte che si può sempre scoprire dietro il chiasso e la confusione di questo tempo” (98).
Anche la consapevolezza della morte, l’integrare la possibilità della morte nella propria vita rende più grande la vita. “Sembra quasi un paradosso: se si esclude la morte non si ha mai una vita completa; e se la si accetta nella propria vita, si amplia e si arricchisce quest’ultima” (99).
Etty non approda a una teoria, a una vera e propria elaborazione di idee, semplicemente scopre dentro di sè la bellezza del vivere, come una sorgente di vitalità che ora si lega a un fiore, ora a un incontro con una persona, ora a un paesaggio, a un pensiero, a una lettura. Interlocutore, per lei che non professa alcuna religione è, poco a poco, Dio.
“Il sentimento che ho della vita è così intenso e grande, sereno e riconoscente, che non voglio neppur provare a esprimerlo in una parola sola: in me c’è una felicità così perfetta e piena, mio Dio. Probabilmente la definizione migliore sarebbe…: ‘riposare in se stessi’, e forse sarebbe anche la definizione più completa di come io sento la vita: io riposo in me stessa: e questo ‘me stessa’, la parte più profonda e ricca di me in cui riposo, io la chiamo ‘Dio’… In fondo, la mia vita è un ininterrotto ascoltar dentro me stessa, gli altri, Dio” (100).
Irraggiare questo senso profondo dell’essere, del vivere, del bello in un momento in cui si scatena la persecuzione razziale, in cui non si sa se dopo pochi giorni si perderà tutto partendo su di un treno merci con destinazione il lager significa per Etty salvare l’umano di fronte al disumano, capire e amare contrapponendosi all’odio diventa l’unica autentica forma di resistenza.
“Vorrei tanto poter trasmettere ai tempi futuri tutta l’umanità che conservo in me stessa, malgrado le mie esperienze quotidiane. L’unico modo che abbiamo di preparare questi tempi nuovi è di prepararli fin d’ora in noi stessi” (101).
“In fondo, il nostro unico dovere morale è quello di dissodare in noi stessi vaste aree di tranquillità, di sempre maggior tranquillità, fintanto che si sia in grado d’irraggiarla anche sugli altri. E più pace c’è nelle persone, più pace ci sarà in questo mondo agitato” (102).
La via dell’odio e della ribellione le sembra la via più immediata, ma anche quella che si rivela priva di autentici effetti. Non per questo Etty non prova sdegno e senso di rivolta, ma di fronte ai nemici e ai persecutori si domanda prima di tutto chi siano autenticamente, che cosa ci sia alle spalle del loro comportamento. Anche loro sono esseri umani e se sono arrivati a tanto vuol dire che è all’interno dell’uomo il male da sradicare, incominciando da noi stessi. Il vero “fronte”, la vera battaglia si combatte “a partire da sé”. Il percorso di Etty si articola sempre nel rapporto tra interno e esterno. “Dobbiamo essere la nostra propria patria” (103).
In un mondo dominato dalla forza Etty ritiene sempre più autentico il messaggio cristiano dell’amore, citando la prima lettera ai Corinzi. Non è cristiana, non è ebrea praticante, non è neppure credente nel senso corrente del termine, in quanto non legata a nessuna particolare pratica di fede, ma chiama Dio “la parte più profonda e ricca” di sé.
Aiutare ciascuno a scoprire questa sorgente originaria della vita, la parte più nobile, il valore della vita stessa, questo sente di dover fare Etty.
“Amo così tanto gli altri perché amo in ognuno un pezzetto di te, mio Dio.
Ti cerco in tutti gli uomini e spesso trovo in loro qualcosa di te. E cerco di disseppellirti dal loro cuore, mio Dio” (104).
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Aiutare ciascuno a scoprire dentro di sé ciò che è totalmente altro diventa così l’equivalente del ragionare con la propria testa di fronte all’imposizione dell’odio e della forza, diventa un’affermazione di libertà.
Non una teoria, non un’ideologia, non una fede religiosa, semplicemente un percorso, una via tracciata da una donna giovane che voleva vivere in pieno la vita e diventare scrittrice e che si trova a dover fronteggiare l’incomprensibile dell’odio e della violenza dell’uomo sull’uomo. La sua via non è sempre chiara e lineare, le sue pagine ricche e contraddittorie schiettamente ci indicano gli smarrimenti, la perdita di coraggio, la paura di non farcela, le contraddizioni, i problemi di chi non vuole semplicemente accettare ciò che si dice, ciò che gli altri si aspettano che lei faccia.
