Osare il possibile

Enrico Parsi

Nel libro di Carla Melazzini, Insegnare al principe di Danimarca, si racconta una storia bellissima di scuola inclusiva in uno dei quartieri sottoproletari più difficili di Napoli. Un paragrafo spicca silenzioso e umile verso la fine del libro: si intitola Camminare, parlare. Vi si racconta di come, in quel contesto, camminare potesse essere sia programma sia indice di successo educativo, un modo per superare la paura di un ambiente ostile, addomesticandolo. Vi si parla di “didattica itinerante progressiva, fuori rione, fuori quartiere, fuori città, fuori regione, fuori nazione al termine dei quali i ragazzi hanno constatato di aver imparato a camminare”. Propongo a chi legge di tenere questa storia vera tra le mani, come metafora utile per il prosieguo della lettura.
Il lavoro (per chi ce l’ha) contribuisce a costruire positivamente le nostre identità personali grazie a un ruolo che ci rende riconoscibili. Non mette completamente al riparo da ostracismi e violenze improvvise, ma aiuta.
Lo raccontano quei “piccoli” imprenditori che si tolgono la vita quando sono in gravi difficoltà, non solo per cause economiche, ma anche per la vergogna e la delusione che minano la propria identità. Lo raccontano coloro che si trovano “licenziati”, cioè impotenti e indifesi, considerati magari meritevoli di questa sorte perché non all’altezza del compito o della sfida. E che, in una società bellica come la nostra, saturata da vincenti e perdenti, subiranno anche quel velo di disprezzo in grado di frantumare l’autorevolezza necessaria per un buon rapporto con i figli o la fragile stabilità di un matrimonio. Che strano: si stava solo cercando di mettere in ordine i conti dell’impresa e non ci siamo accorti di aver diviso il mondo in perdenti e vincenti, allontanato tra loro giovani e meno giovani, reso potenziali nemici i componenti di una famiglia.
Questa è la complessità della vita che dovremmo smettere di rappresentare come fatta di caselle separate tra loro come abbiamo fatto, generalizzando lo schema, con le funzioni di un organigramma o con le materie scolastiche.
Senza riconoscimento e riconoscenza, non c’è vita sana. Lo racconta in modo esemplare Primo Levi, quando descrive i sogni dei prigionieri nei campi di concentramento. Ammassati nelle baracche dormono senza sapere se saranno in vita tra poche ore, con il corpo in deficit di calorie che ora dopo ora si consuma inesorabilmente. Abitano un universo nel quale non comprendere una parola, ammalarsi, una fila sbagliata possono costarti la vita. In quelle poche ore di falsa tregua fanno due tipi di sogni: il primo riguarda il cibo e ci sembra comprensibile in quelle condizioni. Nell’altro, meno intuitivo, sognano di tornare a casa e del bisogno di raccontare il loro dramma; ma i loro cari si girano e li lasciano soli.
Tutti abbiamo sperimentato, anche in piccolo, lo sconforto, la rabbia, talvolta l’angoscia che ci pervade quando non siamo ascoltati. Succede in un processo per stupro quando la parola della vittima non vale perché considerata di rango inferiore; in un divorzio, quando la/il partner ti distrugge la vita riuscendo a farla franca grazie a una giustizia sommaria. Oppure nei casi di mobbing e ostracismo, quando chi ti dovrebbe stare vicino si volta dall’altra parte, sempre che non sia già parte del branco. A coloro che tornarono dai lager accadde proprio che dopo un primo commovente ritrovarsi si veniva accolti solo in cambio del silenzio, perché quei fatti e quella incolmabile tristezza avrebbero reso il presente e il futuro inquietanti forse più del ricordo del passato.
Ma in questi sogni c’è molto di più: in una situazione estrema di deprivazione, fino ad arrivare sulla soglia che ti separa dalla morte, il corpo ti dice che ascolto e cibo sono sullo stesso piano, biologicamente necessari alla vita. Ci dice una cosa essenziale per vivere bene: l’ascolto, il riconoscimento, sono ingredienti hard della vita, senza i quali si creano ambienti che producono disagio e tristezza.
