Per una pedagogia della fraternità

Pierpaolo Triani

 Noi quotidianamente interagiamo con altri; è un processo spontaneo che ci permette di vivere e di crescere. Possiamo, però, mettere in atto forme diverse di interazione, che si differenziano in base a come consideriamo l’altro e in base a quali finalità diamo al nostro rapporto con esso., ben più complesso, invece, è collaborare, agire insieme, cercando di avere a cuore il bene di tutti.Se, infatti, c’è in noi la disposizione a comunicare, la capacità di prenderci cura dell’altro, l’aspirazione ad una vita sociale dove tutti possano convivere pacificamente, è altrettanto forte la spinta a rinchiuderci in noi stessi, a rapportarci con l’altra persona come se fosse un ‘oggetto’, a considerarla un ostacolo per la nostra realizzazione.

  1. La fraternità: necessaria e fragile

Risuonano sempre attuali, al riguardo, le riflessioni che Mounier andava facendo più di sessanta anni fa. Nell’opera ‘Il personalismo’, [1] il filosofo francese mette innanzitutto in luce come la comunicazione sia un dato originario della persona umana: “Essa non esiste se non in quanto diretta verso gli altri, non si conosce che attraverso gli altri, si ritrova soltanto negli altri. La prima esperienza della persona è l’esperienza della seconda persona. Il tu, e in lui, il noi, precede l’io o per lo meno l’accompagna” [2]
Riconoscere che la persona cresce nell’incontro con l’altro comporta, per Mounier, operare per una società ‘di persone’ (e non solo di individui) basata sulla consapevolezza che “il soggetto non si nutre con un’autodigestione, che si possiede soltanto ciò che si dà o ciò a cui si dà, che non ci può salvare da soli, né socialmente, né spiritualmente”. [3]
Tuttavia, la comunicazione tra le persone è sottoposta costantemente ad una serie di ostacoli, di ‘scacchi’: “C’è qualcosa dentro di noi che resiste intimamente allo sforzo di reciprocità […]. Quando abbiamo costruito un’alleanza di reciprocità, famiglia, patria, istituzioni religiose, ecc., questa alimenta ben presto un nuovo egocentrismo e innalza così un nuovo ostacolo tra uomo e uomo”. [4] Mounier prosegue, perciò, amaramente e anche provocatoriamente, con una riflessione che risulta quasi paradossale:

“La persona, nell’universo in cui viviamo, si trova più spesso esposta che circondata, più desolata che in comunicazione. Essa è avidità di presenza: ma l’intero mondo delle persone le è completamente assente. La comunicazione è più rara della felicità, più fragile della bellezza. Un nulla la ferma o la spezza tra due soggetti: come sperare di ottenerla in una moltitudine?”. [5]

Queste righe interpellano profondamente il tema della collaborazione, dell’amicizia sociale, della fraternità, liberandoci dalla falsa idea che la costruzione di una vita sociale basata sul riconoscimento di una comune appartenenza e un comune destino sia un fatto spontaneo e semplice.
È vero che siamo interdipendenti, è vero che condividiamo la stessa condizione umana, ma è altrettanto vero che questa consapevolezza non ci porta automaticamente al rispetto dell’altro, al riconoscimento del valore intangibile di ogni persona, all’amicizia sociale. Siamo fratelli che, come ci ricorda il racconto biblico di Caino e Abele, possiamo da subito entrare in conflitto; siamo fratelli che si trovano a dovere scegliere la strada della fraternità.
Questo riconoscimento della fragilità della fraternità, e, congiuntamente, della necessità che essa venga continuamente scelta, perseguita, coltivata affinché l’umanità non perda se stessa, sta alla base dell’enciclica Fratelli tutti. Abbiamo bisogno, ci ricorda Francesco, di continuare a porre al centro la dignità di ogni persona e, conseguentemente, di alimentare l’aspirazione ad una società più fraterna e più giusta.
Fin dall’inizio del testo è chiaro questo invito ad impegnarsi per far crescere una cultura della fraternità: “Desidero tanto che, in questo tempo, che ci è dato di vivere, riconoscendo la dignità di ogni persona umana, possiamo far rinascere fra tutti un’aspirazione mondiale alla fraternità” (FT, n. 8).
L’impegno per la fraternità presuppone, perciò, un riconoscimento, richiamato anche in un altro passaggio dell’enciclica: “C’è un riconoscimento basilare, essenziale da compiere per camminare verso l’amicizia sociale e la fraternità universale: rendersi conto di quanto vale un essere umano, quanto vale una persona, sempre e in qualunque circostanza” (FT, n. 106).
Si tratta di un riconoscimento a cui Francesco richiama severamente la stessa comunità ecclesiale:

