Risvegliare l’umano nell’uomo per edificare la fraternità umana

Riflessioni sull’educare nella enciclica “Fratelli Tutti” di papa Francesco

Carmela Di Agresti

Leggere l’enciclica Fratelli Tutti (FT) di papa Francesco con un interesse prevalentemente centrato sui problemi riguardanti l’educazione può sembrare compito agevole e abbastanza scontato. Credo si possa convenire che tutta l’enciclica si presta ad una lettura di tipo pedagogico. E questo sia per l’obiettivo che FT vuole raggiungere, sia per il percorso che propone di fare per renderlo possibile.
Si può, però, riscontrare una certa difficoltà a trovare una sintesi delle tante stimolazioni che la lettura del testo offre. Sono molti e vari gli ambiti su cui il Papa fa riflettere in FT. Il quadro problematico e complesso del contesto socio-culturale che emerge dalla lettura pone precise sfide all’educazione, sollecitata a rispondere in maniera unitaria e precisa. Gli stimoli, come già detto, sono tanti, ma vanno coordinati. Le istanze sono valide, il coordinamento comporta approfondimenti e puntualizzazioni che spettano al discorso pedagogico. Il magistero del Pontefice si è espresso a più riprese, anche su questi aspetti, in scritti centrati sulla specifica problematica educativa, non affrontati direttamente in FT. Altre fonti consentono di prendere in esame quanto in FT non trova tutte le esplicitazioni.  [2] 
Al già detto si aggiunge un’altra difficoltà, che è dovuta alla modalità di approccio usato dal Pontefice, modalità che risulta poco sistematica e molto esperienziale. Nel testo si rintraccia sempre, oltre alla ricchezza di esperienza, anche un forte coinvolgimento personale. Tale caratteristica rivela l’originalità dell’approccio ai temi trattati. Riportare tutto il pensato, il sentito e il vissuto, entro il rigore di principi teorici, fa correre il rischio di restringere la forte carica propulsiva che vi è contenuta. Per questa ragione, ho volutamente dato più spazio a citazioni del testo che potevano risultare di maggiore efficacia.

  1. Una guida alla lettura di “Fratelli Tutti”

Nei primi otto numeri l’enciclica offre una precisa chiave di lettura del testo che ne presenta il contenuto, lo scopo della riflessione, il metodo, le principali fonti ispiratrici.
Al n. 6 il Papa scrive: “Consegno questa enciclica sociale come un umile apporto alla riflessione affinché, di fronte a diversi modi attuali di eliminare o ignorare gli altri, siamo in grado di reagire con un nuovo sogno di fraternità e di amicizia sociale che non si limiti alle parole”; e conclude: “Pur avendola scritta a partire dalle mie convinzioni cristiane, che mi animano e mi nutrono, ho cercato di farlo in modo che la riflessione si apra al dialogo con tutte le persone di buona volontà”.
Il primo dato è l’approccio di tipo sociale. L’intento è reagire con un sogno di nuova “fraternità e amicizia sociale” ai diversi modi attuali di eliminare e ignorare gli altri. Il suo apporto alla riflessione non vuol essere solo di tipo teorico, ma anche un concreto percorso di attuazione. Il sogno mira a diventare progetto.
È noto che il tema della fraternità è tra i più presenti nella riflessione del Papa, come egli stesso conferma: “Le questioni legate alla fraternità e all’amicizia sociale sono sempre state tra le mie preoccupazioni. Negli ultimi anni ho fatto riferimento ad esse più volte e in diversi luoghi. Ho voluto raccogliere in questa enciclica molti di tali interventi collocandoli in un contesto più ampio di riflessione” (n. 5).
Il centro dell’interesse è focalizzato su quegli esseri umani che, in ragione dei diversi modi di organizzazione della vita sociale, vengono esclusi dalla partecipazione, ossia vengono eliminati o ignorati dagli altri.
Si tratta, quindi, di un contributo (autorevole) alle riflessioni di quanti hanno a cuore il tema della fraternità e dell’amicizia sociale, e sono aperti al dialogo. Un ultimo cenno meritano ora le fonti ispiratrici dell’enciclica. Due trovano una menzione particolare. Tra le fonti di ispirazione, poi, il Papa menziona (n. 5) il Grande Imam Ahmad al Tayyeb, da cui riconosce di aver ricevuto particolare stimolo. Rievoca l’incontro avvenuto ad Abu Dhabi per ricordare insieme che Dio “ha creato tutti gli esseri umani uguali nei diritti, nei doveri e nella dignità, e li ha chiamati a convivere come fratelli tra di loro”. L’importanza di questo incontro viene in particolare sottolineata dal Papa: “Non si è trattato di un mero atto diplomatico, bensì di una riflessione compiuta nel dialogo e di un impegno congiunto. Questa enciclica – conclude il Papa – raccoglie e sviluppa grandi temi esposti in quel documento che abbiamo firmato insieme”. [3] Il documento ha avuto vasta risonanza nel mondo cattolico, in quello musulmano e oltre. Per questo il Papa può concludere: “E qui ho anche recepito, con il mio linguaggio, numerosi documenti e lettere che ho ricevuto da tante persone e gruppi di tutto il mondo” (n. 5).

