Il bene e la notte : Che cosa ho imparato?”

Sussidio di riflessione sulla testimonianza
di Dietrich Bonhoeffer
a cura di Massimo Maffioletti



  1. “Che cosa ho imparato?”

«Che cosa ho imparato?» si chiede lo scrittore e maestro romano AFFINATI dopo aver annusato e seguito le tracce del pastore luterano, tra Berlino, Londra, Barcellona, New York, Roma. «Spendersi, contar niente, sporcarsi le mani, lasciarsi trafiggere dal punto di vista altrui, essere pronto a perdere tutto e ricominciare da capo. Dietrich Bonhoeffer mi ha insegnato la qualità dell’impegno quotidiano, l’importanza del lavoro che abbiamo scelto, l’umiltà del confronto e la difesa della dialettica, pensare se stessi in un contesto del quale assumersi la responsabilità. […] Si chiama così il cristianesimo che ci invita a stare nel mondo con tutt’e due le gambe?» alludendo a una delle tante lettere che invierà alla giovanissima fidanzata Maria VON WEDEMEYER: «Temo che i cristiani che osano stare sulla terra con un piede solo, staranno con un piede solo anche in cielo» [10].
Che cosa ho imparato io da quest’uomo? La risposta riguarda proprio il suo stare con fede nel tempo della prova, dell’ostilità, della morte e della violenza.
La testimonianza di Bonhoeffer è scritta a fuoco nella singolare maniera di stare di fronte e dentro il Male del suo secolo e nell’accoglienza del proprio destino, vissuto liberamente e mai subìto.
Star dentro, però, a testa alta (perché ci s’inginocchia soltanto davanti all’Altissimo). La sua alta testimonianza la riceviamo da come egli ha attraversato il tunnel della notte della disperazione umana – sperando contro ogni speranza – e da come ha continuato a benedire la vita nonostante il Male inquinasse il pozzo della fraternità umana.
Il Male visitò la sua esistenza fin da quando il fratello Walter morì sul fronte della Grande Guerra. Come molti della sua generazione è stato vagliato e pesato dai conflitti bellici e dai totalitarismi.
Non ci attardiamo a definire cosa sia il Male. Il quale per altro ha molteplici sfaccettature: metafisico, ontologico, morale, religioso… È un enigma poliedrico. Ha sempre posto enormi interrogativi, coinvolgendo direttamente Dio (la questione del male è la questione di Dio stesso: qual è la responsabilità di Dio nel mysterium iniquitatis?).
Ma per Bonhoeffer mentre all’inizio il Male era un capitolo fondamentale della sua ricerca teologica – il Male come una forza oscura che attraversa la Creazione (ecco perché coinvolge Dio: già i padri della Chiesa, Agostino in particolare, s’interrogavano Se Dio esiste, da dove viene il male?), intacca l’essere umano fin dal principio, successivamente sarà sempre di più il volto concreto dell’orrore che la Germania e il mondo avrebbero di lì a poco attraversato. Il Male si configurò presto con l’avvento del nazionalsocialismo, la materializzazione del “caos” [11] come barbarie etico-culturale che andava distruggendo l’anima di un popolo intero, quello tedesco, e ammorbava l’Europa, la pianificazione dei campi di concentramento, la volontà di eliminazione di un popolo – quello ebraico – di cui lo stesso Bonhoeffer prese pubblicamente le difese. Il Male era la follia diabolica di un uomo in preda a un delirio di onnipotenza e aveva un nome: Hitler. Il Male non è mai un’idea, un’astrazione, ma è sempre qualcosa si assolutamente concreto e reale. Andava fermato. Da qui il suo ingaggio in prima linea al sistema di controspionaggio tedesco Abwher e poi alla progettazione dell’attentato fallito a Hitler il 20 luglio 1944 [12]. La riflessione che lucidamente Bonhoeffer ha compiuto proprio tra le mura del carcere di Tegel lo convinse a definire il Male come stupidità. L’esperienza della detenzione, con le accuse-farsa di alto tradimento e di demoralizzazione del popolo, fu il crogiolo che ha purificato e amplificato la riflessione sul Male rendendolo uno dei grandi fili rossi della sua produzione letteraria. Per il Natale del 1942 scrisse per alcuni amici una sorta di bilancio dal titolo Dieci anni dopo (il testo fa parte della raccolta epistolare e poetica Resistenza e resa), dove con impressionante lucidità egli chiama le cose per nome. In realtà il testo è un programma per il futuro, una sorta di “regola di vita” per gli «uomini schietti, semplici, retti» [13], cioè quella generazione di uomini di cui c’è bisogno per la «resistenza interiore» e per non essere più «testimoni silenziosi di azioni malvagie». Dietrich avverte subito che il «il male si presenta nella figura della luce» e proprio questa è la conferma dell’«abissale malvagità del male». Inoltre, «la stupidità è un nemico del bene assai più pericoloso della malvagità. Contro il male si può protestare, si può smascherarlo, se necessario ci si può opporre con la forza; il male porta sempre con sé il germe dell’autodissoluzione, e lascia sempre un senso di malessere nell’uomo. Ma contro la stupidità siamo disarmati». Quello che stava accadendo al popolo tedesco era proprio questo: essere preda della stupidità di cui si serve il Male. La stupidità come la Grande Complice dell’annientamento nazista. Contrariamente a quello che sosteneva la filosofa tedesca coetanea di Bonhoeffer, Hannah ARENDT (1906 – 1975), il Male non è banale, ma stupido e soprattutto si serve degli stupidi, cioè di donne e uomini che non avendo mai coltivato il gusto per il pensiero e lo spirito sono facile preda e merce di scambio per le propagande ideologiche dei dittatori [14].
Bonhoeffer varcò le porte della cella di Tegel il 5 aprile 1943. Entrò con la sofferenza non soltanto di doversi separare dai suoi cari, ma – come se non bastasse – soprattutto con la consapevolezza di una Chiesa che aveva aperto le porte al nazismo rendendosi lei stessa complice primaria invece di porsi come guida della coscienza popolare [15].

