La mediocrità, una pandemia diffusa che minaccia e anestetizza l’intelligenza

Domenico Marrone

Se in questo periodo storico c’è una categoria che ha di che essere contenta è quella dei mediocri. Al giorno d’oggi sembra di respirare un’atmosfera generale di una mediocrità diffusa.
Cosa è la mediocrità? Inettitudine, mancanza di aspirazioni, non riuscire ad avere per se stesso, per la propria comunità, per il proprio paese una visione, una prospettiva a lungo termine. All’origine della mediocrità è l’incapacità di accettare la continua ridiscussione di sé stessi, cui la vita obbliga continuamente, e che il mediocre tenta di ignorare.

L’anonimato come stile di vita

Un tempo si elogiava l’aurea mediocritas, e la si riteneva un’applicazione coerente del motto in medio stat virtus. Era la virtù del mezzo, l’equilibrio, il senso dei propri limiti, il rifiuto di ogni tracotanza e di ogni eccesso (est modus in rebus).
Intendiamoci bene: c’è stato un grande poeta come Orazio che ha esaltato nelle sue Odi (II, 10, 5) la famosa aurea mediocritas, la quale però era ben altro, ossia la ricerca di un ideale giusto mezzo tra gli estremi e gli eccessi. No, quella che ci deve insospettire, invece, è la mediocrità che significa inettitudine, piattezza, pigrizia, anonimato, grigiore. Ai nostri giorni questo atteggiamento è stato assunto a stile di vita.
Ma la mediocrità ha assunto nel tempo un significato ben diverso: indica povertà di spirito e di mente, di orizzonti e di stile. Già nei giudizi scolastici e professionali indica una carenza, che si è poi aggravata quando la mediocrità di massa è diventata lo specchio dei mass media.
La sensazione diffusa è che eccellere sia un pericolo, e forse anche una colpa perché l’eccellenza non è mai conforme, allineata, allo spirito mediocre della sua epoca e al potere dominante; è sempre inattuale, profetica, nostalgica, guarda oltre, al passato, al futuro, al cielo. Chi porta novità ed energia è sempre, per destino e definizione, destabilizzante.
Inorridisce il clima così minimalista in cui siamo incappati, l’affrontare ogni situazione senza competenza sufficiente e soprattutto senza disponibilità all’approfondimento.

Il pensiero se ne è andato

Ti guardi attorno, e vedi quasi solo mediocrità. Una mediocrità desolante e diffusa. È una mediocrità tombale, frutto – dell’assenza di qualsiasi pensiero. La mediocrità è pericolosa, perché disattiva i dispositivi di allarme e disabilita il cervello. Fa a meno dell’intelligenza, della capacità di scegliere e di desiderare. È così comoda, la mediocrità. È una sorta di anestesia, di psicofarmaco.
La mediocrità regna. Sovrana. Questa mediocrità si contrabbanda come vera tranquillità dell’anima, quando in realtà è incoscienza, si spaccia come criterio giusto mentre è solo comodità propria, si presenta come rifiuto degli eccessi quando è in verità vuoto interiore. Il cristianesimo non è una religione per mediocri, come la vera arte e l’umanità autentica non possono alimentarsi e vivere di una piattezza senza fremiti, di una sazietà di cose, di un buon senso banale.
La mediocrità ha infettato le nostre menti, come afferma il filosofo canadese Alain Deneault, docente di Scienze politiche all’Università di Montreal, in suo recente saggio (La mediocrazia, Einaudi 2018). Non aspiriamo più alle cose grandi alle cose di “lassù”. Rischiamo di morire senza aver mai vissuto. Una «rivoluzione anestetizzante» si è compiuta silenziosamente sotto i nostri occhi ma noi non ce ne siamo quasi accorti: la “mediocrazia” ci ha travolti.
Il mediocre, insomma, spiega il filosofo canadese, deve «giocare il gioco». Giocare il gioco. Ma cosa significa? Giocare il gioco vuol dire accettare i comportamenti informali, piccoli compromessi che servono a raggiungere obiettivi di breve termine, significa sottomettersi a regole sottaciute, spesso chiudendo gli occhi.

