Cristiani, tornate a rischiare tutto: Intervista con Timothy Radcliffe fatta da Vittoria Prisciandaro

espicativo del titoloA tu per tu con uno degli intellettuali cristiani più vivaci, che nel suo ultimo libro affronta di petto i motivi del disincanto del mondo nei confronti del cristianesimo.

Riaccendere la fiamma della speranza e a ravvivare la fede un po’ spenta e addomesticata: è l’invito che viene dall’ultimo saggio di Timothy Radcliffe dal titolo Accendere l’immaginazione (Emi, pagine 496, euro 31). Domenicano inglese, 75 anni, teologo e biblista, maestro dell’Ordine dei Frati predicatori dal 1992 al 2001, Radcliffe, come dimostra in questa intervista, ha una curiosità intellettuale senza paura. Ed è appassionato di romanzi e serie tv, da Philip Roth a Cormac McCarthy sino a Friends e Killing Eve.

«A David Sanders, compagno di noviziato, confratello e vecchio amico – morto di Covid nel marzo 2020»: è la dedica del suo ultimo libro. Che cosa è stato per lei il tempo della pandemia?
«Io e David siamo entrati nei Domenicani lo stesso giorno e siamo andati in vacanza insieme per cinquant’anni. Quindi la pandemia ha significato per me, come per tanti, un momento di perdita. È bene che io condivida questo dolore diffuso. Per molti di noi, la pandemia è stata frustrante, estremamente dolorosa: avremmo voluto essere vicini alle persone nella loro malattia e soprattutto nel momento della loro morte, ma è stato nostro dovere mantenere la distanza, per non diffondere il virus. Il lato positivo di questo periodo è che abbiamo scoperto “zoom” e il livestreaming e così abbiamo raggiunto molte persone con cui prima non avevamo contatti. Le persone che partecipano alla Messa con noi a Oxford su YouTube sono dieci volte più numerose di quante ne venivano prima! Quindi la mia esperienza della pandemia è la perdita di vecchi amici e la creazione di nuovi».

«Il cristianesimo in Occidente», lei scrive nel suo ultimo libro, «potrà rifiorire solo se riusciremo a coinvolgere l’immaginazione dei nostri contemporanei»: perché?
«Per molti, soprattutto per i giovani, il cristianesimo è percepito non tanto come sbagliato, quanto semplicemente noioso! Dobbiamo mostrare che Dio ci invita a intraprendere l’avventura infinita dell’amore. Uno dei miei fratelli amava dire: “Se si ama, si può essere feriti o addirittura uccisi. Se non si ama, si è già morti!”. La nostra società tende a essere ossessionata dalla sicurezza. Scoraggia il rischio. Ma Gesù non ha chiamato i suoi discepoli a essere sicuri, ma a darsi completamente. Se la gente vede l’avventura della fede, può rifiutarla, ma non la vedrà come una noia!».

Si ripete da sempre che la fede si trasmette in famiglia. Ma per milioni di giovani il linguaggio della fede non ha significato. Quale può essere la comunicazione che gli adulti possono fare?
«I giovani si aspettano che le persone siano autentiche e dicano ciò in cui credono veramente. Quindi, se siamo onesti sulle nostre credenze e i nostri dubbi, le nostre certezze e le nostre domande, possiamo connetterci. Al cuore della nostra fede ci sono due cose di cui tutti i giovani hanno bisogno: la speranza e l’amore. Ho parlato prima dell’amore, ma i giovani hanno urgente bisogno di speranza. Il futuro è molto incerto e la catastrofe ecologica minaccia le nuove generazioni! Abbiamo una parola di speranza per loro? Teilhard de Chardin diceva: “Il futuro appartiene a coloro che danno alla prossima generazione una ragione per sperare”. E noi? Personalmente sono stato incoraggiato nella mia speranza dalle esperienze in Medio Oriente. I cristiani in Siria, Iraq e Algeria mi hanno insegnato molto sulla speranza!».