In una recente raccolta di estratti bonhoefferiani dal titolo eloquente La fragilità del male [16] emergono le mille facce del Male su cui il teologo luterano aveva riflettuto nel ventennio precedente in cui tra le altre cose fu anche pastore di comunità, formatore di futuri pastori nel seminario della Chiesa confessante sul Baltico, conferenziere apprezzatissimo. Di volta in volta, il Male prendeva la forma della paura, del dolore, della sofferenza, della morte, della solitudine, della tentazione, dell’accidia o della noia, del male di vivere e del malessere, della sfiducia e della disperazione… La sua riflessione comprendeva anche il male oggettivo del mondo, la guerra, il peccato, la “piaga” già ricordata della Chiesa che aveva svenduto se stessa (e il suo gregge) alla ragione di stato e al regime… La riflessione di Bonhoeffer toccherà le profondità del rapporto tra il Male e la morte di Gesù di Nazareth. Capire come Gesù abbia lottato contro il Male e l’abbia sconfitto significa, per esempio, affrontare la realtà della croce; comprendere come Gesù abbia mantenuto la fiducia nel tempo della sofferenza interiore e della tentazione è per il nostro amico di vitale importanza: visse il carcere cercando di assumere proprio gli stessi sentimenti di Gesù [17], cercando cioè di vivere la Grande Prova in maniera evangelica.
Come si supera, si vince il Male? Questa è la vera domanda alla quale Bonhoeffer risponde con la vita: «L’origine dell’azione non è il pensiero ma la disponibilità alla responsabilità» [18]; e ancora: «È solo [la propria personale responsabilità] che può colpire in profondità e vincere il male» [19]. Traduciamo: il Male lo si supera con un atto di responsabilità che trasforma la propria libertà in un’esistenza per gli altri, in pro-esistenza, e in obbedienza alla chiamata di Dio: «Per Bonhoeffer, il male si “sfarina”, s’indebolisce, rivelando la sua fragilità, solo quando con un atto preciso di volontà, personale e collettivo, ci si oppone al caos, all’incoerenza, alla schiavitù dell’io, alla paura.
L’avanzata del bene e l’arretrare del male si rendono possibili con un’assunzione di responsabilità davanti agli uomini. E, per chi crede, anche davanti a Dio» [20].

Che cosa ho imparato? Comincio a dire così: che il male è nella storia, la segna tragicamente (come stiamo assistendo in questo inizio secolo dove la grammatica della Paura e del Terrore la fanno da padrone sulle nostre coscienze: richiederebbe un surplus di vigilanza e discernimento non invece la reazione a catena di emozioni di basso ventre, anche all’interno delle nostre comunità cristiane); che la storia così come questo mondo vanno amati fino in fondo e che non è umano né cristiano scansarli dal proprio orizzonte (non è l’atteggiamento di Cristo). Ho imparato che è impossibile vivere senza pensare che dovremo affrontare anche noi le nostre prove e che la felicità deve prevedere anche il lato della prova, cioè la sofferenza e il male. Ho imparato che il male può essere violento e tragico ma che l’amore è più forte dell’odio [21].

