Il bene e la notte: “Guardare in faccia alle avversità e superarle”

Sussidio di riflessione sulla testimonianza
di Dietrich Bonhoeffer a cura di Massimo Maffioletti



  1. “Guardare in faccia alle avversità e superarle”

Sfogliando ancora le intense pagine di Resistenza e resa – il testo che sta guidando le nostre riflessioni – ci ritroviamo a interrogarci: come ha provato Bonhoeffer a respingere il Male (dentro di sé e fuori di sé) e, dunque, come davvero ha vissuto l’esperienza – essa stessa paradossalmente promettente – della prigionia come tempo della Grande Prova del suo essere cristiano e della sua fede? Non si comprende l’atteggiamento del teologo davanti al Male se non collocandosi dentro la “rivoluzione copernicana” dell’idea di cristianesimo e di vangelo che dall’interno di un carcere, ormai consapevole del suo destino di morte, egli propone alla Chiesa e al mondo. Si tratta, infatti, dell’idea di un Dio “nascosto” (deus absconditus) che non sembra intervenire nelle vicende umane e lascia all’uomo il compito della responsabilità del mondo (rettitudine e autenticità), perché questa è la fede di un uomo adulto che non invoca l’intervento di alcun “dio tappabuchi” né fa di Dio una sorta di “deus ex machina” pronta all’uso quando non ci sono risposte umane.
Questo è il paradosso: Dio non risponde al Male, né alla sofferenza, né alla morte Anzi sembra abbandonarci. In maniera radicale: Dio non è la “soluzione” al Male. Dio fa molto di più: nell’umanità di Gesù vive l’esperienza del Male. Assume il mondo, la creazione, la storia, con dedizione e passione, con responsabilità e amore e, dunque, anche l’enigma irrisolvibile del Male. In questa maniera redime e salva.

(Drammatica la domanda: a cosa ci serve un Dio così sostanzialmente inutile? Questa, però, è ancora la domanda di un uomo religioso che cerca di assicurarsi Dio come “risolutore” e non invece del credente).

La chiave di volta per capire la direzione scelta da Bonhoeffer come risposta all’interrogativo principe è sempre – per tutto – la vicenda umana di Gesù di Nazareth. Nell’esperienza della croce (là dove Dio appare come “nascosto”, perché appunto la croce sembra essere la negazione di Dio e il trionfo delle forze contrarie e della morte), l’uomo di Nazareth affronta il Male come il grande enigma del mondo e della creazione (il Male getta un’ombra di sospetto sulla bontà stessa dell’opera di Dio e sul senso complessivo della vita), rimanendo umano – cioè figlio e fratello – davanti al silenzio di Dio. Con l’impressionante convinzione – fede o fiducia adulta – che «il bene arriva sempre attraverso la notte» (perché così è la resurrezione di Cristo dalla morte: nuova nascita non dopo la morte ma dentro la morte). Avverte Bonhoeffer che «Dio non realizza tutti i nostri desideri, ma tutte le sue promesse» [51]. E il paradosso è che il credente invece di attendere che Dio mostri la sua onnipotenza liberandolo dalla morte e dal Male, dispone la propria libertà all’unica scelta possibile in favore dell’uomo e in favore di Dio: il cristiano è l’uomo che sta vicino a Dio proprio nella Sua sofferenza. In questo Dio è davvero liberante.
Ancora una volta è la singolare biografia di Dietrich a marcare la differenza: «Per superare psicologicamente le avversità c’è una strada più facile, quella di “evitare di pensare alle avversità” – e questa più o meno l’ho imparata – ed una più difficile: guardarle in faccia consapevolmente e superarle; il che io ancora non so fare. Ma bisogna imparare anche questa; perché la prima, credo, è un piccolo autoinganno, anche se assolutamente lecito» [52]. Il Male, dunque, lo si deve guardare in faccia e non si può fuggire via. È per questa ragione che Bonhoeffer, preso da una profonda crisi esistenziale, deciderà nel giugno 1939 di rientrare subito dall’America mentre tutti lo invitavano a rimanere per mettersi in salvo dal regime. Rinunciò a questa concreta assicurazione accademica (cattedra universitaria negli Usa), per rimanere vicino al suo popolo, per condividere il destino del suo popolo e, dunque, anche il destino dei tedeschi ebrei. Agire come disposizione alla responsabilità degli altri significa preoccuparsi non di sé ma degli altri: «[Partecipare] con larghezza di cuore e altruismo alle sorti generali e alla sofferenza dei nostri compagni d’umanità» [53]54; «spesso provo un’autentica rabbia a vedere come parecchia gente qui si comporta in modo pietoso, senza pensare a come stanno gli altri» [54].
Nel bilancio programmatico del Natale 1942 è già scritto tutto. È scritto come si fronteggia il Male. È scritto, per esempio, che solo l’azione responsabile del singolo (che si fa anche «politica», per dire della concretezza del pensiero di Bonhoeffer che non è spiritualismo devozionistico ma incarnazione), «in forza della propria personale responsabilità», è la sola che «può colpire in profondità e vincere il male». Occorre il coraggio del «rischio» della responsabilità. È scritto della necessità di uomini che rimangano saldi. E, dunque, chi è che rimane saldo nell’ora della prova, quando i venti soffiano contro, quando si è nel mezzo di cambiamenti epocali e bisogna essere vigilanti? «Solo colui che non ha come criterio ultimo la propria ragione, il proprio principio, la propria coscienza, la propria libertà, la propria virtù, ma che è pronto a sacrificare tutto questo quando sia chiamato all’azione ubbidiente e responsabile, nella fede e nel vincolo esclusivo a Dio: l’uomo responsabile, la cui vita non vuole essere altro che una risposta alla domanda e alla chiamata di Dio. Dove sono questi uomini responsabili?» E per chi è davvero responsabile «la domanda ultima non è: come me la cavo eroicamente in quest’affare, ma: quale potrà essere la vita della generazione che viene». Pensare alle generazioni future e non a sé, ebbene questo scoraggia molto i malvagi che vorrebbero vederci ripiegati su noi stessi, occupati soltanto di mettere al sicuro la propria pelle: «Pensare e agire pensando alla prossima generazione, ed essere contemporaneamente pronti ad andarcene un giorno, senza paura e senza preoccupazione: questo è l’atteggiamento che praticamente ci è imposto e che non è facile, ma tuttavia è necessario mantenere coraggiosamente». La vittoria del Male è il ripiegamento autistico sulle nostre paure. Quando non hai più il coraggio di alzare lo sguardo sugli altri il Male ha vinto.
E tu sei perduto. Per questo Bonhoeffer invoca il coraggio degli «uomini responsabili» [55].
Dietrich, responsabile di fronte all’Orrore. Dietrich, fedele alla storia che stava attraversando il suo popolo. Dietrich, fiducioso nella vita, perché comunque è sempre promessa. Dietrich, pienamente disponibile a fare della propria esistenza un essere-per-altri così come è nello “stile” di Gesù di Nazareth: «Più tardi ho appreso, e continuo ad apprenderlo anche ora, che si impara a credere solo nel pieno essere-aldiquà della vita. Quando si è completamente rinunciato a fare qualcosa di noi stessi – un santo, un peccatore pentito o un uomo di Chiesa (una cosiddetta figura sacerdotale), un giusto o un ingiusto, un malato o un santo –, e questo io chiamo essere-aldiquà, cioè vivere nella pienezza degli impegni, dei problemi, dei successi e degli insuccessi, delle esperienze, delle perplessità – allora ci si getta completamente nelle braccia di Dio, allora non si prendono più sul serio le proprie sofferenze, ma le sofferenze di Dio nel mondo allora si veglia con Cristo nel Getsemani, e, io credo, questa è fede, questa è metanoia, e così si diventa uomini, si diventa cristiani» [56]. Nel Progetto per uno studio (Tegel luglio-agosto 1944) scrive: «[…] rovesciamento completo dell’essere uomo per il fatto che Gesù “esiste per altri”, esclusivamente. L’“esserci-per-altri” di Gesù è l’esperienza della trascendenza! Solo la libertà da se stessi, solo dall’“esserci-per-altri” fino alla morte nasce l’onnipotenza, l’onniscienza, l’onnipresenza.
Fede è partecipazione a questo essere di Gesù […] l’“uomo per altri” […] il crocifisso» [57].