“È inaccettabile che i cristiani condividano questa mentalità e questi atteggiamenti, facendo a volte prevalere certe preferenze politiche piuttosto che profonde convinzioni della propria fede: l’inalienabile dignità di ogni persona umana, al di là dell’origine, del colore o della religione, è la legge suprema dell’amore fraterno” (FT, n. 39).

L’attenzione alla dimensione fraterna della convivenza umana non è solo necessaria per Francesco, ma urgente:

“Se non riusciamo a recuperare la passione condivisa per una comunità di appartenenza e di solidarietà, alla quale destinare tempo, impegno e beni, l’illusione globale che ci inganna crollerà rovinosamente e lascerà molti in preda alla nausea e al vuoto” (FT, n. 36).

  1. La strada maestra dell’educazione

Il compito, permanente, di costruire amicizia sociale, di coltivare l’aspirazione alla fraternità universale, deve fare i conti con la nostra tendenza alla chiusura, all’indifferenza verso l’altro:

“Nel mondo attuale i sentimenti di appartenenza a una medesima umanità si indeboliscono, mentre il sogno di costruire insieme la giustizia e la pace sembra un’utopia di altri tempi. Vediamo come domina un’indifferenza di comodo, fredda e globalizzata, figlia di una profonda disillusione che si cela dietro l’inganno di un’illusione: credere che possiamo essere onnipotenti e dimenticare che siamo sulla stessa barca” (FT, n. 30).

C’è bisogno, allora, secondo papa Francesco, di un rinnovamento di prospettiva, di atteggiamento, di azioni, che chiama in causa spiriti liberi, disposti a mettersi in gioco: “Il problema è che una via di fraternità, locale e universale, la possono percorrere soltanto spiriti liberi e disposti ad incontri reali” (FT, n. 50).
È molto interessante questo richiamo alla libertà dello spirito, in quanto la fraternità, come la collaborazione, non possono essere imposte con la forza, eseguite in base ad un decreto. Posso costringere una persona a fare una cosa, ma non a riconoscere il valore dell’altro e a cercare il bene di tutti. La fraternità può essere solo promossa e coltivata nell’animo delle persone e nelle culture; le strade maestre, strettamente connesse tra loro, sono quelle della testimonianza e dell’educazione.
Nel magistero di Francesco troviamo costantemente sottolineato il principio dell’attrattività del bene e della necessità di interpellare, attraverso l’azione educativa, la responsabilità della persona, la sua interiorità. È opportuno al riguardo rileggere quanto il Papa scrive al n. 262 dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia:

“Se la maturità fosse solo lo sviluppo di qualcosa che è già contenuto nel codice genetico, non ci sarebbe molto da fare. La prudenza, il buon giudizio e il buon senso non dipendono da fattori puramente quantitativi di crescita, ma da tutta una catena di elementi che si sintetizzano nell’interiorità della persona; per essere più precisi, al centro della sua libertà. È inevitabile che ogni figlio ci sorprenda con i progetti che scaturiscono da tale libertà, che rompa i nostri schemi, ed è bene che ciò accada. L”educazione comporta il compito di promuovere libertà responsabili, che nei punti di incrocio sappiano scegliere con buon senso e intelligenza; persone che comprendano senza riserve che la loro vita e quella della loro comunità è nelle loro mani e che questa libertà è un dono immenso” (AL, n. 262).

