Sinodalità e santità negli orizzonti della Chiesa

 Da un cammino al servizio del Sinodo dei vescovi, per inserirlo nelle comunità ecclesiali e farlo diventare uno strumento prezioso per la riforma della Chiesa, a un nuovo percorso all’interno della Congregazione delle cause dei santi, dove si sperimenta concretamente la realtà della vocazione universale alla santità. È quello che ha compiuto e sta compiendo l’arcivescovo Fabio Fabene, il 18 gennaio scorso designato da Papa Francesco a ricoprire il ruolo di segretario della Congregazione delle cause dei santi. In questa intervista a «L’Osservatore Romano» parla della sua esperienza nell’organismo sinodale e del lavoro che lo attende al dicastero dei santi.

Come ha accolto la decisione del Pontefice di affidarle questo nuovo incarico?

La nomina del Papa mi ha colto di sorpresa ed esprimo la mia gratitudine al Santo Padre per avermi scelto a ricoprire questo delicato incarico, nel quale si fa esperienza concreta della fecondità della grazia dello Spirito Santo e della generosa risposta di coloro, uomini e donne, che si aprono alla sua azione. Il rigore delle procedure è garanzia dell’affidabilità con cui la Chiesa vaglia il cammino di santità di tanti suoi figli. Certamente il lavoro nella Congregazione delle cause dei santi è un richiamo quotidiano a vivere la vocazione fondamentale alla santità, radicata nel battesimo e da realizzare nei diversi stati di vita. Ho risposto alla chiamata del Santo Padre in spirito di servizio e con il desiderio di affiancare il nuovo prefetto, il cardinale Marcello Semeraro, a cui mi lega una lunga amicizia e di cui conosco le doti intellettuali e umane. Ricordo di averlo incontrato per la prima volta nel 2001 durante il Sinodo dedicato alla figura del vescovo — di quella assemblea era segretario speciale — e di averlo poi ritrovato nei Sinodi di questi ultimi anni. Conto anche sull’esperta collaborazione del sotto-segretario, degli officiali e dei consultori (storici, teologi e medici).

Lei è stato postulatore della causa di beatificazione e canonizzazione del cardinale Marco Antonio Barbarigo, conosce quindi le procedure canoniche. Quanto questa sua esperienza l’aiuta nel nuovo incarico?

Sicuramente il compito di postulatore della causa del cardinale Barbarigo, che mi ha impegnato per tanti anni, mi ha introdotto nel vivo del lavoro della Congregazione. Quella del Barbarigo era una causa storica molto complessa per gli eventi vissuti dal servo di Dio durante la sua vita e per la vastità del suo impegno pastorale, prima a Corfù e poi nelle diocesi di Montefiascone e Corneto (Tarquinia). A quest’attività si devono aggiungere le fondazioni di cui è stato artefice: le Maestre Pie Filippini e le suore del Divino Amore. Il Barbarigo è stato un personaggio di grande rilievo pastorale per la Chiesa del suo tempo, aperto alle esigenze ecclesiali e sociali dell’epoca. Interessante è anche la capacità di immettere nell’azione pastorale le donne, come santa Rosa Venerini, santa Lucia Filippini e Caterina Comaschi. Anche per questo è un segno per il nostro tempo. Anche se questa causa riguardava il riconoscimento delle virtù eroiche del servo di Dio, procedure analoghe si applicano per il martirio e per l’offerta della vita.

Nel libro «Sinfonia di ministeri. Una rinnovata presenza dei laici nella Chiesa», con prefazione di Papa Francesco, lei sottolinea il ruolo del laicato all’interno della comunità ecclesiale. Si può valorizzare questa importanza dando priorità anche al riconoscimento della santità laicale?

Indubbiamente il tema della santità laicale è lo sfondo necessario per motivare il servizio ministeriale dei laici nella Chiesa. Il libro insiste molto sull’azione dello Spirito Santo, nella consapevolezza che occorre scoprire i carismi che Egli dissemina nel popolo di Dio e metterli al servizio della comunità per far risplendere la bellezza della Chiesa. Già in questi primi giorni del mio servizio alla Congregazione ho potuto constatare che molte delle cause in corso riguardano uomini e donne, che hanno risposto alla chiamata alla santità nella loro vita quotidiana. Anche tra le cause di cui recentemente il Santo Padre ha approvato i decreti sull’eroicità delle virtù vi sono laici e laiche. Con ciò si sta mettendo in luce quanto il magistero dell’ultimo concilio affermava quando ha parlato, in Lumen gentium, della vocazione universale alla santità.

Quale aspetto del suo servizio al Sinodo dei vescovi le è rimasto più impresso? 