Tutti vogliono salvarsi la vita, ma che cosa vuol dire salvare la vita? Tutti odiano, ma chi e perché? Tutti la ritengono fuori dalla realtà, ma che cos’è la realtà? Quello che colpisce nelle pagine di Etty è il continuo sforzo di pensare con la propria testa, di conservare una propria autonomia, una propria capacità di ritornare sempre in se stessa, come a una casa, una vera e propria patria in cui si ricostruisce di giorno in giorno in modo attivo (non passivo o semplicemente rassegnato come in un rifugio fuggendo dal mondo) il filo delle cose, un senso del vivere, un fondamento su cui si possono così anche aiutare gli altri a ritrovare se stessi e la fiducia in se stessi.
Dice J. G. Gaarlandt nell’introduzione al Diario: “il diario di Etty è prima di tutto un viaggio nel suo mondo interiore. E quel suo mondo interiore non è dominato dalla minaccia della guerra – si potrebbe quasi dire che è la guerra a essere dominata da lei” (105).
Solo la lettura diretta del testo può dare l’idea del processo interiore di Etty e della sua testimonianza. La scelta dei brani proposta è solo indicativa di un possibile percorso.
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Vorremmo concludere questa breve presentazione con le considerazioni di Gabriella Caramore, nelle quali è possibile rintracciare un interessante metodo di lettura.
“Etty non è una filosofa, non è una teologa, non è una psicologa. Non è nemmeno – forse semplicemente perché non ne ha avuto il tempo – la scrittrice che avrebbe voluto diventare…
“Dunque, accostandoci a Etty non dobbiamo commettere l’errore di trasformarla in oggetto della nostra indagine, volta a catturare la sua appartenenza, il suo pensiero, la sua religiosità, e così via…
“In che modo, allora, potremo metterci in ascolto delle parole di Etty? E che cosa potremo conoscere di lei?…
“In primo luogo, dovremmo tenere a mente, con trepidazione, che ponendo lo sguardo su una vita umana non tutto potremo cogliere, perché mai tutto emerge in superficie, e mai tutto viene interamente abbracciato dallo sguardo dell’altro…
“Ciò che, dunque, di Etty Hillesum potremo conoscere, e forse imparare, è in primo luogo la ricchezza delle potenzialità di una vita umana. Anche nelle situazioni più terribili, e di maggiore costrizione, si può trovare la forza se non di capovolgere il dato, almeno però di rovesciarne il senso: ‘Ho il dovere di vivere nel modo migliore, e con la massima convinzione, sino all’ultimo respiro. Allora chi verrà dopo di me non dovrà più cominciare tutto da capo e con fatica’. Etty sa amare la vita, e trovarvi bellezza, anche nelle situazioni più intollerabili non perché sia un’anima bella, che non sa vedere l’orrore del mondo, ma perché sa che ‘tutto fa parte di questo mondo: una poesia di Rilke come un ragazzo che cade dall’aeroplano’. Viene in mente Dietrich Bonhoeffer, nel carcere di Tegel, a Berlino, poco tempo prima di venire giustiziato: ‘Meravigliosamente custoditi, da forze che vegliano per il nostro bene, attendiamo senza timore l’avvenire. Dio è con noi sera e mattina, e lo sarà fino all’ultimo giorno’.
“Di Etty potremo anche conoscere, in tempi in cui le fedi ci appaiono sotto il loro volto o fondamentalista o secolarizzato, o spettacolarizzato o svilito in consuetudini quotidiane, che fede può essere anche qualcosa in cui libertà e sottomissione diventano la stessa cosa. Bisogna ‘sopportare i misteri di Dio’, dice Etty, e solo sopportandoli, senza presumere di possederne le chiavi, si può anche sperare di ‘aiutare Dio’, quando Dio non sembra più in grado di far fronte alla malvagità degli esseri umani.