Lei viaggia molto, conosce culture e Chiese locali molto diverse. Qual è la situazione della Chiesa nel mondo oggi?
«L’Ordine domenicano è presente in più di cento Paesi. Ognuno di questi Paesi ha qualcosa di speciale da insegnare a tutta la Chiesa. Perdonatemi se semplifico eccessivamente: spesso in Africa ho visto una capacità di gioia, di sopportazione e di preghiera di cui tutti abbiamo bisogno! Sono stato stupito dalla resilienza delle persone in tanti Paesi dell’Africa. In America latina, ho compreso con più profondità il tema della giustizia e dell’opzione per i poveri. In Asia, la Chiesa è una minoranza quasi ovunque, tranne che nelle Filippine, e fiorisce solo quando impara a dialogare e a essere attenta alle altre religioni e a coloro che non credono. Tutti questi doni devono essere condivisi. Così, quando vado in un nuovo Paese, la prima domanda è: cosa posso imparare qui?».

Due mali del nostro tempo, lei scrive: “Secolarismo e fondamentalismo vengono dallo stesso grembo”: perché? E quali armi per combatterli?
«Adolfo Nicholas, ex superiore generale dei Gesuiti, ha parlato di “globalizzazione della superficialità”. Gli sms e i messaggi di Twitter tendono a semplificare troppo tutto. Il che porta a divisioni troppo semplici tra “loro” e “noi”. Queste sono le radici di tanto fondamentalismo e polarizzazione, sia nazionalistica che religiosa. Mancano le sfumature, e manca la poesia. Come può essere possibile qualsiasi fede o saggezza senza la poesia? Senza musica, come possiamo parlare della nostra speranza per ciò che è al di là delle parole?».

Lei afferma che qualsiasi artista e persona creativa può esserci d’aiuto e compagno di strada nella ricerca spirituale. Quali sono le caratteristiche di questo cammino e chi sono i compagni di strada?
«Abbiamo bisogno di compagni di ricerca! Persone che non hanno la pretesa di capire tutto ma che sono esploratori che possono insegnarci e imparare da noi. Abbiamo bisogno, come alleati, di persone che cerchino di capire il complesso mestiere di essere umani, di innamorarsi, di rendersi ridicoli, o di fallire e ricominciare. Ho amato una serie televisiva intitolata Normal People. Non parlava di religione e c’era molto sesso, ma era fedele all’esperienza dei giovani che cercano di trovare la loro strada».

Tra gli stereotipi che accompagnano l’immagine della vita di un cristiano c’è quello dell’obbedienza a regole, lacci e dogmi, schiaccianti e incomprensibili. Qual è invece a suo parere il tema dell’obbedienza nella relazione con Dio?
«La parola “obbedienza” viene dal latino ob-audiens, “ascoltare profondamente”. La nostra obbedienza a Dio e all’altro non è mai una sottomissione cieca. È l’attenzione intelligente, attraverso la quale cerchiamo di capire il nostro Dio che ci chiama a camminare verso di sé. Le regole dell’etica cristiana sono lì per educarci alla libertà e all’amicizia e non per limitarci. Gesù ci ha chiamato suoi amici. L’amicizia è esigente e difficile, ma è il dono più grande, una partecipazione alla vita della Trinità. La nostra società è afflitta da un terribile pregiudizio contro il dogma. Il dogma è visto come limitante il pensiero, come l’insegnamento morale della Chiesa è visto come limitante il comportamento. Ma questo non è vero! I grandi dogmi della Chiesa, specialmente quelli del Credo, ci spingono nel cammino senza fine della fede, ci spingono oltre le risposte troppo superficiali. Dire che Gesù è divino e umano non è una semplice risposta a una domanda. Invita a un’avventura senza fine in cui dobbiamo usare tutta la nostra intelligenza e immaginazione!».

Il prossimo Sinodo dei vescovi sarà sulla sinodalità. Lei quali elementi vedrebbe centrali nel dibattito per ripensare la forma stessa della Chiesa? Il dibattito sul celibato e sul diaconato femminile che si sta facendo al Sinodo tedesco interessano solo quella Chiesa?
«La grande domanda è questa: come possono i battezzati far sentire la loro voce nei dibattiti sulla futura vita e missione della Chiesa? Molte persone, specialmente le donne, sentono di non essere ascoltate e che le loro opinioni non contano. Questo è così non solo in Germania ma in tutto il mondo. Quindi, in ogni Paese e cultura, abbiamo bisogno di discutere queste domande. Questo è il motivo per cui papa Francesco vuole che ci siano Sinodi locali. Ma ci sono questioni che toccano tutta la Chiesa, come l’ordinazione delle donne al diaconato o il matrimonio dei preti. Siamo tutti un unico Corpo in Cristo e quindi nessun Sinodo locale può decidere da solo queste questioni, più di quanto possa decidere da solo il canone della Bibbia o la divinità di Cristo. Ecco perché papa Francesco vuole che questi Sinodi locali sfocino in un Sinodo di tutta la Chiesa! Il segreto del processo sinodale è sapere quale autorità appartiene a ciascuno. San John Henry Newman, convertito al cattolicesimo nel XIX secolo, credeva che ci sono diversi tipi di autorità nella Chiesa: la tradizione, la ragione e l’esperienza hanno tutte autorità. In un dibattito saggio diamo a ogni persona l’autorità che ha, invece di prendere solo un voto. Per esempio, quando si tratta di questioni scientifiche, io non ho autorità!».

