La lavanda dei piedi (Gv 13,2-17)
José Miguel García

Sorprendentemente il vangelo di Giovanni, pur contenendo il lungo discorso sul Pane di vita che Gesù pronunciò a Cafarnao, non fa alcun riferimento all’istituzione dell’Eucarestia nella sua storia della Passione. L’unica scena che precede il lungo discorso di addio (vv. 14-17), pronunciato prima dell’arresto di Gesù nell’orto degli Ulivi, è la lavanda dei piedi. Forse nell’intento di porre rimedio a questa importante assenza, alcuni studiosi hanno suggerito di interpretare questo gesto di Gesù come un’allegoria dell’Eucarestia. Ciò nonostante, se ci atteniamo alle parole di Giovanni, il rito della lavanda dei piedi è definito dallo stesso Gesù come un esempio di profonda umiltà e carità, che i suoi discepoli hanno il dovere di imitare: «Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi» (vv. 13-15).
Tuttavia, alcuni indizi offerti dal testo stesso di Giovanni fanno supporre che tale interpretazione non sia del tutto adeguata. Effettivamente, il racconto contiene alcune parole di Gesù che sembrano contraddire l’interpretazione che vede questo gesto come pura espressione di umiltà. Quando Simon Pietro rifiuta di farsi lavare i piedi, Gesù lo ammonisce con queste parole: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Secondo questa affermazione, quale significato riveste per Gesù il rito della lavanda dei piedi? È evidente che qui si tenda a un qualcosa di più profondo che non al semplice esempio di umiltà, dato che è in gioco l’aver parte con Gesù. Peraltro, la domanda che Gesù rivolge ai discepoli, sottintendendo che essi ne comprendano il significato (v. 12), non combacia con l’affermazione secondo cui Pietro non può capire il significato del gesto di Gesù (v. 7). Con queste parole si vuol suggerire che la lavanda dei piedi racchiude in sé un enigma.
Gli studiosi hanno cercato dì svelare questo enigma ricorrendo molto spesso a interpretazioni simboliche. Alcuni, per esempio, hanno preteso di ravvisare in questo gesto, che precede la cena, il simbolo di alcuni sacramenti cristiani: il battesimo, l’Eucarestia, o la remissione dei peccati commessi dopo il battesimo; altri lo hanno considerato come un’affermazione del valore salvifico della morte di Cristo; alcuni sono addirittura giunti a leggervi un rito iniziatico relativo all’adesione alla persona di Gesù, fino al martirio, ecc. Altri studiosi hanno preferito risolvere i due paradossi racchiusi nel testo di Giovanni appellandosi alla composizione letteraria: il brano giovanneo sarebbe il risultato dell’unione di due traduzioni diverse e successive, una sacramentale riferita al battesimo (v. 6-10), l’altra moralistica (v. 12-17). Quest’ultima dovrebbe essere quella originaria, cui si sarebbe successivamente aggiunta una nuova interpretazione in chiave sacramentale. Ecco come questi studiosi sono riusciti a spiegare la duplice introduzione e conclusione. Chi aggiunse la tradizione sacramentale non si preoccupò di unificarla con quella anteriore, si limitò semplicemente a giustapporla. Per questo si ha l’impressione che le due interpretazioni viaggino su binari separati: la spiegazione di Gesù offerta nei vv. 12-17sembra ignorare ciò che è stato detto nei vv 6-11; l’affermazione secondo la quale Pietro capirà «dopo» non sembra sia considerata nei vv. 12-17, in cui si offre una spiegazione. Tenendo presenti le chiare contraddizioni del racconto, risulta comprensibile che molti studiosi rifiutino di ravvisare qui un’unità letteraria.
Anche se in forma sintetica, riteniamo opportuno segnalare le principali difficoltà linguistiche e letterarie presenti in questo brano evangelico di Giovanni. A tal fine, riproduciamo l’elenco stilato da F.F. Segovia:

«1. In termini di stile giovanneo, i vv. 1-4 sono eccessivamente carichi dal punto di vista grammaticale: il verbo principale sopporta troppe frasi participiali e genitivi assoluti.
2. L’informazione relativa a Giuda Iscariota nel v. 2b non concorda con quella fornita nel v. 27.
3. I vv. 1-3 contengono un duplicato inutile: il tema del ritorno di Gesù introdotto nella prima frase participiale del v. 1 è ripetuto nella frase participiale del v. 3.
4. I vv. 4-5 possono essere seguiti dai vv. 6-11 o 12-20. In ogni caso, il risultato sarebbe una narrazione completa e intelligibile.
5. I vv. 7 e 12 non concordano. Il v. 7 si riferisce chiaramente all’ora” della morte di Gesù, resurrezione e ascensione; difficilmente può riferirsi alla spiegazione successiva dei w. 12-20.
6. Mentre i w. 6-11 presentano la lavanda dei piedi come un gesto che annuncia la morte definitiva di Gesù, i w. 1220 presentano lo stesso gesto come un’azione umiliante per Gesù, che sarà ripetuta per sempre dai discepoli dopo la sua morte. La giustapposizione delle due spiegazioni è pertanto difficilmente comprensibile.
7. I vv. 10b-11 e 18-19 costituiscono un altro duplicato non necessario.
8. I vv. 18 e 26 rappresentano un terzo duplicato». [1]

Queste difficoltà, insieme ad altre non riportate in questo elenco, possono riunirsi in tre gruppi di versetti il cui greco presenta fortissimi ostacoli alla loro comprensione. Per questo, tralasciando i versetti che possiamo definire totalmente chiari, ci occuperemo soltanto di quelli oscuri.

  1. Un’introduzione intima: parla l’evangelista Giovanni (v. 2-4)

Da un punto di vista sintattico, il greco di questi versetti è il più ostico di tutto il racconto. Non è facile dare un significato al testo partendo dal greco, pertanto si è cercato di spiegarlo avvalendosi del sostrato aramaico. Offriamo ora la versione dell’originale aramaico ricostruito da C.A. Franco:

2 Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a colui che doveva tradirlo, a Giuda Iscariota, figlio di Simone,
3 (Gesù), sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani (a Giuda), affinché colui che era venuto da Dio, a Dio tornasse,
4 si alza da tavola e si toglie la santa tunica.

Abbiamo inserito tra parentesi il nome di Gesù, poiché solo così sarebbe risultato chiaro a chi si riferiva il participio «sapendo» con cui inizia il testo greco; si tenga conto che il verbo principale di tutto l’insieme è «si alza», all’inizio del v. 4. Probabilmente, però, l’informazione di maggior rilievo è sapere a chi si riferisce il pronome autò della frase greca che, nella sua traduzione letterale, dice: «sapendo che il Padre aveva dato tutto nelle mani di lui…». Ora, esaminando il contesto nel suo insieme, è possibile dedurre che tale pronome può riferirsi solamente a Giuda; ecco perché, nella no;- stra traduzione, abbiamo inserito il suo nome tra parentesi. In questa prima metà del v. 3 l’evangelista dice che Gesù sapeva già che Dio aveva posto nelle mani di Giuda tutto ciò che era necessario per la sua morte, a cui avrebbe fatto seguito la sua resurrezione. Ciò è dovuto al fatto che il vangelo di Giovanni, ovviamente, fu redatto dopo la morte di Gesù sulla croce e la sua resurrezione dai morti.
Per quanto riguarda la seconda metà del v. 3, riteniamo che l’espressione «era venuto da Dio» debba interpretarsi scegliendo il significato «da vicino a» per la preposizione apé, quindi traduciamo l’espressione greca per «da vicino a Dio era venuto». Con queste parole, non v’è dubbio che l’evangelista Giovanni si riferisca, mediante una formula non identica ma simile, al mistero dell’umiltà di Cristo, mirabilmente espresso in Fil 2,5-11.
Per quanto riguarda la parte del v. 4 di cui abbiamo offerto la traduzione, vogliamo richiamare l’attenzione sul modo in cui abbiamo tradotto il sostantivo plurale «vesti»: abbiamo scelto la formula «santa tonaca». La motivazione è decisamente ovvia: qui siamo di fronte a un plurale di eccellenza, già studiato nei capitoli precedenti. Quando l’evangelista scrive, sebbene sia trascorso poco tempo dallo svolgersi dei fatti, la tonaca, come il lenzuolo in cui Gesù fu avvolto alla sua morte, sono già reliquie sacre. Il resto del versetto e quelli che seguono sono assolutamente chiari.

