C’è vita oltre il capitalismo

La ricerca di una vera alternativa

Giannino Piana
La difficile ripresa dell’economia, a seguito dell’uscita dalla pandemia del coronavirus, rischia di avvenire all’insegna di una semplice massimizzazione della produttività e del profitto senza alcuna attenzione alle conseguenze sociali ed ambientali. L’esigenza di superare la situazione di grave disagio creatasi può far nascere la tentazione di recuperare il tempo perduto puntando tutto sulla quantità dei beni prodotti e mettendo tra parentesi ogni preoccupazione per la giustizia distributiva e per la qualità della vita.
Si direbbe – da quanto emerge da molti interventi di esponenti del mondo industriale e finanziario – che si sia di fronte a una nuova rivincita del capitalismo, che viene sbandierato come l’unica vera strada da percorrere per restituire all’economia credibilità ed efficacia, perciò con un’ulteriore accentuazione delle logiche di tale sistema. E questo proprio nel momento in cui, grazie anche alla recente esperienza del covid, sono venute a galla ancora una volta le falle di un sistema che ha accentuato in misura esorbitante le diseguaglianze sociali – il divario tra ricchi e poveri è nel tempo della pandemia ulteriormente cresciuto – e ha messo radicalmente in crisi l’equilibrio con il mondo naturale.

Alle radici della situazione attuale

Alle radici di questa situazione che, pur presentando sfaccettature diverse nelle diverse aree del mondo – qualche segnale di un indirizzo diverso sembra essersi acceso in Europa – converge in una sostanziale unitarietà di orientamenti ideologici e operativi, vi è il «liberalismo reale», il quale – come bene osserva Andrea Zhok, docente di filosofia all’Università Statale di Milano (Critica della ragione liberale, Meltemi 2020) – è un «manifesto individualismo normativo e assiologico» e «una visione delle relazioni sociali strutturate intorno all’idea dello scambio economico». Da questa visione, che ha come origine e come motore semplicemente il mercato, discende l’imporsi del capitalismo come sistema di produzione. La convinzione che esista una sfera economica con finalità e leggi proprie, dotata di un’assoluta autonomia, perciò di totale autoregolazione senza bisogno di alcun intervento esterno, provoca l’esautoramento dell’etica e della politica e produce di conseguenza una disumanizzazione della società, costituendo inoltre una crescente minaccia per l’ambiente.
Diseguaglianze sociali e disastro ecologico, che rappresentano due questioni cruciali del nostro tempo, non sono dunque interpretabili come un destino inevitabile; sono il prodotto di scelte precise fatte dall’uomo, che possono venire ribaltate solo da scelte altrettante forti di segno opposto. Diversi sono in realtà i fattori che hanno determinato (e determinano) questo stato di cose: dalla crisi del welfare che non si sostiene più, all’impoverimento sempre maggiore delle classi medie; dall’uso incontrollato e senza limitazione delle risorse ambientali (spesso non rinnovabili) all’inquinamento di beni fondamentali per la vita (aria, acqua e terra in particolare).
Tutto questo deve essere, in definitiva, ricondotto agli eccessi liberisti, che hanno tuttavia potuto avere il sopravvento, anche grazie all’incapacità della sinistra di contrapporre piattaforme ideali e politiche più eque; anzi di avere dato di fatto chiari segni di condivisione dei valori della destra mercantile. È sintomatico che, in occasione della grave crisi depressiva iniziata nel 2007 non siano state avanzate serie proposte alternative che, mettendo in discussione l’impianto del modello economico vigente, si sforzassero di suggerire nuove piste di sviluppo. Gli interventi messi in atto un po’ ovunque si sono ridotti alla ricerca di aggiustamenti temporanei per cercare di far fronte agli esiti peggiori della crisi, rafforzando di fatto la tenuta del sistema.

