Omelie a Santa Marta

Fonte Omelie di Santa Marta


I cristiani siano persone di luce.

No alla “doppia vita”!

Un cristiano non percorre “strade oscure” perché lì non c’è “la verità di Dio”. Ma se anche vi cadesse, può contare sul perdono e la dolcezza di Dio, che lo restituisce alla vita della “luce”. Lo ha ribadito Papa Francesco commentando le letture del giorno durante l’omelia della Messa in Casa Santa Marta.

Limpidi, come Dio. E senza peccato, perché non c’è errore riconosciuto che non attiri tenerezza e perdono dal Padre. “Questa è la vita cristiana”, sintetizza Papa Francesco commentando il brano della Lettera di San Giovanni, quella in cui l’Apostolo mette i credenti di fronte alla seria responsabilità di non avere doppiezza di vita – luce di facciata e tenebre nel cuore – perché Dio è solamente luce.

“Se diciamo di non avere peccato, facciamo di Dio un bugiardo”, cita Francesco, ponendo in risalto l’eterna lotta dell’uomo contro il peccato e per la grazia:
“Se tu dici che sei in comunione con il Signore, ma cammina nella luce! Ma la doppia vita no! Quella no! Quella menzogna che noi siamo tanto abituati a vedere, anche a caderci pure noi. Dire una cosa e farne un’altra, no? Sempre la tentazione… La menzogna noi sappiamo da dove viene: nella Bibbia, Gesù chiama il diavolo ‘padre della menzogna’, il bugiardo. E per questo, con tanta dolcezza, con tanta mitezza, questo nonno dice alla Chiesa ‘adolescente’, alla Chiesa ragazza: ‘Non essere bugiarda! Tu sei in comunione con Dio, cammina alla luce. Fa opere di luce, non dire una cosa e farne un’altra, non la doppia vita e tutto questo”.

“Figlioli miei” è l’inizio della lettera di S. Giovanni e questo incipit affettuoso – proprio il tono di un nonno verso i suoi “giovani nipoti” – riecheggia, osserva il Papa, la “dolcezza” delle parole nel Vangelo del giorno, dove Gesù definisce “leggero” il suo giogo e promette il “ristoro” agli affaticati ed oppressi. In modo analogo, l’appello di Giovanni, afferma Francesco, è di non peccare, “ma se lo qualcuno lo ha fatto, non si scoraggi”:
“Abbiamo un Paraclito, una parola, un avvocato, un difensore presso il Padre: è Gesù Cristo, il Giusto. Lui ci giustifica, Lui ci dà la grazia. Uno sente la voglia di dire a questo nonno che ci consiglia così: ‘Ma non è tanto una brutta cosa avere peccati?’. ‘No, il peccato è brutto! Ma se tu hai peccato, guarda che ti aspettano per perdonarti!’. Sempre! Perché Lui – il Signore – è più grande dei nostri peccati”.

Questa, conclude Francesco, “è la misericordia di Dio, è la grandezza di Dio”. Sa che “siamo niente”, che soltanto “da Lui” viene la forza e dunque “sempre ci aspetta:
“Camminiamo nella luce, perché Dio è Luce. Non andare con un piede nella luce e l’altro nelle tenebre. Non essere bugiardi. E l’altra: tutti abbiamo peccato. Nessuno può dire: ‘Questo è un peccatore; questa è una peccatrice. Io, grazie a Dio, sono giusto’. No, soltanto uno è Giusto, quello che ha pagato per noi. E se qualcuno pecca, Lui ci aspetta, ci perdona, perché è misericordioso e sa bene di che siamo plasmati e ricorda che noi siamo polvere. Che la gioia che ci dà questa Lettura ci porti avanti nella semplicità e nella trasparenza della vita cristiana, soprattutto quando ci rivolgiamo al Signore. Con la verità”.


Anche oggi nella Chiesa ci sono resistenze allo Spirito, ma Lui le vince!

Anche oggi nella Chiesa, come ieri, ci sono le resistenze alle sorprese dello Spirito di fronte alle nuove situazioni, ma Lui ci aiuta a vincerle e ad andare avanti, sicuri, sulla strada di Gesù: è quanto ha detto il Papa nella Messa del mattino a Casa Santa Marta.

Commentando il celebre brano degli Atti degli Apostoli sul cosiddetto “Concilio” di Gerusalemme, il Papa osserva che “il protagonista della Chiesa” è lo Spirito Santo. “E’ Lui che dal primo momento ha dato la forza agli apostoli di proclamare il Vangelo”, è “lo Spirito che fa tutto, lo Spirito che porta la Chiesa avanti”, anche “con i suoi problemi”, anche “quando scoppia la persecuzione” è Lui “che dà la forza ai credenti per rimanere nella fede”, anche nei momenti “di resistenze e di accanimento dei dottori della legge”. In questo caso, c’è una duplice resistenza all’azione dello Spirito: quella di chi credeva che “Gesù fosse venuto soltanto per il popolo eletto” e quella di chi voleva imporre la legge mosaica, compresa la circoncisione, ai pagani convertiti. Il Papa nota che allora “ci fu una grande confusione in tutto questo”:
“Lo Spirito metteva i cuori su una strada nuova: erano le sorprese dello Spirito. E gli apostoli si sono trovati in situazioni che mai avrebbero creduto, situazioni nuove. E come gestire queste nuove situazioni? Per questo il brano di oggi, il passo di oggi, incomincia così: ‘In quei giorni, poiché era sorta una grande discussione’, una calorosa discussione, perché discutevano su questo argomento. Loro, da una parte, avevano la forza dello Spirito – il protagonista – che spingeva ad andare avanti, avanti, avanti… Ma lo Spirito li portava a certe novità, certe cose che mai erano state fatte. Mai. Neppure le avevano immaginate. Che i pagani ricevessero lo Spirito Santo, per esempio”.