  1. Le ombre di un mondo chiuso e gli ostacoli alla fraternità

FT nasce dal bisogno, meglio dall’urgenza, di rimettere al centro dell’attenzione l’uomo in quanto portatore di un diritto primario ad essere riconosciuto nella sua dignità sia come singolo, sia come soggetto per sua natura relazionale. Se la trama delle relazioni, attraverso cui ciascuno sviluppa le proprie potenzialità per attuare il processo di umanazione, viene ostacolata, interrotta, o deviata, il soggetto entra in crisi con se stesso e con gli altri.
Cambiamenti e trasformazioni derivano dai dinamismi di crescita della realtà e dei singoli in essa inglobati; sono naturali e inevitabili perché esprimono la legge del divenire storico, in ogni ambito di realtà. I cambiamenti, tuttavia, hanno bisogno di costante monitoraggio per tenere sotto controllo e valutare le dinamiche interne a ciascun ambito, ed evitare che si trasformino in occasione di ostacolo anziché di crescita. La possibilità di diventare crescita oppure ostacolo si gioca tutta nella qualità della relazione, che deve essere adeguata alla funzione che ogni realtà, per natura, esprime. Nell’uomo, per raggiungere una convivenza pacifica inclusiva di tutti i membri, è indispensabile coltivare atteggiamenti aperti alla relazione e disponibili a riconoscere il valore di ogni persona in quanto tale. Il richiamo costante del Papa alla necessità di un cammino educativo in ogni cambiamento e al coinvolgimento di tutti in questo cammino risponde all’esigenza fondamentale di far maturare una solidarietà universale e una società più accogliente.
Cerchiamo ora di individuare in FT quali sono le maggiori sfide che l’educazione deve affrontare per rispondere ai bisogni educativi dell’oggi. Nel “Messaggio per il Patto Educativo” il Papa sintetizza la situazione attuale che l’educazione deve fronteggiare: “Il mondo contemporaneo è in continua trasformazione ed è attraversato da molteplici crisi. Viviamo un cambiamento epocale: una metamorfosi non solo culturale ma anche antropologica che genera nuovi linguaggi e scarta, senza discernimento, i paradigmi consegnateci dalla storia. L’educazione si scontra con la cosiddetta rapidación, che imprigiona l’esistenza nel vortice della velocità tecnologica e digitale, cambiando continuamente i punti di riferimento. In questo contesto, l’identità stessa perde consistenza e la struttura psicologica si disintegra di fronte a un mutamento incessante che ‘contrasta con la naturale lentezza dell’evoluzione biologica'”.
Nel primo capitolo di FT il Papa offre un’analisi critica della realtà in cui siamo immersi e ne sottolinea gli aspetti più problematici che mettono in crisi l’identità personale e la convivenza umana. Le sollecitazioni a riflettere sulle sfide educative sono tante; impossibile esaminarle tutte. Mi limito a richiamarne soltanto alcune che mi sembrano particolarmente rilevanti per il nostro discorso. Il Papa parla di ‘ombre di un mondo chiuso’, contrassegnato da modelli culturali attraverso cui è avvenuta una socializzazione distorta. Interrogarsi su tali modelli è importante per rispondere a domande serie che riguardano il destino stesso della convivenza umana. Si tratta di modelli che, in massima parte, rappresentano il più grande ostacolo al riconoscimento di una fratellanza umana e alla costruzione di una convivenza solidale.
Innanzitutto l’ideologia della globalizzazione, che ha dominato incontrastata a lungo e, in parte, domina ancora, creando errate aspettative di sviluppo indeterminato nei differenti ambiti dell’attività umana. Non si può negare che l’apertura mondiale ha generato progresso. Considerata in sé, l’apertura al mondo globale ha moltiplicato opportunità, avvicinato distanze geografiche, creato connessioni fra tutti gli ambiti di attività e aumentato i contatti; gli scambi si sono moltiplicati, le scoperte scientifiche hanno trovato nuove vie per essere divulgate. La nostra civiltà moderna ha compiuto passi positivi nei campi della scienza, della tecnologia, della medicina, dell’industria, del benessere. Ma ha fatto anche nascere altrettanti interrogativi. Opportunità, benessere, progresso, ma per chi? Per tutti o per pochi? In altri termini, se la crescita è innegabile, chi ne ha veramente tratto vantaggio? Cosa è mancato per cui sono cresciute le disuguaglianze ed è entrata cosi fortemente in crisi la convivenza umana? Il positivo di cui si è detto o l’uso che di quel positivo si è fatto? Una risposta a questa domanda FT cerca di darla partendo da un ambito di attività ben preciso. Scrive il Papa: ” ‘Aprirsi al mondo’ è un’espressione che oggi è stata fatta proprio dall’economia e dalla finanza. Si riferisce esclusivamente all’apertura agli interessi stranieri o alla libertà dei poteri economici di investire senza vincoli né complicazioni in tutti i paesi. I conflitti locali e il disinteresse per il bene comune vengono strumentalizzati dall’economia globale per imporre un modello culturale unico. Tale cultura unifica il mondo ma divide le persone e le nazioni. Perché ‘la società sempre più globalizzata, ci rende vicini, ma non ci rende fratelli’. Siamo più soli che mai in questo mondo massificato che privilegia gli interessi individuali e indebolisce la dimensione comunitaria dell’esistenza” (n. 12).
