Sinodalità di comunione

Per una Chiesa rinnovata al servizio del mondo

Mauro Giuseppe Lepori *

Carissimi fratelli e sorelle, visitando il Capitolo Generale dell’Ordine Cistercense della Stretta Osservanza, lo scorso 10 febbraio, festa di santa Scolastica, alla vigilia dell’elezione del loro nuovo Abate Generale, ho tenuto una conferenza sulla sinodalità che ha suscitato un bel dialogo sia in assemblea che dopo. L’ho proposta poi in alcuni Capitoli di Congregazioni, e ho capito che sarebbe utile che venisse a conoscenza di tutto l’Ordine, anche per prepararci al nostro Capitolo Generale nel prossimo ottobre. Per questo ho pensato di mandarvi questa conferenza come lettera di Pentecoste, anche perché la sinodalità è forse uno dei doni principali che lo Spirito Santo ha fatto alla Chiesa fin dalle sue origini. Oggi Papa Francesco ci invita a ritrovare la natura sinodale della Chiesa come una rinnovata Pentecoste al servizio della nuova evangelizzazione del nostro mondo ferito e assetato di salvezza e di pace. Uniamoci a lui, e a tutto il Popolo di Dio, in questo desiderio e in questo impegno, e preghiamo perché lo Spirito Paraclito ci renda, come Maria e gli apostoli, umili servitori e amici fedeli di Cristo Redentore! Santa Pentecoste a tutti!

Il risveglio della sinodalità

Da quando Papa Francesco ha lanciato il percorso sinodale, ricordando che la sinodalità fa parte della natura della Chiesa, mi accorgo sempre più di quanto il nostro carisma benedettino-cistercense sia marcato dalla sinodalità ecclesiale. Sappiamo quanto la Carta caritatis sia un capolavoro di coscienza sinodale della nostra famiglia monastica, e quanto la Regola di san Benedetto abbia ispirato questa coscienza ed esperienza sinodale nei nostri primi Padri. Mi accorgo che questa coscienza ed esperienza a cui la Chiesa, a 60 anni dal Concilio, sembra risvegliarsi, sta provocando in noi un risveglio di coscienza e di esperienza del nostro carisma. Nella concretezza dei nostri incontri capitolari o di altro genere, nella collaborazione fra i nostri Ordini e nella Famiglia Cistercense, o più capillarmente nel cercare soluzioni ai problemi e alle fragilità delle nostre comunità, per esempio nelle Visite regolari, ci accorgiamo che nessuna soluzione può dare speranza se non segna l’inizio di un “camminare insieme”, di un cammino sinodale, in cui ritroviamo unità e energia nel seguire Cristo, “via, verità e vita” che ci chiama a seguirlo con amore e fiducia.
«Gli disse Tommaso: “Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?”. Gli disse Gesù: “Io sono la via, la verità e la vita”.» (Gv 14,5-6)
Anche noi ci chiediamo sempre: “come possiamo conoscere la via”, la via che dobbiamo percorrere oggi, magari nella notte o nella nebbia, magari dopo che le strade battute da tanto tempo, che ci rassicuravano, si rivelano impraticabili, troppo scoscese per le nostre forze, troppo scivolose per la melma di cui tanti nostri errori o infedeltà le hanno ricoperte. Tanti ponti sono crollati, tante gallerie si sono riempite di detriti, tanti sentieri sono diventati troppo insidiosi da percorrere. Di fronte a tutto questo risuona con chiarezza la risposta di Cristo a Tommaso, il discepolo disorientato: “Io sono la via, la verità e la vita”. E aggiunge: “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Gv 14,6).
Tommaso, come noi, si deve rendere conto che il disorientamento in cui si trova non sarà risolto dalla scoperta di una nuova pista praticabile e sicura, che magari gli apparirà per miracolo, ma da una Persona presente che dice con certezza: “Io sono la via!” Di colpo, Tommaso e gli altri apostoli, si accorgono che stavano cercando la via scrutando l’orizzonte, il futuro, lo spazio e il tempo nascosti dal buio e dalla nebbia, quando invece essa era davanti a loro, lì con loro, seduta a tavola con loro. Si sono accorti, ma per ora senza troppo capirlo, che la via era un cammino assieme a Cristo, un cammino che iniziava non anzitutto costruendo strade, ponti, gallerie, sentieri di montagna, o piste nel deserto, ma seduti, come Maria di Betania, alla tavola della comunione con Gesù e, per mezzo di Lui, della comunione con il Padre, nello Spirito Santo.
La sinodalità inizia e si alimenta nella comunione, e rimane vera e feconda, rimane cristiana, se il cammino che comporta rimane costantemente un cammino assieme a Cristo, e assieme ai fratelli e sorelle in Cristo.

