Etty e la storia

Botti vuote in cui si sciacqua la storia del mondo

Senza pretendere che da un frammento di esistenza che è la vita di Etty nella “storia universale” essa abbia avuto consapevolezza di una “grande storia” che si svolgeva accanto a lei, alcuni piccoli frammenti notano una crescente ansia per qualcosa di più grande che stava per travolgere tutti. Cosa di cui lei voleva essere la memoria narrante

Mio Dio, com’è potuto succedere? Van Wijk ci ha lasciati. Lo smarrimento è tanto grande che mi sento totalmente stordita. Non si riesce neanche a guardare nel vuoto che all’improvviso si è aperto davanti. Non capisco, continuo a ripetere a me stessa che non ci capisco assolutamente nulla. Un intero mondo di sapere scientifico è crollato in un istante, così, senza far rumore. Mi sembra più tremendo dell’intera guerra, anche se so che in futuro dovrò rimangiarmi queste parole. In questo momento ci sono professori imprigionati nei campi di concentramento in Germania, professori e studiosi vengono annientati, ma tutto questo accade per motivi politici, accade secondo la logica degli eventi, fa parte della nostra storia: si può partecipare, indignarsi, agire e talvolta aiutare; questo invece è semplicemente incredibile: malato per un paio di giorni e poi morto. Un intero universo è crollato. A ciò non si può più porre rimedio. Il giorno del suo compleanno egli aveva detto, così felice e ottimista: Posso andare avanti ancora per dieci anni. E questi dieci anni sono andati persi per sempre. Un mondo di sapere e scienza è crollato, e il vuoto non può essere più colmato: quest’uomo non aveva rivali in Europa e rimarrà insostituibile probabilmente per decenni. I nostri studi di slavistica hanno perso il principale, in realtà l’unico, punto di riferimento. È, così strano: ho seguito i suoi corsi solo per tre mesi, e solo per un’ora alla settimana, e tuttavia anche per me è andata distrutta una parte di mondo, e adesso me ne sto qui a osservarlo, sconvolta e sgomenta. Mi ero affezionata a lui solo di recente, durante la mia ultima visita nei giorni degli scioperi, quando aveva chiesto d’un tratto ad Aimé: Hai una stufa nella tua camera? E più tardi: Sì, il viaggio a L’Aia è costoso, vero? Altrimenti, ti direi, perché non fare visita a Zatskoy? In quel momento, sebbene sposato con la sua scienza, quell’uomo si era mostrato così pieno di commovente attenzione paterna da entrarmi nel cuore per sempre. E comunque non potrei mai dimenticare quell’ultima visita. Giorni turbolenti e fragorosi nella politica, scioperi, agitazione, tensione, entusiasmo, ecc. E poi, in mezzo a tutte quelle tensioni, la camera sobria e antiquata, quasi toccante, di Van Wijk, e lui dietro una scrivania ridicolmente piccola, con una ruga perpendicolare sulla fronte, ma più cordiale che mai; pur essendo completamente coinvolto negli eventi dell’università, conservava sempre il suo atteggiamento dignitoso. In realtà, tutta quell’agitazione era una spiacevole intrusione nel suo distaccato mondo accademico e, tuttavia, questa figura elevata, con tutto il suo decoro, si dichiarava solidale con gli autori della protesta. E quando, nel corso della nostra conversazione, io mi feci scappare le parole be’, a patto che, ovviamente, i miei studi vadano comunque a buon fine, lui mi guardò un po’ stupito, con le sopracciglia alzate come se io avessi fatto un’osservazione inopportuna, e aggiunse: Be’, se la plebaglia va al potere, di sicuro nulla avrà più importanza.

Non siamo nient’altro che botti vuote in cui si sciacqua la storia del mondo.
O tutto è casuale, o niente lo è. Se io credessi nella prima affermazione non potrei vivere, ma non sono ancora convinta della seconda.