Mi sembra che quanto il Papa afferma relativamente all’economia possa essere considerato cifra di lettura di molti altri ambiti di attività umana. L’autoreferenzialità e l’individualismo utilitaristico di pochi sono diventati in qualche modo variabili comuni, si sono generalizzati. Nell’economia servono per creare ricchezza, ma estromettono dai benefici gli altri, che non ne partecipano, ma diventano soltanto strumenti di produzione o consumo. Ogni volta che si applica tale logica, il rapporto umano viene mercificato e si rafforza il criterio dell’utilizzo strumentale dell’uomo.
Un tale processo di disumanizzazione può essere analizzato nei diversi campi dell’attività umana. Su alcuni di essi FT offre una lettura puntuale della dialettica interna, per aiutare a comprendere l’uso distorto del potere e gli effetti negativi che ricadono sul compaginarsi della convivenza umana. [4]
L’affermarsi delle teorie del globalismo di tipo economico ha favorito la logica dei più forti, che proteggono se stessi, ma dissolvono l’identità dei deboli, rendendoli dipendenti. Un ruolo centrale, in questo processo, viene esercitato dalle varie forme di colonizzazione culturale. Questo processo di manipolazione attraverso la cultura offre stimoli di riflessione interessanti, perché affronta il problema dell’acculturazione delle nuove generazioni, ma non solo. Tra queste forme c’è innanzitutto la distruzione della coscienza storica, che fa spazio all’idea che la libertà umana può cancellare il passato e costruire tutto a partire da zero. Scrive il Papa: “Un modo efficace di dissolvere la coscienza storica, il pensiero critico, l’impegno per la giustizia e i percorsi di integrazione è quello di svuotare o di alterare le grandi parole. Che cosa significano oggi alcune espressioni come democrazia, libertà, giustizia, unità? Sono state manipolate e deformate per utilizzarle come strumenti di dominio, come titoli vuoti di contenuto che possono servire per giustificare qualsiasi azione” (n. 14).
Con il vuoto di senso delle grandi parole e la mancanza di senso critico non è difficile costruire progetti che solo ideologicamente sono indirizzati a tutti, ma, in realtà, mirano a difendere i poteri forti e scartano tutti quelli che non hanno possibilità di difendere i propri diritti, di far sentire la propria voce. Di essi fanno parte quelli che vanno a ingrossare il numero dello “scarto mondiale”, come il Papa li definisce.
Con la globalizzazione e il progresso, senza una rotta comune, “si verifica il deterioramento dell’etica, che condiziona l’agire internazionale, e un indebolimento dei valori spirituali e del senso di responsabilità. Tutto ciò contribuisce a diffondere una sensazione generale di frustrazione, di solitudine e di disperazione” (n. 29).
Le forme di colonizzazione della cultura sono molte e diverse, specifiche e largamente presenti in _ogni ambito di realtà; la logica sottesa, tuttavia, rimane sempre la stessa: destrutturare il passato, che in qualche modo potrebbe ostacolare la gestione dell’uso del potere di cui si dispone, e ideologizzare gli esiti attesi e/ o raggiunti, per accreditare la validità dei modelli. L’esito, dal punto di vista della tenuta dei modelli, non solo è deficitario, ma ha generato e continua a generare profonde incertezze di sostenibilità. Scrive il Papa: “Oggi possiamo riconoscere che ‘ci siamo nutriti con sogni di splendore e grandezza e abbiamo finito per mangiare distrazione, chiusura e solitudine; ci siamo ingozzati di connessioni e abbiamo perso il gusto della fraternità. Abbiamo cercato il risultato rapido e sicuro e ci troviamo oppressi dall’impazienza e dall’ansia. Prigionieri di virtualità, abbiamo perso il gusto e il sapore della realtà’ ” (n. 33).
I costi umani che ne sono derivati sono altrettanto preoccupanti e non lasciano intravedere cammini facili per recuperare quanto è stato in vari modi demolito. L’enciclica ne offre una sintesi quanto mai efficace. “Nel mondo attuale i sentimenti di appartenenza ad una medesima umanità si indeboliscono, mentre il sogno di costruire insieme la giustizia e la pace sembra un’utopia di altri tempi. Vediamo come domina una indifferenza di comodo, fredda e globalizzata, figlia di una profonda disillusione che si cela dietro l’inganno di una illusione. Credere che possiamo essere onnipotenti e dimenticare che siamo tutti nella stessa barca. Questo disinganno, che lascia indietro i grandi valori fraterni, conduce ‘a una sorta di cinismo’ (n. 30). Il Pontefice è molto preoccupato per gli effetti della disillusione o della delusione, che si manifesta nell’isolamento e nella chiusura in se stessi o nei propri interessi. Non è la chiusura che può operare il rinnovamento, ma la vicinanza, la cultura dell’incontro.
Il capitolo sugli ostacoli, tuttavia, non si chiude con una nota di pessimismo, bensì con un invito alla speranza. E su questa speranza il Papa porta a riflettere nei due capitoli successivi.

