Ontologia delle relazioni: l’«essere-con»  di  Jean-Luc Nancy

Michele Dossi

Il pensiero della cura riconosce nella vulnerabilità e nella fragilità le categorie essenziali dell’esistenza umana, pur nella loro diversa direzionalità nei confronti degli altri: la vulnerabilità è costitutiva esposizione rischiosa al mondo e agli altri, la fragilità è bisogno radicale del mondo e degli altri. Esposizione e dipendenza, singolarità e pluralità, ipseità e alterità si distinguono, si separano e si riconnettono nella struttura ontologica dell’esistenza umana. Ora, la domanda è se sia possibile intravvedere, in questa trama, non solo la grammatica strutturale dell’umano, ma anche il profilo dell’essere in quanto tale. Ciò che è in gioco non sarebbe allora solo la complessa relazionalità sviluppata dagli uomini, ma una relazionalità più originaria che darebbe forma agli umani. La possibilità umana di costruire (e de-costruire) relazioni non è forse fondata in una struttura relazionale più profonda che coinvolge la stessa realtà dell’essere in quanto tale?
Nella prospettiva di non confinare la cura a un ruolo di mera consolazione rispetto alle fragilità e alle contraddizioni di questo mondo, per farne invece il principio ispiratore di un progetto di trasformazione del pensiero volto alla costruzione di un diverso mondo, le filosofie contemporanee della cura pongono la sfida di un ripensamento dell’ontologia in termini relazionali. Ciò richiede da una parte un ritorno non tradizionalista alla tradizione per valorizzarne i contenuti più vivi e attuali, dall’altra un ascolto attento delle voci contemporanee, per intercettarne le valenze di novità e di futuro di cui sono portatrici.
Nessun ritorno alla tradizione ontologica potrà essere fruttuoso se non viene superata la visione, ancora assai diffusa, che – sulla scorta della lezione heideggeriana – condanna senza appello l’ontologia tradizionale come pensiero della staticità e della solitudine dell’essere, come tentativo (ciclopico ma effimero) di riportare il mondo a un senso che ne immobilizzi il dinamismo, ne comprima la pluralità, ne elimini la temporalità. Posizione espressa lapidariamente da Peter
Sloterdijk:

Dovendo riassumere in un’unica frase ciò che la metafisica classica intendeva fare, essa direbbe: voglio convertire il «mondo» in modo che prenda parte alla stasi nell’onniscienza divina. [1]

In verità sappiamo che non è mai mancata nei grandi metafisici, a partire da Platone e Aristotele, la consapevolezza della necessità, e allo stesso tempo della difficoltà, di dare piena dignità ontologica alla relazione, all’alterità, alla pluralità. Per limitarci a due esempi tratti dalla tradizione del pensiero cristiano, basterà qui ricordare che Tommaso d’Aquino, nel De veritate (1,1), inserisce tra i trascendentali, cioè tra i nomi coestensivi dell’essere, accanto ai più noti «unum», «verum» e «bonum», anche «res» (a indicare la specificità ontologica di ogni ente), ma soprattutto «aliquid», da intendere letteralmente – come lo stesso Tommaso precisa – come «aliud quid», il qualcosa d’altro. [2] Come dire che l’ente è sempre un «qualcosa d’altro», a testimonianza che anche sul piano strettamente filosofico (e dunque prescindendo, in termini di giustificazione, dalla rigogliosa dottrina teologica delle relazioni trinitarie) la relazione con l’alterità e la differenza è ben insediata in quella che potremmo chiamare la struttura ontologica originaria di Tommaso.
Per parte sua, Antonio Rosmini, nella sua monumentale e incompiuta Teosofia, mostrava di non aver affatto in mente una concezione on demente normalizzata dell’essere, tormentato com’era dalle «antinomie» ontologiche di cui stava cercando il bandolo:

Dappertutto il concetto dell’ente è circondato d’antinomie. Infatti egli sembra che l’ente soggiaccia alle passioni dialettiche le più contrarie. Poiché egli è uno, ed è anche più; egli è necessario, ed è anche contingente; egli è infinito, ed è anche finito; egli è immutabile, e pure è anche mutabile; egli è eterno ed è anche temporaneo; egli è semplice, ed egli è anche composto; egli è massimo ed è anche minimo, ecc. Ora come tutte queste cose così contrarie possono essere egualmente passioni dell’ente? Se l’ente non ha in sé contraddizione, come dunque si spiega l’antagonismo che si combatte dovunque nella sfera del mondo reale? Onde traggono origine le antinomie a cui sembra[no] obbedire il pensiero e i concetti tutti? [3]

E quanto alla relazionalità ontologica originaria, il pensiero di Rosmini non è meno esplicito:

Le relazioni giacciono fin da principio nella stessa essenza dell’essere, sebbene l’essere sia uno. […] Sarebbe dunque vano che l’Ontologo si sforzasse a dimostrare, che l’essere non porta con sé necessarie relazioni. […] Nella stessa essenza dunque, della natura dell’essere esistono delle relazioni; e, senza queste, niente può sussistere, niente essere conosciuto. [4]

Tenendo conto, come semplice promemoria critico, di questi sommari riferimenti alla grande tradizione metafisica e venendo invece alla riflessione ontologica contemporanea, una delle voci più frequentemente citate dalle filosofie della cura è quella di Jean-Luc Nancy, e in particolare la sua opera Essere singolare plurale? [5] Di questo testo vorremmo indicare, nella parte conclusiva del presente contributo, alcune tesi particolarmente rilevanti per un’ontologia relazionale della cura. Rispetto alla notevole ricchezza e profondità, talvolta anche assai ardua, del testo, ci limiteremo a richiamare solamente tre dottrine: a) il manifestarsi originario dell’«essere-con»; b) i rischi presenti – secondo Nancy – nelle teorie dell’«alterità»; c) il costituirsi di un «noi» non identitario.

Non più «essere» ma sempre «essere-con»; non più «ego sum» ma solo «ego cum»

Chiosando con estrema perizia il «discorso contemporaneo sul senso» e sulla perdita del senso, Nancy ne mostra il sorprendente rovesciamento che porta all’affermazione dell’irriducibilità del senso:

Si ripete al giorno d’oggi che noi abbiamo perduto il senso […]. Il «si» che parla in tal modo trascura però che, diffondendo un discorso come questo, produce pur sempre senso. [6]

Ma di quale senso si tratta? Non di un nuovo senso metafisico, ma dell’originarietà della relazione comunicativa. Il senso (compreso il senso del non senso) ha senso solo nel suo essere comunicato:

Il minimo significato, alla stregua del più alto (il senso di «chiodo» così come il senso di «Dio»), ha senso, e di conseguenza è quel che è e fa quel che fa, solo nella misura in cui è comunicato – anche solo da «me» a «me». Il senso è la comunicazione di se stesso, o la sua stessa circolazione. [7]

Ora, la circolazione del senso avviene sempre tra noi, ossia tra una pluralità di soggetti (fosse anche solo tra me e me…). La ricerca del «senso dell’essere» va dunque collocata in questo movimento che mette capo ultimamente al «noi» della comunicazione:

Il dato dell’essere, il dato che è dato col fatto stesso che noi capiamo qualcosa – qualsiasi cosa sia e con qualsiasi grado di confusione –quando diciamo «essere», e il dato (lo stesso) che è dato col fatto, consustanziale al precedente, che noi ci capiamo gli uni gli altri quando lo diciamo – per quanto confusamente –, questo dato è il seguente: l’essere stesso ci è dato come senso. L’essere non ha un senso, ma l’essere stesso, il fenomeno dell’essere, è il senso, che a sua volta è la circolazione di se stesso – e noi siamo questa circolazione. [8]
Ciò significa che «l’essere è posto in gioco tra noi» e che non vi è una comprensione dell’essere a prescindere dal «noi», ma piuttosto che

la comprensione dell’essere non è altro che la comprensione degli altri [noi], il che significa, in tutti i sensi, la comprensione degli altri da parte mia e la comprensione di me da parte degli altri, la comprensione gli uni degli altri. [9]