Andate! Io sono con voi

Mi sono reso conto che la scena finale del Vangelo di Matteo descrive l’inizio del cammino sinodale della Chiesa, con tutti gli elementi per viverlo.
«Gli undici discepoli, intanto, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.» (Mt 28,16-20)
Gesù manda in missione i suoi discepoli verso tutti i popoli e fino alla fine del mondo col compito di diffondere nell’umanità la comunione trinitaria, battezzando tutti nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Li assicura che Lui resterà con loro, 3 cioè in comunione con loro, tutti i giorni e per sempre. Questo crea subito una caratteristica inderogabile della missione cristiana: che essa potrà svolgersi solo nella comunione dei discepoli fra loro. Gesù infatti dice “Andate”: è una missione declinata al plurale, che dobbiamo sempre vivere come un “noi” ecclesiale che trasmette il grande “NOI” delle tre Persone della Trinità.
Anche durante la sua vita terrena, Gesù non ha mai mandato un discepolo in missione da solo, ma sempre almeno in due. Mi sembra che l’unica volta che ha lasciato partire un discepolo da solo è stato quando ha detto a Giuda, dopo avergli dato il boccone: “Quello che vuoi fare, fallo presto” (Gv 13,27). Gli altri pensarono che Giuda avesse ricevuto da Gesù una missione da compiere, invece era Satana, che era appena entrato in lui, a spingerlo, a muovere i suoi passi, a mandarlo da solo a tradire la missione di Cristo.
Non è solo per una questione pratica, di sostegno reciproco, che Cristo invia i suoi discepoli due a due. Infatti, quando li manda dà loro il potere di guarire i malati, di scacciare i demoni, di risuscitare i morti, di sopravvivere agli avvelenamenti, ecc. Se uno ha tutti questi poteri, anche se è solo dovrebbe essere invincibile. Che bisogno avrebbe di sostegno fraterno? In realtà, Gesù vuole che la missione dei discepoli testimoni di una forza nella debolezza: “Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi” (Lc 10,3), e poi aggiunge che non devono portare con sé denaro, riserve, strumenti utili alla missione. Eppure aveva appena detto che gli operai sono pochi (cfr. Lc 10,2). Ma invece che munirli di difese, di una corazza, di far loro formare un piccolo esercito per difendere la loro incolumità, li manda inermi, disarmati, senza protezioni, senza mezzi, esponendoli al martirio.