  1. Il potere dell’amore per pensare e generare un mondo aperto

Nel secondo e terzo capitolo l’interesse del Pontefice si sposta sulla ricerca di un percorso teorico/pratico alternativo, atto a sviluppare dinamismi esistenziali che favoriscano lo sviluppo di una convivenza umana pacificata e solidale. Al centro dell’attenzione rimane sempre l’uomo, ed è nell’uomo che egli si propone di trovare la forza adeguata per raggiungere lo scopo voluto. La luce che individua è l’amore, una forza che mette in moto una dinamica fondamentale di cui l’uomo dispone, ma alla quale si presta insufficiente attenzione.
Per segnalare questa forza, il Papa si serve di una parabola evangelica tra le più note, quella del buon samaritano: “Questa parabola è una icona illuminante capace di mettere in evidenza l’opzione di fondo che abbiamo bisogno di compiere per ricostruire questo mondo che ci dà pena”. Ogni altra scelta di direzione ci allontana dall’obiettivo cercato. “Inoltre la parabola ci mostra con quali iniziative si può rifare una comunità a partire da uomini e donne che fanno propria la fragilità degli altri, che non lasciano edificare una società di esclusione, ma si fanno prossimi e rialzano e riabilitano l’uomo caduto perché il bene sia comune” (n. 67). La parabola è funzionale allo scopo anche per un altro motivo: “ci rivela una caratteristica essenziale dell’essere umano, tante volte dimenticata: siamo stati fatti per la pienezza che si raggiunge solo nell’amore” (n. 68).
La parabola scelta rappresenta in maniera efficace la gratuità dell’amore attraverso il farsi carico dei bisogni dell’uomo che si trova ferito e abbandonato per strada. È un giudeo senza nome in estrema sofferenza; è soccorso da un samaritano, anch’egli senza nome; unica identificazione l’appartenenza ad un preciso territorio, la Samaria, regione dai giudei giudicata contaminata per i riti pagani che vi si svolgevano e gli abitanti ritenuti impuri, detestabili, pericolosi (cfr. n. 81). Simbolicamente la parabola esprime l’amore vero che non conosce barriere. Il samaritano ne rompe due attraverso il suo gesto: quella di essere egli stesso considerato un escluso e quella di prestare aiuto ad un membro del gruppo che lo esclude. Il racconto, in tal senso, rivela la capacità di un vero amore di essere libero da qualunque precomprensione e di essere aperto a tutti. Messo poi a confronto con il comportamento del “guardare a distanza” e “dell’andare oltre”, proprio del sacerdote e del levita, il contrasto è evidente, e, annota il Pontefice, “indica che il fatto di credere in Dio e di adorarlo non garantisce di vivere come a Dio piace” (n. 74).
Dalla parabola l’enciclica deduce anche gli atteggiamenti concreti da coltivare per rispondere all’esigenza del vero amore. Tutti sono riassunti nel coraggio di ricominciare: sviluppare la capacità di amare, utilizzando ogni opportunità che le circostanze offrono; essere convinti che tale capacità risiede in ciascuno di noi per non aspettare soluzioni da quelli che ci governano, ma cominciare dal basso, perché è possibile; sapere che l’amore si concretizza nel servizio recepito come dovere (cfr. nn. 77-79). La capacità di amare, e gli effetti che l’amore produce, rendono possibile pensare e generare un mondo aperto, e promuovere una vera fraternità universale.
La forza di amare trova ulteriori approfondimenti nel terzo capitolo. Leggiamo nel testo: “Un essere umano è fatto in modo tale che non si realizza, non si sviluppa e non può trovare la propria pienezza ‘se non attraverso un dono sincero di sé’. E ugualmente non giunge a riconoscere a fondo la propria verità se non nell’incontro con l’altro” (n. 87). L’uomo, soggetto per natura aperto alla relazione, non può raggiungere la propria pienezza se non si dona agli altri. Ancora di più: non riesce a comunicare con se stesso se non comunica con l’altro. Scrive il Papa: “Non comunico effettivamente con me stesso se non nella misura in cui comunico con l’altro. Questo spiega perché nessuno può sperimentare il valore della vita senza volti concreti da amare. Qui sta il segreto dell’autentica esistenza umana, perché la vita sussiste dove c’è legame, comunione, fratellanza” (n. 87). La forza che ha il potere di far uscire l’uomo dalla chiusura è l’amore: “Dall’intimo dí ogni cuore l’amore crea legami e allarga l’esistenza quando fa uscire la persona da se stessa verso l’altro. Siamo fatti per l’amore e c’è dentro di noi ‘una specie di legge di estasi: uscire da se stessi per trovare negli altri un accrescimento di essere’ ” (n. 88). Uscire da se stessi è aprirsi agli altri ed entrare in relazione; “La nostra relazione, – scrive ancora il Papa – se è sana e autentica, ci apre agli altri che ci fanno crescere e ci arricchiscono”; – e ancora – “l’amore che è autentico, che aiuta a crescere, e le forme più nobili di amicizia abitano cuori che si lasciano completare” (n. 89).
L’amore ha ancora un’altra qualità distintiva, un valore unico che aiuta a distinguere le giuste relazioni da quelle che solo apparentemente sono tali. Non tutte le relazioni, infatti, esprimono oblatività e gratuità, caratteristiche che contraddistinguono l’amore vero. Non basta aprirsi agli altri, se ciò si realizza con gruppi chiusi e autoreferenziali che si costituiscono come un noi contrapposto al mondo intero; queste relazioni, normalmente, sono solo forme idealizzate di egoismo e auto protezione. Non è sufficiente fare vita di gruppo per vivere relazioni costruttive: relazioni di questo tipo costruiscono muri, non certamente ponti. Un ulteriore passaggio serve a specificare il valore unico dell’amore come forza liberante ed edificante: la possibilità che l’amore ha di essere criterio valutativo di atteggiamenti che si presentano come valori morali quali, per esempio, fortezza, sobrietà, laboriosità o altre virtù. Il Papa scrive: “Per orientare adeguatamente gli atti delle varie virtù morali, bisogna considerare anche in quale misura essi realizzino un dinamismo di apertura e di unione verso altre persone (..) Tale dinamismo è la carità che Dio infonde. Altrimenti avremo forse solo un’apparenza di virtù, e queste saranno incapaci di costruire la vita comune” (n. 91). In altri termini, comportamenti che possono sembrare virtuosi possono non raggiungere lo scopo di realizzare dinamismi di apertura e di unione. L’amore viene così ad essere un metro di misura per valutare qualsiasi agire virtuoso. In tal senso il Papa può affermare che “l’amore implica … qualcosa di più che una serie di azioni benefiche. Le azioni derivano da un’unione che inclina sempre più verso l’altro considerandolo prezioso, degno, gradito e bello, al di là delle apparenze fisiche e morali. L’amore all’altro per quello che è ci spinge a cercare il meglio per la sua vita. Solo coltivando questo modo di relazionarci renderemo possibile l’amicizia sociale che non esclude nessuno e la fraternità aperta a tutti” (n. 94). Si può così concludere che è il valore unico dell’amore a qualificare l’esistenza umana. Ed è quanto il Papa chiaramente afferma quando scrive: “La statura spirituale dell’esistenza umana è definita dall’amore, che in ultima analisi è il criterio per la decisione definitiva sul valore o disvalore dell’esistenza umana” (n. 92).
Risvegliare nell’uomo la capacità di amare è uno dei compiti educativi ‘tra i più delicati e complessi. Questa potenzialità non si attua attraverso trasmissione di dottrina o di principi astratti, ma necessita di un esperire personale che produce effetto per contagio e non per solo conoscenza persuasiva. Centrare il rapporto educativo sul risveglio della capacità di amare significa essere testimoni credibili del suo potere liberante ed edificante. Nella dinamica dell’amore si concretizza una verità esistenziale che l’umano trasmette soltanto attraverso l’umano. E la vera educazione è un atto d’amore.