Non, dunque, prima i singoli enti e poi la relazione, ma la scoperta che la singolarità è indissociabile dal «con», che l’ego non si può dire se non come «ego-cum»:

Non prima l’essere dell’essente e poi l’essente stesso come essente l’uno-con-l’altro, ma l’essente – e ogni essente – determinato nel suo stesso essere come essente l’uno-con-l’altro. Singolarità plurale: cosicché la singolarità di ciascuno è indissociabile dal suo essere-con-tanti […]. Ego sum = ego cum. Il concetto di singolare implica la sua singolarizzazione e dunque la sua, distinzione rispetto ad altre singolarità. [10]

E questo vale per lo stesso «essere», del quale non è più dicibile l’«è» o il «c’è» della terza persona singolare, che lo dichiara nella sua esistenza autonoma e separata. D’ora in poi l’essere» potrà dirsi solo alla prima persona plurale, non più come «è» ma come «sumus» (siamo):

L’essere può dirsi soltanto in questo modo […]: «noi siamo». La verità dell’ego sum è un nos sumus e questo noi si enuncia a proposito degli uomini, ma per conto di tutti gli essenti coi quali «noi» siamo, per conto di tutta l’esistenza in quanto essere-essenzialmente-con, in quanto essere la cui essenza è il «con». [11]
Ecco, dunque, la prima acquisizione dell’indagine sul senso dell’essere: l’essere è sempre «essere-con», l’essenza dell’essere è una «co-essenza», ove il «con» non è aggiunto all’essere ma costituisce l’essere, ne è l’essenza.
Ciò che esiste, qualsiasi cosa sia, dal momento che esiste, co-esiste. […] Essere singolare plurale vuol dire: l’essenza dell’essere è, ed è soltanto, una co-essenza; ma una co-essenza […] designa a sua volta […] il co- (il cum) stesso in posizione o in guisa di essenza. […] Si potrebbe anche dire che se l’essere è essere-con, nell’essere-con è il «con» a fare l’essere, e non viene aggiunto all’essere. […] Non si tratta dunque dell’essere in prima battuta, cui si aggiunge il «con», ma del «con» al cuore dell’essere. [12]

È questa la svolta ontologica del «con», una rivoluzione di pensiero – dice Nancy – in cui è ormai necessario inoltrarsi «assolutamente senza riserve»:

Nessuno ha tematizzato fino in fondo il con come tratto essenziale dell’essere […]. Noi non possiamo più eludere questo fatto, testimoniato del resto da tutta l’esperienza contemporanea: la posta in gioco è ormai di non pensare più […] né a partire dall’uno, né a partire dall’altro, […] né a partire dal loro insieme, inteso ora come l’Uno, ora come l’Altro, ma di pensare assolutamente senza riserve a partire dal con, in quanto proprietà d’essenza di un essere che non è che l’uno-con-l’altro. [13]

I rischi delle dottrine dell’«alterità»

Quella di Nancy non vuole essere un’ontologia dell’alterità. La categoria dell’altro, vera e propria «ossessione […] per una larga parte della nostra filosofia», rischia – secondo lui – di travisare il significato dell’«essere-con». Infatti, le molteplici vie dell’alterità – pur mosse da finalità incontestabili – rimangono dipendenti dal «sé», perpetuano una presenza occulta dello «stesso», proprio perché del sé si pongono, di volta in volta, come negazione, rovesciamento, superamento, estraneità, esteriorità, ecc., vivendo dunque sempre di una correlazione nostalgica o polemica con il «sé»:

La categoria preminente del pensiero contemporaneo diventa quella di «altro». Bisognerebbe mostrare come questa categoria, e l’ossessione che essa rappresenta per una larga parte della nostra filosofia, […] corra il rischio di mascherare o differire il regime […] del con […]. L’altro può, di volta in volta, essere presentato come (‘alter ego o come l’altro dall’ego, come l’altro fuori di sé o come l’altro in sé, come «gli altri» o come «l’Altro», ma tutte queste vie o tutti questi aspetti, tutti questi volti o tutti questi «senza volto» – la cui necessità, in ogni caso è incontestabile – riconducono sempre, se arriviamo al cuore della nozione, a un’alterità o a un’alterazione in cui è in gioco il «sé». [14]