I discepoli “avevano la patata bollente nelle mani e non sapevano che fare”. Così, convocano una riunione a Gerusalemme dove ognuno può raccontare la propria esperienza, di come lo Spirito Santo scenda anche sui pagani:
“E alla fine si sono messi d’accordo. Ma prima c’è una cosa bella: ‘Tutta l’assemblea tacque e stettero ad ascoltare Barnaba e Paolo, che riferivano quali grandi segni e prodigi Dio aveva compiuto tra le nazioni, in mezzo a loro’. Ascoltare, non avere paura di ascoltare. Quando uno ha paura di ascoltare, non ha lo Spirito nel suo cuore. Ascoltare: ‘Tu che pensi e perché?’. Ascoltare con umiltà. E dopo avere ascoltato, hanno deciso di inviare alle comunità greche, cioè ai cristiani che sono venuti dal paganesimo, inviare alcuni discepoli per tranquillizzarli e dirgli: ‘Sta bene, andate così’”.

I pagani convertiti non sono obbligati alla circoncisione. E’ una decisione comunicata attraverso una lettera in cui “il protagonista è lo Spirito Santo”. Infatti, i discepoli affermano: “Lo Spirito Santo e noi abbiamo deciso…”. Questa – afferma il Papa – è la strada della Chiesa “davanti alle novità, non le novità mondane, come sono le mode dei vestiti”, ma “le novità, le sorprese dello Spirito, perché lo Spirito sempre ci sorprende. E come risolve la Chiesa questo? Come affronta questi problemi, per risolverli? Con la riunione, l’ascolto, la discussione, la preghiera e la decisione finale”:
“Questa è la strada della Chiesa fino ad oggi. E quando lo Spirito ci sorprende con qualcosa che sembra nuova o che ‘mai si è fatto così’, ‘si deve fare così’, pensate al Vaticano II, alle resistenze che ha avuto il Concilio Vaticano II, e dico questo perché è il più vicino a noi. Quante resistenze: ‘Ma no…’. Anche oggi resistenze che continuano in una forma o in un’altra, e lo Spirito che va avanti. E la strada della Chiesa è questa: riunirsi, unirsi insieme, ascoltarsi, discutere, pregare e decidere. E questa è la cosiddetta sinodalità della Chiesa, nella quale si esprime la comunione della Chiesa. E chi fa la comunione? E’ lo Spirito! Un’altra volta il protagonista. Cosa ci chiede il Signore? Docilità allo Spirito. Cosa ci chiede il Signore? Non avere paura, quando vediamo che è lo Spirito che ci chiama”.

“Lo Spirito – rileva il Papa – delle volte ci ferma”, come ha fatto con San Paolo, per farci andare da un’altra parte, “non ci lascia soli”, “ci dà il coraggio, ci dà la pazienza, ci fa andare sicuri sulla strada di Gesù, ci aiuta a vincere le resistenze e ad essere forti nel martirio”. “Chiediamo al Signore – ha concluso – la grazia di capire come va avanti la Chiesa, di capire come dal primo momento ha affrontato le sorprese dello Spirito e, anche, per ognuno di noi la grazia della docilità allo Spirito, per andare sulla strada che il Signore Gesù vuole per ognuno di noi e per tutta la Chiesa”.


Il cristiano non può tacere l’annuncio di Gesù!

Annuncio, intercessione, speranza. E’ il trinomio su cui si è incentrata l’omelia di Francesco nella Messa mattutina a Casa Santa Marta. Il Papa ha sottolineato che il cristiano è una persona di speranza, “che spera che il Signore torni”. Dal Pontefice anche un’esortazione ad avere il coraggio dell’annuncio come gli Apostoli che hanno testimoniato la Risurrezione di Gesù anche a costo della vita. Proprio oggi ricorre il 43.mo anniversario della professione religiosa di Jorge Mario Bergoglio.

Tre dimensioni della vita cristiana: “annuncio, intercessione, speranza”. Papa Francesco ha preso spunto dalle Letture del giorno per sviluppare la sua meditazione su questo trinomio che deve contraddistinguere la vita di un credente. Il cuore dell’annuncio per un cristiano, ha osservato, è che Gesù è morto ed è risorto per noi, per la nostra salvezza.

“Gesù è vivo! Questo – ha rammentato – è l’annuncio degli Apostoli ai giudei e ai pagani del loro tempo e questo annuncio è stato testimoniato anche con la loro vita, con il loro sangue”:
“Quando Giovanni e Pietro sono stati portati al Sinedrio, dopo la guarigione dello storpio, e i sacerdoti hanno proibito loro di parlare di questo nome di Gesù, della Resurrezione, loro con tutto il coraggio, con tutta la semplicità dicevano: ‘Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato’, l’annuncio. E noi cristiani per la fede abbiamo lo Spirito Santo dentro di noi, che ci fa vedere e ascoltare la verità su Gesù, che è morto per i nostri peccati ed è risorto. Questo è l’annuncio della vita cristiana: Cristo è vivo! Cristo è risorto! Cristo è fra noi nella comunità, ci accompagna nel cammino”.
Tante volte, ha commentato, si “fa fatica a ricevere questo annuncio”, ma Cristo risorto “è una realtà” ed è necessario dare “testimonianza di questo”, come afferma Giovanni.

Dopo la dimensione dell’annuncio, Francesco ha rivolto il pensiero all’intercessione. Durante la Cena del Giovedì Santo, ha affermato, gli Apostoli erano tristi, Gesù dice: “Non sia turbato il vostro cuore, abbiate fede. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Vado a prepararvi un posto”:
“Cosa vuol dire questo? Come prepara il posto Gesù? Con la sua preghiera per ognuno di noi. Gesù prega per noi e questa è l’intercessione. Gesù lavora in questo momento con la sua preghiera per noi. Così come a Pietro ha detto una volta ‘Pietro io ho pregato per te’, prima della passione, così adesso Gesù è l’intercessore fra il Padre e noi”.

