Faccia a faccia col futuro: le transizioni del nostro Paese

Giuseppe Riggio

Nell’arco di poche settimane, il panorama politico del nostro Paese è cambiato in modo profondo e per alcuni versi inatteso. Ci ritroviamo a vivere una fase efficacemente sintetizzabile ricorrendo al concetto di “transizione”, che evoca un passaggio, voluto o subito, da una realtà nota a un avvenire prossimo, che non sempre si riesce a definire con precisione, ma di cui si individuano alcuni tratti fondamentali.
In questo scenario, la nascita del Governo Draghi – per le vicende che ne sono all’origine e le modalità in cui si è realizzata – costituisce senza dubbio la novità principale, senza rappresentare però un approdo. Si tratta piuttosto di un evento catalizzatore: è il frutto di una serie di dinamiche già in atto e il fattore che può facilitare ulteriori evoluzioni. Questa nuova fase è senza dubbio legata alla pandemia, ma sarebbe ingenuo pensare che nulla sarebbe cambiato senza la crisi sanitaria, con tutti i suoi risvolti socioeconomici. D’altra parte, i travagli di questa legislatura non sono recenti: basta pensare alle iniziali difficoltà a formare una maggioranza dopo le elezioni del 2018; o all’improvviso e repentino cambio di coalizione con il passaggio dal primo al secondo Governo Conte nell’agosto 2019. In questo caso, come in molti altri, la COVID-19 non ha fatto altro che rendere più visibili fenomeni già presenti e accelerarne gli sviluppi.
Ricorrere al concetto di transizione per leggere questo frangente storico implica assumere una precisa opzione di fondo. Al cuore di ogni transizione, in particolare quando si tratta di un processo assunto in modo pieno e non solo subito, vi è un mix prezioso tra la progettualità, ancorata in un sano realismo e attenta alla complessità del presente, e la capacità di sognare a occhi aperti, che rilancia verso mete desiderate, esplorando tutte le possibilità esistenti per spingersi fino ai limiti. Vivere una transizione significa fare una scommessa sul futuro: per questo genera passione ed entusiasmo, ma anche un inevitabile senso di vertigine e di paura, perché ci si spinge in un terreno ignoto, senza certezze sull’esito finale, sul percorso da compiere o sui mezzi migliori da impiegare.

Una pluralità di transizioni
Pensando al nostro Paese, sarebbe più corretto utilizzare il plurale, “transizioni”, per riferirci a questo momento storico, perché i processi di cambiamento in corso sono molti.
Alcune transizioni sono più evidenti, già debitamente tematizzate e con prospettive più chiare. Tra queste vi sono senz’altro i processi della transizione ecologica e digitale, su cui si giocherà il futuro del nostro Paese. Le riflessioni, le esperienze, le buone pratiche sono già numerose su entrambi i fronti, arricchite dai contributi provenienti da diversi ambiti culturali, orientamenti teorici e discipline, a sottolineare la vitalità dei processi di cambiamento in atto. Da tempo come Rivista seguiamo con attenzione questi temi, per questo vi rinviamo agli approfondimenti disponibili nei relativi dossier nel nostro sito web.
Altre, invece, sono ancora in una fase magmatica, dai contorni poco netti e dagli esiti incerti. Tra queste occupano un posto di primo piano quelle relative alla sfera istituzionale e politica, che sono imprescindibili, a fianco degli interventi sul piano socioeconomico, perché l’ambizione di rinnovare il nostro sistema Paese possa avere una chance di successo. La posta in gioco è qui il futuro della nostra democrazia, la cui fase di trasformazione è da tempo diagnosticata, così come il bisogno di trovare il modo per declinare gli ideali della libertà e dell’uguaglianza in un contesto socioculturale ormai decisamente diverso da quello del secolo scorso, in cui è stato disegnato il nostro assetto istituzionale.

