Omelie a Santa Marta

Fonte Omelie di Santa Marta


La salvezza viene dalla semplicità delle cose di Dio, non dai potenti!


La salvezza di Dio non viene dalle cose grandi, dal potere o dai soldi, dalle cordate clericali o politiche, ma dalle cose piccole e semplici: è quanto ha detto Papa Francesco durante la Messa del mattino celebrata nella cappellina di Casa Santa Marta.

 

Le letture del giorno ci parlano dello sdegno: si sdegna un lebbroso, Naamàn il Siro, che chiede al profeta Elisèo di guarirlo, ma non apprezza il modo semplice in cui questa guarigione dovrebbe avvenire. E si sdegnano gli abitanti di Nazaret di fronte alle parole di Gesù, loro conterraneo. E’ lo sdegno di fronte al progetto di salvezza di Dio che non segue i nostri schemi. Non è “come noi pensiamo che sia la salvezza, quella salvezza che tutti noi vogliamo”. Gesù sente il “disprezzo” dei “dottori della Legge che cercavano la salvezza nella casistica della morale” e in tanti precetti, ma il popolo non aveva fiducia in loro: 
“O i sadducei che cercavano la salvezza nei compromessi con i poteri del mondo, con l’Impero … gli uni con le cordate clericali, gli altri con le cordate politiche, cercavano la salvezza così. Ma il popolo aveva fiuto e non credeva. Sì, credeva a Gesù perché parlava ‘con autorità’. Ma perché, questo sdegno? Perché nel nostro immaginario, la salvezza deve venire da qualcosa di grande, da qualcosa di maestoso; solo ci salvano i potenti, quelli che hanno forza, che hanno soldi, che hanno potere: questi possono salvarci. E il piano di Dio è altro! Si sdegnano perché non possono capire che la salvezza soltanto viene dal piccolo, dalla semplicità delle cose di Dio”. 

“Quando Gesù fa la proposta della via di salvezza – prosegue il Papa – mai parla di cose grandi” ma “di cose piccole”. Sono “i due pilastri del Vangelo” che si leggono in Matteo, le Beatitudini e, nel capitolo 25, il Giudizio finale, “Vieni, vieni con me perché hai fatto questo”: 
“Cose semplici. Tu non hai cercato la salvezza o la tua speranza nel potere, nelle cordate, nei negoziati … no … hai fatto semplicemente questo. E questo sdegna tanti. Come preparazione alla Pasqua, io vi invito – anche lo farò io, pure, – a leggere le Beatitudini e a leggere Matteo 25, e pensare e vedere se qualcosa di questo mi sdegna, mi toglie la pace. Perché lo sdegno è un lusso che soltanto possono permettersi i vanitosi, gli orgogliosi. Se alla fine delle Beatitudini Gesù dice una parola che sembra … ‘Ma perché dice questo?’. ‘Beato colui che non si scandalizza di me’, che non ha sdegno di questo, che non sente sdegno”. 

Papa Francesco così conclude l’omelia: 
“Ci farà bene, prendere un po’ di tempo – oggi, domani – leggere le Beatitudini, leggere Matteo 25, e stare attenti a cosa succede nel nostro cuore: se c’è qualcosa di sdegno e chiedere la grazia al Signore di capire che l’unica via della salvezza è la ‘pazzia della Croce’, cioè l’annientamento del Figlio di Dio, del farsi piccolo. Rappresentato, qui, nel bagno nel Giordano o nel piccolo villaggio di Nazareth”.


È una grazia vedere il povero che bussa al nostro cuore!

La fede vera è accorgersi dei poveri che ci sono accanto. Lì c’è Gesù che bussa alla porta del nostro cuore: è quanto ha detto il Papa nella Messa del mattino a Casa Santa Marta.

Nel Vangelo del giorno Gesù racconta la parabola dell’uomo ricco “che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo e ogni giorno si dava a lauti banchetti” e non si accorgeva che alla sua porta c’era un povero, di nome Lazzaro, coperto di piaghe. Il Papa invita a porsi questa domanda: “Se io sono un cristiano sulla via della menzogna, soltanto del dire, o sono un cristiano sulla via della vita, cioè delle opere, del fare”. Quest’uomo ricco, infatti – nota Francesco – “conosceva i comandamenti, sicuramente tutti i sabati andava in sinagoga e una volta all’anno al tempio”. Aveva “una certa religiosità”: 
“Ma era un uomo chiuso, chiuso nel suo piccolo mondo – il mondo dei banchetti, dei vestiti, della vanità, degli amici – un uomo chiuso, proprio in una bolla, lì, di vanità. Non aveva capacità di guardare oltre, soltanto il suo proprio mondo. E quest’uomo non si accorgeva di cosa accadesse fuori del suo mondo chiuso. Non pensava per esempio ai bisogni di tante gente o alla necessità di compagnia degli ammalati, soltanto pensava a lui, alle sue ricchezze, alla sua buona vita: si dava alla buona vita”. 