Ho scritto che mi sono confrontata col “dolore dell’Umanità” (questi paroloni mi fanno ancora paura) ma non è del tutto esatto. Mi sento piuttosto come un piccolo campo di battaglia su cui si combattono i problemi, o almeno alcuni problemi del nostro tempo. L’unica cosa che si può fare è offrirsi umilmente come campo di battaglia. Quei problemi devono pur trovare ospitalità da qualche parte, trovare un luogo in cui possano combattere e placarsi, e noi, poveri piccoli uomini, noi dobbiamo aprir loro il nostro spazio interiore, senza sfuggire. Forse, su questo punto, io sono davvero molto ospitale, a volte sono come un campo di battaglia insanguinato e poi lo pago con un gran sfinimento e con un forte mal di capo. Ma ora sono semplicemente me stessa: Etty Hillesum, una laboriosa studentessa in una camera ospitale con dei libri e con un vaso di margherite. Scorro di nuovo nel mio stretto alveo e il contatto con “Umanità”, “Storia Universale” e “Dolore” s’è interrotto un’altra volta. Così dev’essere, del resto, altrimenti una persona impazzirebbe. Non ci si può sempre perdere nei grandi problemi, non si può essere sempre come un campo di battaglia; dobbiamo poter recuperare i nostri stretti confini e continuare dentro di essi – scrupolosamente e coscienziosamente – la nostra vita limitata, mentre quei momenti di contatto quasi “impersonale” con tutta l’umanità ci rendono ogni volta più maturi e profondi. Forse, in futuro, saprò esprimermi meglio, o farò dire queste cose a un personaggio di una novella o di un romanzo, ma sarà solo fra molto tempo.

Alcune ore di crisi e “ricaduta” come nei periodi peggiori. Così potei rendermi conto un’altra volta di quanto certi periodi passati fossero stati difficili. A letto nel pomeriggio. La vita di tutti gli uomini sentita di nuovo come una gran storia di dolori, ecc. ecc. Argomento troppo esteso per scriverne.

Ci siamo raggomitolati sulle poltrone e, con il caffè nero che ci fumava davanti, abbiamo discusso un po’ di Medioevo, di storia, di stelle gialle e di psicologia. Negli anni a venire i bambini studieranno a scuola stelle gialle e ghetti e terrore, e a molti si drizzeranno i capelli in testa. Ma parallela a questa storia da manuale scolastico, ne corre un’altra. Un paio di sedie comode – comprate con i soldi dell’assicurazione, perché le sedie di loro proprietà erano state spazzate via dalla faccia della terra, insieme a molti altri averi, in seguito a un bombardamento -, una tazza di caffè, un paio di buoni amici, intimità e un po’ di filosofeggiare. E la vita ancora così bella per noi. O almeno è ciò che ho avuto il coraggio di dichiarare: ritengo che la vita valga la pena di essere vissuta e che sia ancora così bella. In quel momento Werner ha cominciato a fare un’espressione seria. Ma eravamo così felici là tutt’insieme, e proprio la sera in cui era stata istituita la “stella gialla”. E io ho detto: Forse vale davvero la pena di essere coinvolti personalmente nelle vicende della storia. In questi casi puoi sul serio raccontare ciò che i libri di scuola tralasciano. Quell’uomo sulla Beethovenstraat, oggi pomeriggio, è degno di nota. Proprio un giovane croco fiorente che si guarda con ammirazione: indossava trionfante una grossa stella d’oro sul petto; era in se stesso una parata e una dimostrazione, per quel suo modo di pedalare felice. E tutto quel giallo – mi è balenata d’un tratto una visione poetica in cui il sole gli sorgeva sopra, tanto era raggiante, giallo e felice. Va bene, ragazzina, così soddisfacenti le cose non sono affatto, e sembra che tu riesca a creare immagini poetiche su qualunque cosa.