  1. Il dialogo che si fa cultura

Come già detto, gli ambiti su cui riflette il Pontefice sono vari e tutti offrono stimoli per una lettura in senso pedagogico. Per la necessaria brevità ne ho scelto uno che mi è apparso il più ricco di sollecitazioni e che entra più direttamente nello specifico dell’educare. È il capitolo su Dialogo e amicizia sociale.
Come avviene in ciascun ambito di attività menzionata, anche il dialogo si presta ad essere utilizzato in una maniera che ne snatura l’essenza. L’uso improprio ne nega le potenzialità. Nonostante tale consapevolezza, il Papa parte dall’assunto che il dialogo è possibile, è necessario, è indispensabile. In assenza di dialogo è impossibile costruire un mondo aperto ed è impossibile raggiungere una vera amicizia sociale.
Nel definire i protagonisti del dialogo, il Papa menziona “il dialogo tra le generazioni e il dialogo nel popolo, perché tutti siamo popolo, la capacità di dare e ricevere, rimanendo aperti alla verità”. E subito sottolinea l’importanza di tale apertura: “Un paese cresce quando dialogano in modo costruttivo le sue diverse ricchezze culturali: la cultura popolare, la cultura universitaria, la cultura giovanile, la cultura artistica e la cultura tecnologica, la cultura economica e la cultura della famiglia, e la cultura dei media” (n. 199). I protagonisti del dialogo, quindi, sono tutti i portatori di una o più culture specifiche, e ogni cultura ha diritto di essere messa a confronto. La mancanza di dialogo tra i portatori di culture diverse implica che “nessuno, nei singoli settori, si preoccupa del bene comune, bensì di ottenere i vantaggi che il potere procura, o, nel migliore dei casi, di imporre il proprio modo di pensare. Così i colloqui si ridurranno a mere trattative affinché ciascuno possa accaparrarsi tutto il potere e í maggiori vantaggi possibili, senza una ricerca congiunta che generi bene comune.” (n. 202). Questa logica, profondamente individualistica, precisa il Papa, impedisce la comprensione dei bisogni degli altri. Dal perseguire la strada del dialogo sociale, invece, possono derivare innegabili benefici, primo fra tutti quello di allargare il dibattito pubblico.
L’autentico dialogo sociale presuppone la capacità di rispettare il punto di vista dell’altro e accettare la possibilità che contenga comunicazioni o interessi legittimi. “La discussione pubblica – afferma il Papa – se veramente dà spazio a tutti e non manipola né nasconde l’informazione, è uno stimolo costante che permette di raggiungere più. adeguatamente la verità, o almeno di esprimerla meglio. Impedisce che i vari settori si posizionino comodi e autosufficienti nel loro modo di vedere le cose e nei loro interessi limitati. Pensiamo che le ‘differenze sono creative, creano tensione e nella risoluzione di una tensione consiste il progresso dell’umanità” (n. 203).
Un secondo aspetto in cui il dialogo risulta indispensabile è quello che attiene agli ambiti scientifici specializzati. La comunicazione tra settori disciplinari diversi che accostano un’unica realtà con metodologie differenti deve evitare il rischio che solo un progresso scientifico venga riconosciuto l’unico approccio possibile per comprendere un aspetto della vita, della società, del mondo. Un approccio parziale non può dare ragione della totalità, ma bisogna essere disponibili e aperti verso altre dimensioni (cfr. n. 204).
Il Papa fa poi cenno alla funzione importante che i media possono esercitare “nel farci sentire più prossimi gli uni agli altri; a farci percepire un rinnovato senso di unità della famiglia umana che spinge alla solidarietà e all’impegno serio per una vita più dignitosa”. Occorre, però, verificare continuamente “che le attuali forme di comunicazione ci orientino effettivamente all’incontro generoso, alla ricerca sincera della verità piena, al servizio e alla vicinanza con gli ultimi, all’impegno di costruire il bene comune” (n. 205).
Sottolineato il valore del dialogo sociale, teso a costruire una cultura diversa, e indicati i rischi di un uso non rispettoso del fine da raggiungere, il Papa affronta il problema del fondamento dei consensi e si interroga sull’esistenza di verità atte a dare stabilità ai valori morali perché diventino norme di vita valide per tutti. E qui il Papa chiarisce il senso da attribuire alla verità: “Ciò che chiamiamo verità – scrive – non è solo la comunicazione di fatti operata dal giornalismo. È anzitutto la ricerca dei fondamenti più solidi che stanno alla base delle nostre scelte e delle nostre leggi. Questo implica accettare che l’intelligenza umana può andare oltre le convenienze del momento e cogliere alcune verità che non mutano, che erano verità prima di noi e lo saranno sempre. Indagando sulla natura umana, la ragione scopre valori che sono universali, perché da essa derivano” (n. 208). In assenza di principi universalmente validi per regolare la convivenza, è difficile dare fondamento ai diritti umani fondamentali oggi riconosciuti insormontabili e che i potenti di turno potrebbero negare dopo aver ottenuto il consenso di una popolazione addormentata e impaurita. E da qui nasce un interrogativo su cui riflettere: “L’individualismo indifferente e spietato in cui siamo caduti, non è anche il risultato della pigrizia nel ricercare i valori più alti, che vadano al di là dei bisogni momentanei? Al relativismo si somma il rischio che il potente o il più abile riesca a imporre una presunta verità. Invece, ‘di fronte alle norme morali che proibiscono il male intrinseco non ci sono privilegi ed eccezioni per nessuno’ ” (n. 209).
Anche per affrontare il problema del fondamento, il Papa fa appello al dialogo, ma ad un dialogo, precisa, “che esige di essere arricchito e illuminato da ragioni, da argomenti razionali, da varietà di prospettive, da apporti di diversi saperi e punti di vista, e che non esclude la convinzione che è possibile giungere ad alcune verità fondamentali che devono e dovranno sempre essere sostenute. Accettare che ci siano alcuni valori permanenti, benché non sia sempre facile riconoscerli, conferisce solidità e stabilità a un’etica sociale” (n. 211).
Un ulteriore aspetto del dialogo è la funzione che esso svolge, attraverso l’incontro, per promuovere una nuova cultura. La vita, afferma il Papa, è l’arte degli incontri, “anche se tanti scontri ci sono nella vita”. Si tratta di favorire uno stile di vita che tende a formare un poliedro che ha molte facce e moltissimi lati: “Il poliedro rappresenta una società in cui le differenze convivono integrandosi, arricchendosi e illuminandosi a vicenda, benché ciò comporti discussioni e diffidenze. Da tutti, infatti, si può imparare qualcosa, nessuno è inutile, nessuno è superfluo. Ciò implica includere le periferie. Chi vive in esse ha un altro punto di vista, vede aspetti della realtà che non si riconoscono dai centri di potere dove si prendono le decisioni più determinanti” (n. 215). L’incontro deve diventare cultura. La cultura riferita al popolo ha un significato ben preciso. Ciò è ben più che un’idea o un’astrazione. Essa “comprende i desideri, l’entusiasmo e in definitiva un modo di vivere che caratterizza quel gruppo umano. Dunque, parlare di ‘cultura dell’incontro’ significa che come popolo ci appassiona il volerci incontrare, il cercare punti di contatto, gettare ponti, progettare qualcosa che coinvolga tutti. Questo è diventato un’aspirazione e uno stile di vita. Il soggetto di tale cultura è il popolo, non un settore della società che mira a tenere in pace il resto con mezzi professionali e mediatici” (n. 216).
Non è certo impresa facile integrare culture diverse; occorre tempo, ma garantisce una pace solida e duratura. Alla costruzione di tale cultura partecipano tutti, senza dover mettere a tacere rivendicazioni personali o di gruppo: si tratta soprattutto di avviare processi. A conclusione, il Papa chiude con una esortazione che ha il tono dell’implorazione: “Armiamo i nostri figli con le armi del dialogo! Insegniamo loro la buona battaglia dell’incontro!” (n. 216).
L’incontro, infine, serve anche per acquisire la capacità abituale di riconoscere all’altro il diritto di essere se stesso e di essere diverso. E se questo riconoscimento diventa cultura, ossia un modo di vedere e sentire l’altro, è possibile dare vita ad un patto sociale: “Senza questo riconoscimento – afferma il Papa – emergono modi sottili di far sì che l’altro perda ogni significato, che diventi irrilevante, che non gli si riconosca alcun valore nella società. Dietro il rifiuto di certe forme visibili di violenza, spesso si nasconde un’altra violenza più subdola: quella di coloro che disprezzano il diverso, soprattutto quando le sue rivendicazioni danneggiano in qualche modo i loro interessi” (n. 218). E così, ancora una volta, ritroviamo interessi egoistici che portano a negare l’esistenza e i diritti degli altri.
La conclusione del Papa porta a riflettere sulle possibilità insite in un vero dialogo sociale e il danno che può essere causato quando le proposte vengono fatte in una forma culturale che non è quella in cui gli interessati possano sentirsi identificati. Da ciò emerge la necessità di un nuovo patto culturale: “Un incontro sociale reale pone in un vero dialogo le grandi forme culturali che rappresentano la maggioranza della popolazione. Spesso le buone proposte non sono fatte proprie dai settori più impoveriti perché si presentano in una veste culturale che non è la loro e con la quale non possono sentirsi identificati. Di conseguenza un patto sociale realistico e inclusivo deve essere anche un “patto culturale”, che rispetti e assuma anche le diverse visioni del mondo, le culture e gli stili di vita che coesistono nella società” (n. 219).