In ragione del fatto che la persona chiede di essere interpellata nella sua interiorità per poter crescere, c’è bisogno di un’azione culturale ed educativa che metta al centro il tema e la questione della fraternità universale, di un’educazione capace di coniugare i principi dell’uguaglianza e della libertà con quello della fraternità:

“Che cosa accade senza la fraternità consapevolmente coltivata, senza una volontà politica di fraternità, tradotta in un’educazione alla fraternità, al dialogo, alla scoperta della reciprocità e del mutuo arricchimento come valori? Succede che la libertà si restringe, risultando così piuttosto una condizione di solitudine, di pura autonomia, per appartenere a qualcuno o a qualcosa, o solo per possedere e godere” (FT, n. 103).

Sembra esserci, in queste parole, una convergenza, quasi un’assonanza, con alcune riflessioni di M. Buber nel saggio del 1926 ‘Sull’educativo’. [6] Il filosofo ebreo, dopo aver messo in luce l’importanza che l’educazione coltivi e sviluppi nei soggetti quell’istinto della creatività che li porta a fare, agire, costruire, richiama la sua insufficienza e la necessità che esso sia integrato con lo sviluppo dell’apertura all’altro, con l’istinto della solidarietà:

“Nel produrre delle cose il bambino impara molte cose che altrimenti non potrebbe imparare. Facendo una cosa ne impara la possibilità, la struttura e la coesione in un modo che non potrebbe mai capire se si limitasse a osservarla. Ma così non s’impara qualcos’altro, e questo qualcos’altro è il viatico della vita. S’impara dall’interno l’essere oggetto del mondo, ma non il suo essere soggetto, non il suo dire io e quindi neppure il suo dire tu. Ciò che ci conduce all’esperienza del dire tu non è più l’istinto della creatività, ma quello della solidarietà”. [7]

  1. Una preoccupazione condivisa

La sottolineatura di Papa Francesco in ordine alla promozione di una cultura e un’etica della fraternità attraverso un chiaro impegno educativo si pone in sintonia con la preoccupazione – espressa in questi anni sia da organismi internazionali, sia da intellettuali di primo piano – che lo sviluppo economico e scientifico venga accompagnato da un rilancio della coesione sociale, dell’attenzione all’altro, di un nuovo umanesimo. Richiamo solo due autorevoli esempi.
Nel 1996, in vista della data simbolica del passaggio di secolo (e di millennio), l’Unesco, attraverso una Commissione presieduta da J. Delors, ha pubblicato un Rapporto sull’educazione [8] che colloca, tra i quattro pilastri che dovrebbero fondare l’azione educativa delle diverse realtà del pianeta, il principio dell’imparare a vivere insieme, dell’imparare a vivere con gli altri. Non bastano, notavano gli studiosi radunati dall’Unesco, la crescita economica e la crescita delle risorse conoscitive senza un autentico sviluppo umano che abbia a cuore la convivenza pacifica. Essi si ponevano, così, una domanda cruciale:

“Il mondo contemporaneo è troppo spesso un mondo di violenza che delude le speranze che alcuni hanno posto nel progresso umano. In tutta la storia umana ci sono stati conflitti, ma nuovi fattori stanno accentuando il rischio, in particolare la straordinaria capacità di autodistruggersi che l’umanità ha creato nel corso del ventesimo secolo […] L’educazione non è stata capace, finora, di fare molto per alleviare la situazione. È possibile concepire una forma di educazione che possa consentire di evitare i conflitti o di risolverli pacificamente sviluppando il rispetto per gli altri, per le loro culture e per i loro valori spirituali?”. [9]