Devi seguire i percorsi che la vita delinea davanti a te, in questo momento, le difficili vie di questo pezzo di storia in cui oggi ci ritroviamo a vivere. Devi continuare a vedere la tua vita in questa cornice più grande. Se davvero sta crescendo un sentimento forte, va bene, lascia che cresca tranquillamente. E quello che talvolta temo, cioè di andare troppo oltre in un sentimento, non è possibile. Bada a che non ti distrugga e non ti riduca in polvere, ma ti riempia di vita e ti renda creativa.

Come se, in questo piccolo segmento di storia umana, fossi uno dei tanti apparecchi di ricezione che deve ritrasmettere i messaggi. Ma non so ancora quali messaggi.

Dovrei impugnare questa sottile penna stilografica come se fosse un martello e le mie parole dovrebbero essere come tante martellate, per raccontare il nostro destino e un pezzo di storia com’è ora e non è mai stata in passato – non in questa forma totalitaria, organizzata per grandi masse, estesa all’Europa intera. Dovranno pur sopravvivere alcune persone per diventare più tardi i cronisti di questo tempo. Anch’io vorrei essere in futuro una piccola cronista.

Ognuno deve vivere con lo stile suo. Io non so farmi avanti per garantirmi quella che può sembrare la mia salvezza, mi pare una cosa assurda e divento irrequieta e infelice. Quella lettera in cui faccio domanda al Consiglio Ebraico, scritta su insistenza di Jaap, per un po’ mi ha fatto perdere l’equilibrio – lieto e insieme serissimo – che avevo oggi. Quasi fosse un’azione indegna – questo star tutti addosso a quell’unico pezzetto di legno che va alla deriva sull’oceano infinito dopo il naufragio, questo salvare il salvabile, spingersi a forza di gomiti, provocare l’annegamento altrui, tutto così indegno; e poi, questo spingere non mi piace. Io appartengo piuttosto al genere di persone che preferiscono galleggiare ancora un po’ sull’oceano, stese sul dorso e con gli occhi rivolti al cielo, finché – con un gesto rassegnato e devoto – vanno a fondo per sempre. Io non posso fare diversamente. Le mie battaglie le combatto dentro di me, contro i miei propri demoni; ma combattere in mezzo a migliaia di persone impaurite, contro fanatici furiosi e gelidi che vogliono la nostra fine, no, questo non è proprio il mio genere. Non ho neppure paura, non so, mi sento così tranquilla, talvolta mi sembra di trovarmi in alto sui merli del palazzo della storia e di far correre lo sguardo su territori lontani. Mi sento in grado di sopportare il pezzo di storia che stiamo vivendo, senza soccombere. So tutto quel che capita e la mia testa rimane lucida. Talvolta è come se sul mio cuore venisse sparso uno strato di cenere. O come se sotto i miei occhi il mio viso appassisse e si dissolvesse, e nei suoi lineamenti grigi i secoli si inabissassero uno dopo l’altro, e tutto si disfacesse, e il mio cuore lasciasse andare tutto. Sono solo brevi momenti, dopo di che ritrovo ogni cosa e la mia testa ridiventa lucida, e sono di nuovo in grado di sopportare benissimo questo pezzo di storia.
Una volta che si comincia a camminare con Dio, si continua semplicemente a camminare e la vita diventa un’unica, lunga passeggiata. Com’è singolare tutto ciò.
Riesco a capire un pezzetto di storia e di umanità ma per ora preferisco non scrivere, avrei l’impressione che ogni parola sbiadirebbe e invecchierebbe all’istante, come se la parola nuova capace di sostituire quella vecchia abbia ancora da nascere.
Se io fossi in grado di registrare molte cose che penso e che sento e che talvolta mi si chiariscono in un baleno – cose che riguardano questa vita, gli uomini, e Dio -, sono sicura che ne potrebbe venir fuori qualcosa di molto bello.
Continuerò ad aver pazienza e lascerò maturare ogni cosa dentro di me.
Mi sembra che si esageri nel temere per il nostro povero corpo. Lo spirito viene dimenticato, s’accartoccia e avvizzisce in qualche angolino. Viviamo in modo sbagliato, senza dignità e anche senza coscienza storica. Con un vero senso della storia si può anche soccombere. Io non odio nessuno, non sono amareggiata. Una volta che l’amore per tutti gli uomini comincia a svilupparsi in noi, diventa infinito. Se sapessero come sento e come penso, molte persone mi considererebbero una pazza che vive fuori dalla realtà. Invece vivo proprio nella realtà che ogni giorno porta con sé. L’uomo occidentale non accetta il “dolore” come parte di questa vita: per questo non riesce mai a cavarne fuori delle forze positive. Bisogna che cerchi quelle due o tre frasi che avevo già trascritto da una lettera di Rathenau. Eccola qui. Ecco cosa mi mancherà: qui basta che allunghi una mano, e subito ritrovo le parole e i frammenti di cui il mio spirito ha bisogno in un determinato momento. Bisogna invece che abbia tutto in me stessa. Si deve anche essere capaci di vivere senza libri e senza niente. Esisterà pur sempre un pezzetto di cielo da poter guardare, e abbastanza spazio dentro di me per congiungere le mani in una preghiera.