E come prega Gesù?, si chiede Francesco. Io, risponde, “credo che Gesù faccia vedere le piaghe al Padre, perché le piaghe se le è portate con sé, dopo la Resurrezione: fa vedere le piaghe al Padre e nomina ognuno di noi”. Questa, ha ripreso, “è la preghiera di Gesù. In questo momento Gesù intercede per noi: è l’intercessione”. Infine, il Papa si sofferma sulla terza dimensione del cristiano: la speranza. “Il cristiano – ha detto – è una donna, è un uomo di speranza, che spera che il Signore torni”. Tutta la Chiesa, ha proseguito, “è in attesa della venuta di Gesù: Gesù tornerà. E questa è la speranza cristiana”:
“Possiamo domandarci, ognuno di noi: com’è l’annuncio nella mia vita? Com’è il mio rapporto con Gesù che intercede per me? E com’è la mia speranza? Ci credo davvero che il Signore è risorto? Credo che prega per me il Padre? Ogni volta che io lo chiamo, Lui sta pregando per me, intercede. Credo davvero che il Signore tornerà, verrà? Ci farà bene domandarci questo sulla nostra fede: credo nell’annuncio? Credo nell’intercessione? Sono un uomo o una donna di speranza?”.


Il cristiano faccia memoria delle cose belle di Dio nella propria vita!


Il cristiano faccia sempre “memoria” dei modi e delle circostanze in cui Dio si è fatto presente nella sua vita, perché questo rafforza il cammino della fede. È il pensiero centrale di Papa Francesco all’omelia della Messa del mattino celebrata in Casa Santa Marta.

La fede è un cammino che, mentre si compie, deve fare memoria costante di ciò che è stato. Delle “cose belle” che Dio ha compiuto lungo il percorso e anche degli ostacoli, dei rifiuti, perché Dio, assicura il Papa, “cammina con noi e non si spaventa delle nostre cattiverie”.
Francesco torna su un tema già toccato, suggeritogli dal brano della Prima lettura, nel quale Paolo entra di sabato nella sinagoga ad Antiochia e comincia ad annunciare il Vangelo partendo dai primordi del popolo eletto, passando per Abramo e Mosè, l’Egitto e la Terra promessa, fino ad arrivare a Gesù. È una “predicazione storica” quella che adottano i discepoli ed è fondamentale – sottolinea il Papa – perché consente di ricordare i momenti salienti, i segni della presenza di Dio nella vita dell’uomo:
“Tornare indietro per vedere come Dio ci ha salvato, percorrere – con il cuore e con la mente – la strada con la memoria e così arrivare a Gesù. E’ lo stesso Gesù, nel momento più grande della sua vita – Giovedì e Venerdì, nella Cena – ci ha dato il suo Corpo e il suo Sangue e ha detto: ‘Fate questo in memoria di me’. In memoria di Gesù. Avere memoria di come Dio ci ha salvato”.

La Chiesa chiama appunto “memoriale” il Sacramento dell’Eucaristia, così come, rammenta il Papa, nella Bibbia quello del Deuteronomio è “il Libro della memoria di Israele”. Anche noi, afferma Francesco, “dobbiamo fare lo stesso” nella “nostra vita personale”, perché “ognuno di noi ha fatto una strada, accompagnato da Dio, vicino a Dio” o “allontanandosi dal Signore”:
“Fa bene al cuore cristiano fare memoria della mia strada, della propria strada: come il Signore mi ha condotto fino a qui, come mi ha portato per mano. E le volte che io ho detto al Signore: ‘No! Allontanati! Non voglio!’. Il Signore rispetta. E’ rispettoso! Ma fare memoria, essere memori della propria vita e del proprio cammino. Riprendere questo e farlo spesso. ‘In quel tempo Dio mi ha dato questa grazia ed io ho risposto così, ho fatto questo, quello, quello… Mi ha accompagnato…’. E così arriviamo a un nuovo incontro, all’incontro della gratitudine”.

E dal cuore, prosegue il Papa, deve nascere una “grazie” a Gesù, che non smette mai di camminare “nella nostra storia”. “Quante volte – riconosce Francesco – gli abbiamo chiuso la porta in faccia, quante volte abbiamo fatto finta di non vederlo, di non credere che Lui fosse con noi. Quante volte abbiamo rinnegato la sua salvezza… Ma Lui era lì”:
“La memoria ci avvicina a Dio. La memoria di quell’opera che Dio ha fatto in noi, in questa ri-creazione, in questa ri-generazione, che ci porta oltre l’antico splendore che aveva Adamo nella prima creazione. Io vi consiglio questo, semplicemente: fate memoria! Com’è stata la mia vita, come è stata la mia giornata oggi o come è stato questo ultimo anno? Memoria. Come sono stati i miei rapporti col Signore. Memoria delle cose belle, grandi che il Signore ha fatto nella vita di ciascuno di noi”.


Un cristiano che non si lascia attirare da Dio è “orfano”!


“Un cristiano che non si lascia attirare dal Padre verso Gesù è un cristiano che vive in condizione di orfano”. Lo ha affermato Papa Francesco all’omelia della Messa del mattino celebrata nella cappella di Casa S. Marta. Un cuore aperto a Dio, ha detto il Papa, è capace di accettare le “novità” portate dallo Spirito.

Miracoli, segni prodigiosi, parole mai ascoltate prima e poi quasi ogni volta la solita domanda: “Sei tu il Cristo?”. Il Papa comincia l’omelia partendo dallo scetticismo incrollabile che i Giudei nutrono verso Gesù e che emerge anche dal brano del Vangelo del giorno.

Quella domanda – “Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente” – che scribi e farisei ripeteranno più volte in forme diverse, in sostanza nasce – osserva Francesco – da un cuore cieco. Una cecità di fede, che Gesù stesso spiega ai suoi interlocutori: “Voi non credete perché non fate parte delle mie pecore”. Far parte del gregge di Dio è una grazia, ma ha bisogno di un cuore disponibile:
“‘Le mie pecore ascoltano la mia voce, io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano’. Queste pecore hanno studiato per seguire Gesù e poi hanno creduto? No. ‘Il Padre mio che me le ha date è più grande’. E’ proprio il Padre che dà le pecore al pastore. E’ il Padre che attira i cuori verso Gesù”.