Il sogno sovversivo contro l’effimero della governance

È in questo modo che si saldano le relazioni informali, che si fornisce la prova di essere “affidabili”, di collocarsi sempre su quella linea mediana che non genera rischi destabilizzanti.
L’attrazione gravitazionale della mediocrità agisce in tutti i campi della vita. Per usare le parole di John Stuart Mill: “La tendenza generale del mondo è quella di fare della mediocrità la potenza dominante dell’umanità”.
All’origine della mediocrità c’è il concentrarsi sulla governance. In un sistema caratterizzato dalla governance tutto è ridotto alla gestione. Anche la vita della chiesa può correre il rischio di concentrarsi sulla gestioni (amministrativa, pastorale, caritativa, ecc.) e smarrire la vision e la mission.
“Con preoccupazione vedo che negli ultimi mesi si nota una tendenza ad escludere le cause e i rischi sistemici o, diciamolo pure, le questioni teologiche fondamentali e a ridurre la rielaborazione ad un semplice miglioramento dell’amministrazione (…). Si dimentica che “non è l’incarico ad essere in primo piano, ma la missione del Vangelo” (card. R. Marx).
“La prima cosa che ci ha consegnato Papa Francesco è stato un sogno: Evangelii Gaudium. “Io sogno una chiesa…”. Ci descrive cosa sogna, ci dice la sua visione, ed è quella che trascina le persone, che le mette in moto dentro un processo generativo. Qual è il sogno che vogliamo realizzare? Qual è la trasformazione reale che vogliamo generare nel mondo come chiesa? L’appartenenza non è generata da qualcosa che si fa, ma dal condividere una visione, un sogno. È quelli il punto di partenza generativo di una comunità” (Diocesi Suburbicaria di Albano, Creativi per fare. Il discernimento all’opera, 65).
Si fa oggi sempre più evidente che «c’è bisogno di una vera ermeneutica evangelica per capire meglio la vita, il mondo, gli uomini, non di una sintesi ma di una atmosfera spirituale di ricerca e certezza basata sulle verità di ragione e di fede (…). Il teologo che si compiace del suo pensiero completo e concluso è un mediocre” (Veritatis gaudium, n. 3).
Verrebbe da domandarsi, come il protagonista Nikolaj Stavrogin del romanzo I demoni di Dostoevskij: “Ebbene qual è il mio vero volto? L’aurea mediocrità: né sciocco, né intelligente”. Nell’era della mediocrazia non si discute più. Si preferisce ricevere notizie che confortino.