Tra Italia ed Europa: un nuovo stile di leadership?
Il forte richiamo alla transizione ecologica e digitale compiuto dal Governo Draghi, al punto che sono stati istituiti due appositi ministeri, evidenzia l’intento di promuovere uno sviluppo che sappia coniugare la sostenibilità e la crescita. Questa scelta è rivelatrice del fatto che l’attuale Governo concepisce il proprio ruolo come agente di transizione, e non come un mero traghettatore: pur avendo un orizzonte temporale limitato – al massimo la conclusione naturale dell’attuale legislatura nel 2023 –, si propone di andare oltre alla gestione dell’emergenza per porre le basi di un rinnovamento del nostro sistema Paese, ormai necessario e improcrastinabile.
La scelta di concentrarsi su due temi chiave per l’Unione Europa contribuisce a collocare saldamente il nostro Paese all’interno della transizione che si sta realizzando anche a livello continentale, che è riuscita nell’ultimo anno a cambiare passo proprio di fronte alla pandemia. Dopo l’iniziale sbandamento, l’UE ha saputo compiere scelte coraggiose rispetto al passato, a partire dal varo del programma NextGenerationEU, finanziato con la prima forma di debito comune. Lo stesso si può dire della decisione di gestire a livello europeo l’acquisto dei vaccini, evitando una competizione tra Stati che avrebbe generato intollerabili disparità di trattamento tra i cittadini europei. Le istituzioni europee hanno scelto di sporcarsi le mani, accettando il rischio di compiere errori – alcuni li hanno già riconosciuti –, ma in questo modo, simbolicamente, sono uscite dall’isolamento in cui sembravano confinate e stanno incrociando concretamente la vita dei cittadini. Le conseguenze di questo cambio di passo non sono ancora prevedibili, per quanto promettenti. La ormai prossima Conferenza sul futuro dell’Europa (l’inizio è simbolicamente fissato per il 9 maggio), in cui i cittadini sono coinvolti, sarà l’occasione per capire meglio in che direzione desideriamo muoverci.

La necessaria transizione istituzionale
Il tema delle riforme istituzionali non è appannaggio solo dell’Europa. Da decenni in Italia si discute di riforme istituzionali, ma oggi la necessità di una transizione organica e sensata è dettata anche dall’esito del voto referendario sulla riduzione del numero dei parlamentari. L’attuazione della riforma della Costituzione potrebbe limitarsi a una revisione minimale dei regolamenti parlamentari, per adattarli al futuro ridimensionamento della composizione delle due Camere, ma ci troveremmo di fronte a un’occasione sprecata.
Il nostro Parlamento, al pari di altre assemblee legislative, vive da tempo una fase di crisi, preso tra la morsa del preponderante ruolo assunto dai Governi, e al loro interno delle figure carismatiche dei leader politici del momento, e l’emergere di ulteriori centri legislativi infranazionali (le Regioni) e sovranazionali (Unione Europea). La crisi sanitaria ha accentuato queste dinamiche, con le difficoltà di riorganizzare i lavori assembleari durante l’emergenza o il continuo ricorso agli ormai noti D.P.C.M., invece che a provvedimenti come i Decreti legge, che implicano un passaggio parlamentare. La scelta in questo senso compiuta dal Governo Draghi lo scorso 12 marzo dimostra che è possibile.
Il Parlamento non è certo l’unica agorà in cui si svolge il dibattito nazionale sulle scelte di fondo per il futuro, ma è il luogo in cui istituzionalmente sono rappresentati i diversi orientamenti presenti nel Paese, in base al risultato del voto democratico dei cittadini. Svuotare di senso e valore questo organo costituzionale – come poteva essere interpretata anche la proposta referendaria – significa quindi impoverire la nostra democrazia, dichiarare in modo implicito che non si dà più credito al confronto e alla mediazione tra la pluralità di sensibilità e orientamenti.
Nei due anni e mezzo di tempo che mancano alla conclusione della legislatura sarà possibile riscrivere i regolamenti di Camera e Senato, affinché siano più adeguati al contesto odierno e permettano al Parlamento di svolgere al meglio i propri compiti legislativi, di indirizzo politico e controllo? Vi sono margini per spingersi oltre? Sarebbero infatti opportuni ulteriori interventi di riforma costituzionale (vari disegni di legge sono stati presentati al riguardo), per migliorare il funzionamento del nostro sistema parlamentare (correggendo quanto più possibile l’attuale bicameralismo perfetto) e rendere più stabile il nesso tra Parlamento e Governo, oltre che procedere a una riscrittura della legge elettorale. In questa transizione verso un recupero della centralità del Parlamento, come luogo del confronto delle anime del Paese e della ricerca del bene comune, un ruolo cruciale dovrà essere svolto dai partiti politici, che sono a loro volta in piena transizione.