“Ma, infine, da Etty potremo anche comprendere che la vita non va conservata, ma spesa ‘ad ogni costò. E che solo spendendola, come è stato detto prima di lei, la si può salvare. Per questo la ‘parola’ fondamentale sotto la quale si può leggere il senso dell’esistenza e del destino di Etty Hillesum è, forse, quell”ardore elementare’ in cui consiste l’amore per il prossimo, e che arriva a superare le barriere dell’indifferenza e dell’egoismo, della superficialità e dell’inimicizia. ‘È giunto il momento di mettere in pratica ‘ama i tuoi nemici’. E se noi arriveremo a dirlo, bisognerà pure che questo sia possibile’”(106).

NOTE

  1. Il testo è frutto della collaborazione fra le autrici. In particolare la parte su Virginia Woolf è stata scritta da Grazia Corrente e la parte su Simone Weil e Etty Hillesum da Carla Bausone.
    2. Luisa Muraro, Se la politica vince sulla guerra, in Guerre che ho visto, “Quaderni di Via Dogana”, Milano 1999, p. 15.
    3. Virginia Woolf, Momenti di essere, in Saggi prose racconti, Mondadori, Milano 1988, p. 1107.
    4. Nadia Fusini, Nomi, Feltrinelli, Milano 1996, p. 83.
    5. Ginevra Bompiani, Il fare e il non fare di Virginia Woolf, in “Alfabeta”, novembre 1979.
    6. Virginia Woolf, La stanza di Jacob, in Romanzi, Mondadori, Milano 2002, pp. 170-171.
    7. Nadia Fusini, Commento e note ai testi, in Virginia Woolf, Romanzi, cit., p. 1286. Afferma ancora Nadia Fusini che “secondo fonti ufficiali, quasi un terzo dei caduti inglesi della prima guerra mondiale morirono lì. E le perdite più alte furono tra i giovani della classe di Jacob”.
    8. Virginia Woolf, Diario di una scrittrice, Mondadori, Milano 1959, p. 43.
    Il romanzo si delinea come un continuo intreccio di sequenze separate che ha fatto pensare a Anna Banti a “un lucidissimo specchio che un sasso lanciato violentemente riduca in innumerevoli frammenti. In ciascuno si riflette e si isola un’immagine (o un discorso o un paesaggio o una riflessione) che il lettore collaboratore si impegna a riconoscere ricomponendo l’insieme della pagina” (Virginia Woolf, La Camera di Jacob, Introduzione di Anna Banti, Mondadori, Milano 1983, p. 8).
    9. Nadia Fusini,Commento e note ai testi, in Virginia Woolf, Romanzi, cit., p. 1271.
    10. Virginia Woolf, La stanza di Jacob cit., p. 195.
    11. Sul rapporto tra gli uomini e la guerra si veda Joanna Bourke,Le seduzioni della guerra, Carocci, Roma 2001.
    12. Virginia Woolf, La signora Dalloway in Romanzi, cit., p. 286.
    13. Ibidem.
    14. Ibidem.
    15. Ibidem, p. 293.
    16. Ibidem, p. 286.
    17. Virginia Woolf, Diario di una scrittrice, cit., p. 91.
    18. Virginia Woolf, Al Faro, in Romanzi, cit., p. 406.
    19. Ibidem, p. 529.
    20. Anna Brawer, Ritratto come autoritratto. Al faro, Tirrenia Stampatori, Torino 1987, p. 91.
    21. Virginia Woolf, Al faro, cit., p. 534.
    22. Ibidem, p. 536.
    23. Ibidem, p. 535.
    24. Ibidem.
    25. Ibidem, p. 595.
    26. Ibidem, p. 535.
    27. Virginia Woolf, Diario di una scrittrice, cit., p. 347.
    28. Alla morte del nipote Virginia Woolf dirà di aver sentito una “frattura totale, un vuoto, un colpo alla testa” (lettera del 6 agosto 1937 riportata in Virginia Woolf, Saggi prose racconti, Mondadori, Milano 1998, p. 1381).
    29. Virginia Woolf, Diario di una scrittrice, cit., p. 361.
    30. Si veda a questo proposito Cristina Faccincani, Il pensiero dell’esperienza, in Diotima (a cura di), Il profumo della maestra, Liguori Editore, Napoli 2004.
    31. Virginia Woolf, Le tre ghinee, in Saggi prose racconti, cit., p. 438.
    32. Susan Sontag, Davanti al dolore degli altri, Mondadori, Milano 2003, p. 7. Le immagini a cui si è accennato sono oggetto di una puntuale analisi da parte di Susan Sontag che ne riscontra però anche alcuni limiti.
