Oltre la vetta

Raffaele Mantegazza

È là.
Fammi fare un passo da solo
(Antoine de Saint-Exupery, Il piccolo principe)

Poi, a un certo punto, si arriva. La meta si staglia sempre più vicina all’orizzonte, resta da superare l’ultimo canalone, l’ultima cresta, quegli ultimi metri che fanno venire il dubbio sull’opportunità dell’impresa, e poi è finita. Un percorso educativo deve raggiungere le mete che si prefigge; magari in tempi differenziati, apprezzando le deviazioni, però chi educa deve sforzarsi di realizzare ciò che ha programmato. Troppo spesso la progettazione educativa è attuata in modo poco serio e perciò non ottiene i risultati; troppo spesso le finalità dell’intervento educativo sono indicate in modo fumoso. “Favorire la socializzazione, aumentare l’empatia, integrare, potenziare l’autostima” sono frasi che non significano nulla, come se per definire la finalità di una gita sul Cervino si scrivesse “arrivare in cima a un cono di pietra”. Le finalità devono essere definite in modo specifico, gli scopi educativi devono essere pensati sulla base della persona che si vuole guidare; e non sono mai definiti una volta per tutte, perché vanno ripensati riletti e riadattati a seconda del percorso. Ma una volta che si arriva ad una definizione sufficientemente condivisa, lo scopo dell’educatore è e deve essere portare l’educando a raggiungere questi fini. Quando non accade, c’è sempre l’alibi per le mete non raggiunte: è colpa della scuola, è colpa della famiglia, è colpa di internet, è colpa della società. L’arte di educare consiste nel proporre mete raggiungibili, con tempi diversi, anche con strade differenti, arrivare che è l’unico modo per saper ripartire. E nell’assumersi la responsabilità delle vette non raggiunte; non è colpa della montagna se l’alpinista è stato bloccato a metà strada da una bufera; è lui che non ha ascoltato la montagna per programmare la sua scalata.
Vieni un po’ da rabbrividire quando si sentono espressioni come “didattica individualizzata” o “piano didattico personalizzato”, spesso nominato con acronimi come PDP (che non può non ricordare Paperon de’ Paperoni). La didattica è sempre individualizzata, non esiste la didattica per la classe, per il gruppo, semmai c’è la didattica con il gruppo; i piani educativi devono essere sempre personalizzati, altrimenti sono un fascio di belle parole che vengono scritte unicamente per il gusto di produrre carta straccia per il Ministero o per il Provveditorato.
Una volta giunti in cima c’è il tempo del ripensare il percorso che si è svolto; in fin dei conti Dante alla fine del percorso affronta la strada della scrittura; chiude una strada per aprirne un’altra. L’educatore non deve soltanto accompagnare alla fine, ma fare della fine il pretesto per uno sguardo sull’inizio. La fine getta luce sulle ambizioni iniziali, sulle difficoltà incontrate nel percorso, su ciò che si è realizzato e ciò che si è considerato come non realizzabile. Si chiudono troppo presto le storie educative, si salutano in fretta gli allievi, non si dedica abbastanza tempo alla morte, perché il tempo della fine è il tempo della morte che spaventa e allora ci si chiude nella fretta di salutare tutti e andare via.
Ho scelto di partecipare alla maturità 2020 e ho avuto il privilegio di poterlo fare come presidente di commissione. L’impressione era veramente di essere in cima ad una vetta, con degli splendidi adolescenti, eleganti ed emozionati, che restituivano alla scuola forse ancora più di quello che la scuola, pur ottima, aveva dato loro. Colloqui profondi nei quali ragazzi riflettevano sul loro essere cresciuti dentro questa scuola, anche con le lingue, anche con la matematica, anche con Dante; momenti di enorme speranza rispetto ad una scuola che non è morta, che non si è fermata, soprattutto che ha permesso a questi ragazzi un momento straordinario di ritualizzazione, il sedersi sulla vetta insieme ai loro insegnanti, guardare l’orizzonte e lasciare spaziare lo sguardo anche al della siepe “che da tanta parte / dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”.
Educare significa prendere in braccio qualcuno, issarselo sulle spalle in modo che possa vedere più lontano di noi; è un gesto di umiltà, si trattiene il proprio narcisismo perché si vuole che il mondo continui, vada avanti. Vogliamo che l’allievo superi il maestro e lo faccia ponendosi sulle sue spalle e guardando al di là dell’orizzonte, dove noi non possiamo vedere. Educare significa che la vetta che verrà conquistata da questi ragazzi sarà sempre più alta rispetto alla nostra, sarà sempre più lontana e noi la potremo vedere soltanto dalla distanza, mentre “si tinge dell’azzurro color di lontananza”.
I terribili mesi del virus ci hanno mostrato che cosa significa la morte non ritualizzata, ci hanno fatto soffrire l’angoscia duplicata di un abbandono privo di saluto; in quel caso siamo di fronte alla morte fisica, allo strazio della morte inattesa. La morte del percorso educativo può essere una morte anticipata, può essere una morte programmata, ma può anche non esserlo. Un ragazzo può decidere di andarsene, qualche tragedia può entrare nell’educazione come spesso la vita sa fare con penetrante dolore: non tutto è programmabile non tutto è progettabile (per fortuna) nei processi educativi. Noi pensiamo ad una fine, cerchiamo di arrivarci, ma spesso la vita dispone diversamente. “Siamo un passaggio di allodole, con un colpo andiamo giù/mentre cerchiamo di scegliere se volare a nord o a sud” (Roberto Vecchioni, Canzone per Sergio). La forza dell’educatore sta nel far entrare anche questi fini, queste morti, questi inattesi all’interno del proprio percorso, non con la presunzione di chi dice “io l’avevo detto”, ma con l’umiltà di chi sa che se la vita è un progetto più ampio, noi non possiamo progettare oltre noi stessi, spingere la nostra arroganza fino a coprirle del tutto il progetto che ci trascende, e definirne completamente gli scopi. Questo è il gioco di equilibri degli educatori: progettare dentro un progetto, cercare certezze all’interno dell’imponderabile, individuare vette precise in una catena montuosa della quale ci sfugge il contorno preciso, che sfuma nelle lontananze.
Raggiungere la cima insieme non significa confondere i ruoli, ma provare il brivido dell’avventura educativa. Allievo e maestro si guardano negli occhi alla fine del percorso e rivivono tutte le emozioni dell’ascesa. Altre vette aspettano, altri sentieri si apriranno.

“Sotto la cresta ci sono pochi cembri, allargati e quatti per resistere al vento e al gelo dei duemila metri. Mi siederò tra le pietre e non dirò niente, prometto. Il tempo di riprendere respiro, mangiare due quadretti di cioccolata, sentirla sciogliere contro il palato. Inutile, a quest’ora, preoccuparsi di arrivare in vetta. Tra un attimo si scende. Adesso vorrei soltanto rimanermene tranquillo e guardarmi intorno, tutto intorno a me, da quella cima laggiù, ancora immersa nel sole, e noi due uomini al riparo di una cresta.” (Michele Serra, Walter)