Omelie a Santa Marta

Fonte Omelie di Santa Marta


Tre anni di omelie a Santa Marta, 
il Vangelo portato a tutti!

Il 22 marzo di tre anni fa, Papa Francesco celebrava la sua prima Messa con omelia a Casa Santa Marta, davanti ad un gruppo di operai e netturbini del Servizio Giardino Vaticano. In quella mattinata, a giudizio di molti osservatori, iniziava dunque a palpitare il cuore pulsante del Pontificato. Alessandro Gisotti ne ha parlato con Elisabetta Piqué, vaticanista argentina de “La Nacion” e biografa di Jorge Mario Bergoglio, che conosce da molti anni:

 

R. – Secondo me, il successo è in questo modo straordinario del Papa di comunicare: tutti riescono a capire quello che lui dice, e sono seguite in tutto il mondo! Sono seguite in tutto il mondo, e non solo dai fedeli, ma anche dalla diplomazia. Lui fa vivere il Vangelo, cioè torna all’essenziale e lo spiega in un modo comprensibile, molto facile da capire per tutti, e lo collega al mondo di oggi e così arriva al cuore della gente. In questo senso è bene ricordare che sono diventate libri pubblicati in tutto il mondo, queste omelie, che sono il cuore di questo pontificato: questo “tornare all’essenziale”. 

D. – Molti dei contenuti del pontificato di Francesco, anche alcune idee, nascono proprio nelle omelie della mattina a Santa Marta … 

R. – Sì, sì: tutto questo conferma perché tutti noi giornalisti, ma non solo i giornalisti, anche chi segue il Vaticano, sa che deve seguire prima di tutto queste omelie mattutine da Santa Marta, in cui c’è proprio l’essenza del messaggio di questo Papa. 

D. – Le omelie di Santa Marta sono anche un grande esempio di comunicazione e di condivisione, hanno anche una grande popolarità sui “social network” … 

R. – Questo credo che sia anche un riflesso dei tempi in cui viviamo e in questo senso credo che questo Papa sappia benissimo, nei tempi in cui vive, e per questo credo che lo dimostri anche il fatto di essere sbarcato pochi giorni fa su Instagram … Anche se ricordo che lui, tornando da uno dei viaggi, in aereo, ha detto: “Ah, io mi sento un preistorico davanti a tutti questi ‘social’, ‘tweet’ …”, eccetera: sa che viviamo comunque in un mondo dove esiste il “social” e dove, appunto, il Papa capisce che il suo messaggio dev’essere anche “capibile”, questo Papa che anche un bambino deve poter capire. E questo riflette anche perché anche nel “social” questo Papa ha successo. 

D. – Tu conosci Jorge Mario Bergoglio da molto prima che fosse eletto Papa. Che ricordo hai delle sue omelie a Buenos Aires? Trovi delle differenze, o invece c’è proprio una continuità nelle espressioni, nelle immagini – anche – che viene a utilizzare? 

R. – Credo che ci sia una enorme continuità, perché devo dire che sempre lui ha avuto questa caratteristica di essere un prete che predicava in un modo veramente attraente, e questo lo ricorda anche gente che adesso ha 40 anni ma che ha conosciuto padre Jorge quando faceva catechismo, o a chi ha dato la comunione: che ricordano questo maestro enorme nel predicare, che fa sì che la Parola, cioè il Vangelo, che possa essere totalmente comprensibile e totalmente attuale. Credo che questo sia un dono che ha avuto sempre e che è questo dono di comunicare e che è quello che parlando di lui, prima ancora di essere perfino ordinato sacerdote, quando era maestro di letteratura e di psicologia, al Colegio de la Inmaculada Concepción de Santa Fe, bè, gli alunni lo ricordano come un grandissimo maestro che faceva crescere, che faceva pensare. Bè, credo che questa sia un’abilità che ha sempre avuto. Ovviamente, da Papa avrà sicuramente più ispirazione dallo Spirito Santo e questo lo aiuterà; ma è una dota, un’abilità, questo saper comunicare, saper spiegare, saper arrivare al cuore della gente, che credo abbia sempre avuto.


La speranza è una virtù umile e forte 
che non ci fa annegare!

La speranza cristiana è una virtù umile e forte che ci sostiene e non ci fa annegare nelle tante difficoltà della vita. E’ quanto affermato da Papa Francesco nella Messa mattutina a Casa Santa Marta. Il Pontefice ha ribadito che la speranza nel Signore non delude mai, è fonte di gioia e dà pace al nostro cuore. 

Gesù parla con i dottori della legge ed afferma che Abramo “esultò nella speranza” di vedere il suo giorno. Papa Francesco ha preso spunto dal passo del Vangelo odierno per sottolineare quanto la speranza sia fondamentale nella vita del cristiano. Abramo, ha detto, “ha avuto le sue tentazioni sulla strada della speranza”, ma ha creduto e ha obbedito al Signore e così si è messo in cammino verso la terra promessa. 