    33. Adriana Cavarero, Nel nome di Antigone, in “Micromega”, supplemento n. 1, 2003, p. 28.
    34. Cfr. Joanna Bourke, Le seduzioni della guerra, Carocci, Roma 2001, p. 272.
    35. Adriana Cavarero, Nel nome di Antigone, cit, p. 30.
    36. Virginia Woolf, Le tre ghinee, cit., p. 448.
    37. Ibidem, p. 449.
    38. Ibidem, p. 433.
    39. Ibidem, p. 453.
    40. Ibidem, p. 467.
    41. Ibidem, p. 498.
    42. Ibidem, p. 503.
    43. Ibidem, p. 508.
    44. Ida Dominijanni, L’eccedenza della libertà femminile, in Motivi della libertà, Franco Angeli, Milano 2001, p. 53.
    45. Ivi, p. 525. Nelle note al testo Virginia Woolf afferma esplicitamente: “Forse un antidoto indicato contro il piacere del dominio potrebbe essere la risata” (Virginia Woolf, Le tre ghinee, cit. p. 653). Ella stessa rifiuta proposte prestigiose come la laurea ad honorem offertale dall’università di Manchester o la presidenza del Pen Club come testimoniano le lettere del 26 marzo 1933 al vicecancelliere dell’università di Manchester e del 17 luglio 1935 a Vanessa pubblicate in Virginia Woolf, Falce di luna, Einaudi, Torino 2002.
    46. Paola Cenzon, Virginia Woolf: la capra che fa la differenza, in “Dwf”, luglio-dicembre 2002, p. 72.
    47. Già nel racconto La società del 1920 Virginia Woolf delineava l’idea di una associazione di donne che investigasse i campi riservati agli uomini e indicava il tema dell’insensatezza della guerra e dell’estraneità delle donne nei suoi confronti. (Virginia Woolf, La società, in Tutti i racconti, La Tartaruga Edizioni, Milano 2003).
    48. Virginia Woolf, Le tre ghinee, cit., p. 560.
    49. Ibidem.
    50. Virginia Woolf, Momenti di essere, in Saggi prose racconti, cit., p. 1106.
    51. Ginevra Bompiani, Il fare e il non fare, cit.
    52. Nel marzo del 1979 andò in onda una trasmissione radiofonica su Le tre ghinee a cui parteciparono Laura Conte, Manuela Fraire e Biancamaria Frabotta, riportata in Biancamaria Frabotta, Letteratura al femminile, De Donato, Bari 1980. Sul vivace dibattito seguito alla trasmissione si vedano: Rossana Rossanda, Le iscrizioni alla Società delle Estranee non si sono chiuse nel 1914?, in “Il Manifesto”, 1 aprile 1979; Manuela Fraire, Le iscrizioni alla società delle Estranee sono ancora aperte, in “Il Manifesto”, 15 aprile 1979; Nadia Fusini, Il femminile dell’artista, in “Rinascita”, 27 aprile 1979; Ginevra Bompiani, Il fare e il non fare, cit.
    53. Virginia Woolf, Le tre ghinee (introduzione di Luisa Muraro), Feltrinelli, Milano 1992, p. 21. A proposito della Società delle Estranee Angela Putino scrive che: “sarebbe sbagliato credere che Virginia Woolf indichi un percorso separato per le donne incapace quindi di incidere concretamente sui rapporti di forza in gioco tra i due sessi. Virginia sottolinea invece come il vantaggio della differenza femminile per ognuna consista nel non sacrificare tale differenza” (Angela Putino, Amiche mie isteriche, Cronocopio, Napoli 1998, p. 28). Si segnala, a lavoro ultimato, l’incontro. Il dono della politicaSeminario su Le tre ghinee di Virginia Woolf, Torino 4 dicembre 2004, Società italiana delle Letterate.
    54. Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, Il Saggiatore, Milano 1980, p. 39.
    55. Virginia Woolf, Le tre ghinee, in Saggi prose racconti, cit., p. 599.
    Sulla figura di Antigone molte studiose hanno scritto. Si veda in particolare Maria Zambrano, La tomba di Antigone. Diotima di Mantinea, La Tartaruga, Milano 1995, e Annarosa Buttarelli, Il gesto politico di Antigone, in Guerre che ho visto, cit.