Non è sufficiente, notava ancora il Rapporto Delors, accrescere contatti e comunicazioni; occorre, invece, un azione educativa ordinaria che sviluppi nelle persone la capacità di aprirsi all’altro, promuova esperienze comuni e solleciti progetti condivisi: “A quanto pare, quindi, l’educazione dovrebbe prendere due vie complementari: ad un primo livello, la scoperta graduale degli altri; ad un secondo, l’esperienza di obiettivi comuni per tutta la vita, ciò che sembra essere un modo efficace di evitare o di risolvere conflitti latenti”. [10]
Più di recente, ma in continuità con la sua instancabile opera tesa a mettere in luce la necessità di comprendere la condizione umana, è la riflessione di E. Morin sull’importanza di rilanciare il concetto di fraternità aperta. [11] Anche lo studioso francese evidenzia come la mondializzazione, mentre fa percepire più chiaramente l’intreccio tra diversità e unità degli uomini nell’appartenenza ad un comune destino, accresce gli individualismi, le chiusure, le violenze.

“Di fatto l’unità umana si esprime nella diversità delle persone e delle culture, e questa diversità contiene in sé l’unità umana Detto altrimenti, l’unità umana è il tesoro della diversità umana, la diversità umana è il tesoro dell’unità umana. Questo significa che comprendere l’altro comporta il riconoscimento della nostra comune umanità e il rispetto delle sue differenze. Sono queste le basi su cui potrebbe svilupparsi la fraternità fra tutti gli umani in un’avventura comune di fronte al nostro destino comune. È paradossalmente nel momento del più grande bisogno di fraternità umana che dappertutto le culture particolari si rinchiudono”. [12]

Per prendersi cura della fraternità, Morin, oltre a suggerire la salvaguardia e lo sviluppo di esperienze concrete di comunità fraterne (quelle che lui chiama ‘oasi di fraternità), ricorda l’importanza dell’impegno culturale e formativo, che comporta “il nutrire e lo sviluppare una coscienza di umanità a partire da un umanesimo rigenerato”. Egli scrive:

“L’umanesimo rigenerato non si limita al riconoscimento dell’uguaglianza di diritti e della piena umanità di ogni persona. Comporta anche la coscienza dell’inseparabilità dell’unità e della diversità umana. Comporta la coscienza della responsabilità umana nei confronti della natura vivente della nostra terra. Comporta la coscienza della comunità di destino di tutti gli esseri umani, sollecitata sempre di più dal processo scatenato della mondializzazione”. [13]

Anche papa Francesco, in Fratelli tutti, evidenzia una situazione paradossale dove lo sviluppo delle possibilità di contatto e comunicazione non ha eliminato, ma anzi accresce, paure, indifferenze, chiusure.

“Paradossalmente, ci sono paure ancestrali che non sono state superate dal progresso tecnologico; anzi, hanno saputo nascondersi e potenziarsi dietro nuove tecnologie. Anche oggi, dietro le mura dell’antica città c’è l’abisso, il territorio dell’ignoto, il deserto […] Di conseguenza si creano nuove barriere di autodifesa, così che non esiste più il mondo ed esiste unicamente il «mio» mondo, fino al punto che molti non vengono più considerati esseri umani con una dignità inalienabile e diventano semplicemente «quelli»” (FT, 27).

Attraverso gli oltre duecentottanta punti attraverso i quali si snoda l’enciclica, il Papa richiama l’urgenza di cambiare rotta, di accrescere gli sforzi per far crescere un diffuso impegno culturale e sociale che sostenga, nell’ottica della fraternità, un rinnovamento nel modo di utilizzare i nuovi media, intendere la politica, governare la complessità sociale, usufruire dei beni del creato, costruire la pace, vivere l’appartenenza religiosa.
Questo impegno, a sua volta, chiama in causa una rinnovata educazione civile e sociale, i cui valori e contenuti sono delineati in molti passaggi dell’enciclica. Si tratta di passaggi che costituiscono un framework culturale di riferimento importante per tutti, e, in modo particolare, possono essere di supporto e stimolo per le realtà ecclesiali, impegnate a rilanciare una formazione coerente con la dottrina sociale della Chiesa e per le scuole italiane, alle prese con l’introduzione dell’insegnamento dell’educazione civica all’interno delle diverse aree disciplinari.

