Il celibato evangelico o l’amore senza segno

Madeleine Delbrêl

Il celibato ci sottrae una delle funzioni primordiali dell’essere umano: la tendenza ad unirci ad un altro essere in modo da fare con lui un essere solo.
Il celibato sacrifica le nostre possibilità di trasmettere la vita, sacrifica degli istinti fisici, sacrifica degli istinti psicologici. Questo istinto di accoppiarsi che ogni essere umano porta in sé viene ferito.
Molte azioni della nostra vita reclamano una complementarietà alla quale il celibato ci fa rinunciare. Rinunciamo anche all’istinto sociale di proiettare fuori di noi il meglio di noi stessi e di generarlo. Il celibato non è soltanto una rinuncia come l’obbedienza o la povertà. È una vera amputazione. Bisogna saperlo.
Il celibato appare nel piano della creazione visibile come una anomalia, e persino come un modo per privare Dio di un tipo di gloria. Molti lo pensano. E anche noi siamo talvolta tentati di pensarlo.
È una conclusione inevitabile per chi parte dalle cose terrestri.
Per capire, bisogna partire dall’alto – «coelis»-«ibat» – celibato, colui che è in cammino verso il cielo, che va incontro a colui che dai cieli discende. Qui sta l’interesse del percorso.
Dio non parte dalla terra, di dove non si riuscirebbe a farlo salire. L’amore della vita non scorre dalla terra verso Dio, ma scende da Dio verso la terra. «Ogni dono perfetto viene dal Padre». «Dio è amore». È Amore perché è Trinità. Nella Trinità vi sono unità e fecondità. Da qui parte tutto.
Esiste sulla terra una ricchezza d’amore così forte da darci un senso di vertigine. Dai fiori e dagli animali, agli esseri umani, questa corrente di amore ci avvolge. Per non sentirci ad essa estranei come in dissonanza con la vita stessa, bisogna partire dalla Santa Trinità.
Qui si trova l’Amore come tale: l’«amore vero». Da qui discendono come una cascata tutti gli amori del mondo, sempre meno perfetti, ma aventi la loro ragion d’essere nel fatto di essere segno dell’amore che esiste in Dio.
Dall’amore dell’uomo e della donna fino a quello degli animali, fino alle misteriose unioni degli elementi e dei metalli, tutto questo vuole significare, in modo più o meno rappresentativo, l’amore che è in Dio. E questo capovolge il problema. Anche l’unità del Verbo e dell’uomo, anche l’unione del Cristo con la Chiesa, non sono che le espressioni più grandi, i segni più belli dell’amore che è Dio.
Nel matrimonio, troviamo una vocazione all’amore singolarmente ricca. In cima alla creazione visibile è questo il più bel segno dell’amore di Dio. Due esseri si uniscono in questo amore per ricevere Dio. È grande perché, dice san Paolo, è il segno dell’amore del Cristo per la sua Chiesa.
Nel celibato non vi è un segno di questo amore, ma si comunica direttamente con l’unione del Cristo con la Chiesa. Il celibato è un cammino dell’umanità fuori da sé stessa, che volta le spalle a se stessa, per presentarsi all’amore di Dio.
I celibi sono una piccola parte dell’umanità che, a nome di tutti gli altri uomini, rinunciano a quanto è loro più proprio per lasciarsi prendere da Dio, lasciarsi prendere senza divisione. «Colui che è sposato è diviso», dice san Paolo.
E se questo piccolo frammento di umanità fa questo cammino verso il Signore, è per vivere e per vivere soltanto l’Amore con il quale egli ama l’umanità. Limitarlo ad una storia personale vuol dire ridurlo a ben piccola cosa.
Il celibato è una funzione di amore vissuta a nome del mondo intero. Questo porta coloro che ad essa sono chiamati ad accettare la scelta di solitudine che il Signore ha fatto per loro.
Un celibato che non fosse solitudine sarebbe un surrogato. L’accettare tale solitudine davanti a Dio è come il prezzo, la garanzia della nostra disponibilità per l’amore. Il matrimonio è la somma di due vocazioni che si incontrano sotto il medesimo tetto. Queste due persone si condizionano, si influenzano e si aiutano. Nel celibato si è soli davanti a Dio ed il Cristo diventa colui al quale ci si unisce. Ed il Regno diventa la propria casa ed i figli sono tutta l’umanità.
La disponibilità come noi la affermiamo riguardo ai luoghi, agli ambienti, alle attività non è che l’espressione collettiva di questo essere radicati unicamente nel Signore, volutamente escludendo ogni altro aggancio, orientamento o residenza. Tale disponibilità non è che l’espressione della medesima opzione di strappare le nostre radici dalla terra per piantarle nel Cristo. «Vi sono alcuni che non si sposano a causa del Regno», dice il Vangelo.
Il comandamento del Signore: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze» deve essere inteso da chi ha scelto il celibato, in modo totale e diretto.
«Amerai con tutte le tue forze». Per chi ha scelta il celibato non vi è persona interposta che venga a sostituirsi al Signore. Bisogna rinunciare a firmare le nostre azioni con la nostra personale volontà, con le nostre personali decisioni, con le nostre personali scelte. Questo porta molto lontano, perché in una giornata si impiegano molte forze e se vengono utilizzate soltanto per il Signore, se sono tutte utilizzate per il Signore attraverso di noi, questo presuppone un rifare il nostro cuore.
«Con tutto il tuo cuore»: nessun gemellaggio con un altro cuore. Al celibe viene chiesta l’unica intimità di cuore con il cuore di Gesù, intimità che in genere non dà consolazioni sensibili. «Con tutta la tua mente»: nessun cameratismo con un’altra mente. Bisogna che il tuo spirito diventi il piccolo supporto dal quale lo Spirito del Signore possa compiere tranquillamente ciò che vuole. E questo non coincide sempre con le soddisfazioni intellettuali.
«Sopra ogni cosa»: per chi ha deciso per il celibato non vi c che un amore capace di andare verso Dio, di puntare in alto, senza bisogno di prendersi, alla sua stessa altezza, un compagno di viaggio per continuare insieme la salita.
Nella vita coniugale può capitare di sperimentare il deserto del l’amore. Ma questa non è la promessa del matrimonio, non è frutto di una scelta. Nel celibato, questo deserto di amore è scelto e promesso.
Nel celibato, l’amore promesso dal Signore e da noi accettato, è un amore in cui gli occhi, l’animo, lo spirito umano, sono destinati a tappe, senza punti di riferimento, ad un amore di completa solitudine: è tutto ciò che ci è promesso.
Ma a questa solitudine, a questo amore che quasi non ha sapore è promessa una sua fecondità:

«Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa.
Come fiore di narciso fiorisca;
sì, canti con gioia e con giubilo.
Perché scaturiranno acque nel deserto scorreranno torrenti nella steppa.
La terra bruciata diventerà una palude,
il suolo riarso si muterà in sorgenti di acqua»
(Isaia 35,1-2; 6-7)

Misteriose fecondità sono promesse a colui che accetta di essere solo. Questi testi devono aiutarci a conservare la solitudine dell’animo, che è il prezzo di ogni celibato e a preservarci dalle ipocrisie, dalle trasposizioni, dalle fughe da un paesaggio per noi troppo austero.
Questa fecondità è la vita eterna. Come la donna riceve la vita nel suo corpo e come dalla sua unione con l’uomo, nascono dei figli che essa nutre e alleva, così avviene la trasmissione della vita eterna. Chiunque noi siamo, noi siamo ora quelle donne morte e non troppo graziose che il Signore ha voluto sposare in questa situazione di morte. Per incontrarci in questo stato di morte, il Signore ha dovuto morire. È il fine ultimo del nostro battesimo e della nostra fede: credere che noi siamo morti con il peccato e che il Cristo, fattosi carne per noi, è morto e ci ha salvato in questa condizione di peccato; accettare di ricevere la sua vita, vivere la passione a ritroso per vivere la sua vita, risalire la corrente che egli ha disceso per cercarci.
Nella misura in cui diventiamo vivi, riusciamo a comunicare la vita: la nostra risurrezione è la condizione della nostra fecondità.
Questa maternità di vita eterna non è disincarnata. Non si accontenta di parole. Se noi dobbiamo chiamare tutti gli uomini della terra, dobbiamo farlo attraverso i volti di coloro che conosciamo.
Se veramente abbiamo il compito di nutrire degli esseri che non conosciamo, lo faremo veramente soltanto se sapremo nutrire davvero quelli che ci passano vicino.
Non si tratta di far finta. Se non facciamo tutto quello che farebbe l’amore più esclusivo per i nostri vicini, Dio avrà ragione di dubitare di noi quando gli offriremo il nostro amore ed il nostro servizio per tutti i figli della terra. E tale nozione di servizio è fortemente legata alla vita eterna.
«Sono venuto per servire, non per essere servito, e per dare la mia vita in riscatto di molti».
Se confessiamo al Signore che siamo gli ultimi e i più piccoli ma che siamo fermamente convinti di essere un po’ meglio del nostro vicino, il buon Dio ancora una volta non ci crederà ed avrà ragione.
Ma se con molta fedeltà ed altrettanta semplicità noi viviamo questo servizio, saremo dei piccoli intarsi che compongono quella bellissima sposa che discende dal cielo, la Gerusalemme celeste. Lo saremo nella misura in cui faremo nostro il segno della croce, nella misura in cui avremo perduto il nostro nome per il nome del Signore. Questo nome è silenzioso. Quale immenso silenzio dovrebbe dunque ricoprire la nostra vita!

(FONTE: Comunità secondo il Vangelo, Gribaudi 1996, pp. 86-90)