Il ruolo dei partiti
La crisi dei partiti di massa novecenteschi non costituisce una novità, come dimostra il gran numero di forze politiche scomparse o emerse lungo gli ultimi trent’anni. L’individuazione di nuove forme di partecipazione e aggregazione dei cittadini in soggetti politici, in particolare l’esperienza del Movimento 5 Stelle in Italia, ha aperto nuove strade e ha permesso di misurarsi su interrogativi e problematiche che altrimenti non sarebbero emersi. Ha soprattutto rilanciato la questione sul senso e la funzione dei partiti.
Il Governo Draghi costituisce una sorta di intermezzo rispetto alle consuete dinamiche politiche, aprendo una sorta di tempo protetto in cui i partiti possono almeno in parte abbandonare la competizione per il potere, visibilizzata dalla dialettica maggioranza-opposizione inevitabilmente smorzata nell’attuale congiuntura, e cercare di affrontare snodi cruciali sul piano degli assetti interni e dei posizionamenti a livello politico. Non deve dunque meravigliare che proprio adesso si stiano aprendo processi di riorganizzazione all’interno di vari partiti, a partire dai due protagonisti principali del secondo Governo Conte, con la scissione all’interno del M5S e l’improvviso avvicendamento alla segreteria del Partito democratico. Ma anche altri partiti vivono una fase evolutiva che tocca la loro identità: si consideri ad esempio il sostegno della Lega a un programma politico i cui pilastri sono l’europeismo e l’atlantismo; l’abbandono da parte di Emma Bonino di +Europa, il partito che aveva concorso a fondare; o la scelta di Fratelli d’Italia di rimanere all’opposizione, rompendo nuovamente l’unità del centrodestra e aprendo di fatto una competizione al suo interno.
Nell’attuale assetto istituzionale, i partiti restano il tramite tra i cittadini e le istituzioni. Sono il punto di mediazione in cui le diverse culture, istanze, interessi presenti nel Paese si consolidano in proposte politiche, con opzioni di valore e scelte programmatiche, presentate alla valutazione degli elettori nelle elezioni. Ma questo sistema mostra evidenti segni di sfinimento, se nell’attuale legislatura un quinto dei parlamentari ha già cambiato gruppo di appartenenza. Questa mobilità fa dubitare della capacità dei partiti di costruire il consenso tra i propri aderenti al di là degli appuntamenti elettorali. Questo significa che i punti più fragili riguardano proprio la democraticità e il dialogo effettivo all’interno dei partiti, la cui debolezza è rivelata dal ricorso a soluzioni solo apparenti, come espulsioni, scissioni o appiattimento sull’unica voce del leader.
Le faticose tappe della politica italiana degli ultimi anni sono state caratterizzate dalla ricerca di facili consensi e dalla procrastinazione delle decisioni più sgradite, un orientamento rivelatosi fallimentare, come impietosamente mostra la pandemia. Nella ridefinizione dei partiti è centrale che l’ansia del consenso a tutti i costi ceda il passo allo sviluppo di una cultura di governo, imperniata sull’ascolto e la collaborazione, che superi le lacune di democraticità riscontrate e una comunicazione impostata sul modello del marketing che si pone in una perenne campagna elettorale.

Una scommessa sulla sostanza della democrazia
Questa cultura di governo significa rimettere al centro le priorità da perseguire (e i criteri condivisi per individuarle) per il bene comune, stando attenti ai processi a lungo termine in cui vanno inserite. L’attenzione va alle esigenze dei territori locali, in particolare quelli più fragili e periferici (che non coincidono più con le macroaree regionali, ma sono più diffusi e per questo anche invisibili), e alle dinamiche europee e internazionali di cui siamo inevitabilmente parte, a cui contribuiamo e di cui subiamo gli effetti, a prescindere delle affermazioni di chiusura e protezionismo. Significa anche porre attenzione alle modalità scelte per realizzare le priorità individuate, perché non sono indifferenti. Se si assume davvero l’opzione per la transizione ecologica, allora gli strumenti e le risorse mobilitate vanno vagliati e scelte all’interno di quella prospettiva. Intesa in questo modo, la cultura di governo implica anche la capacità di ricercare e attivare collaborazioni, di recuperare la seria – e anche lottata – capacità di confronto sui singoli temi tra chi ha visioni distinte. Si tratta di una dimensione trasversale ai vari partiti, da esercitare sia da quelli che momentaneamente costituiscono la maggioranza sia da quelli all’opposizione.
Se questa lettura è fondata, ci troviamo a vivere una stagione politica, civile e culturale entusiasmante e sfidante. Vi giungiamo con il fiato corto, preoccupati e affaticati per quanto vissuto in questi mesi, impauriti pensando al futuro. Tuttavia questa stagione di transizioni plurime, tra loro interconnesse, che si influenzano reciprocamente, ci invita a ridestarci, a rimettere in campo energie e desideri, ad accettare di vivere l’incertezza dovuta ai cambiamenti. In una parola, si tratta di essere all’altezza della sfida che abbiamo di fronte, che riguarda il futuro stesso della nostra democrazia, così da riappropriarci insieme della sua sostanza, al di là di forme consolidate nel tempo, ma che stiamo imparando a riconoscere come mutevoli.

* Caporedattore di Aggiornamenti Sociali