Uno dei temi che ritorna spesso, anche nel dibattito in Italia, è che occorre ripensare con coraggio la forma della parrocchia. Lei cosa ne pensa?
«La missione della Chiesa è come il respiro dei polmoni. Noi respiriamo raccogliendo le persone in comunità. Le parrocchie sono ancora importanti comunità locali in cui le persone possono scoprire una casa locale. Ma respiriamo anche fuori, e la Chiesa ci manda in missione a persone che vivono lontano. Le parole finali dell’Eucaristia sono “Andate!”. Siamo mandati! Siamo mandati oltre il locale, e possiamo usare tutte le risorse di internet per fare comunione con persone che non incontreremo mai faccia a faccia. Quindi respiriamo dentro, e raccogliamo persone in comunità locali, e respiriamo fuori, e ci estendiamo fino ai confini della terra».

La profezia della vita religiosa: che cosa si chiede oggi ai religiosi in generale?
«Dovremmo essere un po’ pazzi. I nostri antenati erano pazzi e sono andati a predicare il Vangelo in Asia e nelle Americhe, spesso morendo prima di arrivare. Nel nostro mondo cauto, non dovremmo avere paura di correre dei rischi, anche per la nostra vita. I voti di povertà, castità e obbedienza dovrebbero renderci liberi dalla paura».

Sugli abusi sessuali, il cardinale tedesco Reinhard Marx ha scritto al Papa: «Mi dimetto, la Chiesa è arrivata a un punto morto». L’arcivescovo di Monaco riconosce come sue responsabilità gli errori compiuti nel “plasmare” la Chiesa cattolica: «Anche io ho fallito», scrive. Che cosa rappresenta questo gesto?
«Ho un’enorme ammirazione per il cardinale Marx. Ha lavorato fortemente per fermare gli abusi sessuali sui giovani. Non capisco perché si sia dimesso e spero che il Papa non accetti le sue dimissioni. Forse spera che la sua offerta di dimissioni svegli la Chiesa su ciò che deve essere ancora fatto? Non so fino a che punto la Chiesa abbia risposto alla crisi degli abusi, ma sospetto che non abbiamo ancora condiviso pienamente la sofferenza delle vittime. Dobbiamo sentire il loro dolore come nostro. Dovrebbero essere al centro della nostra Chiesa. E invece c’è ancora la tentazione di proteggere la reputazione della Chiesa come priorità. Questo vale per tutte le istituzioni, i governi, le scuole, le squadre di calcio, gli scout. Se cerchiamo di proteggere la nostra reputazione a spese delle vittime, la perderemo».

Nel suo libro lei cita molti scrittori, registi, libri e serie televisive, artisti di vario genere. Se dovesse nominare le opere d’arte e gli artisti che l’hanno segnata, quali indicherebbe?
«Quando ero bambino, a otto anni, ho incontrato per la prima volta i romanzi di Charles Dickens, e mi hanno aperto una porta. Per la prima volta ho potuto immaginare un altro mondo, vedere e amare persone che facevano cose cattive e capire che avrei potuto farle anch’io. Nel mondo della pittura, Rembrandt mi ha inflenzato tanto. Ha visto la bellezza delle persone anziane, un’abilità che ammiro sempre di più! Ci aiuta a vedere che tutti i volti hanno la loro bellezza. Un pittore contemporaneo che amo è il domenicano coreano Kim En Joong che fa dei meravigliosi quadri astratti, pieni di colore, anche se mia madre pensava che assomigliassero ai miei vestiti dopo una colazione disordinata!».

Che cosa immagina per il domani?
«Un mondo in cui si riscopre il piacere di discutere con le persone con cui non siamo d’accordo! Sogno dibattiti intelligenti in cui si discute per imparare l’uno dall’altro e non solo per vincere!».

(Jesus, 23 luglio 23, 2021)