Per l’Italia un Sinodo “diffuso”. Protagoniste diocesi e parrocchie

Giacomo Gambassi

Vari commenti

Non un raduno, ma un percorso decentrato. La Cei risponde all’invito del Papa. Il Giubileo del 2025 come orizzonte. In agenda l’annuncio, ma anche famiglia, cultura, fragilità, cittadinanza

 Sarebbe un equivoco limitarsi a pensare il Sinodo della Chiesa italiana come a un grande evento o a un raduno di delegati che presentano risoluzioni o votano proposizioni. Non lo ipotizza in questi termini la Cei. Perché significherebbe «tradire le parole di papa Francesco» che l’input lo ha dato in modo preciso incontrando l’Ufficio catechistico nazionale lo scorso 30 gennaio. Nell’udienza il Pontefice ha chiesto di «incominciare un processo di Sinodo nazionale, comunità per comunità, diocesi per diocesi». Un percorso “diffuso”, non accentrato e precostituito, che abbia per protagonisti i territori (ossia le 16 regioni ecclesiastiche, le 226 Chiese particolari, le oltre 25mila parrocchie) e le multiformi espressioni ecclesiali presenti nel Paese, con una particolare attenzione al laicato. Di fatto un cammino di comunione e missione, come viene presentato nella proposta della Cei che la presidenza della Conferenza episcopale italiana ha consegnato al Papa il 27 febbraio nell’udienza dove erano presenti il cardinale presidente Gualtiero Bassetti, il segretario generale il vescovo Stefano Russo e i tre vice presidenti Franco Giulio Brambilla, Mario Meini e Antonino Raspanti.

Sarà un movimento sinodale che andrà dalle Alpi alla Sicilia. Perché, stando al diritto canonico, il Sinodo è quello diocesano indetto da un vescovo oppure il Sinodo dei vescovi che convoca il Papa. Nel caso italiano l’atto che dà la spinta iniziale è rappresentato proprio dall’intervento di Francesco di fine gennaio che rimanda al Convegno ecclesiale nazionale di Firenze nel 2015 quando papa Bergoglio aveva invitato ad adottare uno stile sinodale approfondendo l’esortazione apostolica Evangelii gaudium. «È qui che risiede lo scatto in avanti domandato a tutta la Chiesa italiana da papa Francesco. A Firenze c’è stata l’intuizione», ha scritto il cardinale Bassetti in un recente editoriale su Avvenire dedicato al Sinodo che la Chiesa italiana è pronta ad avviare.

Dopo cinque anni, la Chiesa italiana deve tornare al Convengo di Firenze, e deve incominciare un processo di Sinodo nazionale, comunità per comunità, diocesi per diocesi: anche questo processo sarà una catechesi. Nel Convegno di Firenze c’è proprio l’intuizione della strada da fare in questo Sinodo. Adesso, riprenderlo: è il momento. E incominciare a camminare.

Papa Francesco

Il presidente della Cei ha già spiegato che c’è bisogno di uscire dal «torpore». È l’urgenza bergogliana della conversione pastorale sollecitata nell’Evangelii gaudium, magna charta del pontificato che deve essere la bussola per una “riforma” della presenza ecclesiale anche nella Penisola. Ciò significa liberarsi dalle sovrastrutture, sburocratizzare la vita delle parrocchie e delle diocesi, superare la logica del “si è sempre fatto così…”. Un impegno che si intreccerà con la «fraternità solidale» che deve esprimersi nei fatti e con la «formazione ecclesiale»: due dimensioni che il presidente della Cei ha indicato come riferimenti sinodali.

Il Sinodo – argomento fra i punti all’ordine del giorno del Consiglio permanente che si tiene da lunedì 22 a mercoledì 24 marzo – sarà un’esperienza di discernimento comunitario che ha come scopo quello di proporre una «rigenerazione» e ridare slancio a una Chiesa con profonde tradizioni ma anche con criticità che la pandemia ha accentuato in modo significativo, mettendo alla prova le comunità. Ecco perché la crisi sanitaria, con il suo riflesso ecclesiale, sarà una sorta di punto di partenza. Cruciale risulterà la sfida dell’annuncio del Vangelo in un’Italia in continuo cambiamento che fatica a incontrare la gioia di credere. Non è un caso che sia dedicata all’evangelizzazione la prossima Assemblea generale prevista entro l’estate. Una sfida che passa dalla liturgia, dalla famiglia, dai giovani, dalla carità: tutti ambiti che entreranno nel processo sinodale. Lo sguardo verrà rivolto anche alla società: il che significa, ad esempio, toccare i temi della cultura, delle povertà, delle fragilità, della cittadinanza, del lavoro. E idealmente il Sinodo congiungerà quasi un ventennio di vita ecclesiale italiana recependo gli ultimi due Convegni nazionali: quello di Firenze nel 2015 e quello di Verona nel 2006 (con i suoi cinque ambiti: affettività; lavoro e festa; fragilità; tradizione; cittadinanza).
Al centro del cammino sinodale ci sarà l’ascolto, che vuol dire primato delle persone sulle strutture, corresponsabilità, attenzione ai variegati volti della Chiesa italiana. La Cei è ben consapevole che la comunità ecclesiale del Paese ha storie e sensibilità non uniformabili che sono, anzi, una ricchezza e lo specchio della “convivialità delle differenze” che caratterizza la vita di fede nella Penisola.

Rileggendo le parole di papa Francesco all’udienza concessa sabato 30 gennaio ai partecipanti all’incontro promosso dall’Ufficio catechistico nazionale della Cei, ho ripensato all’immagine conciliare della Chiesa «popolo di Dio in cammino». Una Chiesa che si muove insieme, che si fa prossima, che ascolta. Una Chiesa in cui la vera autorità è quella del servizio e che fa proprie, con affettuosa condivisione, le gioie e le speranze, i dolori e le angosce della famiglia umana.

Cardinale Gualtiero Bassetti

Non si tratta di immaginare l’iter sinodale alla stregua di uno schiocco delle dita. «Questo porterà via tempo», aveva spiegato papa Francesco nel suo intervento all’Assemblea generale della Cei nel maggio 2019. Siamo, quindi, al debutto di un percorso di vasto respiro che avrà come orizzonte il Giubileo del 2025, ha già annunciato Bassetti, quando si farà il punto su quanto compiuto. Di fatto l’Anno Santo diventerà come il “sigillo” su un cammino di cinque anni, se si considera il 2021 come quello dei primi passi. Il Sinodo si muoverà su «due direzioni», secondo gli spunti presentati due anni fa da Francesco ai vescovi italiani: «dal basso in alto» e «dall’alto in basso». Sarà elaborata una sorta di Instrumentum laboris. Un documento agile, proposto dai vescovi, che giungerà in tutte le diocesi e le parrocchie, autentici attori dell’itinerario, chiamate ad analizzare il presente e a offrire proposte concrete per il domani. È la scelta di «andare alla base», secondo l’espressione di papa Bergoglio sempre nel 2019. Ampio spazio verrà dedicato al confronto con l’associazionismo, le famiglie religiose, le realtà dell’universo cattolico. Biennio di massimo impegno è previsto quello che andrà dal 2023 al 2024. E la conclusione sarà una verifica che unirà il Paese. Allora davvero il Sinodo nazionale mostrerà, come ha scritto il cardinale Bassetti su Avvenire, «l’immagine conciliare della Chiesa “popolo di Dio in cammino”. Una Chiesa che si muove insieme e fa proprie, con affettuosa condivisione, le gioie e le speranze, i dolori e le angosce» dell’Italia