La dottrina dell’«essere-con» e quella dell’«alterità» rappresentano due modalità diverse, «sovrapposte, intrecciate e contrastanti» di pensare l’«incommensurabile». Ma a Nancy sembra che l’«altro» rimanga, alla fin fine, non veramente incommensurabile, perché invece sempre misurato sul sé. Solo nel «con» si dà una pluralità autentica, radicata in origini plurali e perciò libera da ogni nostalgia di ritorno e da ogni velleità di approdo all’unità:

Al livello più profondo della tradizione i.. .] si trovano sovrapposte, intrecciate e contrastanti, due diverse misure dell’incommensurabile: secondo l’Altro e secondo il con. […] Lo stesso e l’altro designano nel loro reciproco rimando un «non essere con» […]. L’essere-con designa, al contrario, l’altro che non ritorna mai allo stesso, la pluralità delle origini. [15]

Il noi dell’«essere-con» è il noi della «prossimità» e della «distanza», non dell’«identità»

Alla domanda su come si configuri più precisamente il «noi» inteso come essenza dell’«essere-con», Nancy risponde mettendo in guardia da ogni sua interpretazione comunitaristica o fusionale che voglia esaltarne la componente del legame. Tra di noi – dice Nancy – non c’è propriamente un «tra» che ci lega, ma una distanza che ci slega:

Tutto accade dunque tra di noi: questo «tra» […] non ha una propria consistenza, né continuità. Non conduce da uno all’altro, non crea un tessuto, né un cemento, né un ponte. Forse non si può nemmeno parlare in proposito di un «legame». [16]

La prossimità autentica del noi è sempre nello «scarto», nella «distanza», si mantiene in un’esternità che le impedisce di affondare nell’«immanenza». Tra noi non c’è «continuità» ma «contiguità»:

Quel che non è nella distanza del «tra» è solo l’immanenza che affonda in se stessa ed è priva di senso. Da un singolare all’altro, c’è contiguità ma non continuità; c’è prossimità, ma solo nella misura in cui l’estremamente prossimo accusa lo scarto in cui si scava. [17]

La «distanza», così essenziale al noi, è da Nancy proiettata – come già accennato – anche sulla realtà dell’«origine», così spesso invocata in senso unitaristico. Nemmeno l’origine ci lega, non vi sono origini comuni. La categoria dell’origine (e, con essa, quella di creazione) va ripensata radicalmente: non come movimento dal «comune» originante ai molteplici «diversi» originati, ma come diversità (e perciò pluralità) delle diverse origini:

Noi non ci identifichiamo [nell’origine], o come essa, ma con essa […]. Ciò che crea l’alterità dell’altro, è il suo essere-origine […]. L’origine è irrimediabilmente plurale […]. La finitezza è l’origine, il che vuol dire che essa è un’infinitezza di origini. [18]
La «creazione del mondo», come la si chiama, non è la produzione a partire da nulla di un puro qualche cosa […] ma è invece l’esplosione della presenza nella molteplicità originaria della partizione. [19]

La natura della strana relazione che sostanzia il «noi» è ben espressa, alla lettera, dal singolare titolo che Nancy ha posto alla sua opera, ove non compaiono legami, implicazioni o consecuzioni ma un’unione di termini che prendono e si offrono reciprocamente senso nella loro semplice com-presenza continua-discontinua:

Essere singolare plurale, senza interpunzione, senza segni d’equivalenza, d’implicazione o di consecuzione. Un solo tratto continuo-discontinuo, che traccia l’insieme del dominio ontologico. [20]

Un modo originale, questo, per dire lo statuto ontologico del «noi» e delle varie forme di socialità/comunità che a questa categoria afferiscono. Nulla di «sentimentale», di «familistico», di «comunitarista». Nessun «corpus mysticum universale», nessuna «comunità intesa come comunione» [21]. Piuttosto un «noi», che si fa non per «identità» ma, di volta in volta, per «identificazioni» (rigorosamente al plurale):