Prima c’erano i partiti, le case del popolo e le parrocchie dove si discuteva e si imparava sul mondo. Marxisti e cattolici, comunisti e democristiani avevano di bello che gli uni partendo da un’analisi dei fenomeni internazionali, gli altri in base a credenze religiose, spaziavano in lungo e in largo, geograficamente e idealmente, per precipitare alla fine in una delibera del Comune per il rifacimento del manto stradale in una via del quartiere. Il localismo era importante perché stava dentro una cornice di senso che era parte integrante del manto d’asfalto necessario a riempire le buche. In questo modo i compagni e gli amici guardavano sempre molto oltre i loro piedi con concretezza e fiera autostima. Un operaio, frequentando la sezione del partito, la casa del popolo, la parrocchia, la cooperativa, il sindacato aveva una conoscenza del mondo e una cultura decisamente superiore alle media dei manager iperspecializzati che oggi popolano non solo alcune imprese, ma anche i governi di tutto il mondo. In questi luoghi si poteva essere riconosciuti al netto del modo in cui ti trattavano in fabbrica o in ufficio. Oggi il mondo del lavoro rimane per molti il principale luogo di apprendimento, nel quale però si esce sempre meno dal confine del mestiere e dove si imparano in maniera implicita cose che con il lavoro non c’entrano niente: un certo modo di stare insieme e di pensare le relazioni come fossero incontestabili dati di natura. Di conseguenza molte parole aziendali hanno colonizzato l’immaginario della nostra vita pubblica e privata. Anche fuori dal lavoro, ad esempio, si deve essere performanti e tutto è diventato una sfida. Ma è un bluff, si tratta di sfide light, facili, muscolari senza muscoli. Quando siamo di fronte alle sfide vere, come nell’ascolto, è più facile girare la testa dall’altra parte.
Nei luoghi di lavoro si dovrebbero favorire riflessioni oltre il contingente professionale. È qui che si dovrebbero costruire le occasioni per provare a capire il mondo senza darlo per dato e che si dovrebbe provare a cambiarlo cambiandolo direttamente.
In una recente trasmissione televisiva si raccontava che alla Lamborghini i lavoratori hanno la possibilità di frequentare corsi che non riguardano il loro mestiere tecnico. Vengono aiutati anche per una laurea in filosofia, se a loro interessa. Dicono che hanno bisogno di gente capace di ragionare, immaginano una società dove tutti siano in grado di farlo. Qui non è importante cosa studi, ma il fatto che tu studi.
Nel preoccupante e triste momento che stiamo vivendo è dal mondo del lavoro che dovrebbero arrivare i segnali più confortanti e il messaggio più vitale: che il presente si può cambiare e il futuro è immaginabile. Sarebbe un messaggio bellissimo e dirompente per tutte le età e tutti i generi. Dovremmo discutere e dedicare tempo a produrre idee, a mettere in comune paure e desideri, angosce e progettualità.
Le nostre angosce, però, non sono escrescenze che emergono da chissà quale meandro nevrotico della mente, perché certe minacce sono vere. I cambiamenti climatici, ad esempio, sono qui e ora e in questo caso la paura è giustificata. La percepiamo ambigua, a volte anche mescolata al piacere, quando apriamo una finestra d’ottobre e un tepore primaverile ci avvolge “piacevolmente” insieme al profumo di qualche rosa fiorita. Ci “impegniamo per l’ecologia”, ma in questo atteggiamento distaccato sappiamo nascosta la nostra inefficacia e neghiamo alla coscienza i nostri fallimenti evidenziando la più grande contraddizione: amanti delle norme, delle regole, a volte della guardiania fino all’ossessione abbiamo costruito lo sviluppo economico e sociale sulla più grande e colpevole trasgressione: il non rispetto delle regole che governano la vita sul pianeta, per poi rimanerne atterriti fino alla negazione. Invece, per affrontare la realtà, bisogna affrontarla, nominarla con parole nette, flessibili, modificabili.
