Il tragico, il grande escluso dall’educazione
Tarcisio Plebani

Un ottimismo a buon mercato?
Uno spettro si aggira negli ambienti educativi cattolici: l’eccesso di ottimismo. Ho la sensazione che nei nostri oratori, nelle scuole cattoliche, in generale nella pastorale giovanile, ma anche nella predicazione ordinaria nelle parrocchie, sia quasi un obbligo rassicurare e porre sempre la conclusione delle narrazioni sotto una luce positiva. Se non lo si facesse, sembrerebbe di venir meno alla testimonianza a Gesù Cristo Salvatore.
Forse potrebbe apparire paradossale dire che l’atteggiamento dei cattolici presenti un eccesso di ottimismo: lo stesso Papa Francesco sollecita spesso i cattolici alla gioia, perché spesso è più frequente il mugugno e la lamentela. Ma questo è l’umore che spesso si manifesta nei confronti della storia e delle sue vicende, sulle quali il rischio è sguardo accusatorio e apocalittico: “la storia degli uomini va verso un continuo peggioramento”. Quando invece si tratta della esistenza personale o delle persone vicine e del tono da tenere nei processi educativi, la musica sembra cambiare. Non tanto perché si è capaci di maggiore gioia, quanto perché, a mio avviso, si fa fatica a sopportare di guardare in faccia il tragico.
Lasciare dubbi, domande in sospeso, interrogativi inevasi, non solo sarebbe di cattivo gusto nel galateo ecclesiale, ma segno di mancanza di fede nella potenza salvifica della Croce. Per cui l’educatore cristiano deve sempre avere un’ultima parola ottimistica su tutto. Questo a volte comporta la implicita convenzione per cui di argomenti scomodi o di problematiche che provocano crudamente, non si può parlare. Tutto deve già esser pacificato prima di poter essere espresso pubblicamente: ciò che non è “addomesticato” non ha diritto di cittadinanza in ambito ecclesiale. Non c’è posto per il grido scomposto, per il dolore disperato, per le ferite aperte, per le vite lacerate: devono semplicemente essere tacitati o idealizzati, resi astrattamente generici o piegati a fini apologetici. Il lavoro “sporco” di occuparsi di traumi o sofferenze inconciliabili è lasciato agli specialisti (psicologi o operatori del disagio) o, quando ancora capita, al forum privato della confessione.

Dramma e tragico
Credo che nella nostra attività educativa con gli adolescenti (ma direi in generale nella pastorale) sarebbe necessario tener conto della dimensione del tragico.
Baricco, in Emmaus, riprende la distinzione tra dramma e tragico. Con il primo termine facciamo riferimento a una battaglia tra positivo e negativo, tra dolore e felicità, tra sofferenza e liberazione, che, per quanto dura e aspra, tormentata e appunto drammatica, ha già inscritto in sé l’esito felice: è implicito il rassicurante “tutto andrà bene!”. Ma nella vicenda degli uomini non tutto va bene. Proviamo ad interrogare le varie Auschwitz della storia. Quelli a cui “non è andata bene” non hanno più voce per raccontarlo. E ai testimoni che raccontano l’inferno attraversato, spesso non si dà credito. Il tragico è la consapevolezza che gli esiti della storia e delle storie degli uomini possono presentarsi irredimibili, sofferenze senza riscatto. Anche perché sullo sfondo di tutto, resta inconciliabile la morte.

Gli adolescenti e il tragico
Non occorre insegnare ai ragazzi che esistono il tragico e la morte: l’hanno già ben presente, lo sentono, non è qualcosa che non sanno: a volte gli adulti con la pretesa motivazione di proteggerli dalle brutture del mondo e non intristirli vorrebbero occultare il tragico. I nostri ragazzi non sono dei piccoli Siddartha, che ignorano sofferenza e morte: anche questo la pandemia ha scoperchiato! Lo intuiscono, ne hanno sentore, qualcuno ci convive quotidianamente (cos’è la depressione, se non l’invasione di campo della morte dentro la vita?), anche se la realtà sociale e loro stessi fanno di tutto per evitarne la consapevolezza, per cercare di distrarsi e non guardare in volto la reale condizione dell’uomo. Ma questa sensazione non si cancella, resta sotto traccia, lavora come un tarlo che intossica. Lasciarlo emergere alla coscienza diventa liberazione da un oscuro malessere, e condivisione di un peso. Chiarisco un possibile fraintendimento, una ambiguità che su questo punto può tentare i cristiani: non si tratta di elevare Dio sopra le macerie dell’uomo, cioè approfittare della fragilità dell’uomo per affermare la rivincita di Dio, come tappabuchi delle impotenze umane. Il rischio, corso da alcuni cristiani, è di rallegrarsi sotto sotto delle calamità e delle disgrazie dell’umanità, che, così presumono, ritornerebbe a Dio. Dio e l’uomo starebbero seduti alle estremità di un’altalena: se si solleva l’uno, sprofonda l’altro e viceversa.

Lasciarsi interpellare dal tragico
Invece il tragico è un richiamo a riconoscere la terra da cui proveniamo e di cui siamo impastati (riconoscere nel doppio senso del riconoscimento e della riconoscenza). È lo stesso riconoscimento della terra, da cui siamo inseparabili, che è l’origine del senso del limite radicale in cui l’uomo è immerso. Questo fa scoppiare la ribellione nell’uomo della modernità che si illude di essere onnipotente, ma può anche generare pace e serenità. Se il limite viene accolto come consapevolezza che non ci diamo noi la vita, ci è stata donata da altri; non spetta a noi salvare il mondo, ma siamo chiamati a lasciare una nostra piccola orma sulla terra; e qualcuno, dopo di noi, proseguirà l’opera. Inteso così il tragico sollecita un’attesa di salvezza: consapevoli del limite connesso alla natura della specie umana a cui apparteniamo, ma animati dal desiderio di infinito che risorge inappagato, come aspirazione ad un oltre, a un per sempre, che non scorgiamo nella condizione dell’uomo, si apre in noi la strada per un’attesa di salvezza, che non ci possiamo dare da soli. Aiutiamo i ragazzi ad ascoltare in sé questa voce senza misura. Se non si coltiva l’attesa di salvezza, il cristianesimo diventa collezione di riti consolatori aggregativi di gruppo, o codice di buone maniere politically correct, oppure collante etnico-culturale.
Lasciarsi interpellare dal tragico, ascoltarlo in noi e quando, con impercettibili e misteriosi segnali, si rivela nei ragazzi, significa anche prendere sul serio la croce di Gesù, e non silenziarne la portata scandalosa, trasformatrice, salvifica.
Nell’iconografia della Natività, il Bambino nella culla porta già, a cingergli i fianchi, il panno del Crocifisso; ma il Crocifisso ha in volto l’innocenza del Bambino; e il Risorto non cancella ma porta ancora su di sé le ferite del Crocifisso. Ricondurre ad unità è la sua missione. E la nostra…

Almenno S. Salvatore, 28 giugno 2022