Era, dunque, un “religioso apparente”, “non conosceva alcuna periferia, era tutto chiuso in se stesso. Proprio la periferia, che era vicina alla porta della sua casa, non la conosceva”. Percorreva “la via della menzogna”, perché “si fidava soltanto di se stesso, delle sue cose, non si fidava di Dio”. “Un uomo che non ha lasciato eredità, non ha lasciato vita, perché soltanto era chiuso in se stesso”. Ed “è curioso” sottolinea Papa Francesco – che “aveva perso il nome. Il Vangelo non dice come si chiamava, soltanto dice che era un uomo ricco, e quando il tuo nome è soltanto un aggettivo è perché hai perso, hai perso sostanza, hai perso forza”: 
“Questo è ricco, questo è potente, questo può fare tutto, questo è un prete di carriera, un vescovo di carriera… Quante volte noi… ci viene di nominare la gente con aggettivi, non con nomi, perché non hanno sostanza. Ma io mi domando: ‘Dio che è Padre, non ha avuto misericordia di questo uomo? Non ha bussato al suo cuore per muoverlo?’. Ma sì, era alla porta, era alla porta, nella persona di quel Lazzaro, che sì aveva nome. E quel Lazzaro con i suoi bisogni e le sue miserie, le sue malattie, era proprio il Signore che bussava alla porta, perché quest’uomo aprisse il cuore e la misericordia potesse entrare. Ma no, lui non vedeva, soltanto era chiuso: per lui oltre la porta non c’era niente”. 

Siamo in Quaresima – ricorda il Papa – e ci farà bene domandarci quale strada stiamo percorrendo: 
“’Io sono sulla strada della vita o sulla strada della menzogna? Quante chiusure ho nel mio cuore ancora? Dove è la mia gioia: nel fare o nel dire? Nell’uscire da me stesso per andare incontro agli altri, per aiutare? – Le opere di misericordia, eh! O la mia gioia è avere tutto sistemato, chiuso in me stesso?’. Chiediamo al Signore, mentre pensiamo questo, no, sulla nostra vita, la grazia di vedere sempre i Lazzari che sono alla nostra porta, i Lazzari che bussano al cuore, e uscire da noi stessi con generosità, con atteggiamento di misericordia, perché la misericordia di Dio possa entrare nel nostro cuore!”.


Dio è concreto; no alla “religione del dire”, fatta di ipocrisia e vanità!

Quella cristiana è una religione concreta, che agisce facendo il bene, non una “religione del dire”, fatta di ipocrisia e vanità. Papa Francesco lo ha ripetuto commentando la liturgia del giorno all’omelia della Messa celebrata in Casa S. Marta. Durante la Quaresima, ha concluso, Dio “ci insegni la strada del fare”.

La vita cristiana è concreta, “Dio è concreto”, ma tanti sono i cristiani per “finta”, quelli che fanno dell’appartenenza alla Chiesa un fregio senza impegno, un’occasione di prestigio invece che un’esperienza di servizio verso i più poveri. 

Il Papa intreccia il brano liturgico del giorno del profeta Isaia col passo del Vangelo di Matteo per spiegare una volta ancora la “dialettica evangelica fra il dire e il fare”. L’enfasi di Francesco è sulle parole di Gesù, che smaschera l’ipocrisia di scribi e farisei invitando discepoli e folla a osservare ciò che loro insegnano ma a non comportarsi come loro agiscono: 
“Il Signore ci insegna la strada del fare. E quante volte troviamo gente – anche noi, eh! – tante volte nella Chiesa: “O sono molto cattolico!”. “Ma cosa fai?” Quanti genitori si dicono cattolici, ma mai hanno tempo per parlare ai propri figli, per giocare con i propri figli, per ascoltare i propri figli. Forse hanno i loro genitori in casa di riposo, ma sempre sono occupati e non possono andare a trovarli e li lasciano abbandonati. ‘Ma sono molto cattolico, eh! Io appartengo a quella associazione’. Questa è la religione del dire: io dico che sono così, ma faccio la mondanità”. 