La sostanza della missione

Tutto questo mette in evidenza l’importanza dell’unica cosa che Gesù permette di portare con sé nella missione: l’amore fraterno, l’amicizia, la cura reciproca, insomma la comunione. I discepoli non ne hanno bisogno per essere forti, o per risolvere i problemi di viaggio, ma proprio per evangelizzare non solo parlando dell’avvenimento di Cristo, bensì trasmettendolo, trasmettendone l’esperienza, e un’esperienza in atto, non un’esperienza solo del passato, o magari che si promette per il futuro. La comunione fraterna in Cristo è la sostanza della missione, di tutta la missione della Chiesa, anche della missione dei monasteri. La comunione è il movente, il metodo e il fine; l’origine, il senso e lo scopo della missione della Chiesa.
Subito dopo l’uscita di Giuda dal Cenacolo, Gesù parla di questo agli apostoli rimasti: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri.” (Gv 13,34-35)
La comunione è amore reciproco, amarsi gli uni gli altri. È l’amore che Gesù ha acceso fra i suoi discepoli, che ha acceso nella Chiesa amandoci fino alla fine, lavandoci i piedi, parlandoci del Padre, e rimanendo realmente presente in mezzo a noi. L’indissolubilità fra comunione e missione è espressa da due parole simili di Cristo, che si rispecchiano come i due versanti in mezzo ai quali avviene tutto il mistero pasquale della morte e risurrezione del Signore: “Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore.” (Gv 15,9) «“Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo”» (Gv 20,21-22)
La comunione è questo amore trinitario fra il Padre e il Figlio nel dono dello Spirito che è irradiante per natura. La comunione si comunica. La comunione è per sua natura comunicazione. E la missione è la comunicazione della comunione. Senza comunione non c’è missione. La comunione è la sostanza della missione. Solo la comunione è allora il soggetto della missione. Nel senso che se non c’è un’esperienza di comunione, una realtà di comunione, cioè una comunità, fosse pure fra due sole persone, un essere insieme, un “noi”, se non c’è questo, la missione diventa come la luce di quelle stelle spente da milioni di anni che ci arriva ora, e noi ci illudiamo che esistano. Invece quella luce non ha più sorgente, non ha più sostanza, non c’è più un soggetto che la irradia.

Morire a se stessi per vivere in comunione

Andate… Battezzate… Insegnate… “ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,19-20). È necessario che Cristo resti sempre con noi per alimentare, amandoci come il Padre lo ama, la comunione fraterna da diffondere a tutti i popoli.
Ho l’impressione che la grande crisi della missione della Chiesa, a tutti i livelli, anche nei nostri Ordini monastici, non è tanto una crisi nell’impegno missionario, ma proprio una crisi della comunione, nel vivere la comunione di Cristo. E rischiamo di sprecare la grazia di questo tempo se non capiamo quale conversione alla comunione la sinodalità ci chiede per essere feconda come missione. In altre parole, ho l’impressione che nel vivere la missione della Chiesa, a tutti i livelli, non è tanto la missione stessa che fa paura, ma la comunione. Perché? Perché per vivere la comunione, più che una decisione esteriore, più che un impegno esteriore, ci è chiesta una conversione interiore, ci è chiesto di vivere un processo che ci cambia in profondità. Anche la missione chiede certamente una decisone interiore, chiede carità, chiede sacrificio, capacità di annuncio, di testimonianza fino al martirio. Ma è soprattutto la comunione che chiede una profonda conversione dell’io, un passaggio di natura pasquale, un entrare nella vita che passa per una morte. Perché la comunione chiede il passaggio dall’io al noi, un passaggio in cui l’io deve morire per risorgere.
Non si diventa “noi” solo per addizione, ma attraverso una trasformazione pasquale. L’io non diventa un “noi” semplicemente addizionando altri io al mio io, come aggiungendo altre monete alla moneta che ho. Infatti, Gesù ha scelto la parabola del chicco di grano per spiegare come si passa dall’io al noi: “In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna.” (Gv 12,24-25)
Gesù ricorda che la fecondità consiste nel “non rimanere soli”, nel diventare un “noi”. Non si è fecondi se si è forti, belli, intelligenti, numerosi. Si è fecondi se si vive la comunione. Chi pensa di amare la sua vita amando il proprio individualismo, il proprio comodo, il proprio guadagno, il proprio interesse, la propria gloria, la perde. Per questo Gesù ci chiama letteralmente ad “odiare”, non tanto la vita, ma l’immagine falsa, egocentrica e autonoma della vita che ci portiamo dentro a causa del peccato.
La comunione fa paura perché implica la morte a se stessi. Quando Giovanni scrive nella sua prima lettera: “Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte” (1Gv 3,14), in realtà ci fa capire che perché l’amore fraterno ci possa far passare dalla morte alla vita è necessario morire alla falsa vita di amare noi stessi.