La durezza di cuore di scribi e farisei, che vedono le opere compiute da Gesù ma rifiutano di riconoscere in Lui il Messia, è “un dramma”, afferma Francesco, che “va avanti fino al Calvario”. Anzi, prosegue anche dopo la Risurrezione, quando ai soldati di guardia al sepolcro viene suggerito, ricorda il Papa, di ammettere di essersi addormentati per accreditare il furto del corpo di Cristo da parte dei discepoli. Neanche la testimonianza di chi ha assistito alla Risurrezione smuove chi si rifiuta di credere. Questo ha una conseguenza. “Sono orfani”, ribadisce Francesco, “perché hanno rinnegato il loro Padre”:
“Questi dottori della legge avevano il cuore chiuso, si sentivano padroni di se stessi e, in realtà, erano orfani, perché non avevano un rapporto col Padre. Parlavano, sì, dei loro Padri – il nostro padre Abramo, i Patriarchi… – parlavano, ma come figure lontane. Nel loro cuore erano orfani, vivevano nello stato di orfani, in condizione di orfani, e preferivano questo a lasciarsi attirare dal Padre. E questo è il dramma del cuore chiuso di questa gente”.

Al contrario, nota il Papa riferendosi alla Prima lettura, la notizia giunta a Gerusalemme che anche molti pagani si aprivano alla fede grazie alla predicazione dei discepoli spintisi fino in Fenicia, Cipro e Antiochia – notizia che sulle prime aveva alquanto impaurito i discepoli – mostra cosa significhi avere un cuore aperto verso Dio. Un cuore come quello di Barnaba che, inviato ad Antiochia a verificare le voci, non si scandalizza dell’effettiva conversione anche dei pagani e questo perché, conclude Francesco, Barnaba “accettò la novità”, si “lasciò attirare dal Padre verso Gesù”:
“Gesù ci invita ad essere i suoi discepoli, ma per esserlo dobbiamo lasciarci attirare dal Padre verso di Lui. E la preghiera umile del figlio, che noi possiamo fare, è: ‘Padre, attirami verso Gesù; Padre, portami a conoscere Gesù’, e il Padre invierà lo Spirito ad aprirci i cuori e ci porterà verso Gesù. Un cristiano che non si lascia attirare dal Padre verso Gesù è un cristiano che vive in condizione di orfano; e noi abbiamo un Padre, non siamo orfani”.


Seguite Gesù, non cartomanti e presunti veggenti!


Se ascoltiamo la voce di Gesù e lo seguiamo, non sbaglieremo strada. E’ il cuore dell’omelia di Francesco svolta nella Messa mattutina a Casa Santa Marta. Il Papa ha sottolineato che Gesù, “Buon Pastore”, è l’unica porta che ci possa far entrare nel recinto della vita eterna. Di qui il monito a non fidarsi di presunti veggenti e cartomanti che ci portano su un cammino sbagliato.

La porta, il cammino, la voce. Papa Francesco ha preso spunto dal Vangelo odierno – quasi una “eco” del passo sul Buon Pastore – per soffermarsi su tre realtà determinanti per la vita del cristiano. Anzitutto, ha osservato, Gesù avverte che “chi non entra nel recinto delle pecore per la porta” ma lo fa da un’altra parte “è un ladro e un brigante”. Lui è la porta, ha ammonito. “non ce n’è un’altra”.

“Gesù – ha detto ancora – sempre parlava alla gente con immagini semplici: tutta quella gente conosceva com’era la vita di un pastore, perché la vedeva tutti i giorni”. E hanno capito che “soltanto si entra per la porta del recinto delle pecore”. Quelli che vogliono entrare da un’altra parte, dalla finestra o da un’altra parte, invece, sono delinquenti:
“Così chiaro parla il Signore. Non si può entrare nella vita eterna da un’altra parte che non sia la porta, cioè che non sia Gesù’. E’ la porta della nostra vita e non solo della vita eterna, ma anche della nostra vita quotidiana. Questa decisione, per esempio, io la prendo in nome di Gesù, per la porta di Gesù, o la prendo un po’ – diciamolo in un linguaggio semplice – la prendo di contrabbando? Soltanto si entra nel recinto dalla porta, che è Gesù!”

Gesù, ha proseguito, parla dunque del cammino. Il pastore conosce le sue pecore e le conduce fuori: “Cammina davanti ad esse e le pecore lo seguono”. Il cammino è proprio questo, ha detto il Papa, “seguire Gesù” nel “cammino della vita, della vita di tutti i giorni”. Non bisogna sbagliare, ha detto, “Lui va davanti e ci indica il cammino”:
“Chi segue Gesù non sbaglia! ‘Eh, Padre, sì, ma le cose sono difficili… Tante volte io non vedo chiaro cosa fare… Mi hanno detto che là c’era una veggente e sono andato là o sono andata là; sono andato dal tarotista [cartomante], che mi ha girato le carte…’ – ‘Se fai questo, tu non segui Gesù! Segui un altro che ti dà un’altra strada, diversa. Lui davanti indica il cammino. Non c’è un altro che possa indicare il cammino’. Gesù ci ha avvisato: ‘Verranno altri che diranno: il cammino del Messia è questo, questo… Non ascoltate! Non sentire loro. Il cammino sono Io!’. Gesù è porta e anche cammino. Se seguiamo Lui non sbaglieremo”.