    56. Virginia Woolf, Le tre ghinee, cit., p. 600.
    57. Virginia Woolf, Diario di una scrittrice, cit., p. 375.
    58. Ibidem, p. 381.
    59. Ibidem, p. 391.
    60. Ibidem, p. 392.
    61. Virginia Woolf, Pensieri di pace durante un’incursione aerea, in Per la strade di Londra, Il Saggiatore, Milano 1981, p. 158.
    62. Ibidem, pp. 159-60. A proposito del disprezzo si ricorda che Le tre ghinee avevano non a caso come primo titolo Sull’essere disprezzate.
    63. Luisa Muraro, Guerre che ho visto, in Guerre che ho visto, cit., p. 27.
    64. Virginia Woolf, Pensieri di pace, cit., p. 159.
    65. Ibidem, p. 161.
    66. Giancarlo Gaeta, Simone Weil, Edizioni Cultura della Pace, Fiesole 1992, p. 6.
    67. Luisa Muraro, Se la politica vince sulla guerra, cit., p. 15.
    68. In proposito è molto interessante la lettura di Simone Petrement, La vita di Simone Weil, Adelphi, Milano 1994. Simone Petrement, compagna di studi e amica di Simone Weil, in più punti della sua opera mette in rilievo la costante preoccupazione della madre per quella figlia così particolare, che mangiava poco, che voleva condividere la sorte dei più poveri, risparmiando sul riscaldamento, dormendo per terra, arrivando perfino a lavorare in fabbrica e in campagna, per provare la sofferenza e l’emarginazione nella propria carne.
    69. Simone Weil, Lettera a George Bernanos, in Sulla guerra. Scritti 1933-1943, Nuova Pratiche Editrice, Milano 1998, p. 54.
    70. Cfr. Simone Weil, Sulla Germania totalitaria, Adelphi, Milano 1990.
    71. Simone Weil, Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale, Adelphi, Milano 1983.
    72. Simone Weil, Riflessioni sulla guerra, in Sulla guerra, cit.
    73. Simone Weil, Non ricominciamo la guerra di Troia, in Sulla guerra, cit., pp. 55-56.
    74. Interessante è la raccolta di testi riportati nell’opera già citata Sulla guerra. Scritti 1933-1943. Molte osservazioni si ritrovano anche in articoli sparsi o nei Quaderni.
    75. Simone Weil, Sulla guerra, cit., p. 117.
    76. Simone Weil espone le sue ragioni nei confronti della chiesa cattolica in una lettera al Padre Couturier nell’ottobre 1942. Cfr. Simone Weil, Lettre à un religieux, Gallimard, Paris 1951.
    77. Simone Weil, L’ispirazione occitanica, in Giancarlo Gaeta, Simone Weil, cit.
    78. Simone Weil, L’Iliade ou le poème de la force, in Ecrits historiques et politiques, Gallimard, Paris 1989.
    79. Ibidem, p. 253.
    80. Simone Weil, La prima radice. Preludio ad una dichiarazione dei doveri verso la creatura umana, Edizioni di Comunità, Milano 1994, p. 208.
    81. Ibidem, p. 240.
    82. Simone Weil, Questa guerra è una guerra di religioni, in Sulla guerra, cit., p. 131.
    83. Simone Petrement, La vita di Simone Weil cit., pp. 36-37.
    84. Gabriella Fiori, Simone Weil, Garzanti, Milano 1990, p. 449.
    85. Ibidem, pp. 459-460.
    86. Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano 1985; Lettere 1942-1943, Adelphi, Milano 1990.
    87. Etty Hillesum, Diario, cit., p. 45.
    88. Etty Hillesum, Lettere, cit., p. 149.
    89. Etty Hillesum, Diario, cit., p. 48.
    90. Ibidem, p. 120 ss.
    91. Ibidem, p. 162.
    92. Etty Hillesum, Lettere, cit., pp. 64-65.
    93. Etty Hillesum, Diario, cit., p. 165.
    94. Ibidem, pp. 114-115.
    95. Etty Hillesum, Lettere, cit., p. 66.
    96. Etty Hillesum, Diario, cit., p. 94.
    97. Ibidem, p. 182.
    98. Ibidem, p. 215.
    99. Ibidem, p. 140.
    100. Ibidem, p. 201.
    101. Ibidem, p. 179.
    102. Ibidem, p. 221.
    103. Ibidem, p. 206.
    104. Ibidem, p. 194.
    105 Ibidem, pp. 16-17.
    106. Gabriella Caramore, Per conoscere Etty Hillesum, in Etty Hillesum, Diario 1941-1943. Un mondo altro è possibile (a cura di Maria Pia Mazziotti e Gerrit Van Oord), Apeiron, Roma 2002.

