Amoris laetitia: dal “discernimento” una nuova visione di Chiesa

Domenica 27 dicembre 2020, nella Festa della Santa Famiglia, Papa Francesco ha annunciato l’iniziativa di un anno speciale dedicato all’Esortazione apostolica Amoris laetitia a cinque anni dalla sua pubblicazione. Come ha ricordato il Papa questo periodo speciale comincerà il prossimo 19 marzo e sarà caratterizzato da diverse iniziative coordinate dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita che daranno la possibilità di approfondire il documento frutto dei due Sinodi sulla famiglia del 2014 e del 2015.

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Tra i temi più dibattuti di quell’Esortazione c’è sicuramente quello del discernimento pastorale delle situazioni familiari irregolari dal punto di vista del diritto canonico e della morale. Un contributo importante su questo aspetto è giunto recentemente dal volume “Francesco e i dottori della legge. Discernere, oltre la casistica” di don Giorgio Zannoni, pubblicato lo scorso anno dalla Marcianum Press. Nel testo l’autore, che è docente di Diritto Canonico all’Istituto S. Pio X di Venezia e all’ISSR di Rimini, indaga le tensioni tra il pensiero del Papa e coloro che nella Chiesa “amministrano la norma”. In questa prospettiva, la “conversione pastorale” auspicata dal magistero di Francesco comporta un ripensamento della ragion d’essere del giurista e del moralista. Di seguito la trascrizione dell’intervista rilasciata da don Zannoni alla Radio Vaticana.

L’intervista a don Giorgio Zannoni

Nell’Amoris laetitia il Papa scrive che “è meschino soffermarsi a considerare solo se l’agire di una persona risponda o meno a una legge o a una norma generale”. Da canonista come interpretare questa affermazione?

R.- L’affermazione ben rappresenta il sommovimento che circa il tema del matrimonio Papa Francesco ha inteso proporre con questa Esortazione Apostolica del 2016. Certamente il canonista non gode oggi di buona fama: è considerato persona rigida, piuttosto fredda, impegnata nell’applicare la norma. Ma in realtà così si rispecchia una concezione statica, impersonale del diritto canonico. Se facciamo attenzione, infatti, al vivere quotidiano, in verità non obbediamo a delle indicazioni esterne. Un esempio banale: se andiamo in un bosco e vediamo un cartello indicatore, noi, seguendo quella via, non stiamo obbedendo al cartello, il cartello indica piuttosto la strada per poter andare verso la meta. Serve perciò un cambiamento di prospettiva così da concepire la norma in funzione del cammino personale. In questo aspetto l’Esortazione Apostolica di Francesco è decisiva. Nel citato paragrafo dell’Amoris laetitia, il n. 304, il Papa, prende le distanze dal mero ossequio alla legge, si riferisce infatti ad una “casuistica insopportabile” nel descrivere l’atteggiamento del giudice, ma io direi pure del confessore, che considera la norma quasi uno schema di comportamento, senza guardare alla situazione della coscienza, all’esistenza della persona da giudicare. Tutto ciò, ribadisco, vale circa la confessione come pure rispetto al permesso per “andare alla comunione” senza un criterio di giudizio. La Chiesa non teme di inserirsi in tale dinamica del discernere, che evidentemente ha creato un sommovimento rispetto alla prassi omogenea, agli schemi di valutazione precedenti.

Come la via del discernimento di fronte alle famiglie fragili e ferite può essere ricompresa anche dal punto di vista canonistico?

R.- Non è solo il canonista che deve assumere un nuovo punto di vista, ma deve cambiare lo sguardo, l’approccio di colui che ha il compito di amministrare l’esistenza nel bene e nel giusto indicato dalla norma.  È necessario tenere presente la verità del rapporto uomo-donna rispetto al vissuto proprio di un determinato rapporto personale, accompagnando ogni situazione specifica alla maturazione, ad un cambiamento connesso alla verità del rapporto amoroso. La Chiesa non amministra un’ideologia, ma una proposta di vita secondo la verità. E la pastorale è chiamata ad avvicinare il legame affettivo coinvolto in quel preciso rapporto, favorendone la pienezza, avendo lo sguardo teso al suo inserimento nella convivenza propria della comunità cristiana.