Francesco si è infine soffermato sulla voce del Buon Pastore. “Le pecore – ha annotato – lo seguono perché conoscono la sua voce”. Ma come possiamo conoscere la voce di Gesù, si chiede Francesco, e anche difenderci “dalla voce di quelli che non sono Gesù, che entrano dalla finestra, che sono briganti, che distruggono, che ingannano?”:
“‘Io ti dirò la ricetta, semplice. Tu troverai la voce di Gesù nelle Beatitudini. Qualcuno che ti insegni una strada contraria alle Beatitudini, è uno che è entrato dalla finestra: non è Gesù!’. Secondo: ‘Tu conosci la voce di Gesù? Tu puoi conoscerla quando ci parla delle opere di misericordia. Per esempio nel capitolo 25 di San Matteo: ‘Se qualcuno ti dice quello che Gesù dice lì, è la voce di Gesù’. E terzo: ‘Tu puoi conoscere la voce di Gesù quando ti insegna a dire ‘Padre’, cioè quando ti insegna a pregare il Padre Nostro”.
“E’ così facile la vita cristiana – ha commentato il Papa – Gesù è la porta; Lui ci guida nel cammino e noi conosciamo la sua voce nelle Beatitudini, nelle opere di misericordia e quando ci insegna a dire ‘Padre’. Ricordatevi, ha concluso, ‘la porta, il cammino e la voce. Che il Signore ci faccia capire questa immagine di Gesù, questa icona: il pastore, che è porta, indica il cammino e insegna a noi ad ascoltare la sua voce’”.


A un cuore umile Dio dà sempre la grazia di rialzarsi con dignità!

A un cuore duro che sceglie di aprirsi con “docilità” al suo Spirito, Dio dà sempre la grazia e la “dignità” di rialzarsi, compiendo “se necessario” un atto di umiltà. Papa Francesco lo ha affermato durante l’omelia della Messa del mattino, celebrata a Casa Santa Marta, commentando il passo biblico della conversione di San Paolo.

Avere zelo per le cose sacre non vuol dire avere un cuore aperto a Dio. Papa Francesco porta l’esempio di un uomo ardente nella fedeltà ai principi della sua fede, Paolo di Tarso, ma con il “cuore chiuso”, totalmente sordo a Cristo, anzi “d’accordo” a sterminarne i seguaci al punto da farsi autorizzare a mettere in catene quelli che vivevano a Damasco.

Tutto si ribalta proprio lungo la strada che lo porta a questa meta e quella di Paolo, afferma il Papa, diventa la “storia di un uomo che lascia che Dio gli cambi il cuore”. Paolo viene avvolto da una luce potente, sente una voce che lo chiama, cade, diventa momentaneamente cieco. “Saulo il forte, il sicuro, era a terra”, commenta Francesco. In quella condizione, sottolinea, “capisce la sua verità, di non essere “un uomo come voleva Dio, perché Dio ha creato tutti noi per stare in piedi, con la testa alta”. La voce dal cielo non dice solo “Perché mi perseguiti?”, ma invita Paolo a rialzarsi:
“‘Alzati e ti sarà detto’. Tu devi imparare ancora. E quando incominciò ad alzarsi non poteva perché si accorse che era cieco: in quel momento aveva perso la vista. ‘E si lasciò guidare’: incominciò, il cuore, ad aprirsi. Così, guidandolo per mano, gli uomini che erano con lui lo condussero a Damasco e per tre giorni rimase cieco e non prese cibo né bevanda. Quest’uomo era a terra ma capì subito che doveva accettare questa umiliazione. E’ proprio la strada per aprire il cuore è l’umiliazione. Quando il Signore ci invia umiliazioni o permette che vengano le umiliazioni è proprio per questo: perché il cuore si apra, sia docile, il cuore si converta al Signore Gesù”.

Il cuore di Paolo si scioglie. A cambiare, in quei giorni di solitudine e cecità, è intanto la sua vista interiore. Poi, Dio invia da lui Anania, che gli impone le mani e anche gli occhi di Saulo tornano a vedere. Ma c’è un aspetto in questa dinamica che, afferma il Papa, va tenuto ben presente:
“Ricordiamo che il protagonista di queste storie non sono né i dottori della legge, né Stefano, né Filippo, né l’eunuco, né Saulo… È lo Spirito Santo. Protagonista della Chiesa è lo Spirito Santo che conduce il popolo di Dio. E subito gli caddero dagli occhi come due squame e recuperò la vista. Si alzò e venne battezzato. La durezza del cuore di Paolo – Saulo, Paolo – divenne docilità allo Spirito Santo”.

“E’ bello – conclude Francesco – vedere come il Signore sia capace di cambiare i cuori” e far sì che “un cuore duro, testardo divenga un cuore docile allo Spirito”:
“Tutti noi abbiamo durezze nel cuore: tutti noi. Se qualcuno di voi non ne ha, alzi la mano, per favore. Tutti noi. Chiediamo al Signore che ci faccia vedere che queste durezze ci buttano a terra. Ci invii la grazia e anche – se fosse necessario – le umiliazioni per non rimanere a terra e alzarci, con la dignità con la quale ci ha creato Dio, e cioè la grazia di un cuore aperto e docile allo Spirito Santo”.


È la docilità allo Spirito, non la legge, a mandare avanti la Chiesa!

Bisogna essere docili allo Spirito Santo, non fargli resistenza. E’ quanto sottolineato da Francesco nella Messa mattutina a Santa Marta. Il Papa ha messo in guardia da quelli che giustificano tale resistenza con una “cosiddetta fedeltà alla legge”. Ancora, ha invitato tutti i fedeli a chiedere la grazia della docilità allo Spirito.

Filippo evangelizza l’etiope, alto funzionario della regina Candace. Papa Francesco ha preso spunto da questa pagina affascinante degli Atti degli Apostoli, nella Prima Lettura di oggi, per appuntare la sua attenzione sulla docilità allo Spirito Santo.