I gradini della risurrezione

Come avviene questa rinascita ad una comunione che irradia la presenza e l’amore di Cristo?
Più medito sulla Regola di san Benedetto, e più mi accorgo che in essa ci è offerto un processo di conversione alla comunione di Cristo. Tutta la Regola propone e ripropone dei passi per crescere nella vita di comunione, per passare quindi attraverso la morte al nostro falso “io” isolato alla vita pasquale dell’io nel “noi” ecclesiale.
Mi sembra utile, al servizio del Capitolo Generale e delle nostre scelte e decisioni, meditare assieme sul breve ma intenso capitolo 3 della Regola, perché descrive proprio un metodo di sinodalità e di discernimento di comunione. In esso si tratta appunto della convocazione dei fratelli a consiglio. Il verbo usato parla proprio di “convocare”, e per questo richiama il senso originale del termine “Ekkleisa”, come lo si usava nell’antica Grecia, che designava l’assemblea popolare in cui si discuteva e si deliberava sulle questioni di interesse generale e alla quale partecipavano con diritto di parola e di voto tutti i cittadini nel pieno possesso dei loro diritti.
L’etimologia della parola, come sapete, comporta il verbo kaleo, chiamare, invitare, convocare, preceduto da ek, cioè: da, fuori. Dà l’idea di una convocazione per elezione, un’assemblea a cui si è chiamati per appello personale, per scelta, o per diritto, come era appunto l’assemblea dei cittadini nell’antica Grecia.
I cristiani hanno fatto loro questo termine per designare la comunità dei credenti in Cristo, nuovo popolo di Israele, convocata per riunirsi in assemblea di comunione, sia liturgica e sacramentale che di discernimento, al servizio delle decisioni su cui consentire per continuare a camminare insieme seguendo Cristo, Pastore grande e buono delle nostre anime.
Quando una particolare comunità, di monaci o monache, o una comunità di comunità come lo sono i nostri Ordini, si riunisce, deve dunque rinnovare la sua coscienza di essere Chiesa, di essere un’assemblea di persone convocate da Dio per vivere la comunione in Cristo ed esprimerla come missione nel tempo presente, adattandosi alle circostanze, leggendo i segni dei tempi. L’abate, il superiore, ha la responsabilità di ricordarsene per primo e di aiutare i fratelli ad esercitare una vera sinodalità di comunione.
Come dicevo, questo domanda una conversione, una morte a se stessi, perché è soprattutto così che sia il superiore che i fratelli sono chiamati a passare dell’io autonomo al noi, cioè all’io in comunione, all’io fraterno.
Vorrei sottolineare allora nel capitolo 3 della Regola di san Benedetto tre punti fondamentali di come questo possa avvenire. Mi sembra che Benedetto descriva alcune dimensioni fondamentali della sinodalità di comunione che avremmo tutti bisogno di approfondire e di esercitare, oggi più che mai nella situazione in cui si trovano la Chiesa e le nostre famiglie religiose. Se ci sembra di mancare di vitalità, forse è proprio perché non accettiamo di passare dalla morte alla vita attraverso un processo di comunione fraterna.

