Governo Draghi: chimera o realtà?

Giacomo COSTA

Emerso come esito di una crisi per molti inafferrabile, il Governo presieduto da Mario Draghi ha suscitato fin dal suo insediamento ampio entusiasmo – in particolare per il profilo del nuovo Presidente del Consiglio –, ma anche confusione e perplessità, soprattutto per l’inedita e tanto variegata composizione della maggioranza che lo sostiene: siamo di fronte a un laboratorio per il rinnovamento politico del Paese o stiamo inseguendo una chimera?

 L’interrogativo non intende riproporre il cinismo disfattista che spesso accompagna le evoluzioni del nostro quadro politico, ma punta a cogliere la prima tra le opportunità che questo passaggio, per molti inatteso, ci offre: provare a lasciar decantare la fase della politica pop, anticipata da molti tratti del berlusconismo e definitivamente “consacrata” dall’ascesa al potere di Matteo Renzi. Negli ultimi anni, e non solo nel nostro Paese, hanno imperversato con i loro giochi pirotecnici a suon di tweet la personalizzazione estrema delle figure dei leader, l’appello diretto agli elettori senza alcuna mediazione e una gestione del consenso che ha spesso finito per inseguire la loro “pancia”, mentre sembrava tramontare ogni riferimento alla prospettiva del bene comune, ingoiata dalla continua eccitazione degli interessi e degli istinti individuali.

Questa modalità di fare politica è risultata assai poco appropriata al tempo della pandemia e del lockdown, in cui si è dimostrato necessario serrare i ranghi e chiedere sacrifici, e non ci sono molti spazi per promettere la luna. Abbiamo bisogno di disintossicarcene, e per questo proponiamo ai nostri lettori di resistere alla tentazione di commentare le prime parole e le prime mosse del nuovo Esecutivo, correndo a cliccare “Mi piace” o “Non mi piace” sul neo-Presidente del Consiglio (che per altro non possiede nemmeno profili social personali), proprio per esplorare domande che non riguardano i risultati attesi dall’azione di questo Governo, ma qualcosa di più profondo e di almeno altrettanto cruciale, soprattutto nel lungo periodo: l’evoluzione e il rinnovamento della politica.

Mostro o mediazione?

Secondo la mitologia greco-romana, la chimera è un mostro che unisce nello stesso corpo parti di animali diversi: «leone la testa, il petto capra, e drago la coda; e dalla bocca orrende vampe vomitava di foco» (Omero, Iliade, VI, 223-225, nella traduzione classica di Vincenzo Monti). Non è difficile usarla come immagine della composita maggioranza che ha dato vita al Governo Draghi. Ma è un’accozzaglia di partiti inconciliabili, un’ammucchiata opportunistica o un tentativo responsabile per articolare le differenze che percorrono il Parlamento, ma soprattutto la società? E in ogni caso, che cosa significa questo “tutti insieme” per un sistema politico fondato su partiti tra loro in competizione? È la fine della politica, o almeno di una classe politica?

Certo, c’è anche chi ha scelto di starne fuori, come Fratelli d’Italia o quella parte del M5S che si riconosce nelle posizioni di Di Battista: ma è meglio la coerenza a ogni costo, con il rischio che la difesa della propria identità renda sordi e ciechi rispetto alla realtà, o accettare la logica della mediazione, consapevoli del rischio che questa metta a repentaglio alcuni valori?

Alla commistione tra forze politiche fino al giorno prima irriducibilmente alternative, il Governo Draghi aggiunge il mix tra ministri “tecnici” e ministri “politici”: assistiamo a un ritorno della competenza, rispetto a una politica preoccupata solo di conquistare consensi senza interrogarsi sul realismo delle proprie proposte? O siamo di fronte a un “governo delle élite”, a cui i rappresentanti legittimati dal consenso elettorale sono costretti a piegarsi?

 Trasformismo o evoluzione?