Il protagonista di questo incontro infatti, ha osservato, non è tanto Filippo e nemmeno l’etiope ma proprio lo Spirito. “E’ Lui che fa le cose. C’è lo Spirito che fa nascere e crescere la Chiesa”:
“Nei giorni passati, la Chiesa ci ha proposto il dramma della resistenza allo Spirito: i cuori chiusi, duri, stolti, che resistono allo Spirito. Vedevamo le cose – la guarigione dello storpio fatta da Pietro e Giovanni nella Porta Bella del Tempio; le parole e le cose grandi che faceva Stefano… – ma sono rimasti chiusi a questi segni dello Spirito e hanno fatto resistenza allo Spirito. E cercavano di giustificare questa resistenza con una cosiddetta fedeltà alla legge, cioè alla lettera della legge”.
Oggi, ha detto riferendosi alle Letture, “la Chiesa ci propone l’opposto: non la resistenza allo Spirito, ma la docilità allo Spirito, che è proprio l’atteggiamento del cristiano”. “Essere docili allo Spirito – ha ribadito – e questa docilità fa sì che lo Spirito possa agire e andare avanti per costruire la Chiesa”. Qui, ha soggiunto, c’è Filippo, uno degli Apostoli, “indaffarato come tutti i vescovi e quel giorno sicuramente aveva i suoi piani di lavoro”. Ma lo Spirito gli dice di lasciare ciò che aveva in programma e andare dall’etiope “e lui obbedì”. Francesco ha quindi tratteggiato l’incontro tra Filippo e l’etiope, al quale l’Apostolo spiega il Vangelo e il suo messaggio di salvezza. Lo Spirito, ha detto, “lavorava nel cuore dell’etiope”, gli offre “il dono della fede e questo uomo sentì qualcosa di nuovo nel suo cuore”. E alla fine chiede di essere battezzato, è stato docile allo Spirito Santo.

“Due uomini – ha commentato il Papa – un evangelizzatore e uno che non sapeva niente di Gesù, ma lo Spirito aveva seminato la curiosità sana e non quella curiosità delle chiacchiere”. E alla fine l’eunuco prosegue la sua strada con gioia, “la gioia dello Spirito, alla docilità allo Spirito”:
“Abbiamo sentito, i giorni scorsi, cosa fa la resistenza allo Spirito; oggi abbiamo un esempio di due uomini che sono stati docili alla voce dello Spirito. E il segno è la gioia. La docilità allo Spirito è fonte di gioia. ‘Ma io vorrei fare qualcosa, questo… Ma sento che il Signore mi chiede altro. La gioia la troverò là, dove c’è la chiamata dello Spirito!’”.

Una bella preghiera per chiedere questa docilità, ha rilevato, possiamo trovarla nel Primo Libro di Samuele, la preghiera che il sacerdote Eli suggerisce al giovane Samuele, che nella notte sentiva una voce che lo chiamava: “Parla Signore, che il tuo servo ascolta”:
“Questa è una bella preghiera che possiamo fare noi, sempre: ‘Parla Signore, perché io ascolto’. La preghiera per chiedere quella docilità allo Spirito Santo e con questa docilità portare avanti la Chiesa, essere gli strumenti dello Spirito perché la Chiesa possa andare avanti. ‘Parla Signore, perché il tuo servo ascolta’. Preghiamo così, tante volte al giorno: quando abbiamo un dubbio, quando non sappiamo o quando semplicemente vogliamo pregare. E con questa preghiera chiediamo la grazia della docilità allo Spirito Santo”.


La persecuzione è il pane quotidiano della Chiesa!

“La persecuzione è il pane quotidiano della Chiesa”. Lo ha ribadito Papa Francesco all’omelia della Messa del mattino celebrata a Casa S. Marta. Come accaduto a Stefano, il primo martire, o ai “piccoli martiri” uccisi da Erode, anche oggi – ha affermato il Papa – tanti cristiani sono uccisi per la loro fede in Cristo e altri ancora sono perseguitati “educatamente” perché vogliono manifestare il valore dell’essere “figli di Dio”.

Esistono persecuzioni sanguinarie, come essere sbranati da belve per la gioia del pubblico sugli spalti o saltare in aria per una bomba all’uscita da Messa. E persecuzioni in guanti bianchi, ammantate “di cultura”, quelle che ti confinano in un angolo della società, che arrivano a toglierti il lavoro se non ti adegui a leggi che “vanno contro Dio Creatore”.

Il racconto del martirio di Stefano, descritto nel brano degli Atti degli Apostoli proposto dalla liturgia, spinge il Papa a considerazioni note e nuove su una realtà che da duemila anni è una storia dentro la storia della fede cristiana, la persecuzione:
“La persecuzione, io direi, è il pane quotidiano della Chiesa. Gesù lo ha detto. Noi, quando facciamo un po’ di turismo per Roma e andiamo al Colosseo, pensiamo che i martiri erano quelli uccisi con i leoni. Ma i martiri non sono stati solo quelli lì o quegli altri. Sono uomini e donne di tutti i giorni: oggi, il giorno di Pasqua, appena tre settimane fa… Quei cristiani che festeggiavano la Pasqua nel Pakistan sono stati martirizzati proprio perché festeggiavano il Cristo Risorto. E così la storia della Chiesa va avanti con i suoi martiri”.

Il martirio di Stefano innescò una crudele persecuzione anticristiana a Gerusalemme analoga a quelle subite da chi non è libero oggi di professare la sua fede in Gesù. “Ma – osserva Francesco – c’è un’altra persecuzione della quale non si parla tanto”, una persecuzione “travestita di cultura, travestita di modernità, travestita di progresso”:
“È una persecuzione – io direi un po’ ironicamente – ‘educata’. E’ quando viene perseguitato l’uomo non per confessare il nome di Cristo, ma per voler avere e manifestare i valori di Figlio di Dio. E’ una persecuzione contro Dio Creatore nella persona dei suoi figli! E così vediamo tutti i giorni che le potenze fanno leggi che obbligano ad andare su questa strada e una nazione che non segue queste leggi moderne, colte, o almeno che non vuole averle nella sua legislazione, viene accusata, viene perseguitata educatamente. E’ la persecuzione che toglie all’uomo la libertà, anche della obiezione di coscienza!”.