La ricerca di un via di uscita

Di fronte alla gravità della situazione si fa sempre più insistita la domanda di giustizia, che prende forma sia attraverso la crescita di movimenti finalizzati alla difesa dell’ambiente – si pensi al successo ottenuto negli ultimi mesi dagli ecologisti in diversi Paesi europei in cui si è andati alle urne – sia attraverso la protesta popolare, che rischia di farsi sempre più consistente a causa del crescente disagio sociale dovuto soprattutto alla crescita della disoccupazione e dell’inoccupazione giovanile. La conflittualità sociale, prodotta da diseguaglianze che hanno raggiunto livelli insopportabili, arresta il processo di sviluppo e ha ricadute negative sul terreno dell’ordine civile. A sua volta, lo sfruttamento illimitato dell’ambiente, oltre a creare condizioni di sempre maggiore inabitabilità -il covid-19 è per alcuni aspetti la conferma dei disastri determinati da una industrializzazione selvaggia – riducendo il quoziente delle risorse disponibili crea le condizioni di un grave impoverimento delle generazioni future.
Che fare allora? Quali vie imboccare per uscire dall’attuale distretta, senza rinunciare a una crescita, anche quantitativa, ma controllata e guidata da parametri di vera equità sociale? Il criterio di fondo al quale ispirare la condotta deve essere quello della sostenibilità, la quale va intesa in senso olistico, in quanto contrassegnata da tre dimensioni: ambientale, economica e sociale. Esiste infatti una stretta correlazione – come bene viene rilevato dalla Laudato si’ di papa Francesco – tra questione ambientale e questione sociale, al punto che l’approccio ad esse non può che avvenire in modo simultaneo e ponendo al centro delle attenzioni – come già si è rilevato – il sistema economico. È come dire che ecosostenibilità ed equisostenibilità vanno promosse insieme; che misure ambientali e misure sociali vanno, in altri termini, assunte contemporanemente secondo un progetto unitario che riorienti le attività umane, avendo nel contempo di mira equilibrio ecologico e bene comune.
La svolta richiesta implica pertanto una conversione fondata sulla presa di coscienza della necessità di superare la condizione di consumatori di risorse e di merci e la ricerca di una conciliazione di ambiente, salute e lavoro, mettendo tra loro in equilibrio o in ricomposizione tematiche che vengono spesso presentate in termini conflittuali – sviluppo contro sostenibilità, difesa dell’ambiente contro possibilità occupazionali, globale contro locale – e andando oltre i dualismi per attingere un’armonia, che va costantemente rinnovata, alla ricerca di un livello più alto. L’esigenza di limitare i consumi di beni superflui, alcune volte persino alienanti perché frutto della semplice pressione sociale indotta dai media, trova sbocco nell’adesione a due scelte: dare priorità ai bisogni essenziali, rispettando il criterio dell’equa distribuzione della ricchezza e andando incontro ai bisogni di tutti, e restituire un ruolo di primo piano a una forma di economia «pubblica», capace di garantire i diritti di tutti perché fondata sul principio di solidarietà, e non sul semplice perseguimento del profitto personale.