Le paure sono debilitanti quando vissute in solitudine. In un mondo in cui in molti ci agitiamo, dimentichiamo che l’affanno nasconde paure e fragilità. La gestione della pandemia ha rafforzato un isolamento che era già presente nei rapporti sociali, nella competizione, nei messaggi bellici di tutti contro tutti, nella finta parità di genere e nell’ “ognuno si salvi da sé”. Dimentichiamo che mettere in comune le fragilità è terapeutico e serve a creare risposte che non sono presenti nel mercato delle risposte, perché i problemi che ci siamo procurati sono inediti. Da soli non possiamo farcela: siamo dentro una trama di relazioni senza la quale non esistiamo e l’isolamento ci annichilisce. Per questo farsi chiudere e chiudersi in casa, oltre certi limiti, non è una buona idea.
Tra i molti luoghi di lavoro che abitiamo c’è anche la scuola, dove vanno bambine/i, ragazze/i e adulti. La scuola è uno dei tanti luoghi di lavoro, ma generalmente la consideriamo un mondo a parte. È anche una delle più grandi invenzioni sociali e infatti non ce la scordiamo mai, se ad essa torniamo a distanza di molti anni con un gruppo facebook, le cene tra compagni di classe con i capelli bianchi, la pancia, le tracce del tempo che ci ha attraversato. La scuola è un luogo di esercizio della professionalità ed essere studenti dovrebbe essere considerato un impegno professionale, non aziendale. Dentro la scuola, invece, legittimiamo acriticamente concetti astratti come ‘crescita’ e ‘maturità’. Ci sfugge l’idea che si possa essere “maturi” in ogni fase della nostra vita e non acerbi e carenti in attesa di maturare come cocomeri. Confondiamo la formazione e la crescita intellettuale e personale che non hanno età, con la formattazione e l’adeguamento a un modello.
Un mondo in cui gli adulti sarebbero maturi e i giovani no, è falso e illusorio. In un mondo siffatto i giovani dovrebbero essere guidati da noi fino a raggiungere lo stadio finale di ‘adultità’, legittimandoci come soggetti sempre equilibrati, preparati, al riparo da tempeste affettive e ormonali, essendoci ormai lasciati alle spalle quel giovanile caotico periodo di presunti e diagnosticati squilibri.
Ognuno di noi si guardi allo specchio e dica onestamente se ha davvero raggiunto quel livello di “perfezione” che diventare adulti comporterebbe. Personalmente trovo che non sia per niente autorevole usare questi trucchi per sentirci a posto e superiori. Quando i giovani si sottraggono creativamente a questa relazione dall’alto in basso nella quale devono sempre essere il basso, troviamo ancora conferma della loro “immaturità”, inconsapevoli del circolo “logico” in cui siamo intrappolati. Prima ancora, però, dormiamo in due nel lettone bisognosi di compagnia e obblighiamo i nostri figli a dormire soli quando da piccolissimi hanno ben altro bisogno di rassicurazione. Non siamo proprio credibili, ma abbiamo dalla nostra teorie intrinsecamente coerenti che elaboriamo per giustificarci, vere e proprie ninne nanne della nostra coscienza.
La scuola è uno dei luoghi dove si impara e si lavora. Qui i giovani avrebbero un ruolo, ma in questo Annus mirabilis siamo stati “bravi” a confermare quanto ci sia indifferente la loro condizione. La gestione della pandemia non ha contemplato i danni provocati dal non riconoscimento di un loro ruolo. Non riconoscere il ruolo a una persona, qualsiasi sia la sua età, è un’offesa. È un modo per dirgli che non conta, che ciò che fa, ed è, non è significativo e non ci riguarda. Lo sanno bene molti, esattamente non più giovani, che quando vanno in pensione tracollano proprio per l’improvvisa perdita del riconoscimento che il ruolo comportava.