“Questa è la persecuzione del mondo” che “toglie la libertà”, mentre “Dio – afferma il Papa – ci ha fatti liberi” di dare testimonianza “del Padre che ci ha creato e di Cristo che ci ha salvato”. E questa persecuzione, soggiunge, “ha anche un capo”:
“Il capo della persecuzione ‘educata’, Gesù lo ha nominato: il principe di questo mondo. E quando le potenze vogliono imporre atteggiamenti, leggi contro la dignità del Figlio di Dio, perseguitano questi e vanno contro il Dio Creatore. E’ la grande apostasia. Così la vita dei cristiani va avanti con queste due persecuzioni. Anche il Signore ci ha promesso di non allontanarsi da noi. “State attenti, state attenti! Non cadere nello spirito del mondo. State attenti! Ma andate avanti, Io sarò con voi”.


Sono i santi di tutti i giorni e i martiri che mandano avanti la Chiesa!

Sono i santi della vita ordinaria e i martiri di oggi che mandano avanti la Chiesa con il loro essere coerenti e coraggiosi testimoni di Gesù risorto, grazie all’opera dello Spirito Santo: questo, in sintesi, quanto ha detto Papa Francesco nell’omelia della Messa mattutina presieduta nella Cappellina di Casa Santa Marta.

La prima lettura, tratta dagli Atti degli Apostoli, parla del coraggio di Pietro che, dopo la guarigione dello storpio, annuncia la Risurrezione di Gesù davanti ai capi del Sinedrio: questi, arrabbiati, vogliono metterlo a morte. Gli era stato proibito di predicare nel nome di Gesù, ma lui continua a proclamare il Vangelo perché – dice – “bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini”. Questo Pietro “coraggioso” – afferma Papa Francesco – non ha niente a che vedere con “Pietro il codardo” della notte del Giovedì Santo, “quando pieno di paura rinnega tre volte il Signore”. Adesso Pietro diventa forte nella testimonianza. “La testimonianza cristiana – osserva il Papa – ha la stessa strada di Gesù: dare la vita”. In un modo o in un altro, il cristiano “si gioca la vita nella vera testimonianza”:
“La coerenza fra la vita e quello che abbiamo visto e ascoltato è proprio l’inizio della testimonianza. Ma la testimonianza cristiana ha un’altra cosa, non è solo di quello che la dà: la testimonianza cristiana, sempre, è in due. ‘E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo’. Senza lo Spirito Santo non c’è testimonianza cristiana. Perché la testimonianza cristiana, la vita cristiana è una grazia, è una grazia che il Signore ci dà con lo Spirito Santo”.

“Senza lo Spirito – sottolinea il Papa – non riusciamo ad essere testimoni”. Il testimone è chi è “coerente con quello che dice, con quello che fa e quello che ha ricevuto, cioè lo Spirito Santo”. “Questo è il coraggio cristiano, questa è la testimonianza”:
“E’ la testimonianza dei nostri martiri oggi, tanti, cacciati via dalla loro terra, sfollati, sgozzati, perseguitati: hanno quel coraggio di confessare Gesù proprio fino al momento della morte; è la testimonianza di quei cristiani che vivono la loro vita sul serio e dicono: ‘Io non posso fare questo, io non posso fare male ad un altro; io non posso truffare; io non posso condurre una vita a metà, io devo dare la mia testimonianza’. E la testimonianza è: dire quello che nella fede ha visto e udito, cioè Gesù Risorto, con lo Spirito Santo che ha ricevuto come dono”.

Nei momenti difficili della storia – commenta il Papa – si sente dire che “la patria ha bisogno di eroi”. E questo “è vero, questo è giusto”. “Ma di che cosa ha bisogno oggi la Chiesa? Di testimoni, di martiri”:
“Sono proprio i testimoni, cioè i santi, i santi di tutti i giorni, quelli della vita ordinaria, ma con la coerenza, e anche i testimoni fino alla fine, fino alla morte. Questi sono il sangue vivo della Chiesa; questi sono quelli che portano la Chiesa avanti, i testimoni; quelli che attestano che Gesù è risorto, che Gesù è vivo, e lo attestano con la coerenza di vita e con lo Spirito Santo che hanno ricevuto in dono”.


I cristiani vivano in armonia non in “tranquillità”!

Non è possibile confondere l’armonia che regna in una comunità cristiana, frutto dello Spirito Santo, con la “tranquillità” negoziata che spesso copre, in modo ipocrita, contrasti e divisioni interne. Lo ha affermato Papa Francesco nell’omelia della Messa del mattino celebrata in Casa S. Marta. Una comunità unita in Cristo, ha detto il Papa, è anche una comunità coraggiosa.

Un cuore solo, un’anima sola, nessun povero, beni distribuiti secondo bisogno. C’è una parola che può sintetizzare i sentimenti e lo stile di vita della prima comunità cristiana, secondo il ritratto che ne fanno gli Atti degli Apostoli: armonia.

Una parola sulla quale però bisogna intendersi, afferma Papa Francesco all’inizio dell’omelia, perché non si tratta di una concordia qualsiasi ma di un dono del cielo per chi, come sperimentano i cristiani della prima ora, è rinato dallo Spirito:
“Noi possiamo fare accordi, una certa pace… ma l’armonia è una grazia interiore che soltanto può farla lo Spirito Santo. E queste comunità vivevano in armonia. E i segni dell’armonia sono due: nessuno ha bisogno, cioè tutto era comune. In che senso? Avevano un solo cuore, una sola anima e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune. Nessuno infatti tra loro era bisognoso. La vera ‘armonia’ dello Spirito Santo ha un rapporto molto forte con il denaro: il denaro è nemico dell’armonia, il denaro è egoista. E per questo, il segno che dà è che tutti davano il loro perché non ci fossero i bisognosi”.