  1. Un villaggio globale per educare [5]

La consapevolezza della crisi globale del mondo contemporaneo, che, tra l’altro, ha avuto come conseguenza la rottura del patto educativo tra le generazioni, spinge il Pontefice a lanciare un messaggio per ‘ricostruire il patto educativo globale (Messaggio, 12.9.2019). Tale patto si prefigge di “ravvivare l’impegno per e con le giovani generazioni, rinnovando la passione per una educazione più aperta ed inclusiva, capace di ascolto paziente, dialogo costruttivo e mutua comprensione”.
Nel Messaggio si possono rintracciare risposte concrete agli stimoli e alle sollecitazioni presenti in FT. Le risposte necessitano della costruzione di “un ‘Villaggio dell’educazione’ dove, nella diversità si condivida l’impegno di generare una rete di relazioni umane e aperte”. Ma, per la costruzione di tale “villaggio”,
condizione necessaria per educare, è indispensabile bonificare il terreno dalle discriminazioni con l’immissione di fraternità.
Il metaforico “villaggio” agevola “la convergenza globale per un’educazione che sappia farsi portavoce di un’alleanza tra tutte le componenti della persona: tra lo studio e la vita; tra le generazioni; tra i docenti, gli studenti, le famiglie e la società civile con tutte le sue espressioni intellettuali, scientifiche, artistiche, sportive, politiche, imprenditoriali, solidali”. In questa alleanza è inclusa quella “tra gli abitanti della Terra e la ‘casa comune’ alla quale dobbiamo cura e rispetto”. La sintetica definizione del Papa riassume in maniera efficace la trama di relazioni che devono essere ricostruite per favorire un giusto rapporto educativo.
Per il raggiungimento di questi obiettivi occorre mutare rotta. Il Papa sintetizza il mutamento in tre specie di coraggio. Il primo è mettere al centro la persona per dare un’anima ai processi formativi formali e informali, e fa appello ad una sana antropologia, atta a mettere in crisi i modelli dell’economia, della politica e del progresso, che sono di ostacolo alle giuste relazioni a motivo della cosificazione e mercificazione della persona (cfr. FT n. 24). Per affrontare il mondo interconnesso serve una antropologia integrale. Il secondo coraggio è investire le migliori energie con creatività e responsabilità; è richiesto dall’azione propositiva e fiduciosa che apre l’educazione ad una progettualità di lunga durata e che non si lascia scoraggiare dalla staticità delle condizioni. E qui il Papa fa appello alle persone aperte, responsabili e disponibili nel trovare il tempo per l’ascolto, il dialogo, la riflessione; persone capaci di costruire un tessuto di relazioni aperte con ogni realtà soggettiva e oggettiva, per edificare un nuovo umanesimo. Il terzo coraggio, infine, è quello del servizio, pilastro della cultura dell’incontro. Esso implica la disponibilità di mettersi a fianco dei più bisognosi, con cui stabilire relazioni umane umananti, di vicinanza, di legami, di solidarietà. Questo è l’ambito più concreto per mettere in pratica la forza liberante dell’amore.
Il messaggio per il “Lancio del Patto Educativo” pone temi e problemi urgenti per favorire, con tutti gli interessati all’educazione, una riflessione critica sull’educazione, per dare spazio all’ascolto, al dialogo e alle proposte. La prevista calendarizzazione degli incontri è stata cancellata per il sopraggiungere della pandemia, e si è, intanto, acuita l’urgenza di affrontare quegli stessi problemi in un contesto che il Covid-19 ha reso ancora più critico.
Nel discorso tenuto alla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali (7.2.2020) alla vigilia dell’esplosione della crisi pandemica, papa Francesco ha sviluppato il tema “Educazione: il Patto Globale”.
“L’educazione integrale e la qualità dei livelli d’istruzione – afferma il Papa -continuano ad essere la sfida mondiale”. Pur riconoscendo validi gli obiettivi e le mete formulati dall’ONU e da altri organismi internazionali, si deve costa-tare che l’educazione continua ad essere disuguale tra la popolazione mondiale. L’epidemia ha ulteriormente peggiorato tale rapporto.
Il problema dell’educazione è essenziale e dovrebbe portare ogni generazione “a riconsiderare come trasmettere le sue conoscenze e i suoi valori a quella seguente, perché è attraverso l’educazione che l’essere umano raggiunge il suo massimo di potenziale e diviene un essere consapevole, libero e responsabile. Pensare all’educazione è pensare alle generazioni future e al futuro dell’umanità. Educare richiede generosità e coraggio”.
