“Nessun potere terreno ci può toccare”

Sussidio di riflessione sulla testimonianza  di Dietrich Bonhoeffer a cura di Massimo Maffioletti

L’esperienza del male e della sofferenza diventa in Bonhoeffer una sorta di “luogo teologico”, dove Dio ci fa sapere che nessuno può strapparci dalle sue mani: «[…] non solo l’azione, ma anche la sofferenza è una via verso la libertà. La liberazione nella sofferenza consiste in questo, che all’uomo è possibile rinunciare totalmente a tenere la propria causa nelle proprie mani, e riporla in quelle di Dio.
In questo senso la morte è il coronamento della libertà umana» [61].
«Tutto ciò che possiamo a buon diritto attenderci e chiedere a Dio, possiamo trovarlo in Cristo. Il Dio di Gesù Cristo non ha nulla che vedere con ciò che dovrebbe e potrebbe fare un Dio come noi ce lo immaginiamo. Dobbiamo immergerci sempre di nuovo, a lungo, e con molta calma nel vivere, parlare, agire, soffrire e morire di Gesù per riconoscere ciò che Dio promette e ciò che egli adempie. È certo che noi possiamo vivere sempre più vicini a Dio e in sua presenza, e che questa vita per noi è vita totalmente nuova; che per noi non esiste più nulla di impossibile, perché nulla è impossibile a Dio, perché nulla di impossibile esiste per Dio; che nessun potere terreno ci può toccare senza che Dio lo voglia, e che il pericolo e la tribolazione ci conducono solo più vicino a Dio; è certo che in tutto questo noi ci troviamo in una comunione che ci sostiene. A tutto questo Dio ha detto “sì” ed “amen” in Cristo. Questo “sì” e questo “amen” sono il solido terreno sul quale noi stiamo. In questi tempi turbolenti perdiamo continuamente di vista il perché valga effettivamente la pena di vivere. […] se la terra è stata fatta degna di sostenere i passi dell’uomo Gesù Cristo, se è vissuto un uomo come Gesù, allora e solo allora per noi uomini vivere ha un senso. Se Gesù non fosse vissuto, allora, nonostante tutte le altre persone che conosciamo, onoriamo e amiamo, la nostra vita non avrebbe senso» [62].
Nelle lettere di Tegel, Bonhoeffer non cede mai alla tentazione di maledire il nemico che lo manda a morte ingiustamente, non se la prende nemmeno con Dio, non cerca vendette. Si prepara al salto della fede. Con libertà si consegna alla morte. Si consegna con la fiducia nel cuore certo che «Egli [Dio] conosce migliaia di modi per salvare dalla morte» [63] e sicuro di essere circondato dalle potenze di bene [64].

Circondato fedelmente e tacitamente da benigne potenze,
meravigliosamente protetto e consolato,
voglio questo giorno vivere con voi,
e con voi entrare in un nuovo anno.

Del vecchio, il nostro cuore ancora vuole lamentarsi,
ancora ci opprime il grave peso di brutti giorni,
oh, Signore, dona alle nostre anime impaurite
la salvezza per la quale ci hai creato.

E tu ci porgi il duro calice, l’amaro calice
della sofferenza, ripieno fino all’orlo,
e così lo prendiamo, senza tremare,
dalla tua buona, amata mano.

E tuttavia ancora ci vuoi donare gioia,
per questo mondo e per lo splendore del suo sole,
e noi vogliamo allora ricordare ciò che è passato
e così appartiene a te la nostra intera vita.

Fa’ ardere oggi le calde e chiare candele,
che hai portato nella nostra oscurità;
riconducici, se è possibile, ancora insieme.
Noi lo sappiamo: la tua luce risplende nella notte.

Quando il silenzio profondo scende intorno a noi,
facci udire quel suono pieno
del mondo, che invisibile s’estende intorno a noi,
l’alto canto di lode di tutti i tuoi figli.

Da potenze benigne meravigliosamente soccorsi,
attendiamo consolati ogni futuro evento.
Dio è con noi alla sera e al mattino,
e certissimamente, in ogni giorno che verrà.

Ci congediamo lasciando ancora a Bonhoeffer la parola. «Noi amiamo ancora la vita, ma credo che la morte non possa più sorprenderci molto. Da quando abbiamo conosciuto la guerra, quasi non osiamo assecondare il nostro desiderio che essa non ci colga in modo fortuito, improvviso, lontani dall’essenziale, ma nel pieno della vita e dell’’impegno. Saremo però noi e non le circostanze esteriori a fare della nostra morte ciò che essa può essere, cioè una morte accettata con libero consenso» [65].

Dieci anni dopo, il bilancio personale e collettivo in chiusura di 1942, diventa un autentico atto di fede: «Io credo che Dio può e vuole far nascere il bene da ogni cosa, anche dalla più malvagia. Per questo, egli ha bisogno di uomini che sappiano servirsi di ogni cosa per il fine migliore. lo credo che in ogni situazione critica Dio vuole darci tanta capacità di resistenza quanta ci è necessaria. Ma non ce la dà in anticipo, affinché non facciamo affidamento su noi stessi, ma su di lui soltanto. In questa fede dovrebbe esser vinta ogni paura del futuro. Io credo che neppure i nostri errori e i nostri sbagli siano inutili, e che a Dio non sia più difficile venirne a capo, di quanto non lo sia con le nostre supposte buone azioni. Sono certo che Dio non è un Fato atemporale, anzi credo che egli attende preghiere sincere e azioni responsabili, e che ad esse risponde» [66].
Né il Male né la morte, né il risentimento né la vendetta hanno potuto scalfire la libertà di un uomo responsabile fino alla fine di sé, del destino di un popolo, del futuro dell’umanità e del cristianesimo, di Dio stesso. Bonhoeffer ha resistito all’orrore della malvagità con tutte le forze spirituali che aveva in corpo. Non si è mai arreso, semmai si è reso, cioè consegnato a Dio e al futuro delle generazioni67. Con fiducia. E con un amore smisurato per gli uomini.

♠ Ci lasciamo con un paio di domande da portare a casa? Viene naturale sull’idea che di Dio ha Bonhoeffer chiedere: quale idea hai di Dio? Il tuo Dio assomiglia a una specie di “tappabuchi” o è un Dio liberante?

♠ Stupisce molto la maniera con cui Bonhoeffer chiude i suoi giorni: non nella disperazione ma nella fiducia. Che idea ti sei fatto del tipo di fiducia o di fede di Dietrich? E qual è l’idea di fede che abita il tuo cuore?

NOTE

61 Lettera a Eberhard BETHGE, Tegel 28 luglio 1944.
62 Lettera a Eberhard BETHGE, Tegel 21 agosto 1944.
63 Lettera a Eberhard BETHGE, Tegel 21 maggio 1944.
64 La poesia Delle potenze benigne è in Resistenza e resa, pp. 515-516.
65 Dieci anni dopo in Resistenza e resa (p. 76).
66 Dieci anni dopo in Resistenza e resa (p. 70-71).
67 «Mi sono chiesto spesse volte dove passi il confine tra la necessaria resistenza e l’altrettanto necessaria resa davanti al “destino”» (in Resistenza e resa, p. 306). Da qui il titolo che l’amico Bethge diede dopo la guerra al volume che iniziava a raccogliere le lettere da Tegel.