Il Papa si sofferma su questo aspetto e ripete l’esempio virtuoso offerto dal brano degli Atti, quello di Barnaba, che vende il suo campo e ne consegna agli Apostoli il ricavato. Ma i versetti immediatamente successivi, non compresi dalla lettura, offrono anche un altro episodio opposto al primo, che Francesco cita: quello di Anania e Saffira, una coppia che finge di dare quanto guadagnato dalla vendita di un campo, in realtà trattenendo una parte del denaro – scelta che avrà per loro un prezzo amarissimo, la morte. Dio e il denaro sono due padroni “il cui servizio è irriconciliabile”, ripete Francesco, che subito dopo fa chiarezza anche di un equivoco che potrebbe insorgere sul concetto di “armonia”. Non va confusa, afferma, con la “tranquillità”:
“Una comunità può essere molto tranquilla, andare bene: le cose vanno bene… Ma non è in armonia. Una volta ho sentito dire da un vescovo una cosa saggia: ‘Nella diocesi c’è tranquillità. Ma se tu tocchi questo problema… o questo problema… o questo problema, subito scoppia la guerra’. Un’armonia negoziata, sarebbe questa, e questa non è quella dello Spirito. E’ un’armonia – diciamo – ipocrita, come quella di Anania e Saffira con quello che hanno fatto”.

Francesco conclude invitando alla rilettura degli Atti degli Apostoli sui primi cristiani e la loro vita in comune. “Ci farà bene”, dice, per capire come testimoniarne la novità in tutti gli ambienti in cui si vive. Sapendo, soggiunge, che come per l’armonia, anche nell’impegno dell’annuncio si coglie il segno di un altro dono:
“L’armonia dello Spirito Santo ci dà questa generosità di non avere niente come proprio, mentre ci sia un bisognoso. L’armonia dello Spirito Santo ci dà un secondo atteggiamento: ‘Con grande forza, gli apostoli davano testimonianza della Resurrezione del Signore Gesù, e tutti godevano di grande favore’, cioè il coraggio. Quando c’è armonia nella Chiesa, nella comunità, c’è il coraggio, il coraggio di dare testimonianza del Signore Risorto”.


Il cristiano sia uomo del sì!

Domandiamoci se siamo uomini del sì o guardiamo dall’altra parte per non rispondere. E’ uno dei passaggi dell’omelia mattutina di Francesco a Santa Marta, la prima dopo la pausa per le festività pasquali. Prendendo spunto dalla solennità dell’Annunciazione, il Papa ha sottolineato che è proprio il “sì di Maria che apre la porta al sì di Gesù”.

Abramo obbedisce al Signore, dice “sì” alla sua chiamata e parte dalla sua terra senza sapere dove sarebbe andato. Papa Francesco ha incentrato la sua omelia sulla “catena di sì” che inizia proprio con Abramo. Prendendo spunto dalla solennità dell’Annunciazione, il Pontefice ha ricordato quell’ “umanità di uomini e donne” che pur “anziani” come Abramo o Mosè “hanno detto sì alla speranza del Signore”. Ma, ha soggiunto, pensiamo anche ad Isaia, che “quando il Signore gli dice di andare a dire le cose al popolo” risponde che ha “le labbra impure”.

Il Signore, ha detto il Papa, “purifica le labbra di Isaia e Isaia dice sì!”. Lo stesso vale per Geremia che riteneva di non saper parlare, ma poi dice ‘sì’ al Signore:
“E oggi il Vangelo ci dice la fine di questa catena di ‘sì’ ma l’inizio di un altro ‘sì’, che incomincia a crescere: il sì di Maria. E questo ‘sì’ fa che Dio non solo guardi come va l’uomo, non solo cammini con il suo popolo, ma che si faccia uno di noi e prenda la nostra carne. Il ‘sì’ di Maria che apre la porta al ‘sì’ di Gesù: ‘Io vengo per fare la Tua volontà’, questo ‘sì’ che va con Gesù durante tutta la vita, fino alla Croce”.
Francesco si sofferma dunque sul ‘sì’ di Gesù che chiede al Padre di allontanare da lui il calice, Padre, ma aggiunge “sia fatta la Tua volontà”. In Gesù Cristo, dunque, “vi è il ‘sì’ di Dio: Lui è il ‘sì’”.

Questa, ha detto, è “una bella giornata per ringraziare il Signore di averci insegnato questa strada del ‘sì’, ma anche per pensare alla nostra vita”. Un pensiero che il Papa rivolge in particolare ad alcuni sacerdoti presenti che celebrano il 50.mo di ordinazione:
“Tutti noi, durante ogni giorno, dobbiamo dire ‘sì’ o ‘no’ e pensare se sempre diciamo ‘sì’ o tante volte ci nascondiamo, con la testa bassa, come Adamo e Eva, per … non dire ‘no’, ma farsi un po’ quello che non capisce… quello che non capisce quello che Dio chiede. Oggi è la festa del ‘sì’. Nel ‘sì’ di Maria c’è il ‘sì’ di tutta la Storia della Salvezza, e incomincia lì l’ultimo ‘sì’ dell’uomo e di Dio”.

Lì, ha soggiunto il Papa, “Dio ricrea, come all’inizio con un ‘sì’ ha fatto il mondo e l’uomo, quella bella Creazione” e ora con questo ‘sì’, “più meravigliosamente ricrea il mondo, ricrea tutti noi”. E’ “il ‘sì’ di Dio che ci santifica, che ci fa andare avanti in Gesù Cristo”:
“E’ una giornata per ringraziare il Signore e per domandarci: ‘Io sono uomo o donna del ‘sì’ o sono uomo o donna del ‘no’ o sono uomo o donna che guardo un po’ dall’altra parte per non rispondere?’. Che il Signore ci dia la grazia di entrare in questa strada di uomini e donne che hanno saputo dire il sì”.

Al termine dell’omelia, le suore vincenziane che sono di servizio a Casa Santa Marta hanno rinnovato i voti. “Lo fanno ogni anno – ha detto il Papa – perché San Vincenzo era intelligente e sapeva che la missione che affidava loro era molto difficile e per questo ha voluto che ogni anno rinnovassero i voti”.

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