Il Papa si sofferma poi a riflettere sul significato dell’espressione “educazione integrale” a cui fa sempre riferimento: “Educare, non è solo trasmettere concetti … ma è un compito che esige che tutti coloro che ne sono responsabili -famiglia, scuola e istituzioni sociali, culturali, religiose …- vi partecipino in modo solidale”. Il patto educativo si è rotto perché manca questo tipo di partecipazione. E precisa: “Per educare bisogna cercare di integrare il linguaggio della testa con il linguaggio del cuore e il linguaggio delle mani. Che un alunno pensi ciò che sente e ciò che fa, senta ciò che pensa e ciò che fa, faccia ciò che sente e ciò che pensa Integrazione totale”. Con questo gioco di verbi il Papa esprime sinteticamente lo stretto rapporto che, nell’uomo, deve essere sviluppato tra le tre potenzialità del pensare, del sentire e dell’agire: dimensioni diverse del suo potenziale umano, che esprimono modalità differenti di funzioni per compaginare la struttura unitaria del soggetto. Promuovere l’apprendimento della mente, del cuore e delle mani, è promuovere l’educazione intellettuale e socio- emozionale, e la trasmissione dei valori e delle virtù individuali e sociali. Questo implica lo sviluppo di tutte le dimensioni della persona. Lo squilibrio tra di loro compromette sia la relazione con se stesso, sia quella con gli altri. Il Papa si sofferma poi ad individuare contenuti specifici di ciascuna attività.
Oltre alla partecipazione dei responsabili dell’educazione, chiamati a collaborare per rinnovare e integrare l’impegno di tutti, nel suo discorso il Papa richiama anche l’integrazione che deve avvenire tra i contenuti: integrazione delle conoscenze, delle culture, della scienza e di tutte le varie altre attività. Tra loro occorre costruire ponti di connessioni. In particolare fa cenno alla comprensione della propria cultura e la disponibilità di apertura alle altre culture attraverso “una cultura dell’incontro e della reciproca comprensione”.
In maniera improvvisa e inaspettata irrompe la pandemia. Il 27.3.2020, venerdì santo, in piena crisi pandemica, con una preghiera straordinaria in una piazza San Pietro completamente deserta e sotto una pioggia battente, il Papa dà voce a tutta l’angoscia che attanaglia l’umanità, ammutolita e impotente di fronte all’immane tragedia. L’inizio di quella meditazione merita di essere riportato, anche perché, in un certo modo, dà una direzione anche agli interventi successivi sull’educazione. Cito: “Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte nebbie si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio. Si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti… siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca ci siamo tutti”.
Con un linguaggio a lui consueto, il Papa riesce ad esprimere il senso di sofferenza e di smarrimento che tutti hanno avvertito per l’inattesa irruzione del virus e delle conseguenze letali che semina.
Nell’evocare tale contesto, in FT, il Papa sottolinea in particolare l’incapacità di agire insieme: “Malgrado si sia iper-connessi, si è verificata una frammentazione che ha reso più difficile risolvere i problemi che ci toccano tutti. E sottolinea “Se qualcuno pensa che si trattasse solo di far funzionare meglio quello che già facevamo, o che l’unico messaggio sia che dobbiamo migliorare í sistemi e le regole già esistenti, sta negando la realtà” (n. 7).
In un Videomessaggio del 15.10.2020, solo pochi giorni dopo la pubblicazione di FT, papa Francesco, nel rivolgersi a gruppi impegnati nel cammino di preparazione, partecipazione e progettazione di un patto educativo globale, ha parlato dell’educazione come un elemento naturale ed essenziale per risolvere una crisi complessiva che non si può ridurre e limitare ad un solo ambito e settore. Importante, perciò, dare spazio al potere trasformante dell’educazione. Il Papa ne sfaccetta il senso e il valore sotto molteplici aspetti in cui l’educazione può e deve intervenire. Mi permetto di richiamarne alcuni con le parole stesse del Papa presenti nel messaggio: “Educare è scommettere e dare al presente la speranza che rompe i determinismi e i fatalismi con cui l’egoismo del forte, il conformismo del debole e l’ideologia dell’utopista vogliono imporsi tante volte come unica strada possibile”; “Educare è sempre un atto di speranza che invita alla co-partecipazione e alla trasformazione della logica sterile e paralizzante dell’indifferenza in un’altra logica diversa, che sia in grado di accogliere la nostra comune appartenenza”; “Siamo consapevoli che un cammino di vita ha bisogno di speranza fondata sulla solidarietà e che ogni cambiamento richiede un percorso educativo per costruire nuovi paradigmi capaci di rispondere alle sfide e alle emergenze del mondo contemporaneo”; “Noi riteniamo che l’educazione è una delle vie più efficaci per umanizzare il mondo e la storia. L’educazione è soprattutto una questione d’amore e di responsabilità che si trasmette nel tempo di generazione in generazione”; “L’educazione si propone come naturale antidoto alla cultura individualistica che a volte degenera in vero e proprio culto dell’io e nel primato dell’indifferenza”.
In questo videomessaggio più volte viene affermato che educare è la via per rigenerare e attuare la speranza.
Il Videomessaggio del 16.12.2020, indirizzato ai giovani ed educatori globali, porta esattamente il titolo “L’educazione è un atto di speranza”, che, dal presente, guarda al futuro. La speranza è il possibile che si può attuare, a condizione che lo si voglia.
Per concludere, possiamo chiederci se la speranza non si identifichi con quel sogno che è invito a sognare insieme nel n. 8 di FT. Credo che l’identificazione sia possibile se la si interpreti come l’impegno a far rinascere tra tutti un’aspirazione mondiale alla fraternità, riconoscendo ad ogni persona la sua indiscutibile dignità. E questo consente di dire: Fratelli Tutti.