Quello del “dire e non fare”, afferma il Papa, “è un inganno”. Le parole di Isaia, sottolinea, indicano cosa Dio preferisca: “Cessate di fare il male, imparate a fare il bene”. “Soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova”. E dimostrano anche altro, l’infinita misericordia di Dio, che dice all’umanità: “Su, venite e discutiamo. Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve”: 
“La misericordia del Signore va all’incontro di quelli che hanno il coraggio di discutere con Lui, ma discutere sulla verità, sulle cose che io faccio o quelle che non faccio, per correggermi. E questo è il grande amore del Signore, in questa dialettica fra il dire e il fare. Essere cristiano significa fare: fare la volontà di Dio. E l’ultimo giorno – perché tutti noi ne avremo uno, eh! – quel giorno cosa ci domanderà il Signore? Ci dirà: “Cosa avete detto su di me?”. No! ci domanderà delle cose che abbiamo fatto”. 

E qui il Papa cita l’amato capitolo del Vangelo di Matteo sul giudizio finale, quando Dio chiederà conto all’uomo di ciò che avrà fatto ad affamati, assetati, carcerati, stranieri. “Questa – esclama Francesco – è la vita cristiana. Invece il solo dire ci porta alla vanità, a quel fare finta di essere cristiano. Ma no, non si è cristiani così”: 
“Che il Signore ci dia questa saggezza di capire bene dov’è la differenza fra il dire e il fare e ci insegni la strada del fare e ci aiuti ad andare su quella strada, perché la strada del dire ci porta al posto dove erano questi dottori della legge, questi chierici, ai quali piaceva vestirsi ed essere proprio come se fossero una maestà, no? E questo non è la realtà del Vangelo! Che il Signore ci insegni questa strada”.


La fede è la più grande eredità che possiamo lasciare!


La più bella eredità che possiamo lasciare agli altri è la fede: è quanto ha detto il Papa nella Messa del mattino a Casa Santa Marta. Nell’omelia, ha invitato a non avere paura della morte, perché il percorso della vita continua.

La prima lettura del giorno parla della morte del Re Davide. “In ogni vita c’è una fine” – sottolinea il Papa – questo “è un pensiero che non ci piace tanto”, “si copre sempre” ma “è la realtà di tutti i giorni”. Pensare “all’ultimo passo” è “una luce che illumina la vita”, “è una realtà che dobbiamo avere sempre davanti a noi”: 
“In una delle udienze del mercoledì c’era tra gli ammalati una suorina anziana, ma con una faccia di pace, uno sguardo luminoso: ‘Ma quanti anni ha lei, suora?’. E con un sorriso: ‘83, ma sto finendo il mio percorso in questa vita, per cominciare l’altro percorso col Signore, perché ho un cancro al pancreas’. E così, in pace, quella donna aveva vissuto con intensità la sua vita consacrata. Non aveva paura della morte: ‘Sto finendo il mio percorso di vita, per incominciare l’altro’. E’ un passaggio. Queste cose ci fanno bene”. 

Davide regnò su Israele per 40 anni: “Ma anche 40 anni passano”, osserva Papa Francesco. Prima di morire, Davide esorta il figlio Salomone a osservare la Legge del Signore. Lui in vita aveva peccato molto, ma aveva imparato a chiedere perdono e la Chiesa lo chiama “il Santo re Davide. Peccatore, ma Santo!”. Ora, in punto di morte, lascia al figlio “l’eredità più bella e più grande che un uomo o una donna possa lasciare ai figli: lascia la fede”: 
“Quando si fa testamento la gente dice: ‘Ma a questo lascio questo, a questo lascio quello, a questo lascio questo…’. Sì, sta bene, ma la più bella eredità, la più grande eredità che un uomo, una donna, può lasciare ai suoi figli è la fede. E Davide fa memoria delle promesse di Dio, fa memoria della propria fede in queste promesse e le ricorda al figlio. Lasciare la fede in eredità. Quando nella cerimonia del Battesimo diamo – i genitori – la candela accesa, la luce della fede, gli stiamo dicendo: ‘Conservala, falla crescere in tuo figlio e in tua figlia e lasciala come eredità’. Lasciare la fede come eredità, questo ci insegna Davide, e muore così, semplicemente come ogni uomo. Ma sa bene cosa consigliare al figlio e quale sia la migliore eredità che gli lascia: non il regno, ma la fede!”. 