Nota dell’editore

Ringraziamo di cuore Grazia Corrente, la casa editrice Seb 27 (sito: www.seb27.it), Istoreto e Irri Piemonte, per averci messo a disposizione questo capitolo “Virginia Woolf, Simone Weil, Etty Hillesum. Estranee o in prima linea?” di Carla Bausone e Grazia Corrente (1) apparso nel bel libro promosso da Istoreto (Istituto Piemontese per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea “Giorgio Agosti” e da Irre Piemonte (Istituto Regionale di Ricerca Educativa) a cura di Carla Colombelli, La guerra non ci dà pace. Donne e guerre contemporanee, Edizioni Seb 27, Torino 2005 (oltre a quello della curatrice Carla Colombelli il volume – che si apre con una presentazione di Roberto Alonge e Claudio Dellavalle – raccoglie testi di Carla Bausone, Giorgio Belli, Grazia Corrente, Graziella Gaballo, Cristina Giudice, Franca Miglietta, Enrica Panero, Marisa Peisino, Laura Poli, Paola Porceddu, Emma Schiavon; hanno inoltre contribuito alla sua realizzazione Ersilia Alessandrone Perona, Loredana Truffo, Margherita Granero, le Donne in Nero e la Casa delle Donne di Torino, Marina Abramovic, Maja Bajevic, Lala Meredith-Vula, Shirin Neshat, Galleria Massimo Minini, Galleria Marco Noire, Galleria Alberto Peola).

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Virginia Woolf, scrittrice tra le più grandi del Novecento, nacque a Londra nel 1882, promotrice di esperienze culturali ed editoriali di grande rilievo, oltre alle sue splendide opere narrative scrisse molti acuti saggi, di cui alcuni fondamentali anche per una cultura della pace. Morì suicida nel 1941. È uno dei punti di riferimento della riflessione dei movimenti delle donne, di liberazione, per la pace.
Opere di Virginia Woolf: le sue opere sono state tradotte da vari editori, un’edizione di Tutti i romanzi (in due volumi, comprendenti La crociera, Notte e giorno, La camera di Jacob, La signora Dalloway, Gita al faro, Orlando, Le onde, Gli anni, Tra un atto e l’altro) è stata qualche anno fa pubblicata in una collana ultraeconomica dalla Newton Compton di Roma; una pregevolissima edizione sia delle opere narrative che della saggistica è stata curata da Nadia Fusini nei volumi dei Meridiani Mondadori alle opere di Virginia Woolf dedicati (ai quali rinviamo anche per la bibliografia).
Tra i saggi due sono particolarmente importanti per una cultura della pace: Una stanza tutta per sé, Newton Compton, Roma 1993; Le tre ghinee, Feltrinelli, Milano 1987 (ma ambedue sono disponibili anche in varie altre edizioni). Numerosissime sono le opere su Virginia Woolf: segnaliamo almeno Quentin Bell, Virginia Woolf, Garzanti, Milano 1974; Mirella Mancioli Billi, Virginia Woolf, La Nuova Italia, Firenze 1975; Paola Zaccaria, Virginia Woolf, Dedalo, Bari 1980.
Segnaliamo anche almeno le pagine di Erich Auerbach, “Il calzerotto marrone”, in Mimesis, Einaudi, Torino 1977.

Simone Weil, nata a Parigi nel 1909, allieva di Alain, fu professoressa, militante sindacale e politica della sinistra classista e libertaria, operaia di fabbrica, miliziana nella guerra di Spagna contro i fascisti, lavoratrice agricola, poi esule in America, infine a Londra impegnata a lavorare per la Resistenza. Minata da una vita di generosità, abnegazione, sofferenze, muore in Inghilterra nel 1943. Una descrizione meramente esterna come quella che precede non rende però conto della vita interiore della Weil (ed in particolare della svolta, o intensificazione, o meglio ancora: radicalizzazione ulteriore, seguita alle prime esperienze mistiche del 1938). Ha scritto di lei Susan Sontag: “Nessuno che ami la vita vorrebbe imitare la sua dedizione al martirio, o se l’augurerebbe per i propri figli o per qualunque altra persona cara. Tuttavia se amiamo la serietà come vita, Simone Weil ci commuove, ci dà nutrimento”.