  1. Protesta e rassegnazione di Pietro (vv. 7-8)

Per questi versetti la versione dell’originale aramaico ricostruito dice così:

7 Gesù gli rispose dicendogli: «Quello che io faccio, ora tu non lo capisci, ma lo capirai dopo».
8 Gli disse Pietro: «Non mi laverai mai i piedi!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me».
L’espressione metà tauta, «dopo queste cose, dopo, più avanti», ha suscitato un’ampia discussione tra gli esegeti. Uno dei commentatori di questo vangelo, per esempio, afferma: «Il racconto manca di armonia; il v. 7 afferma che i discepoli capiranno in seguito ciò che Gesù sta facendo in quel momento, alludendo verosimilmente a un tempo successivo alla resurrezione […], ma i vv. 12 e 17 indicano che è già possibile saperlo, se fosse già stato dato un esempio di umiltà». [2] Questa espressione greca non allude al tempo in cui ebbero luogo la passione, la morte e la resurrezione di Gesù, bensì all’attimo immediatamente successivo alla lavanda dei piedi dei Dodici. Non è necessario uscire dall’ambito dell’ultima cena di Gesù per comprendere pienamente il gesto della lavanda dei piedi. Se il lettore non è ancora in grado di capire, stia certo che capirà dopo aver letto la seguente analisi delle parole che Gesù pronuncia dopo la lavanda.

  1. Conclusione: parole di Gesù (vv. 12-17)

Questi versetti, in particolare il v. 15, contengono anomalie redazionali e frasi incomprensibili che mettono a dura prova l’ingegno degli studiosi. A nostro giudizio, tutto ciò è dovuto a cattive traduzioni dell’originale aramaico, che anche qui, come in altre occasioni, mostrava numerose difficoltà, Ecco ora la traduzione dell’originale aramaico ricostruito:

12 Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese la santa tunica, sedette di nuovo e disse loro: «Sapete ciò che vi ho fatto?
13 Voi mi chiamate “Maestro” e “Signore” e dite bene, perché lo sono.
14 Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavare i piedi ai fratelli.
15 Perché ugualmente vi ho dato il mio stesso sangue, affinché, come io l’offrirò in sacrificio per voi, anche voi lo offriate.
16 In verità, in verità vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un apostolo è più grande di chi lo ha mandato,
17 (e) sebbene dobbiate riconoscervi come l’uno (= servo), beati voi quando farete passare (di nuovo) all’altro (= al Signore) il grande calice (= la morte)».