1. Incontrarsi
Il primo aspetto che salta all’occhio è l’importanza di incontrarsi tutti. “L’abate convochi tutta la comunità” (RB 3,1). Non è scontato che si parta da questa preoccupazione. Mi accorgo nel mio ministero che le comunità fanno fatica ad incontrarsi veramente, a radunarsi, a riunirsi per condividere ciò che si pensa, ciò che si vive, ciò che si sperimenta. Eppure, come ho detto prima, questa è di fatto la caratteristica fondamentale della Chiesa: essere un’assemblea di chiamati, di persone chiamate a fare assemblea, ad essere “congregazione”, come san Benedetto definisce qui la comunità, cioè, letteralmente, un gregge che sta insieme, e quindi che riconosce un solo pastore, come dice Gesù nel capitolo 10 di Giovanni: “Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.” (Gv 10,14-16). Come cantiamo nell’Ubi caritas: “Congregavit nos in unum Christi amor”.
Questa negligenza nell’incontrarsi non è un problema di oggi: c’era già nella Chiesa primitiva, come lo denuncia la lettera agli Ebrei: “Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone. Non disertiamo le nostre riunioni, come alcuni hanno l’abitudine di fare, ma esortiamoci a vicenda, tanto più che vedete avvicinarsi il giorno del Signore.” (Eb 10,24-25)
Si diserta qualcosa per due ragioni: perché non gli si accorda importanza o perché se ne ha paura. Io ho sempre più l’impressione che anche dietro all’indifferenza si nasconde una paura, una paura della realtà, perché incontrarsi, incontrare i propri fratelli, è una immersione nella realtà dell’altro che mi rivela la realtà di me stesso, e questo fa paura. Ma quando ci si sta, quando si cede e si obbedisce alla realtà degli altri, incontrandoli davvero, normalmente la realtà dell’altro si manifesta nella sua reale bellezza, e che essa è un bene per me, una realtà “molto buona”, come dice Dio stesso dopo aver creato l’altro da Sé che è l’uomo (cfr. Gen 1,31). Caino ha avuto paura di vivere incontrandosi continuamente con la bontà di Abele, allora lo uccide. Se avesse cercato l’incontro con suo fratello, se gli avesse parlato, se l’avesse ascoltato, avrebbe scoperto che la compagnia di Abele gli poteva fare del bene, insegnargli a vivere meglio, ad avere con Dio un rapporto più profondo, più generoso, più fiducioso.
Mi commuove sempre la scena di Giacobbe che torna a casa con mogli, figli e molti beni, e apprende che suo fratello Esaù gli sta venendo incontro. Ne è terrorizzato. Non sa più che tattica usare, che trucco diplomatico inventare per rendere buona una realtà che non può immaginare se non negativa e ostile. Ma quando si trova davanti a Esaù, si accorge che quel fratello gli vuole bene, che piange di gioia di rivederlo, di rabbracciarlo, e che ha dimenticato tutti gli inganni che la furbizia di Giacobbe gli ha fatto subire approfittando della sua rozzezza.
“Giacobbe alzò gli occhi e vide arrivare Esaù, che aveva con sé quattrocento uomini. Allora distribuì i bambini tra Lia, Rachele e le due schiave; alla testa mise le schiave con i loro bambini, più indietro Lia con i suoi bambini e più indietro Rachele e Giuseppe. Egli passò davanti a loro e si prostrò sette volte fino a terra, mentre andava avvicinandosi al fratello. Ma Esaù gli corse incontro, lo abbracciò, gli si gettò al collo, lo baciò e piansero.” (Gen 33,1-4)
L’incontrarsi della Chiesa, delle nostre comunità, non dovrebbe essere qualcosa che avviene solo quando si è obbligati. Dovrebbe essere la risposta amorosa ad un invito pieno di amore, come quando il re della parabola invita alle nozze di suo figlio (cfr. Mt 22,1ss). Quanta fatica a radunarsi con libertà e desiderio! Con che poca gioia spesso andiamo incontro ai fratelli e sorelle! Spesso non si ha coscienza che l’incontro nella Chiesa, lo stare insieme nella comunità, nell’Ordine, non ha una natura politica, funzionale, diplomatica, ma teologica, perché è una forma essenziale di realizzare in noi e fra noi l’immagine di Dio-Trinità che siamo e che siamo chiamati, invitati, a divenire sempre di più. Aver paura di questo, o rifiutare questo per orgoglio, è letteralmente “diabolico”, opera del “divisore” che vuole distruggere nell’uomo l’immagine di Dio che Cristo ha rigenerato con la morte e risurrezione e il dono dello Spirito della Pentecoste. Le persone o le comunità che accettano di incontrarsi si aprono alla sorpresa di un miracolo di comunione che lo Spirito sempre vuole realizzare in mezzo a noi.