Una proposta concreta

Questi orientamenti di fondo, dai quali non si può (e non si deve) prescindere, vanno tradotti in iniziative di carattere operativo, che esigono, per promuovere – come si è detto – un sistema alternativo, di essere tra loro strettamente coordinate. Questo comporta, da un lato, una «visione», l’individuazione cioè di un modello che definisca l’obiettivo perseguito; e, dall’altro, la chiara individuazione di un percorso le cui tappe vanno accuratamente precisate per consentire un processo di graduale sviluppo facendo spazio a una forma di mediazione, la quale garantisca una vera maturazione delle coscienze, condizione essenziale per mantenere un livello alto di consenso assolutamente necessario per giungere a un risultato condiviso.
Indicazioni preziose al riguardo ha fornito di recente l’economista francese Thomas Piketty, in un recente grosso volume dal titolo Capitale e ideologia (ed. La nave di Teseo), nel quale formula la proposta del cosiddetto «socialismo partecipativo». Partendo dalla considerazione che «ogni società umana deve giustificare le sue diseguaglianze», che «è necessario trovarne le ragioni, perché in caso contrario è tutto l’equilibrio politico e sociale che rischia di crollare» e rilevando come la società giusta è quella meno diseguale, egli sottolinea che la questione non è solo economica, ma investe la società e gli assetti politici e istituzionali, che hanno favorito la concentrazione della ricchezza nel tempo; in una parola, che tutto va fatto risalire al sistema che si è scelto.
In questo contesto non manca di denunciare l’ipercapitalismo della società contemporanea, che presenta i tratti di una ideologia politica onnipervasiva, la quale investe i diversi aspetti della conduzione della vita pubblica, non esclusi la legislazione, il sistema fiscale e la stessa istruzione, e non esita a mettere sotto processo (in quanto inaccettabile) il fondamento meritocratico e imprenditoriale della differenza di ricchezza contemporanea, affermando che la tesi meritocratica è «un modo comodo per i privilegiati [.. .] di giustificare qualunque livello di disuguaglianza». Puntando sulla redistribuzione dei redditi e della ricchezza come obiettivo fondamentale – le fortune, osserva si formano con l’aiuto dei beni collettivi e devono per questo ricadere a beneficio di tutti – Piketty indica una serie di prestazioni e di meccanismi (anche drastici) che vanno messi in atto per raggiungerlo: dalla garanzia di un reddito di partenza a tutti i giovani alla creazione di condizioni che consentano un accesso universale e paritario all’istruzione; dalla limitazione dei
diritti alla successione alla tassazione della ricchezza privata con progressione fortemente crescente fino al 90%; dalla partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende alla limitazione del diritto di voto degli azionisti, fino ad una maggiore presenza pubblica nel capitale delle imprese. Piketty non rinuncia, infine, ad affrontare la questione ecologica, sottolineando l’importanza di non valutare le scelte esclusivamente in base al criterio monetario e mettendo sull’altro piatto della bilancia salute, sicurezza, occupazione, autonomia e risparmio energetico, nonché rivalutando l’economia locale, senza chiudersi ovviamente nell’autarchia o avventurarsi in guerre commerciali.

La necessità di un cambiamento degli stili di vita

La possibilità che le misure indicate (e altre che possono aggiungersi nella stessa direzione) vengano assunte positivamente e abbiano efficacia è legata a un cambiamento di mentalità che si traduca in una profonda modifica degli stili di vita. La consapevolezza che diseguaglianze sociali e crisi ecologica rappresentano oggi la vera emergenza, non può che spingere ad uscire dalla logica del consumismo sfrenato per imboccare la strada della sobrietà, sapendo distinguere le attività essenziali da quelle che non lo sono, i bisogni veri dai bisogni superflui o falsi, ridimensionando in tal modo attività e bisogni, producendo meno rifiuti ed evitando gli sprechi di energie e di materie prime. «Quando capiamo che i limiti del pianeta e la responsabilità verso le generazioni future ci impongono di scegliere – scrive Francesco Gesualdi – è fondamentale avere chiaro che i bisogni non sono tutti uguali, alcuni sono più importanti di altri perché rispondono ad esigenze vitali sotto il profilo fisico, psichico e sociale» (Dal lockdown alla transizione. Le basi per un nuovo sviluppo, in Avvenire, 22 maggio 2020, p. 3).
Si tratta senza dubbio di una svolta impegnativa, che presuppone l’adesione a un quadro valoriale esigente – la riduzione dei bisogni è sempre difficile quando si sono contratte abitudini di lunga data e la riduzione suscita l’impressione di un arretramento – ma il coraggio di scegliere, oltre a favorire la crescita di una società giusta e di un mondo abitabile anche per coloro che verranno, è ampiamente ripagato dallo sviluppo delle relazioni interpersonali e dal miglioramento della qualità della vita.

(Rocca 6/2021, pp. 29-31)