C’è dunque, annota il Papa, come un “filo della speranza” che lega “tutta la storia della salvezza” ed è “fonte di gioia”: 
“Oggi la Chiesa ci parla della gioia della speranza. Nella prima preghiera della Messa abbiamo chiesto la grazia a Dio di custodire la speranza della Chiesa, perché non ‘fallisca’. E Paolo, parlando del nostro padre Abramo, ci dice: ‘Credete contro ogni speranza’. Quando non c’è speranza umana, c’è quella virtù che ti porta avanti, umile, semplice, ma ti dà una gioia, delle volte una grande gioia, delle volte soltanto la pace, ma la sicurezza che quella speranza non delude. La speranza non delude”. 
Questa “gioia di Abramo”, questa speranza – ha proseguito – “cresce nella storia”. “Delle volte – ha ammesso – si nasconde, non si vede; delle volte si manifesta apertamente”. Francesco cita l’esempio di Elisabetta incinta che esulta di gioia quando viene visitata da sua cugina Maria. E’ la “gioia della presenza di Dio – ha detto – che cammina con il suo popolo. E quando c’è gioia, c’è pace. Questa è la virtù della speranza: dalla gioia alla pace”. Questa speranza, ha ripreso, “non delude mai”, neppure nei “momenti della schiavitù”, quando il popolo di Dio era in terra straniera. 

Questo “filo della speranza” incomincia con Abramo, “Dio che parla ad Abramo”, e “finisce” con Gesù. Francesco si sofferma sulle caratteristiche di questa speranza. Se, infatti, si può dire di avere fede e carità, è più difficile rispondere sulla speranza: 
“Questo tante volte possiamo dirlo facilmente, ma quando si domanda: ‘Tu hai speranza? Tu hai la gioia della speranza?’ ‘Ma, padre, non capisco, mi spieghi’. La speranza, quella virtù umile, quella virtù che scorre sotto l’acqua della vita, ma che ci sostiene per non annegare nelle tante difficoltà, per non perdere quel desiderio di trovare Dio, di trovare quel volto meraviglioso che tutti vedremo un giorno: la speranza”. 

Oggi, ha detto il Papa, “sarà un bel giorno per pensare a questo: lo stesso Dio, che ha chiamato Abramo e lo ha fatto uscire dalla sua terra senza sapere dove dovesse andare, è lo stesso Dio che va in croce, per compiere la promessa che ha fatto”: 
“E’ lo stesso Dio che nella pienezza dei tempi fa che quella promessa divenga realtà per tutti noi. E quello che unisce quel primo momento a quest’ultimo momento è il filo della speranza; e quello che unisce la mia vita cristiana alla nostra vita cristiana, da un momento all’altro, per andare sempre avanti – peccatori, ma avanti – è la speranza; e quello che ci dà pace nei brutti momenti, nei momenti più bui della vita è la speranza. La speranza non delude, è sempre lì: silenziosa, umile, ma forte”.


Gesù si annienta per amore e vince il serpente del male!

Se vogliamo conoscere “la storia d’amore” che Dio ha per noi bisogna guardare il Crocifisso, sul quale c’è un Dio che si è “svuotato della divinità”, si è “sporcato” di peccato pur di salvare gli uomini. Lo ha affermato Papa Francesco all’omelia della Messa del mattino celebrata in Casa Santa Marta. 

La storia della salvezza raccontata dalla Bibbia ha a che fare con un animale, il primo a essere nominato nella Genesi e l’ultimo a esserlo nell’Apocalisse: il serpente. Un animale che, nella Scrittura, è simbolo potente di dannazione e misteriosamente, afferma il Papa, di redenzione. 

Per spiegarlo, Papa Francesco intreccia la Lettura tratta dal Libro dei Numeri e il brano del Vangelo di Giovanni. La prima contiene il celebre passo del popolo di Israele che, stanco di vagare per il deserto con poco cibo, impreca contro Dio e contro Mosè. Anche qui protagonisti sono i serpenti, due volte. I primi inviati dal cielo contro il popolo infedele, che seminano paura e morte finché la gente non implora Mosè di chiedere perdono. E il secondo, singolare rettile che a questo punto entra in scena: 
“Dio dice a Mosè: ‘Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta (il serpente di bronzo). Chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita’. E’ misterioso: il Signore non fa morire i serpenti, li lascia. Ma se uno di questi fa del male ad una persona, guardi quel serpente di bronzo e guarirà. Innalzare il serpente”. 

Il verbo “innalzare” è invece il centro del duro confronto tra Cristo e i farisei descritto nel Vangelo. A un certo punto, Gesù afferma: “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono”. Anzitutto, nota Francesco, “Io Sono” è anche il nome che Dio aveva dato di Sé stesso a Mosè per comunicarlo agli israeliti. E poi, soggiunge il Papa, c’è quella espressione che ritorna: “Innalzare il Figlio dell’uomo…”: 
“Il serpente, simbolo del peccato. Il serpente che uccide. Ma un serpente che salva. E questo è il Mistero del Cristo. Paolo, parlando di questo Mistero, dice che Gesù svuotò se stesso, umiliò se stesso, si annientò per salvarci. E’ più forte ancora: ‘Si è fatto peccato’. Usando questo simbolo si è fatto serpente. Questo è il messaggio profetico di queste Letture di oggi. Il Figlio dell’uomo, che come un serpente, ‘fatto peccato’, viene innalzato per salvarci”. 