Ci farà bene porci una domanda – conclude il Papa – “Qual è l’eredità che io lascio con la mia vita?”: 
“Lascio l’eredità di un uomo, una donna di fede? Ai miei lascio questa eredità? Chiediamo al Signore due cose: di non avere paura di quest’ultimo passo, come la sorella dell’udienza di mercoledì – ‘Sto finendo il mio percorso e incomincio l’altro’ – di non avere paura; e la seconda, che tutti noi possiamo lasciare con la nostra vita, come migliore eredità, la fede, la fede in questo Dio fedele, questo Dio che è accanto a noi sempre, questo Dio che è Padre e non delude mai”.


Bisogna essere umili, ma le ferite della corruzione guariscono difficilmente!


L’umiltà è la strada della santità. E’ quanto affermato da Papa Francesco nella Messa mattutina a Casa Santa Marta. Il Pontefice si è soffermato sulla vicenda del Re Davide che, consapevole del proprio peccato, accetta le umiliazioni con spirito di fiducia nel Signore. Ancora, il Papa ha ammonito che Dio perdona il peccato, “ma le ferite di una corruzione difficilmente guariscono”.

Re Davide “è a un passo dall’entrare nella corruzione”, ma il profeta Nathan, inviato da Dio, gli fa capire il male che aveva compiuto. Papa Francesco si è soffermato nell’omelia sulla figura di Davide, “peccatore ma santo”. 

Davide è dunque peccatore ma non corrotto, perché – annota il Papa – “un corrotto non se ne rende conto”:
“Ci vuole una grazia speciale per cambiare il cuore di un corrotto. E Davide, che aveva il cuore nobile, ancora: ‘Ah, è vero: ho peccato!’, riconosce la sua colpa. E cosa dice Nathan? ‘Il Signore perdona il tuo peccato, ma la corruzione che tu hai seminato crescerà. Tu hai ucciso un innocente per coprire un adulterio. La spada non si allontanerà mai dalla tua Casa’. Dio perdona il peccato, Davide si converte ma le ferite di una corruzione difficilmente guariscono. Lo vediamo in tante parti del mondo”. 
Davide si trova a dover affrontare il figlio Assalonne, ormai corrotto, che gli fa guerra. Ma il re riunisce i suoi e decide di lasciare la città e lascia tornare indietro l’Arca, non usa Dio per difendersi. Se ne va “per salvare il suo popolo”. “E questa – rileva Francesco – è la strada di santità che Davide, dopo quel momento in cui era entrato nella corruzione, incomincia a fare”. 

Davide dunque piangendo e con il capo coperto lascia la città e c’è chi lo insegue per insultarlo. Fra costoro, Simei che gli dice “sanguinario”, lo maledice. Davide accetta questo perché, afferma il Papa, pensa che “se maledice, è perché il Signore” glielo ha detto: 
“Poi Davide disse ai suoi servi: ‘Ecco, il figlio uscito dalle mie viscere cerca di togliermi la vita’. Assalonne. ‘E allora, questo beniaminita lasciatelo maledire, poiché glielo ha ordinato il Signore’. Davide sa vedere i segni: è il momento della sua umiliazione, è il momento nel quale lui sta pagando la sua colpa. ‘Forse il Signore guarderà alla mia afflizione e mi renderà il bene in cambio della maledizione di oggi’, e si affida nelle mani del Signore. Questo è il percorso di Davide, dal momento della corruzione a questo affidamento nelle mani del Signore. E questa è santità. Questa è umiltà”. 
“Io – riprende Francesco – penso che ognuno di noi, se qualcuno ci dice qualcosa, una cosa brutta”, “subito cerchiamo di dire che non è vero”. Oppure facciamo come Simei: “Diamo una risposta più brutta ancora”. 

“L’umiltà – sottolinea – soltanto può arrivare a un cuore tramite le umiliazioni. Non c’è umiltà senza umiliazioni, e se tu non sei capace di portare alcune umiliazioni nella tua vita, non sei umile”. E’ semplice, è “matematico”, rafforza il Papa: 
“L’unica strada per l’umiltà è l’umiliazione. Il fine di Davide, che è la santità, viene tramite l’umiliazione. Il fine della santità che Dio regala ai suoi figli, regala alla Chiesa, viene tramite l’umiliazione del suo Figlio, che si lascia insultare, che si lascia portare sulla Croce – ingiustamente … E questo Figlio di Dio che si umilia, è la strada della santità. E Davide, con il suo atteggiamento, profetizza questa umiliazione di Gesù. Chiediamo al Signore la grazia, per ognuno di noi, per tutta la Chiesa, la grazia dell’umiltà, ma anche la grazia di capire che non è possibile essere umili senza umiliazione”.

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