Educazione.

Quelle conoscenze “inutili” che sono la base
di ciò che vogliamo essere nel mondo
(Intervista a Maria Raspatelli)

Valentina Contiero

Giovani e religione, binomio scolasticamente facoltativo, moralmente obbligatorio. Per chi impara, ma anche per chi insegna. Perché non si smette mai di cercare, ascoltare, domandare. I risultati sono innumerevoli. Personali, collettivi. Positivi, negativi. Ne abbiamo parlato con Maria Raspatelli, insegnante di religione dell’istituto tecnologico Panetti-Pitagora di Bari, vincitrice del “Global Teacher Award 2022”.

Cosa ha provato dopo aver ritirato il premio?

Stupore, incredulità e gratitudine. Sono stata iscritta al concorso a mia insaputa da mio marito, con cui condivido la professione, e dalla mia preside. Sicuramente non avrei mai immaginato ciò che sarebbe accaduto dopo! Sono stata travolta da domande, interviste, auguri e complimenti da alunni e colleghi ma voglio sottolineare che il premio non mi ha cambiata, ma è servito a darmi un senso di responsabilità maggiore che custodisce il nome di tutti gli insegnanti di religione, molto spesso considerati di serie B. Questo preconcetto, però, non deve fermarci perché anche se è vero che l’ora di religione non serva a trovare lavoro, a inserirci meglio nella società e neanche ad alzare la media dei voti, essa rappresenta quell’inutilità di base su cui costruire ciò che vogliamo essere nel mondo.

Qual è la missione dei docenti di religione oggi?

Ho lavorato nella scuola dell’infanzia, nella primaria e nella secondaria di secondo grado. In tutti questi anni ho capito che il compito del professore è quello di creare una comunità educante che abbia un cuore, una mente e una mano in sintonia, proprio come dice Papa Francesco. La bellezza del nostro lavoro sta nel conquistare la fiducia dei ragazzi e camminare insieme. Per questo sottolineo sempre che non è mio compito valutare un ragazzo esclusivamente sulle definizioni ma sulla sua capacità di fare rete, intessere relazioni d’amicizia ed essere classe. Mi terrorizza sapere che qualcuno possa annoiarsi durante l’unica ora che abbiamo a disposizione, perché la noia non stimola. Per stare al passo con i tempi è necessario essere pronti a captare le proposte innovative: durante l’ora di religione trattiamo temi morali con il dibattito, parliamo di bioetica e riserviamo un po’ di tempo alla lettura della Bibbia impegnandoci nella comprensione del suo contesto e dei suoi dettagli anche usando le nuove tecnologie. Con i ragazzi, infatti, stiamo realizzando un cartone animato con dialoghi, disegni, personaggi e scene del libro di Ester. Per essere costruttiva e educativa, ogni attività deve stimolare il dialogo e il dibattito perché ognuno si senta a proprio agio nel condividere ciò che pensa.

Quali frutti ha portato il progetto per cui è stata premiata?

Il premio riguarda il lavoro svolto con Radio Panetti, che prende il nome dell’istituto tecnico dove insegno. Il progetto nasce sedici anni fa in concomitanza con la mia scelta di sperimentare l’insegnamento negli istituti superiori. Da quel momento non ci siamo fermati neanche quando il progetto ha richiesto uno sforzo maggiore rispetto il budget economico a disposizione della scuola. L’obiettivo era quello di rendere protagonisti i ragazzi con programmi e argomenti culturali. Questo è stato possibile grazie a un grande lavoro di redazione e gestione delle emozioni. Ora che la radio è anche video i giovani sono diventati veri narratori di ciò che accade nel nostro paese. Saper raccontare qualcosa aiuta i ragazzi a costruire la propria identità e la chiarezza crea un ambiente privo di giudizi. Poter scrivere, anche anonimamente, una qualità dell’altro o qualcosa che ci colpisce li rende liberi di poter esprimere sé stessi. Trattiamo temi importanti come l’antimafia sociale e il dialogo interreligioso e ora il progetto conta più di 80 iscritti! La cosa più bella è vedere i ragazzi più grandi che accolgono i piccoli con entusiasmo e si impegnano nel trasmettere loro tutto ciò che c’è da sapere. Abbiamo inoltre approfondito l’aspetto giornalistico della radio e lavorato sulla valorizzazione dei talenti di tutti. Durante la pandemia abbiamo usato dirette web e video foniche in cui ogni giorno i giovani potevano parlare di temi delicati come le teorie del complotto e il contagio emotivo in rete. Questo ha dato loro la possibilità di condividere le proprie paure e scoprire l’importanza della condivisione nel bene e nel male. Tornati in presenza i ragazzi hanno intervistato alcuni anziani che hanno vissuto sulla propria pelle la guerra: questo ha attivato la loro capacità di ascoltare, mettersi in discussione e arrivare al cuore del discorso.

Cosa pensa sia necessario fare per i giovani?

Oggi i giovani sono schiacciati dalle aspettative e si pretende siano macchine performanti. Tra di loro c’è qualcuno che ha capito questa ingiustizia e si muove per sradicare questa mentalità. Noi dobbiamo intercettarli e, insieme a coloro che sono senza speranza, lottare perché tutti abbiano il diritto di sbagliare. Dalla ferita si cresce e l’errore diventa il punto per rialzarci e andare avanti. Talvolta dagli errori nascono cose meravigliose, inattese, inaspettate. Per far sì che chi si diploma possa continuare a collaborare con noi sta nascendo un’associazione che diventerà luogo di aggregazione per tutti i giovani. Dobbiamo farci promotori di progetti simili alla radio e a #CantiereGiovani che non solo dà una veste nuova all’«Osservatore Romano» e fornisce spunti di riflessione importanti da usare in parrocchia e a scuola, ma avvicina le nuove generazioni a una testata che io, per prima, pensavo un po’ lontana dal contesto giovanile.

(L’Osservatore Romano, 11 novembre 2022)