Opere di Simone Weil: tutti i volumi di Simone Weil in realtà consistono di raccolte di scritti pubblicate postume, in vita Simone Weil aveva pubblicato poco e su periodici (e sotto pseudonimo nella fase finale della sua permanenza in Francia stanti le persecuzioni antiebraiche). Tra le raccolte più importanti in edizione italiana segnaliamo: L’ombra e la grazia (Comunità, poi Rusconi), La condizione operaia (Comunità, poi Mondadori), La prima radice (Comunità, SE, Leonardo), Attesa di Dio (Rusconi), La Grecia e le intuizioni precristiane (Rusconi), Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale (Adelphi), Sulla Germania totalitaria (Adelphi), Lettera a un religioso (Adelphi); Sulla guerra (Pratiche). Sono fondamentali i quattro volumi dei Quaderni, nell’edizione Adelphi curata da Giancarlo Gaeta.
Opere su Simone Weil: fondamentale è la grande biografia di Simone Petrement, La vita di Simone Weil, Adelphi, Milano 1994. Tra gli studi cfr. AA. VV., Simone Weil, la passione della verità, Morcelliana, Brescia 1985; Gabriella Fiori, Simone Weil, Garzanti, Milano 1990; Giancarlo Gaeta, Simone Weil, Edizioni cultura della pace, S. Domenico di Fiesole 1992; Jean-Marie Muller, Simone Weil. L’esigenza della nonviolenza, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1994; Angela Putino, Simone Weil e la Passione di Dio, Edb, Bologna 1997; Maurizio Zani, Invito al pensiero di Simone Weil, Mursia, Milano 1994.

Etty Hillesum è nata a Middelburg nel 1914 e deceduta ad Auschwitz nel 1943, il suo diario e le sue lettere costituiscono documenti di altissimo valore e in questi ultimi anni sempre di più la sua figura e la sua meditazione diventano oggetto di studio e punto di riferimento per la riflessione.
Opere di Etty Hillesum: Diario 1941-1943, Adelphi, Milano 1985, 1996; Lettere 1942-1943, Adelphi, Milano 1990, 2001.
Opere su Etty Hillesum: AA. VV., La resistenza esistenziale di Etty Hillesum, fascicolo di “Alfazeta”, n. 60, novembre-dicembre 1996, Parma; Nadia Neri, Un’estrema compassione, Bruno Mondadori Editore, Milano 1999; Pascal Dreyer, Etty Hillesum. Una testimone del Novecento, Edizioni Lavoro, Roma 2000; Sylvie Germain, Etty Hillesum. Una coscienza ispirata, Edizioni Lavoro, Roma 2000; Wanda Tommasi, Etty Hillesum. L’intelligenza del cuore, Edizioni Messaggero, Padova 2002; Maria Pia Mazziotti, Gerrit Van Oord (a cura di), Etty Hillesum. Diario 1941-1943. Un mondo ‘altro’ è possibile, Apeiron, Sant’Oreste (Roma) 2002; Maria Giovanna Noccelli, Oltre la ragione, Apeiron, Sant’Oreste (Roma) 2004]

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Carla Bausone, docente e saggista, collaboratrice dell’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea “Giorgio Agosti”, dell’Istituto regionale di ricerca educativa del Piemonte e di altre istituzioni culturali, è autrice di vari interventi su temi di storia delle donne e questioni educative.

Grazia Corrente, storica, docente e saggista, collaboratrice dell’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea “Giorgio Agosti” e dell’Istituto regionale di ricerca educativa del Piemonte, è autrice di vari studi sulla storia e il pensiero delle donne.

Carla Colombelli collabora con l’Irre del Piemonte e con l’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea.
Tra le opere di Carla Colombelli: (a cura di, con Laura Derossi), Genere, storia, scuola: sei percorsi didattici, Edizione Irrsae Piemonte – Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea, Torino 1999; (a cura di), La guerra non ci dà pace, Edizioni Seb 27, Torino 2005.

FONTE:
Nonviolenza. Femminile plurale. 63 Centro di ricerca per la pace
Supplemento settimanale del giovedì de “La nonviolenza è in cammino”
Numero 63 dell’11 maggio 2006