  1. Le linee pedagogiche di “Fratelli tutti”

Tutto il magistero di Francesco è segnato da una tensione educativa che si ritrova chiaramente in Fratelli tutti, dove possiamo cogliere molteplici linee di azione che concorrono a costituire quella che possiamo chiamare una pedagogia della fraternità. Queste linee vanno lette in rapporto all’orizzonte pedagogico del Papa, all’interno del quale il riconoscimento e l’affermazione della forza liberante del Vangelo, della centralità della persona, del primato dell’Amore, si coniugano con i criteri di azione pastorale richiamati da Francesco già nel suo magistero episcopale e poi chiaramente definiti nell’Evangelii gaudium: il tempo è superiore allo spazio; l’unità prevale sul conflitto; la realtà è più importante dell’idea; il tutto è superiore alla parte.
La pedagogia di Francesco si caratterizza come una pedagogia della proposta, della responsabilizzazione, dell’accompagnamento, dello sviluppo sociale, dell’attenzione a ciascuno (a partire dagli ultimi), della promozione integrale della persona attraverso l’educazione di tutte le sue capacità (che egli ama sintetizzare nella nota terna: mente, cuore, mano) e di tutte le sue dimensioni (compresa quella trascendente, che oggi è invece considerata marginale nella nostra cultura). Proprio perché tesa a promuovere la crescita di ogni persona e di una società più giusta, è una pedagogia centrata sul concetto di alleanza educativa che investe tutti i soggetti e tutti i livelli: famiglia, scuola, comunità ecclesiale, comunità civile, istituzioni. [14]
La prospettiva pedagogica di Francesco è attenta a richiamare costantemente la necessità di operare congiuntamente sul piano dei valori, degli atteggiamenti e dei comportamenti, delle condizioni operative, affinché quanto affermato idealmente non resti solo un concetto, ma sappia fare i conti con la realtà nella sua complessità. Anche in Fratelli tutti troviamo questo richiamo a lavorare per il rinnovamento delle strutture e dei processi organizzativi:

“L’amore al prossimo è realista e non disperde niente che sia necessario per una trasformazione della storia orientata a beneficio degli ultimi. Per altro verso, a volte si hanno ideologie di sinistra o dottrine sociali unite ad abitudini individualistiche e procedimenti inefficaci che arrivano solo a pochi. Nel frattempo la moltitudine degli abbandonati resta in balia dell’eventuale buona volontà di alcuni. Ciò dimostra che è necessario far crescere non solo una spiritualità della fraternità ma nello stesso tempo un’organizzazione mondiale più efficiente, per aiutare a risolvere i problemi impellenti degli abbandonati che soffrono e muoiono nei paesi poveri. Ciò a sua volta implica che non c’è solo una via d’uscita possibile, un’unica metodologia accettabile, una ricetta economica che possa essere applicata ugualmente per tutti, e presuppone che anche la scienza più rigorosa possa proporre percorsi differenti” (FT, n. 165).

La pedagogia della fraternità presente nell’enciclica è delineata attraverso una pluralità di spunti che, logicamente, si richiamano a vicenda e concorrono a delineare un insieme di linee di azioni molto ricco.
Un primo aspetto che attraversa tutta l’enciclica è la sottolineatura di una rinnovata educazione morale, che ponga al centro la maturazione della benevolentia, che faccia crescere nelle persone la ricerca del bene e l’impegno per una società più giusta. Scrive Francesco:

“Non possiamo tralasciare di dire che il desiderio e la ricerca del bene degli altri e di tutta l’umanità implicano anche di adoperarsi per una maturazione delle persone e delle società nei diversi valori morali che conducono a uno sviluppo integrale. Nel Nuovo Testamento si menziona un frutto dello Spirito Santo (cfr. Gal 5,22) definito con il termine greco agathosyne. Indica l’attaccamento al bene, la ricerca del bene. Più ancora, è procurare ciò che vale di più, il meglio per gli altri: la loro maturazione, la loro crescita in una vita sana, l’esercizio dei valori e non solo il benessere materiale. C’è un’espressione latina simile: benevolentia, cioè l’atteggiamento di volere il bene dell’altro. È un forte desiderio del bene, un’inclinazione verso tutto ciò che è buono ed eccellente, che ci spinge a colmare la vita degli altri di cose belle, sublimi, edificanti” (FT, n. 112).

L’educazione morale non può essere disgiunta dall’educazione dell’interiorità, da una crescita nella consapevolezza di sé, dal riconoscimento delle proprie risorse, ma anche della fragilità delle proprie azioni e della propria tendenza all’egoismo. La cultura contemporanea, ci ricorda Francesco, deve uscire dal silenzio sulla nostra possibilità di fare il male, sulle fragilità del nostro animo, per ridare profondità alla formazione della coscienza:

“La questione è la fragilità umana, la tendenza umana costante all’egoismo, che fa parte di ciò che la tradizione cristiana chiama «concupiscenza»: l’inclinazione dell’essere umano a chiudersi nell’immanenza del proprio io, del proprio gruppo, dei propri interessi meschini. […] L’impegno educativo, lo sviluppo di abitudini solidali, la capacità di pensare la vita umana più integralmente, la profondità spirituale sono realtà necessarie per dare qualità ai rapporti umani, in modo tale che sia la società stessa a reagire di fronte alle proprie ingiustizie, alle aberrazioni, agli abusi dei poteri economici, tecnologici, politici e mediatici. Ci sono visioni liberali che ignorano questo fattore della fragilità umana e immaginano un mondo che risponde ad un determinato ordine capace di per se stesso di assicurare il futuro e la soluzione di tutti i problemi” (FT, nn. 166-167).

La ricerca del bene è inseparabile dall’intelligenza della realtà e dall’amore della verità. Si tratta di un altro campo educativo di cruciale importanza. Lo sviluppo umano necessita di persone che hanno il coraggio della verità che va oltre la convenienza del momento (cfr. FT, n. 208); la dinamica sociale, soprattutto dopo momenti di gravi conflitti e fratture, ha sempre bisogno di “ricominciare dalla verità” (cfr. FT, n. 226). La ricerca e l’amore della verità, inoltre, chiedono di essere sostenuti da un’educazione della memoria degli errori e degli orrori, del bene compiuto e degli atti eroici: “Senza memoria non si va mai avanti, non si cresce senza una memoria integra e luminosa” (FT, 249).
La cura della verità e del bene chiedono persone capaci di aprirsi alla realtà e, innanzitutto, all’altro. Ecco l’importanza, richiamata da Francesco non solo in Fratelli tutti, ma durante tutto il suo magistero, di educarci all’apertura e all’incontro. Nell’iniziare la sezione III dell’enciclica, significativamente intitolata “Pensare e generare un mondo aperto”, il Papa scrive:

“Un essere umano è fatto in modo tale che non si realizza, non si sviluppa e non può trovare la propria pienezza se non attraverso un dono sincero di sé. E ugualmente non giunge a riconoscere a fondo la propria verità se non nell’incontro con gli altri. «Non comunico effettivamente con me stesso se non nella misura in cui comunico con l’altro» (G. Marcel). Questo spiega perché nessuno può sperimentare il valore della vita senza volti concreti da amare” (FT, n. 87).