Nel v. 14, l’errore di traduzione più importante è quello rappresentato da allélon. In ebraico e aramaico, per dire «gli uni gli altri, l’un l’altro», viene utilizzata l’espressione «ognuno al proprio fratello» oppure «ognuno al proprio compagno». In alcune occasioni, i LXX tradussero letteralmente questa formula ebraica, ma in altre utilizzarono proprio l’equivalente greco allélon. Così, in Gn 42,27-28, narrando il ritorno dei fratelli di Giuseppe alla propria terra, si dice: «Ora in un luogo dove passavano la notte uno di essi apri il sacco per dare il foraggio all’asino e vide il proprio denaro alla bocca del sacco. Disse ai fratelli: “Mi è stato restituito il denaro: eccolo qui nel mio sacco!”. Allora si sentirono mancare il cuore e tremarono, dicendosi l’un l’altro (LXX: pros allélous légontes): “Che è mai questo che Dio ci ha fatto?”». Nel racconto di Giovanni, il responsabile del testo greco credette che il sostantivo «fratelli» avesse il significato di «gli uni agli altri». Ma non era così. Il termine «fratelli» designava qui i seguaci di Gesù, coloro che credevano in lui. Di conseguenza, Gesù dice ai Dodici che, come lui ha lavato loro i piedi, anche loro devono fare lo stesso con tutti quelli che credono in lui.
Nel v. 15, secondo la traduzione dell’originale aramaico, Giovanni parla sicuramente dell’Eucarestia, della presenza reale del sangue di Cristo nel vino, e del carattere sacrificale di questa azione sacramentale. A nostro giudizio, solo così si svela l’enigma che avvolge l’assenza dell’istituzione dell’Eucarestia nel quarto vangelo. Giovanni non la ignora, anzi, vi allude esplicitamente. t pur vero che non ne parla dettagliatamente come i sinottici, ma non per questo la sua allusione è da considerarsi meno esplicita.
I vv. 16-17, letti in qualsiasi traduzione moderna che sia ovviamente conforme al testo greco, ci fanno assistere a un cambiamento repentino di comprensione. In effetti, il v. 16 non presenta la benché minima difficoltà di traduzione; l’unico aspetto che resta veramente oscuro è riuscire a capire perché Gesù ricordi qui una verità elementare («un servo non è più grande del suo padrone») e perché lo faccia utilizzando proprio la solenne formula introduttiva «in verità, in verità vi dico». Per contro il v. 17, nella sua brevità, è fortemente oscuro; di fronte a esso il traduttore si sente profondamente scoraggiato, dal momento che non riesce a cogliervi un significato accettabile. A cosa si riferisce Gesù dicendo: «se capirete queste cose»? E cosa pretende dire quando aggiunge: «beati voi se le metterete in pratica»? A parte l’oscurità intrinseca di questo verso, riteniamo lecito sospettare che, proprio a causa di questa oscurità, non si comprenda il motivo per cui Gesù, immediatamente prima, ricordi 14 verità elementare della relazione tra servo e padrone.
Ora, la soluzione a queste difficoltà risulta ben evidente nella traduzione che abbiamo offerto. Gesù definisce beati i suoi discepoli poiché, pur essendo suoi servitori e suoi inviati, nel sacramento dell’Eucarestia faranno in modo che egli, loro Signore, passi nuovamente attraverso la morte. Di conseguenza, il sacramento del suo corpo e del suo sangue rappresenta anche un sacramento sacrificale. Ecco il perché della solennità con cui Gesù introduce l’augurio riferito agli apostoli. E per meglio comprendere queste parole di Gesù, può esserci utile ciò che dice una donna tra la folla dirigendosi a lui: «Beato il grembo di chi ti ha generato e le mammelle che ti hanno allattato!», ovvero, benedetta la madre che ci ha dato un figlio così prezioso; quindi una madre a cui dobbiamo questo meraviglioso tesoro, Gesù. Analogamente, Gesù si rivolge agli apostoli per manifestare la sua contentezza, poiché, grazie a loro, potrà morire nuovamente, bere di nuovo il calice che bevette sul Calvario.