Nuovi sistemi totatlitari

Bisogna temere la mediocrazia perché fa soffrire ed è anticamera dell’autoritarismo, anche edulcorato. L’autoritarismo è psicotico, la mediocrazia è perversa. Psicotico perché l’autoritarismo non ha alcun dubbio su chi deve decidere. La mediocrazia è perversa perché cerca di dissolvere l’autorità nelle persone facendo in modo che la interiorizzino e si comportino come fosse una volontà loro.
È dei sistemi di potere decadenti originare forme dispotiche di governo, di chiesa, di politica e rafforzarsi nello scegliere come capitale umano, su cui investire, la mediocrità, perché il potere consolidato teme il confronto con l’intelligenza, con la visione, teme di essere battuto sul terreno delle idee. In qualsiasi campo, nel lavoro, in amore, nell’amicizia, nella salute, le soluzioni mediocri hanno sempre la meglio, purché non siano così dannose da distruggere il sistema.
L’uomo mediocre è incapace di elevarsi dal banale che lo distingue, incapace di ideali, senza valori. L’uomo mediocre è tiepido – mediocrità e tiepidezza sono due forme di corruzione spirituale, secondo papa Francesco – , non ama ciò che è forte, che scuote, sta in basso, striscia. Ma la mediocrità è un pericolo, in agguato intorno a noi, ci condiziona con tutto il convenzionale in cui siamo immersi, un immenso mondo di mediocrità banale che non serve per crescere, ma che può apparire comodo, visto che lo fanno in tanti. E questa è la schiavitù della massa, la catena del sociale.
Un’incapacità di pensare autonomo, una cieca obbedienza, una normalità che agisce incondizionatamente, pericolo estremo della mancanza di riflessione. Albert Einstein scrive: “I grandi spiriti hanno sempre trovato la violenta opposizione dei mediocri, i quali non sanno capire l’uomo che non accetta i pregiudizi ereditati, ma con onestà e coraggio usa la propria intelligenza”. E Pierre de Beaumarchais: “L’uomo mediocre e strisciante arriva a tutto”.
Mediocre può essere perfino una città intera che non vuole uscire dal torpore dei ricordi costruiti ad arte pur accontentarsi di un passato che in verità non è mai stato così glorioso com’è raccontato, mediocre può essere una chiesa che non cerca le vie più adatte per raccontare all’uomo la gioia possibile, il riscatto, la giustizia che le deriva da una verità da condividere, ma che si nasconde dietro merletti sontuosi e colletti sempre più voluminosi, piuttosto che ripensare se stessa, reinventarsi per dire meglio, per fare bene, mediocre può essere una cultura che vende prodotti graditi alla massa piuttosto che elevarsi sopra l’oscenità di pensieri scioccamente popolari, rumorosi, da talk show, senza il coraggio di saper rischiare l’impopolarità pur di conservare la propria autonomia e la vocazione a essere spirito critico di ogni potere.
La mediocrità è efficace anche per il suo sistema di comunicazione, fatto di slogan diretti e di forte impatto («sii te stesso», «non metterti contro il tuo io più profondo», «non puoi patire e lottare tutta la vita», «scopri il coraggio e la gioia di agire secondo quel che senti», «basta con la rigidità», «prova il gusto di lasciarti andare una buona volta», «se lo senti è un buon motivo per farlo», «non rinnegare le tue emozioni», «accontentati di quel che sei, anche il Signore ti accetta così come sei»…), tutte espressioni che hanno anche una qualche parvenza di verità, ma che abbandonate al sentire soggettivo finiscono per… tirare verso il basso.
All’homo oeconomicus intrappolato nell’onnipotenza del mercato è subentrato l’homo psichologicus postmoderno, unicamente preoccupato della propria autorealizzazione e volto alla ricerca di un’autenticità che lo spinge a psicologizzare la realtà, riducendola a puro specchio dei propri desideri, intrappolato nella ricorsività delle proprie sensazioni.
Il rischio della mediocrità lo aveva paventato già un antico padre della Chiesa, san Gregorio Magno: “È più gradita a Dio – diceva – un vita ardente e fervida d’amore dopo il peccato, che non un’innocenza che intorbidisce nella sicurezza”.

Anche nella Chiesa

La mediocrità culturale e spirituale del clero fu una delle cinque piaghe della Chiesa denunziata da Rosmini. Il fatto che questa sia la piaga della mano destra colpisce chiunque non sia mancino e sappia dell’importanza operativa di questa mano, senza la quale ci si sente quasi del tutto inabili. A Rosmini non sfugge che per una vera e autentica testimonianza cristiana nel mondo occorre una “istruzione eccellente dei pastori” (come la chiama Giovanni Paolo II nella Pastores dabo vobis). Si tratta di una sapiente capacità di intercettare i cambiamenti culturali, saperli discernere con criticità per darne una risposta apprezzabile sul piano razionale.
Gli fa eco uno scrittore moderno, George Bernanos, che ha scritto: “Uno dei principali responsabili, il solo responsabile, forse, dell’avvilimento delle anime è il sacerdote mediocre”. E ancora affermava: “La grande sciagura di questo mondo non è che ci siano dei senzadio, ma che noi siamo cristiani così mediocri”.
La vera questione della Chiesa è non saper generare che cristiani e preti mediocri, imborghesiti, combattuti dalla posizione da tenere nel confronto drammatico con la storia: la posizione del divano o quella dell’accodarsi ai “nuovi movimenti” alla moda e alla loro pretesa di fondare un mondo nuovo. Un prete non può restare mediocre a lungo. È vero però che di preti mediocri – marinai di acqua dolce – per usare un’espressione di san Camillo de Lellis – ne abbiamo abbastanza. La mediocrità infatti naviga sempre in acque dolci. L’autenticità invece si prova in mare aperto.
“La chiamata di Cristo è per i forti; è per i ribelli alla mediocrità e alla viltà della vita comoda ed insignificante; è per quelli che ancora conservano il senso del Vangelo e sentono il dovere di rigenerare la vita ecclesiale pagando di persona e portando la Croce”. (Paolo VI, Messaggio in occasione della IV Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni del 1967).
La chiamata di Cristo è per i ribelli alla mediocrità nella quale anche la nostra stessa azione pastorale molte volte scade. Ecco perché bisogna rigenerare la vita ecclesiale ogni volta: per non sembrare un’azienda: più attenta ai capitali e all’organigramma che al Vangelo, all’insegnamento nuovo di Gesù, che ha una Parola tagliente, così diretta alla vita e così capace di sfidare gli alibi, le paure, la false certezze, il quieto vivere e le mediocrità, al punto da essere Parola che scomoda, disturba.
Rigenerare non significa cambiare ma ridare nuovamente vita. La vita ecclesiale va rigenerata coltivando visioni, additando prospettive, generando fame di futuro, prima ancora che attardarsi sulle sue strutture.
Questi non sono tempi normali e anche i preti mediocri non debbono permettersi di ripetere banalità e superficialità che creano ulteriore sconforto. C’è bisogno non di persone algide, anche se di cultura lucida. C’è’ bisogno di humanitas cristiana, di un Agostino inquieto e peccatore e di non della fredda ragione tomistica che non coglie il male di vivere di Montale e le inquietudini che rendono difficile il sonno ed increspano la squallida quotidianità, rubandoci la speranza e cancellando anche quella poca gioia di vivere che dà un senso alla vita. Si ha bisogno di uomini interi in cui la cultura si coniuga con la fede e tutte e due si fondevano con l’essere uomini.
La mediocrità, dopotutto, paga. Quando uno accetta questo moderno comandamento è in qualche modo ripagato dalla società o dal gruppo cui appartiene, che lo accoglie proprio perché non ne turba il sistema. Chi invece in qualche modo si oppone alla mediocrità, anche senza proclami particolari, semplicemente perché non rinuncia alla propria idealità di valori, costui è una spina nel fianco del gruppo, ne disturba l’equilibrio e mette in crisi il sistema, o ricorda implicitamente a tutti quel che ognuno è chiamato a essere. O, in termini ancor più positivi, rammenta a tutti che l’uomo è felice solo quando dà il massimo di sé.