Per educare l’apertura della nostra mente e del nostro cuore abbiamo bisogno di riconoscere il valore dell’amore verso il vicino: “L’integrazione culturale, economica e politica con i popoli circostanti dovrebbe essere accompagnata da un processo educativo che promuova il valore dell’amore per il vicino, primo esercizio indispensabile per ottenere una sana integrazione universale” (FT, n. 151).
Abbiamo però, congiuntamente, anche bisogno di essere aiutati ad allargare i nostri orizzonti, a considerare i punti di vista altrui: “Senza il rapporto e il confronto con chi è diverso, è difficile avere una conoscenza chiara e completa di se stessi e della propria terra, poiché le altre culture non sono nemici da cui bisogna difendersi, ma sono riflessi differenti della ricchezza inesauribile della vita umana” (FT, n. 147).
Abbiamo, inoltre, bisogno di porre attenzione alle nostre forme di comunicazione, all’uso attento, saggio, critico dei nuovi media, attraverso un’educazione che contrasti “l’informazione senza saggezza” e una “aggressività senza pudore” (cfr. FT, nn. 42-50); che aiuti a riconoscere la distinzione tra l’essere in connessione e l’entrare in relazione: “I rapporti digitali, che dispensano dalla fatica di coltivare un’amicizia, una reciprocità stabile e anche un consenso che matura con il tempo, hanno un’apparenza di socievolezza” (FT, n. 43).
L’educazione dell’apertura verso l’altro porta con sé: l’educazione alla solidarietà cfr. FT, n. 114); l’educazione all’accoglienza, a partire dal riconoscimento che “l’arrivo di persone diverse, che provengono da un contesto vitale e culturale differente, si trasforma in un dono” (FT, n. 133); l’educazione allo stile e alla virtù del dialogo, che è ben di più del solo confronto. Scrive Francesco:

“L’autentico dialogo sociale presuppone la capacità di rispettare il punto di vista dell’altro, accettando la possibilità che contenga delle convinzioni o degli interessi legittimi. A partire dalla sua identità, l’altro ha qualcosa da dare ed è auspicabile che approfondisca ed esponga la sua posizione perché il dibattito pubblico sia ancora più completo” (FT, n. 203).

La coltivazione e la crescita della cultura fraterna richiedono che le persone operino insieme, comportano esperienze ed azioni comuni. Ecco allora l’importanza di educare al servizio (cfr. FT, n. 114), alla collaborazione (cfr. FT, nn. 202- 203). Il confronto, il dialogo, la ricerca di un bene più grande chiama in causa tutte le componenti sociali, e un ruolo cruciale al riguardo, oltre che dalla politica, è giocato dal lavoro culturale e dalla ricerca scientifica. Anche l’elaborazione del sapere, infatti, ha bisogno di essere ripensato in una logica di interconnessione e interdipendenza:

“Oggi esiste la convinzione che, oltre agli sviluppi scientifici specializzati, occorre la comunicazione tra le discipline, dal momento che la realtà è una, benché possa essere accostata da diverse prospettive e con diverse metodologie. Non va trascurato il rischio che un progresso scientifico venga considerato l’unico approccio possibile per comprendere un aspetto della vita, della società e del mondo. Invece, un ricercatore che avanza fruttuosamente nella sua analisi ed è anche disposto a riconoscere altre dimensioni della realtà che indaga, grazie al lavoro di altre scienze e altri saperi si apre a conoscere la realtà in maniera più integra e piena” (FT, n. 204).

La pedagogia della fraternità, secondo Francesco, nella pluralità dei suoi aspetti, risulta però più povera e meno significativa se non è attenta a coltivare nelle persone l’apertura alla dimensione trascendente.

“Come credenti pensiamo che, senza un’apertura al Padre di tutti, non ci possano essere ragioni solide e stabili per l’appello alla fraternità. Siamo convinti che soltanto questa coscienza di figli che non sono orfani si può vivere in pace fra noi. Perché «la ragione, da sola, è in grado di cogliere l’uguaglianza tra gli uomini e di stabilire una convivenza civica tra loro, ma non riesce a fondare la fraternità» (Benedetto XVI)” (FT, n. 272).