2. Ascoltarci tutti
Il secondo aspetto che san Benedetto sottolinea nel capitolo 3 della Regola, direttamente legato al primo, è che ci si ascolti tutti. Non è solo l’abate che deve ascoltare, altrimenti non ci sarebbe bisogno di convocare tutta la comunità, basterebbe che lui faccia il giro dei monaci per chiedere ad ognuno di esprimersi. Invece no, è importante che ogni membro della comunità ascolti tutta la comunità. L’ascoltarsi ecclesiale non è tanto una consultazione ma una condivisione.
San Benedetto insiste sull’ascolto di ogni fratello, anche del più giovane, cioè dell’ultimo, perché la coscienza di ciò che è meglio, di ciò che Dio vuole da noi, è un consenso a cui si giunge formando come una collana di anelli che si intersecano l’uno nell’altro, e solo quando l’ultimo anello si congiunge al primo, la collana è formata, è bella ed è solida.
L’ascolto di cui parla san Benedetto non è una questione di diritti democratici: ha un’importanza teologica. “Abbiamo detto di consultare tutta la comunità, perché spesso è proprio al più giovane che il Signore rivela ciò che è meglio” (RB 3,3). Si tratta di ascoltare Dio, e ascoltando Dio si è certi di conoscere “ciò che è meglio”, la cosa che ha per noi maggior bontà, verità e bellezza.
Allora, questa coscienza della preferenza che Dio ha per il più piccolo, per l’ultimo, per il meno importante agli occhi nostri o del mondo, diventa una disciplina non solo dell’ascolto ma anche della parola. Ogni fratello è invitato a farsi piccolo, a farsi “ultimo”, a prendere l’ultimo posto al banchetto della condivisione della Parola: “I fratelli poi esprimano il loro consiglio con tutta umiltà e sottomissione, senza pretendere di imporre a ogni costo le loro vedute” (3,4). C’è, anche qui, la coscienza che ciò che ci apre alla verità non è l’affermazione di noi stessi, del nostro “ego”, ma l’affermazione del “noi”, la comunione.
Solo una parola espressa da un “io” che si sacrifica al “noi” è eco della parola di Dio, della volontà buona di Dio che vuole ciò che è meglio per tutti. L’io che si sacrifica al noi, in realtà, si dilata, diventa più grande, tanto che la sua parola diventa parola di Dio, la sua volontà diventa volontà di Dio.
Questa attenzione ad ascoltarsi gli uni gli altri con umiltà fa crescere la comunione, più ancora che il fatto di prendere le decisioni migliori. Il problema non è tanto di prendere sempre le decisioni giuste, ma di far crescere il consenso, il “sentire insieme” della comunità, basato sul “consensus fidei” che lo Spirito Santo ci fa percepire quando ci accorgiamo che la Parola di Dio fa vibrare in noi e fra di noi lo stesso amore per Cristo, via, verità e vita. “Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?” (Lc 24,32). È questa l’esperienza che siamo sempre chiamati a fare insieme, perché il Risorto rimane presente, continua a parlarci, cammina con noi.