NOTE

1 Un rapido cenno alla scelta del titolo per questo mio breve contributo: esso indica e motiva la selezione degli stimoli, fra i tanti presenti nel testo, per una riflessione sull’educazione. I due verbi, risvegliare ed edificare, mi sono sembrati particolarmente adatti a cogliere nel testo le sollecitazioni atte a qualificare questa preziosa attività umana che è l’educare.
Risvegliare è inteso in una duplice accezione. Come risveglio del potenziale umano nello stadio iniziale della vita, per attivare le capacità di pensare, sentire e agire di ogni essere umano, una iniziazione di cui ogni soggetto ha bisogno e cui ha diritto. Come processo continuo di apprendimento, per continuare a crescere in conoscenza, sapienza ed esperienza anche in età adulta: in tale accezione, risveglio vuol dire vigilanza continua per evitare di cadere in varie forme di inerzia intellettuale e morale.
Il verbo edificare fa riferimento a un progetto di costruzione che implica conoscenza del fine da raggiungere e conoscenza dei mezzi necessari. Il fine è la promozione dello sviluppo e del perfezionamento di tutte le dimensioni dell’uomo, per diventare responsabile di sé e costruttore di una sana convivenza.
2 Non occorre precisare quanto centrale sia l’attenzione di papa Francesco sulla natura e sui compiti dell’educazione. Nel paragrafo conclusivo ho indicato alcuni interventi del Pontefice, tutti focalizzati su problematiche educative che corrispondono agli stimoli colti in FT.
3 In questa occasione il Papa ha sottoscritto con l’Imam il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune (Abu Dhabi, 4 febbraio 2019).
4 Nel primo capitolo viene analizzata, in particolare, anche la realtà della comunicazione con le sue varie forme di aggressività perpetrate contro la dignità umana.
5 Come anticipato, segnalo alcuni interventi del Pontefice che hanno come oggetto temi dell’educare. Tutti sono paralleli alla stesura e alla pubblicazione dell’enciclica FT.
12.9.2019: Messaggio del Santo Padre Francesco per il lancio del Patto educativo;
7.2.2020: Discorso del S. Padre ai partecipanti al Convegno sul tema “Education: The Global Compact”. Organizzato dalla Pontificia Accademia delle Scienze sociali;
27.3.2020: Momento straordinario di preghiera in tempo di Epidemia – Sagrato della Basilica di San Pietro; 16.12.2020: Videomessaggio del Santo Padre Francesco per il lancio della Missione 4.7 e del Global Compact on Education. L’educazione è un atto di speranza;
4.2.2021: Videomessaggio del Santo Padre Francesco. Prima giornata internazionale della fratellanza umana.

* Professore emerito di Pedagogia generale – Lumsa

(FONTE: Rivista Lasalliana 88 (2021) 2, 177-192)