Come sotto-segretario del Sinodo dei vescovi ho avuto l’opportunità di lavorare alla preparazione, allo svolgimento e all’attuazione dei Sinodi di Papa Francesco. Ritengo una grazia e un privilegio aver collaborato con lui fin dall’inizio del suo pontificato in un ambito che ha immediatamente rilanciato, indicando nella sinodalità la via della Chiesa del terzo millennio. Mi rimangono impresse le parole del Papa ai padri sinodali, in cui raccomandava loro libertà di espressione (parresia) e allo stesso tempo capacità di ascolto reciproco. Questo ha reso possibile un dibattito franco, anche se in qualche occasione vivace. Ciò ha responsabilizzato i padri sinodali nella consapevolezza della loro funzione, mettendoli alla ricerca dell’accordo tra di essi per offrire al Papa un parere il più possibile condiviso. Infatti, le conclusioni dei Sinodi sono state approvate con ampie maggioranze. Un’altra cosa che vorrei sottolineare è il coinvolgimento delle Chiese particolari durante la preparazione dei Sinodi: questi ultimi sono divenuti dei veri e propri cammini, in cui sono stati chiamati in causa vescovi, sacerdoti, fedeli laici, gruppi, movimenti. In particolare, il Sinodo sulla famiglia ha suscitato un grande interesse sia nella Chiesa che nella società civile. Ricordo che le moltissime risposte al questionario preparatorio giunte alla Segreteria generale provenivano da molte realtà associative anche al di fuori della Chiesa, ma che si interessavano della famiglia e ne avevano a cuore il futuro. Questo cammino ha maggiormente inserito il Sinodo nella vita delle comunità ecclesiali, facendone uno strumento prezioso per la riforma della Chiesa. Il prossimo Sinodo che avrà come tema la Chiesa sinodale rappresenta un punto di arrivo, quasi naturale vorrei dire, del cammino sinodale compiuto dall’inizio del pontificato di Francesco e un punto di partenza per costruire l’autentico volto della Chiesa sinodale.

Lei ha focalizzato l’attenzione sul ruolo dei giovani. La applicherà anche nel riconoscimento delle figure di santità giovanile?

Il Sinodo dei giovani è stato certamente entusiasmante. Ogni volta che con la mente torno a quei giorni rivedo la giovinezza della Chiesa e la disponibilità di tanti giovani a vivere la gioia della fede e a servire con passione le loro comunità. Un momento forte del cammino preparatorio è stata la riunione pre-sinodale, in cui si sono incontrati tra loro e con il Papa tanti giovani di tutto il mondo, anche non cristiani. Da quell’incontro è emersa la volontà di essere protagonisti della vita della Chiesa e la richiesta di essere accolti nel vissuto concreto delle comunità. Il clima gioioso di quell’evento ha caratterizzato anche l’assemblea sinodale. I giovani presenti al Sinodo hanno spinto i padri ad aprirsi alle istanze delle nuove generazioni, e i vescovi stessi si sono fatti trascinare dal loro entusiasmo. Segno di questa vivacità è stata sicuramente la messa conclusiva, nella quale tutti i giovani hanno preceduto i concelebranti sfilando al centro della basilica Vaticana. È apparsa così la comunione ecclesiale nella diversità dei ministeri e delle generazioni. La stessa visione si era espressa, forse ancor più plasticamente, nella celebrazione conclusiva del primo Sinodo della famiglia con la canonizzazione di Paolo VI , che è stato il fondatore del Sinodo e del cui consiglio per primo si è avvalso per questioni delicate e centrali per la Chiesa di quel tempo. Il tema dei giovani è stato quasi un prolungamento del tema della famiglia, come Amoris laetitia ha evidenziato, documento che il Papa ha rimesso al centro della riflessione ecclesiale nel quinto anniversario della sua pubblicazione. È un’esortazione profetica di fronte alla situazione attuale del matrimonio e della famiglia, ed è il segno di come la Chiesa ha a cuore le sorti delle famiglie e vuole venire incontro alle sfide e alle difficoltà che oggi le caratterizzano. Infine, il Sinodo dell’Amazzonia ci ha portato nel cuore dei problemi di una regione fondamentale per l’intero pianeta, con le sue esigenze pastorali e le sue ricchezze ambientali e umane. È un discorso che Querida Amazonia riprende e rilancia, affidandolo alle realtà locali. Durante il Sinodo dei giovani, la Congregazione delle cause dei santi ha pubblicato, su invito della Segreteria del Sinodo, un volumetto sulle figure di santità giovanile, che sono veramente tante. La Chiesa, fin dalle sue origini ha conosciuto e venerato numerosi giovani testimoni della fede, tra i quali ricordo san Tarcisio. Proprio ultimamente il Santo Padre ha approvato le virtù eroiche del giovane seminarista Pasquale Canzii, di appena 16 anni, ed è ancora viva l’eco della beatificazione di Carlo Acutis, segno dell’apertura dei giovani alla chiamata di Dio, una chiamata che è rivolta a tutti ed è il segreto per realizzare la pienezza della vita cristiana.

di Nicola Gori