3. L’autorità sinodale: un cuore pensante
Il terzo aspetto, secondo me, è fondamentale soprattutto per vivere la responsabilità e essere davvero autorevoli, cioè capaci di far crescere la comunità nella comunione e missione a cui Cristo la chiama. San Benedetto domanda all’abate: “Poi, dopo aver ascoltato il consiglio dei fratelli, ci rifletta per proprio conto e faccia quel che gli sembra più opportuno.” (RB 3,2)
“Audiens consilium fratrum tractet apud se et quod utilius iudicaverit faciat”: questa frase è tutta da meditare. Il superiore è chiamato a giudicare e ad agire, è la sua responsabilità e non deve dispensarsene. Ma qui san Benedetto ci aiuta a capire che il buon giudizio e l’opera buona di un responsabile, la sapienza del cuore e della mano, come dice il salmo 77 di Davide – “Fu per loro un pastore dal cuore integro e li guidò con mano intelligente” (Sal 77,72) – sono il frutto di una risonanza nel cuore di ciò che si ascolta dai fratelli e sorelle. “
Audiens consilium fratrum tractet apud se”. Sembra di sentire san Luca quando dice che “Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore” (Lc 2,19). Maria sapeva ascoltare Dio ascoltando le parole dei semplici pastori venuti ad adorare il Bambino. L’abate è invitato a fare lo stesso ascoltando tutti i suoi fratelli, fino all’ultimo.
Questa meditazione “apud se”, questo meditare col cuore, si potrebbe dire nell’habitare secum, ciò che si ascolta da tutti, è forse l’aspetto più importante, anche se nascosto, della sinodalità di comunione, e penso non sia richiesto solo al superiore, ma ad ognuno. Se la parola condivisa non scende nella meditazione del cuore, rischia di rimanere solo un’idea, o un’informazione. Non diventa un seme che cade in terra e porta molto frutto, magari dopo molto tempo. In questa meditazione interiore e silenziosa, vissuta nella preghiera, le parole condivise prendono vita, diventano feconde, diventano avvenimenti, realtà nuove, processi di vita nuova. Spesso vedo mancare questo livello della sinodalità in me stesso e in tanti superiori. Ma se manca questo “trattare presso di sé” le parole che ci scambiamo, rimaniamo ad un livello politico, magari ideologico, della vita ecclesiale e comunitaria, della vita del nostro Ordine, e allora la vita ecclesiale rimane fragile e dissipata, senza vera unità, in balia delle lotte di potere. Etty Hillesum ha scritto nel campo di Westerbork, dopo aver ascoltato le sue compagne lamentarsi nella notte: “Vorrei essere il cuore pensante di un intero campo di concentramento” (Diario, 3 ottobre 1942). Sì, si tratta di questo. Di ascoltarci gli uni gli altri offrendo alle parole, ai lamenti, ai consigli, alle idee, ai progetti dei fratelli e sorelle il nostro cuore che ascolta, che pensa, che medita, come per offrire alle parole la terra in cui germinare e dare frutto per il Regno di Dio.

L’amore onnipotente

Non posso però concludere questo mia modesta meditazione senza pensare all’ultimo incontro di santa Scolastica con suo fratello san Benedetto (S. Gregorio Magno, Dialoghi, II,33). Scolastica e Benedetto si concedevano un piccolo “sinodo” fraterno annuale, durante il quale lodavano Dio e intrattenevano “sacri colloqui”. Quando scende la notte, Scolastica invita insistentemente suo fratello a continuare fino al mattino questo scambio “per parlare un po’ delle gioie della vita celeste”. Benedetto non vuole ascoltarla, per rigida fedeltà alla disciplina monastica. Sappiamo come la preghiera di santa Scolastica abbia provocato un immediato nubifragio che obbligò Benedetto a rimanere con lei. “Passarono così tutta la notte vegliando e saziandosi reciprocamente con sacri colloqui di vita spirituale”.
Quando Benedetto rimprovera a Scolastica di aver provocato questa situazione irregolare, la sorella risponde con la sua frase ben conosciuta: “Ecco, ti ho implorato, e non hai voluto ascoltarmi; implorai il mio Signore, e mi ha ascoltata”. Il grande e sintetico commento finale di san Gregorio è: «E se Giovanni dice che “Dio è amore”, fu un giudizio molto giusto che quella che più amò poté di più”.
Questo episodio ci ricorda che il vero compimento di ogni processo sinodale e fraterno non è solo il consenso delle parole e dei giudizi, bensì quello dell’amore, il consenso della comunione nella carità di Dio. Spesso manchiamo nell’ascoltarci veramente, nel camminare insieme fino in fondo, e ancor più nell’amarci gli uni gli altri. Ma Dio ripara tutto, rinnova la comunione, fa continuare il cammino donando un amore onnipotente a chi lo prega e lo ama come “suo Signore”.
“Ho pregato il mio Signore e mi ha ascoltata”. Il santo Curato d’Ars dice in uno dei suoi semplici ma intensi pensieri: “Nostro Signore si compiace di fare la volontà di coloro che lo amano”. Dio ascolta chi lo ama, obbedisce al nostro amore di mendicanti. Forse ci dimentichiamo troppo spesso di amare Cristo perché ci doni di camminare insieme nel suo amore.

(Questa Lettera è riportata sul sito ufficiale dell’ordine Cistercense: https://www.ocist.org/ocist/abate-generale-2/lettere-abate-generale-3.html)

* Lettera aperta dell’Abate Generale dell’Ordine Cistercense per la Pentecoste 2022