♠ La parola “Male” è pesante da ascoltare. Quando la senti, a cosa pensi davvero? Non parliamo soltanto del male cosmico o del male naturale. Ovvio, c’è anche questo. Ma noi parliamo di quel male che serpeggia tra gli uomini, che inquina le relazioni, guasta i legami anche tra le mura di casa… E, poi, sì, guardiamo lontano: il male nel mondo… È già comparsa questa parola nel vocabolario della tua esistenza? Sei giovanissimo, d’accordo, ma la domanda a bruciapelo te la pongo comunque: hai mai fatto l’esperienza della malvagità o della cattiveria, cioè di qualcuno che vuole il male di qualcun altro? E come è stata superata?

♠ Se osservi con attenzione l’attualità nuda e cruda, quali sono le forme di male che riesci a individuare e chiamare per nome? Il dolore, la sofferenza, la morte? Oppure l’invidia, la maldicenza? O ancora?

NOTE

10 Lettera a Maria VON WEDEMEYER, Tegel, 12 agosto 1943.
11 vedi Pensieri per il giorno del battesimo di Dietrich Wilhelm Rüdiger Bethge in Resistenza e resa, p. 390. Il neonato era nipote di Bonhoeffer.
12 Probabilmente ne avremo sentito parlare per aver visto il film con Tom CRUISE che mette in scena proprio le vicende dell’attentato fallito: Operazione Valchiria del 2008.
13 Un bilancio sul limitare del 1943, come lo definì lo stesso Bonhoeffer, era indirizzato agli amici Hans VON DOHNÁNYI, Hans OSTER ed Eberhard BETHGE. In Resistenza e resa, pp. 61-78.
14 «La Bibbia […] dice che la liberazione interiore dell’uomo alla vita responsabile davanti a Dio è l’unica reale vittoria sulla stupidità» (Dieci anni dopo in Resistenza e resa, p. 68). Dopo la guerra furono molti i pensatori e i letterati che elaborarono l’idea che la nascita di un totalitarismo (e quello nazista fu bollato come “Male assoluto” – impunibile e imperdonabile) non avviene senza l’incosciente (?), sottaciuta complicità della coscienza collettiva di un popolo (vedi il romanzo di Jonathan LITTEL, Le benevole, Einaudi 2006). Lo stesso può essere affermato anche per la morte di Gesù? (vedi il saggio sul processo a Gesù di Gustavo ZAGREBELSKY, «Crucifige!» e la democrazia, Einaudi 2007).
15 Per questa ragione Bonhoeffer, insieme con molti altri pastori, intellettuali, docenti universitari, diede vita alla cosiddetta “Chiesa confessante”. Quest’ultima aveva preso netta distanza dalla Chiesa ufficiale tedesca, affidatasi direttamente alla protezione di Hitler.
16 Anna Maria FOLI [a cura di], La fragilità del male (ed. Piemme 2015).
17 «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: “Gesù Cristo è Signore!”, a gloria di Dio Padre» (Fil 2,5-11).
18 Dai Pensieri per il battesimo del nipote in Resistenza e resa, p. 390.
19 Dieci anni dopo in Resistenza e resa, p. 63.
20 Anna Maria FOLI [a cura di], La fragilità del male (ed. Piemme 2015, p. 10)
21 Invito a guardare il film Uomini di Dio di Xavier BEAUVOIS del 2010 sui monaci di Tibhirine e soprattutto a rileggere il testamento di frère Christian DE CHERGÉ… Viene spontaneo anche il riferimento letterario al romanzo di Cormac MCCARTHY, La strada (2007). Un padre e un figlio spingono un carrello della spesa dove dentro c’è tutto quello che è loro rimasto. Dialogano mentre tutto attorno è devastazione e morte. Il mondo è in preda alla legge del taglione e a quella della giungla. Il breve dialogo è efficace e fa comprendere quanta speranza si può trarre dal cuore di un uomo che ha il coraggio di vivere perché ha una speranza che lo sostiene. In questo caso è la cura della vita del figlio. «Ce la caveremo, vero, papà? Sì. Ce la caveremo. E non ci succederà niente di male. Esatto. Perché noi portiamo il fuoco. Sì. Perché noi portiamo il fuoco».