Naturalmente, non si potrà mai più riparare al fatto che alcuni ebrei collaborino a far deportare tutti gli altri. Più tardi la storia dovrà pronunciarsi su questo punto.

In futuro ci sarà chi pubblicherà tutti questi dettagli, e probabilmente sarà necessario per tramandare la storia di questo tempo nella sua compiutezza. Io non ne sento il bisogno…

Sono sei mesi ormai che ti conosco. Così buffo, così caro, così terribile: incalzato dalla storia universale fin nel nostro piccolo paese, dove adesso vivi in due stanzette, che sono belle e accoglienti solo quando ci sei tu. Una colossale irruzione nella vita di svariate donne olandesi, ecco cosa sei stato. Ci insegni: l’amore verso tutto è più bello dell’amore verso una sola persona. Ed è bene che tu ci educhi a questo. Giacché le donne aspirano sempre a una sola persona, e non all’umanità nel suo complesso. La vera emancipazione femminile deve ancora cominciare, quindi. Forse la donna, in quanto essere umano, non è ancora nata. Sai, tu hai fatto sorgere in me molte energie. Ma molte me ne costi. Nel mio animo è un continuo confrontarmi con te, come persona e come uomo, e quando finalmente riuscirò ad avere un rapporto davvero chiaro con te, si chiariranno allora anche molte cose nel mio rapporto con gli uomini e con l’umanità intera. Cresco e maturo grazie a questo confronto interiore con te, ma talvolta è difficile, sai? Un giorno hai detto che per te io sono un compito, ma anche tu lo sei per me. Ed è bene che tu ci sia.