C’è bisogno, come evidenziato anche nello storico Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, [15] che la cultura della fraternità sia sostenuta da un’educazione della dimensione religiosa e, congiuntamente, che le religioni accrescano i loro sforzi per educare alla fraternità. Questo richiamo alle religioni perché si pongano a servizio della fraternità del mondo (cfr. FT, n. 271), rappresenta un appello che chiama in causa, in prima persona, l’impegno educativo di tutte le realtà ecclesiali.

  1. Conclusione

La pedagogia della fraternità, come già richiamato, chiama in causa tutte le realtà educative e trova certamente nelle famiglie, nelle scuole, nelle comunità ecclesiali, i suoi primi ambienti di riferimento. Come ogni impegno educativo, anche la coltivazione della cultura e della prassi della fraternità richiede precise scelte valoriali, il coraggio di costruire determinate condizioni organizzative, la costanza dell’azione, l’umiltà di riconoscere gli errori, la disponibilità ad imparare sempre. Richiede, soprattutto, di camminare fattivamente esercitando la virtù della speranza, a maggior ragione in un momento di grave difficoltà come quello che le nostre società stanno vivendo. Per educare alla fraternità c’è bisogno di alimentare continuamente la speranza di un mondo più giusto, più solidale, sapendo che, ci ricorda papa Francesco: “il modo migliore per dominare e avanzare senza limiti è seminare la mancanza di speranza e suscitare la sfiducia costante, benché mascherata con la difesa di alcuni valori” (FT, n. 15). Al contrario l’educazione che pone al centro la ricerca del bene, della verità, l’amore verso l’altro, il dialogo, il progressivo riconoscimento dell’appartenenza ad una storia e un destino comune, consente di aprire la mente e il cuore, di umanizzare la società, di cercare strade nuove, di “camminare nella speranza” (cfr. FT, n. 55).

NOTE

  1. Cfr., EMANUEL MOUNIER, Il personalismo, AVE, Roma, 2004.
    2 Idem, p. 60.
    3 Idem, p. 61.
    4 Idem, p. 64.
    5 Ibidem.
    6 Cfr. MARTIN BUBER, Sull’educativo, in Id., Il principio dialogico e altri saggi, San Paolo, Milano, 1993.
    7 Idem, p. 166.
    8 Cfr. JACQUES DELORS (a cura di), Nell’educazione un tesoro. Rapporto all’Unesco della Commissione Internazionale sull’Educazione per il Ventunesimo secolo, Armando, Roma, 1997.
    9 Idem, p. 85.
    10 Idem, p. 86.
    11 Cfr. EDGAR MORIN, La fraternità, perché? Resistere alla crudeltà del mondo, AVE, Roma, 2020.
    12 Idem, p. 42.
    13 Idem, p. 55.
    14 Per un approfondimento cfr.: Cfr. ERNESTO DIACO (a cura di), L’educazione secondo Papa Francesco, EDB, Bologna, 2018; MARIA IGNAZIA ANGELINI, Lo stile educativo di Papa Francesco, in RITA BICHI – PAOLA BIGNARDI (a cura di), Il futuro della fede. Nell’educazione dei giovani la Chiesa di domani, Vita e Pensiero, Milano, 2018, pp. 179-192; PIERPAOLO TRIANI, La prospettiva pedagogica di papa Francesco, in ‘Proposta Educativa’, 3/ 2018. pp. 45-55.
    15 SUA SANTITÀ PAPA FRANCESCO – GRANDE IMAM DI AL AZHAR AHMAD AL – TAYYEB, Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, Abu Dhabi, 4 febbraio 2019.

* Professore Ordinario di Pedagogia Generale e Sociale Università Cattolica del Sacro Cuore – Piacenza e Milano

(FONTE: Rivista Lasalliana 88 (2021) 2, 223-234