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Quindi anche dal punto di vista canonistico il discernimento è un procedimento attuabile?

R.- Discernere significa esser in grado di valutare la vicenda umana nella sua unicità.  L’Amoris laetitia afferma che non esiste il matrimonio in sé, come universale astratto. Esiste il matrimonio nella singolare modalità, nel singolare legame coniugale. Se vedo quattro persone che camminano insieme per strada non vedo una famiglia, “l’istituto famiglia”, bensì quattro persone legate tra loro nell’intimo: lui, lei genitori e due figli. Osservare così la realtà mette in gioco la responsabilità di chi deve verificare nel caso, cogliere come in quel determinato rapporto si realizzi il patto nuziale, l’evento del matrimonio. La Chiesa chiede di leggere le situazioni affettive con uno sguardo aperto all’esistenza, senza procedere applicando schemi cui sottomettere l’esistenza altrui. Come giudice sono chiamato perciò ad immedesimarmi con “il caso”, non posso procedere “standone fuori”, presumendo di poter ragionare asetticamente. Urge un cambiamento di prospettiva che oggi vedo procedere con fatica. Evidentemente è più facile distinguere semplicemente tra “sposati o non sposati in Chiesa”, limitarsi ad applicare la normativa o superficialmente offrire una “falsa misericordia”, come disse Benedetto XVI.

La conversione pastorale promossa da Francesco ci spinge dunque a una nuova comprensione del diritto canonico e della teologia morale?

R.- Esattamente! Si tratta di entrare nella dinamica storica sottesa alla coscienza nel vivere il bene morale e la giustizia nelle relazioni. Il fatto che la verità non possa essere imposta alla coscienza è un punto fondamentale dell’Amoris laetitia. Ossia la coscienza va coinvolta e guidata nel suo cammino, la verità non può essere sovrapposta. Ognuno di noi è configurato, è “fatto per” il vero, il giusto, il buono ed il bello, e va accompagnato in questa prospettiva. È dal di dentro del rapporto uomo-donna che emerge quanto noi definiamo “un matrimonio”, non da un’imposizione estrinseca, volontaristica. È in gioco il moralista come il canonista, come ogni ambito pastorale. La pastorale non è data dalla somma di tanti aspetti da connettersi tra loro. La vita della Chiesa è di per sé pastorale, la proposta di un orizzonte di natura comunitaria, un’esistenza personale-ecclesiale.

Come ricomporre la tensione fra il magistero di Francesco e i cosiddetti “dottori della legge”?

R.- Superare la sfasatura, ossia la dualità di piani fra dottrina e disciplina è possibile solo all’interno di un’effettiva riforma della Chiesa, oggi inevitabile e necessaria. Inevitabile, perché – come affermato dal Papa davanti alla Curia nel dicembre 2019 – “la cristianità è finita”. Necessaria perché è l’unico modo che porta il cristianesimo a rinascere. Per superare i dualismi va tenuto presente che “non si è cristiani perché si nasce cristiani, ma perché lo si diventa”. Tale dinamica, la conversione personale, resta perenne, perché il cristianesimo non è una dottrina cui adeguarsi, non sono norme cui sottostare, ma un avvenimento, una forma di esistenza che abbraccia tutti gli ambiti del vivere. Si tratta, pare a me, di ridare consistenza alla vita della comunità cristiana come luogo generativo all’esperienza del soggetto umano, del rinascere, incessantemente, secondo tutte le dimensioni del vivere, quella del diritto canonico, della morale familiare, del diritto penale, ecc.. La fede è un orizzonte totalizzante da svolgere in un rapporto significativo che mostri la fede legata alle esigenze del vivere. Dobbiamo, in sintesi, trasformare in termini di esperienza ciò che prima era abitudinaria adesione a certi principi.