In quei primi giorni giravo per il campo come se stessi sfogliando le pagine di un libro di storia. Incontrai persone che erano già state a Buchenwald e Dachau, in un’epoca in cui per noi questi nomi erano ancora suoni lontani e minacciosi.
Incontrai persone che avevano girato il mondo su quella nave che non aveva avuto il permesso di approdare in nessun porto: ve ne ricorderete di certo, allora i nostri giornali ne parlarono abbondantemente.
Vidi molte fotografie di bambini piccoli, che nel frattempo saranno cresciuti non poco in qualche luogo ignoto di questa terra: chissà se sapranno ancora riconoscere i propri genitori, se mai potranno rivederli.
In breve, era come trovarsi davanti a un pezzetto tangibile del «destino» ebraico degli ultimi dieci anni, mentre la gente credeva che nel Drenthe esistessero soltanto i dolmen. Era quasi da togliere il fiato.
In quell’estate del 1942 – sembra che siano trascorsi anni da allora, laggiù è successo in pochi mesi più di quanto si possa elaborare in un periodo così breve -, il piccolo insediamento fu radicalmente sconvolto, e i vecchi residenti assistettero sbalorditi alla deportazione in massa degli ebrei dall’Olanda all’Europa orientale. Anch’essi, in un primo tempo, avevano dovuto fornire il loro ampio tributo umano, quando il totale dei «lavoratori volontari» era risultato non del tutto soddisfacente.
Una sera d’estate ero seduta a mangiare il mio cavolo rosso sul ciglio del campo giallo di lupini, che dalla nostra mensa si estendeva fino alla baracca di disinfestazione, e riflettevo con aria ispirata: «Si dovrebbe scrivere la cronaca di Westerbork». Un uomo anziano seduto alla mia sinistra – anche lui con il suo cavolo rosso – aveva replicato: «Sì, ma ci vorrebbe un grande poeta».
Quell’uomo ha ragione, ci vorrebbe proprio un grande poeta, le semplici cronache giornalistiche non bastano più.
Tutta l’Europa sta diventando pian piano un unico, grande campo di prigionia. Tutta l’Europa finirà per disporre di simili, amare esperienze. Sarà monotono se noi ci riferiremo scambievolmente i fatti nudi e crudi – le famiglie lacerate, le proprietà sottratte, le libertà perdute. E anche a proposito di filo spinato e di pasticcio di patate e verdure non si possono fare dei resoconti molto pittoreschi a coloro che sono rimasti fuori: mi domando del resto quanti ne potranno rimanere fuori, se la storia insiste ancora a lungo a percorrere i sentieri intrapresi.

A persone giovani e sane potevi anche dire che la storia aveva messo sulle nostre spalle un destino di proporzioni straordinarie e che dovevamo trovare la grandezza adeguata per sostenerne l’eccezionale peso – tutte cose in cui noi stessi credevamo e che potevamo mettere in pratica nella vita…
Ahimè, questo frammento di storia dell’umanità è così triste e vergognoso che non si sa come parlarne. Ci si vergogna di esserne stati spettatori senza averlo saputo impedire.

Ho già detto altre volte che non ci sono parole o immagini capaci di descrivere una notte come questa. Eppure devo sforzarmi di annotare qualche cosa per voi – ci si sente sempre occhi e orecchi di un tratto di storia ebraica, talvolta si prova il bisogno di essere anche una piccola voce. Dobbiamo pur tenerci informati di ciò che accade negli angoli remoti di questo mondo e ognuno deve portare il proprio sassolino, per farlo combaciare con gli altri nel mosaico che a guerra finita coprirà tutta la terra.

Qui si impara tantissimo. Per esempio, che la vita è assai diversa da come te la descrivono i libri di storia e che vivere è un bene ovunque, anche dietro il filo spinato e dentro baracche tutte spifferi, purché si viva con l’amore necessario nei confronti degli altri e della vita. Adesso si è appena venuta a sedere accanto a me, sul lato opposto, un’altra russa, e lei non è concentrata su scritti mistici come la mia vicina di sinistra, ma parla molto e mi chiama «la mia piccioncina», ovviamente in russo. È un’autrice di teatro, fa oroscopi, è stata giornalista in Turchia e una volta è rimasta perfino assiderata. Non è più tanto giovane, ha lineamenti tartarici, selvaggi, e ha lenti spesse per occhi miopi. Quando il pomeriggio – quanto tempo fa ormai? – mi mettevo a riposare un’oretta, perché ritenevo di averne bisogno, lei si sedeva ai piedi del mio letto, si sistemava sul mio sacco a pelo a quadri arancioni e cantava per me, con una voce sorprendentemente melodiosa ed espressiva, ninne-nanne cosacche, in russo, una dietro l’altra; e la brughiera del Drenthe era lì, stupita e placida – e di certo finirà in qualche libro di storia.