Facciamo molto male ai giovani e in modo accurato perché nemmeno ce ne accorgiamo. In questi mesi, come da sempre, nessuna parola seria è venuta nei loro confronti da parte di chi governa. A nessuno, a questo livello, viene mai in mente di chiedere agli studenti se per caso avessero qualcosa da dire, proporre, suggerire, fare. Vanno a scuola minimo per dieci anni, ma la scuola non è mai loro e ci transitano come ospiti di un albergo. Giriamo loro le spalle senza ascoltarli perché per noi non esistono come persone dotate di un loro sapere e di legittimi desideri. Poi li ritroviamo tristi e depressi come se tutto ciò scaturisse da loro tare e li lasciamo soli parlando di disagio giovanile e fingendo di essere in equilibrio. Oggi i giovani, questa minoranza demografica, non esistono a meno che non si bacino per strada e allora improvvisamente diventano incoscienti, untori, menefreghisti. Dei minori che o non sanno quello che fanno perché immaturi, e quindi da instradare, oppure lo sanno, e allora da punire.
Ma c’è di più: la separazione tra minori e adulti, maturi e immaturi, ha tra le sue implicazioni anche l’incapacità di vedere cosa ci rende umani indipendentemente dall’età. Adulti e bambine/i, giovani e meno giovani, vecchi, tutti noi, abbiamo tre cose che ci accomunano: le storie, il gioco, il movimento.
Indipendentemente dall’età, dal genere, dalla cultura, ci piace ascoltare e raccontare storie. Tutta la nostra vita sociale si basa su storie e storie di storie. Quando le nostre non vengono ascoltate stiamo male. Quando non ascoltiamo quelle degli altri facciamo del male. Ma c’è un modo di agire peggiore: impedire alla radice di produrle e raccontarle. Impedire la parola, impedire un ruolo.
A tutti noi, indipendentemente dall’età, piace giocare, recitare, immaginare. Il gioco è una cosa seria. Gioco (inglese to play) è anche la politica, l’insegnamento, il management, cucinare, l’organizzazione di un evento, andare in libreria o dall’estetista. Per non parlare di quando queste cose stanno tutte insieme in uno stesso spazio ibrido. Non caso gli spazi ibridi sono spazi spesso giovanili. Tutto può essere gioco, sta a noi renderlo vitale, banale, sterile o generativo. Il gioco è una cosa seria, non seriosa.
Poi c’è il movimento, necessario per ossigenarci ed essere in salute, ma anche nel senso di poter agire in quanto soggetti legittimati. La possibilità di agire è il più potente antidepressivo naturale. L’impossibilità di agire, la convinzione di non avere alternative, non contare niente, essere giocati invece di giocare, non essere ascoltati sono invece potenti depressivi. Questa cosa è così semplice da risultare invisibile a molti per quanto sia pervasiva nella quotidianità dei luoghi che frequentiamo.
Quando ero piccolo, a scuola dovevamo stare in silenzio, non potevamo giocare e ci tenevano seduti immobili per ore. Infatti, la scuola non ci piaceva. Ingegnarsi a non fare piacere la scuola e definire i bambini svogliati era un capolavoro degli adulti che dall’alto della propria autorità nascondevano la propria responsabilità nel renderla noiosa.
Negare la parola, il gioco, il movimento a bambini che fisicamente lievitano è una traccia di pedagogia nera che sopravvive purtroppo indiscussa. Negare la parola, il gioco e il movimento agli adulti è altrettanto offensivo. Come non dare da bere a una pianta. Si dà da bere sempre a una pianta, sia da piccola, sia da grande. Vale anche per noi esseri umani e a tutte le età. A tutti dovrebbe sempre essere garantita l’acqua in giusta quantità: buon cibo, gioco, carezze, riconoscimento, parole, ascolto, cure sanitarie. E nutrimento intellettuale, perché sentirsi intelligenti e capaci contribuisce all’autostima necessaria a una buona vita.
I nostri giudizi, intanto, si fanno sempre più semplificati. Svuotare un supermercato, ad esempio, come è accaduto nel giro di poche ore nel marzo del 2020, viene stigmatizzato come comportamento irrazionale, ma forse era l’unico modo di affrontare una situazione minacciosa senza farsi travolgere. Faccio la spesa e cerco di mettere in sicurezza la vita dei miei cari per un po’ di tempo, un’azione positiva, un movimento, agito per non essere inerte, giocato nell’ambito in cui mi è permesso, per contenere la paura che mi è stata indotta da messaggi terrificanti; per sentirmi vivo, utile e non solo in fuga. Agire è un antidepressivo e non ha niente di irrazionale. L’accaparramento della merce non ha niente di irrazionale per il mio sistema nervoso che cerca di affrontare la realtà per come può e per come è fisicamente costruito. Un corpo fermo e insensibile, al contrario, non comprende il mondo oppure è morto.