  1. Il significato della lavanda dei piedi

Come si può osservare nella traduzione offerta, l’originale aramaico non conteneva interpretazioni moralistiche relative alla lavanda dei piedi. Le parole di Gesù alludono esclusivamente all’istituzione dell’Eucarestia, che ebbe luogo poco dopo il rito della lavanda, seduti nuovamente a tavola. Ma perché Gesù lavò i piedi ai discepoli dopo aver cominciato la cena? Per capirlo è necessario tenere presente che era abitudine d’allora lavare i piedi prima dell’inizio dei banchetti. Lanfitrione soleva offrire dell’acqua per i piedi ai suoi ospiti; si trattava di una cortesia di cui abbiamo un esempio in Le 7,36-50. Il compito di offrire l’acqua, di lavare e risciacquare i piedi ai commensali spettava ai servitori. Nel racconto di Giovanni, il collegamento tra la lavanda dei piedi e la cena è ovvio. La cosa sorprendente è che venga realizzata proprio da Gesù, a cena già iniziata. In questo modo risalta ancor di più la trascendenza del gesto, la cui rilevanza non può che derivare dall’associazione con ciò che accadrà «dopo», cioè rEucarestia. Come afferma C.A. Franco: «L’inverosimile stranezza della lavanda dei piedi durante il pasto, e non al suo inizio, ci suggerisce l’intenzione di Gesù: attirare l’attenzione dei suoi discepoli sul carattere singolare del “pasto” che stava per svolgersi nel contesto della cena pasquale. La natura di tale pasto era così diversa e trascendente da richiedere una preparazione speciale: per questo, è lo stesso Maestro e Signore a lavare i piedi, suscitando il comprensibile rifiuto di Pietro». [3]
La risposta di Gesù alle parole di Pietro esplicita chiaramente che la lavanda dei piedi è necessaria, se vuole avere parte con lui. Ovvero, è necessario purificarsi prima di partecipare all’Eucarestia, che viene descritta come una partecipazione nella persona di Gesù. L’espressione «aver parte con me» evoca le formule utilizzate da Paolo in 1 Cor 10,16: «comunione del Sangue di Cristo» e «comunione del Corpo di Cristo». Per questo, C.A. Franco afferma opportunamente:
«Il gesto di Gesù, pertanto, è inteso a preparare i discepoli ad accogliere il dono che egli si accinge a fare di se stesso. La forza espressiva del gesto era sufficiente a catturare l’attenzione e porla momentaneamente nel “dopo” a cui Gesù allude. Se ci è concesso fare un paragone, avrà un valore simile al gesto che Iahvè impone a Mosè quando, nell’episodio del roveto ardente, gli ordina di togliersi i sandali poiché la terra che sta calpestando è sacra. È un modo simbolico per a.ffermare che, tanto Mosè quanto Pietro, devono rendersi conto del mistero che si sta avvicinando». [4]
Riteniamo opportuno concludere questo capitolo con una breve riflessione di Luis de Granada sull’amore che Cristo ci ha dimostrato nell’istituire il Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue. Questo grande predicatore, che durante il XVI secolo con parole e scritti fu attivo in Spagna per più di cinquant’anni, dice così alla fine della meditazione sull’istituzione del Santissimo Sacramento contenuta nel VI trattato del suo Memoriale della vita cristiana:
«Né è meno significativa di questa carità, la forma sotto la quale il Signore volle rimanere qua con noi, poiché se fosse rimasto mantenendo il proprio aspetto, sarebbe rimasto per essere venerato, ma restando sotto forma di pane, è restato per essere mangiato e venerato: affinché con uno si esercitasse la fede, con l’altro la carità. E viene chiamato pane di vita, poiché è la vita stessa, è la vita sotto forma di pane; perciò quest’altro pane a poco a poco dà la vita a chi lo mangia, dopo molte digestioni; ma chi mangia questo pane con dignità, riceve la vita all’istante, perché mangia la vita stessa. Cosicché, se questo cibo ti ripugna perché è vivo, avvicinati a lui perché è pane; e se lo rispetti poco perché è pane, stimalo molto perché è vivo».

NOTE

1 F.F. Segovia, The Footwashing in the Johannine Tradition, in ZNW 73, 1982, p. 36.
2 RE. Brown, El evangelio según san Giovanni XIII-XXI, trad. di J. Valien- te Malia, Madrid 20002, p. 863.
3 C.A. Franco Martínez, Eucaristia y presencia real: glosas de Paolo y palabras de Jesús (SSNT 11), Madrid 2003, p. 225. Ringraziamo l’autore che ci ha permesso di utilizzare il lavoro da lui svolto su questo brano evangelico, di cui il nostro capitolo è un riassunto.
4 Ibidem, p. 226.

(FONTE: La vita di Gesù nel testo aramaico dei Vangeli, BUR 2005, pp. 229-239)