Ripresa nei bestiari medievali, la chimera è descritta come portatrice della forza e del coraggio del leone (animale simbolo del sole, del calore e dell’estate) e della malvagità del serpente (la notte, la vecchiaia e l’inverno), uniti da una sorta di stadio intermedio rappresentato dalla capra (la transizione, il crepuscolo, l’autunno e la primavera). Divenne così una sorta di simbolo del cambiamento, ma tutto sommato con un’accezione negativa.

Anche oggi cerchiamo di interpretare il mutamento dello scenario politico: è nella direzione della forza e del sole che illumina una visione politica del bene del Paese e spinge i diversi gruppi a mettersi in gioco con coraggio al di là di quelli che sembravano limiti insuperabili? O invece è orientato verso l’astuzia tattica e l’attaccamento alle poltrone che molti perderebbero in caso di elezioni?

Ma soprattutto: quale può essere credibilmente il grado di stabilità di questa evoluzione? «O di qua o di là», ha detto Beppe Grillo per convincere i propri sostenitori. Ma nella nostra chimera, quanto è forte il peso del corpo della capra, cioè della volontà di rimanere a metà per lasciarsi aperte tutte le porte? Un comandamento dell’italico machiavellismo va oltre la massima di Cesare «Se non puoi batterlo, unisciti a lui», aggiungendo «Anzi, fingi di farlo e, nel frattempo, fai tutto il possibile per logorarlo».

Basteranno le prime settimane per uscire dall’idilliaco irenismo dei primi giorni. Nemmeno per il Governo Draghi sarà possibile soddisfare tutte le attese, o introdurre tutti i cambiamenti che ogni partito ha sbandierato per motivare la propria adesione. Certo, nessuno vorrà passare per quello che mette i bastoni tra le ruote a Draghi, e quindi alle residue speranze del Paese, ma neppure pagare un prezzo troppo alto in termini di frustrazione del proprio elettorato o rischiare lotte intestine, fronde o scissioni al proprio interno. La mediazione sarà necessità quotidiana, sfidando i partiti e i loro leader a tirare fuori quanto di leone c’è in ciascuno di loro.

L’ennesimo salvatore?

La mitologia ci racconta anche come si affronta una chimera. Nella tradizione classica, fu l’eroe Bellerofonte che, in sella al cavallo alato Pegaso, scagliò la propria lancia nella bocca del mostro: la punta di piombo, fondendosi, lo soffocò. Nell’agiografia cristiana medievale la sua figura si trasformò in quella di san Giorgio, che, a cavallo e protetto da uno scudo crociato (!), trafigge il drago con la propria lancia.

Anche da questi elementi possiamo trarre spunto, per interrogare ancora una volta l’aspettativa messianica, antica ma ancora rafforzata dalla politica pop, che di fronte ai problemi spinge il Paese a sognare una soluzione prodigiosa, anzi, un uomo capace di compierla, immaginando Mario Draghi come il cavaliere senza macchia e senza paura di turno, che può risolvere ogni problema e affrontare ogni nemico, armato non di lancia e scudo, ma dei miliardi del Next Generation EU. A questo giro, l’interrogativo interpella in modo particolare il mondo cattolico, o almeno quella parte che più si è entusiasmata per la provenienza e la formazione del nuovo Presidente del Consiglio.

Davvero alimentare questo immaginario sarà di aiuto per Mario Draghi? O la crescita delle aspettative finirà per fare il gioco di chi punta sul logoramento silenzioso, così da bloccare ogni evoluzione? Ma soprattutto quale cambiamento sarà possibile, senza una maturazione della cittadinanza anche rispetto alle attese e al rapporto con chi esercita ruoli di leadership politica?

 Per una prospettiva di realtà

Mantenere aperte queste domande può essere un esercizio esigente, ma è un modo per aiutarci a ricordare che in realtà quasi mai le risposte a interrogativi di questo genere possono essere date a priori o a prescindere. Le dichiarazioni di disponibilità dei protagonisti non vanno cinicamente bollate come pura tattica, ma nemmeno prese come oro colato. Andranno valutate per il modo in cui si dipanano nel tempo. E lo stesso vale in fondo anche per i curricula più prestigiosi.