Qualsiasi organizzazione è un luogo dove, indipendentemente dal motivo della sua esistenza, si produce anche cultura e sapere. Cultura è anche lo specifico modo col quale si affrontano i problemi che via via emergono. Oggi però siamo di fronte a problemi inediti che richiedono soluzioni da inventare e la cultura a disposizione è insufficiente perché si basa sul ricordo di problemi risolti in passato e ora non più presenti.
Chi si occupa in modo serio di formazione nelle imprese o di didattica nelle scuole, sa che il modo in cui organizziamo questi contesti è un sottoinsieme particolare del nostro modo più generale di stare insieme, di essere società, di fare cultura. Sa che tutto questo è come il manto di asfalto della via in un mondo più ampio di cui questa fa parte. Sa che i criteri che ci siamo dati per stare insieme sono l’organizzazione che abitiamo che mentre produce i risultati per cui esiste mette contemporaneamente ordine nella socialità. Sa che la socialità non esiste allo stato puro, ma è sempre un contesto.
Purtroppo, nei luoghi che frequentiamo non ci chiediamo mai come vorremmo stare insieme, che tipo di società vorremmo e accettiamo così quel che troviamo come un ineluttabile dato di natura. “Si è fatto sempre così” lo troviamo scolpito nella struttura degli spazi che abitiamo e che danno forma alle nostre relazioni. A scuola lo troviamo nell’eterna disposizione dei banchi come se il mondo fosse ancora lo stesso dell’epoca del Regno d’Italia; nelle sedi di lavoro si annida, ancora, negli uffici separati gli uni dagli altri, nei segnali di status, nelle assenti o ridotte aree di socializzazione, di scambio e integrazione interfunzionali; nella pressoché totale assenza di spazi dedicati allo studio e alla riflessione. Quando questi modi di stare insieme non funzionano più, e ora non funzionano più, abbiamo il caos, lo sconcerto, lo smarrimento o la reazione. Il virus e il lock down sono stati esattamente questo per molti di noi e in molti casi si sta contando di far “passà ‘a nuttata”. Ma se rimaniamo impigliati nella ripetizione del già noto, allora siamo immobili e questo favorisce la tristezza che non fa male se possiamo viverla e renderla generativa, mentre diventa disagio se la neghiamo perché disdicevole.
Nella scuola, come nella formazione aziendale, siamo intrappolati in una dicotomia: formazione in presenza, formazione a distanza; didattica in aula, didattica a distanza, apparentemente in opposizione, ma in realtà uguali perché ambedue situazioni prive di movimento.
Ancora una volta pensiamo per opposti, ci intrappoliamo nell’uno o nell’altro polo e non vediamo più cosa potremmo fare esistere nel mezzo.
In molti proviamo a scompaginare le carte, ma non parliamo tra noi e restiamo isolati. Qualcuno, proprio perché ci prova, passa anche qualche guaio: qualche settimana fa, in una grande città italiana, dei bimbi di tre anni sono andati in un parco con le loro insegnanti per studiare la “natura”. Cinque volanti della municipale li hanno bloccati, perquisendone anche gli zaini.
Ecco la sfida che tutti, indipendentemente dall’età, dovremmo assumere oggi, fuor di metafora: nel rispetto delle norme, con tutta l’attenzione alla sicurezza possibile, dobbiamo tornare per strada, nei parchi e nei giardini. Torniamo a camminare, letteralmente e metaforicamente.
La vera sfida oggi è osare il possibile. Se vogliamo “disintristire” e rendere generative la nostra società, le nostre organizzazioni, i nostri ambienti di lavoro, la scuola, indipendentemente da età e posizioni, dobbiamo tornare a muoverci, giocare, scegliere e trovare il modo di ascoltarci.

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