♠ Bonhoeffer parla spesso di “azione responsabile”. Cosa significa essere responsabili nel tempo che stai vivendo? Responsabili di che cosa? Davanti a chi? Qualcuno ragiona così: devo forse rendere conto a qualcuno di quello che faccio e che non sia mio padre e mia madre? E perché mai dovrei rendere conto di ciò che sono? Non devo forse bastare solo a me stesso e non devo occuparmi che di me e di qualche buon amico vicino?

♠ Ricordi 
Mi fido di te di Jovanotti? «Ehi, mi fido di te, cosa sei disposto a perdere?» Vedi come a volte anche i testi musicali sono importanti e aiutano la nostra riflessione?


♠ Un’altra formidabile espressione del nostro compagno di viaggio è Gesù come 
essere-per-altri e, dunque, non per-se-stesso. Che cosa significa per la tua vita quotidiana – fatta di scuola o lavoro, tempo libero, amicizie e uscite – essere-per-altri? Per esempio, essere animatore al Cre o in oratorio oppure prendersi cura di un compagno di classe o ancora spendersi per una qualche buona causa?


♠ A proposito: 
essere-per-altri, condividere le sofferenze degli altri, rimanere fedeli a se stessi, questa è stata la risposta di Bonhoeffer al Male. Nessuna crociata, nessun risentimento, nessun sentimento di vendetta, ma soltanto la forza di opporre al Male l’unica cosa che aveva e che ha deciso di non tenere per sé: la propria vita. Non è forse un’esistenza così a essere un vangelo?

NOTE

50 Lettera a Eberhard BETHGE, Tegel 5 maggio 1944. Nel bilancio Dieci anni dopo del 1942 emerge un passaggio efficace, colmo di realismo e tenerezza «Dobbiamo imparare a valutare gli uomini più per quello che soffrono che per quello che fanno o non fanno.
L’unico rapporto fruttuoso con gli uomini – e specialmente con i deboli – è l’amore, cioè la volontà di mantenere la comunione con loro. Dio non ha disprezzato gli uomini, ma si sé fatto uomo per amor loro» (in Resistenza e resa, p. 69).
51 Lettera a Eberhard BETHGE, Tegel 14 agosto 1944.
52 Lettera a Eberhard BETHGE, Tegel 5 dicembre 1943.
53 Dai Pensieri per il battesimo del nipote, Tegel maggio 1944.
54 Lettera a Eberhard BETHGE, Tegel 25 luglio 1944.
55 Dopo dieci anni, in Resistenza e resa, p. 64.
56 Lettera a Eberhard BETHGE, Tegel 21 luglio 1944.
57 In Resistenza e resa, pp. 399 ss.