Voler dire «noi» non ha nulla di sentimentale, di familistico o di «comunitarista» […]. Noi […] non può mai essere semplicemente «il noi», come un solo soggetto […]. «Noi» enuncia sempre una pluralità, una spartizione e un accavallamento di «noi»: non si è «con» in generale, ma sempre, ogni volta, in modi determinati, a loro volta multipli e simultanei (popolo, cultura, lingua, discendenza, rete, gruppo, coppia, banda, ecc.). Quanto viene presentato così, ogni volta, è una scena sulla quale tanti possono dire «io», ciascuno per conto suo, ciascuno a suo turno. ] Da un punto di vista generale, la questione del «con» si può forse enunciare pure in questi termini: mai identità, sempre identificazioni. [22]

Anche da questa rassegna molto parziale e limitata, si può cogliere come Nancy offra al pensiero e alle pratiche della cura notevoli suggestioni: comunicatività originaria, essere-con, incommensurabilità dell’altro, prossimità nella distanza, contiguità senza continuità, comunità non fusionale, identificazioni più che identità. Alla rimeditazione critica di queste e di molte altre posizioni ontologiche, non escluse quelle tramandateci dalla grande tradizione metafisica, è consegnato il compito di contribuire a una rinnovata «ontologia relazionale», in cui i valori della cura possano sempre trovàre, a loro volta, nutrimento e riparo.

NOTE

1 P. SLOTERDIJK, Dopo Dio, Raffaello Cortina, Milano 2018, 12.
2 Cf. G. VENTIMIGLIA, «Trascendentali», in Enciclopedia Filosofica, vol. 12, Bompiani, Milano 2012, col. 11751.
3 A. ROSMINI, Teosofia, 6 voli., Città Nuova, Roma 1998-2002, I, parr. 62, 99.
4 Ivi, II, parr. 959, 274. Sull’ontologia di Rosmini, cf. M. Dossi, Profilo filosofico di Antonio Rosmini, Morcelliana, Brescia 1998, 257-323; N. Ricci, In trasparenza. Ontologia e dinamica dell’atto creativo in Rosmini, Città Nuova, Roma 2005; S. TADINI, La Teosofia di Rosmini. Invito alla lettura, Edizioni Rosminiane, Stresa 2012.
5 J.-L. NANCY, Essere singolare plurale, Einaudi, Torino 2001. Riferimenti espliciti a Nancy si trovano, ad esempio, in PULCINI, La cura del mondo, 23-24, 267-273, 279-281, 287-290; Mortari, Filosofia della cura, 37-38, 44; ID., La pratica dell’aver cura, Bruno Mondadori, Milano 2006, 94. Con riferimento al nostro autore, scrive Mortari: «Se il “con” è al cuore stesso dell’essere, allora per quella filosofia che è ontologia, ma in genere per tutti i discorsi che si misurano con questioni ontologiche, è necessario rovesciare il tradizionale ordine del discorso, che prevede che prima si parli dell’essere come unità in sé indifferenziata e solo dopo si affronti il “con”. Questa partizione argomentativa è indice di una distorsione dello sguardo, che pregiudica ogni successivo discorso sull’essere» (ID., «Alle radici della cura», in Thaumazein 1[201311, 18-19).
6 NANCY, Essere singolare plurale, 5.
7 Ivi, 5-6.
8 Ivi, 6.
9 Ivi, 40.
10 Ivi, 46-48.
11 Ivi, 48-49.
12 Ivi, 44-45.
13 Ivi,50.
14 ivi, 105.
15 Ivi, 110.
16 Ivi, 11.
17 Ivi.
18 Ivi, 19, 21, 24.
19 Ivi, 7.
20 Ivi, 54.
21 Ivi, 107.
22 Ivi, 60, 91, 92.

(paragrafo tratto dal saggio “Categorie ontologiche della cura”, pp. 57-75, qui 67-75, nel libro Prendersi cura, ed. Mirko Pettinacci, EDB 2021)

QUESTIONIQuestioni filosofiche