La vita che non disturba

l virus della mediocrità è insidioso perché innesca uno stile che è il contrario dell’entusiasmo e della passione. Mediocrità è un modo di essere e agire tipico di chi percepisce sempre meno l’appello del proprio io ideale, e di fatto lo riduce, adattando la propria condotta a criteri sempre meno esigenti, e vivendo una vita sempre meno appassionata. Ma senza cambiare appartenenza o stato vocazionale.
Il mediocre non si lascia mai metter in gioco dai propri valori, non si consegna mai a essi, non fa mai follie per essi. Il mediocre è un cultore del buon senso e del realismo; a volte riesce persino ad apparire saggio e prudente, col senso dei propri limiti, che a un certo punto, però, diventano confini invalicabili, come una gabbia che lo soffoca.
A volte è anche un tipo senza particolari emozioni e sentimenti, con un elettrocardiogramma piuttosto piatto (forse sacerdote e levita della parabola del buon samaritano erano di questa onorata compagnia).
Non ci sono grandi aspirazioni nella sua vita, e nemmeno grandi tentazioni. Meglio di così?! Normalmente la mediocrità è (auto)giustificata, ovvero il mediocre non si riconosce come tale, anche perché la mediocrità non è trasgressiva (di solito), o non lo è in modo grave. Potremmo dire che l’arte del mediocre è quella d’aver trovato il modo di non fare scattare mai l’allarme nella sua vita, o la spia rossa che segnala una situazione di emergenza, per questo è relativamente tranquillo. Può esser apostolo efficiente, ma è senza efficacia. Annuncia il vangelo di Cristo, ma senza sentirlo per sé una buona notizia.
Resistere per uscire dalla mediocrità non è certo semplice. Ma forse vale la pena di tentare. Siamo chiamati ad essere testimoni dell’inquietudine, non siamo destinati a naufragare sugli scogli della mediocrità. “Se non vogliamo sprofondare in una oscura mediocrità, non pretendiamo una vita comoda, perché «chi vuol salvare la propria vita, la perderà» (Mt 16,25)” (Gaudete et exultate, 90).
“La Chiesa non ha bisogno di tanti burocrati e funzionari, ma di missionari appassionati, divorati dall’entusiasmo di comunicare la vera vita. I santi sorprendono, spiazzano, perché la loro vita ci chiama a uscire dalla mediocrità tranquilla e anestetizzante” (Ivi, 138).

(Settimana News – 18 giugno 2021)