Le sfide che il nuovo Esecutivo è chiamato ad affrontare si incaricheranno presto di obbligare i “giocatori” a mostrare le carte. Sono le stesse su cui è andata in tilt la maggioranza precedente e potranno essere affrontate con maggiore successo solo accettando di passare per la via di una mediazione scelta per convinzione lungimirante e non come tatticismo. Altrimenti ogni dossier si trasformerà nell’occasione di piantare bandierine, portando alla paralisi. La chimera si dissolverebbe e resterebbe soltanto un groviglio di serpenti.

Non saranno certo i grandi obiettivi a risultare conflittuali: chi potrebbe non essere d’accordo con il contrasto alla pandemia e la ripresa economica grazie ai fondi europei? I nodi verranno al pettine quando si dovranno indicare le priorità concrete, ad esempio per articolare occupazione, sostegno del tessuto produttivo, transizione ecologica e digitale. O quando bisognerà provare a “sminare” questioni trasformate in bandiere identitarie: la giustizia, con il nodo della prescrizione; il welfare, con il reddito di cittadinanza e il sistema pensionistico; i dossier Alitalia e Autostrade, con l’alternativa tra statalismo e soluzioni di mercato. E tante altre.

L’atteggiamento di mantenere aperte le domande proposto in queste pagine ci aiuterà a seguire con consapevolezza le evoluzioni future; a valutare le decisioni che saranno prese con consapevolezza, e non per “partito preso” o affinità ideologica o emotiva con una delle parti; e soprattutto a non rimanere sorpresi se ogni giorno la chimera mostrerà una parte di ciascuna delle sue tre diverse componenti. Solo a conti fatti, cioè sulla base dei frutti che questo Esecutivo riuscirà a produrre, potremo scoprire quale delle tre risulterà vincente.

Ma faremo bene a rivolgere quelle stesse domande anche a noi, intesi come cittadinanza. Anche la società italiana è abitata dalle spinte che abbiamo provato a descrivere con la metafora della chimera, e dalle tensioni che tra di esse si creano: lo slancio verso il futuro e il ripiegamento su di sé nella recriminazione; la capacità di sacrificio per il bene comune e la difesa ostinata dell’interesse individuale; la voglia di futuro e la paura del nuovo; e la tentazione di stare a guardare, in attesa di saltare sul carro del vincitore. Tra la litigiosità e l’incapacità di trovare mediazioni del mondo politico e la rabbia e l’odio che covano nella società si crea una spirale: è responsabilità di tutti, non solo del mondo politico, evitare che si incancrenisca ogni giorno di più.

Per questo sarà importante vegliare non sull’identità ideologica di ciascuna delle parti, ma sui criteri che utilizzeranno per compiere insieme questo tratto di strada. Le culture politiche che hanno fatto ricco il tessuto sociale del Paese possono ancora offrire spunti a questo riguardo. Per quanto concerne il mondo cattolico, la dottrina sociale non è tramontata con la fine delle ideologie, ma ha continuato a svilupparsi e ci interpella oggi con la visione dell’ecologia integrale e la sua insistenza sul riconoscere i legami e sulla costruzione di un progetto comune in cui ciascuno possa trovare posto e offrire un contributo. Lo stesso possiamo dire per l’elaborazione di uno stile di buona politica capace di promuovere la riconciliazione – ne abbiamo bisogno a tutti i livelli – senza rinunciare alla verità, anzi partendo da una visione della verità come relazione, più forte delle fake news. Sono entrambi contributi preziosi, anche per decidere con che modalità elaborare insieme il tanto agognato Piano nazionale di ripresa e resilienza, e governarne poi l’attuazione senza mandare tutto in frantumi. Mettere questo patrimonio a disposizione è più importante che trovare il “campione” dietro al quale schierarsi.

Ancora non sappiamo quali risultati potrà conseguire il Governo Draghi, e quindi quale valutazione ne daremo. Quello che fin da oggi ci offre è l’opportunità di uno squarcio di lucidità collettiva, che non possiamo permetterci di non cogliere. 

 

© FCSF