Questa, dice il Papa, “è la storia della nostra redenzione, questa è la storia dell’amore di Dio. Se noi vogliamo conoscere l’amore di Dio, guardiamo il Crocifisso: un uomo torturato”, un Dio, “svuotato della divinità”, “sporcato” dal peccato”. Ma un Dio che, conclude, annientandosi distrugge per sempre il vero nome del male, quello che l’Apocalisse chiama “il serpente antico”: 
“Il peccato è l’opera di Satana e Gesù vince Satana ‘facendosi peccato’ e di là innalza tutti noi. Il Crocifisso non è un ornamento, non è un’opera d’arte, con tante pietre preziose, come se ne vedono: il Crocifisso è il Mistero dell’‘annientamento’ di Dio, per amore. E quel serpente che profetizza nel deserto la salvezza: innalzato e chiunque lo guarda viene guarito. E questo non è stato fatto con la bacchetta magica da un Dio che fa le cose: no! E’ stato fatto con la sofferenza del Figlio dell’uomo, con la sofferenza di Gesù Cristo!”.


Quante “valli oscure”, ma il Signore è con noi!


Il barbone morto di freddo a Roma, le suore di Madre Teresa uccise nello Yemen, le persone che si ammalano nella “Terra dei fuochi”. Alla Messa mattutina a Casa Santa Marta, Papa Francesco rammenta alcuni fatti drammatici degli ultimi tempi. Davanti a queste “valli oscure” del nostro tempo, afferma, l’unica risposta è affidarsi a Dio. Anche quando non capiamo, come davanti alla malattia rara di un bambino, ha detto, affidiamoci nelle mani del Signore che mai lascia solo il suo popolo. 

Susanna, una donna giusta, viene “sporcata” dal “cattivo desiderio” di due giudici, ma preferisce affidarsi a Dio e scegliere di morire innocente piuttosto che fare quello che volevano questi uomini. Francesco prende spunto dalla Prima Lettura, tratta dal Libro di Daniele, per sottolineare che, anche quando ci troviamo a percorrere “una valle oscura”, non dobbiamo temere alcun male.  

Il Signore, ha detto il Pontefice, sempre cammina con noi, ci vuole bene e non ci abbandona. Di qui, Francesco ha volto lo sguardo alle tante “valli oscure” del nostro tempo: 
“Quando noi, oggi, guardiamo tante valli oscure, tante disgrazie, tanta gente che muore di fame, di guerra, tanti bambini disabili, tanti … tanti che adesso, tu chiedi ai genitori: ‘Ma che malattia ha?’ – ‘Nessuno lo sa: si chiama malattia rara’. E’ quella che noi facciamo con le nostre cose: pensiamo ai tumori dalla Terra dei fuochi … Quando tu vedi tutto questo, ma dove sta il Signore, dove sei? Tu cammini con me? Questo era il sentimento di Susanna. Anche il nostro. Tu vedi queste quattro sorelle trucidate: ma, servivano per amore, e sono finite trucidate per odio! Quando tu vedi che si chiudono le porte ai profughi e li si lasciano fuori, all’aria, con il freddo … Ma, Signore, dove sei Tu?”. 

“Come posso affidarmi a Te – riprende il Papa – se vedo tutte queste cose? E quando le cose succedono a me, ognuno di noi può dire: ma come mi affido a Te?”. “Soltanto, a questa domanda c’è una risposta”, ha detto Francesco: “Non si può spiegare, no io non ne sono capace”: 
“Perché soffre un bambino? Non so: è un mistero, per me. Soltanto, mi dà qualcosa di luce – non alla mente, all’anima – Gesù al Getsemani: ‘Padre, questo calice, no. Ma si faccia la Tua volontà’. Si affida alla volontà del Padre. Gesù sa che non finisce tutto, con la morte o con l’angoscia, e l’ultima parola dalla Croce: ‘Padre, nelle Tue mani mi affido!’, e muore così. Affidarsi a Dio, che cammina con me, che cammina con il mio popolo, che cammina con la Chiesa: e questo è un atto di fede. Io mi affido. Non so: non so perché accade questo, ma io mi affido. Tu saprai perché”. 

E questo, ha detto, “è l’insegnamento di Gesù: chi si affida al Signore che è Pastore, non manca di nulla”. Anche se va per una valle oscura, ha soggiunto, “sa che il male è un male del momento, ma il male definitivo non ci sarà perché il Signore, ‘perché Tu sei con me. Il Tuo bastone e il Tuo vincastro mi danno sicurezza’”. Questa, ha sottolineato, “è una grazia” che dobbiamo chiedere: “Signore, insegnami ad affidarmi alle Tue mani, ad affidarmi alla Tua guida, anche nei momenti brutti, nei momenti oscuri, nel momento della morte”: 
“Ci farà bene, oggi, pensare alla nostra vita, ai problemi che abbiamo e chiedere la grazia di affidarci alle mani di Dio. Pensare a tanta gente che neppure ha un’ultima carezza al momento di morire. Tre giorni fa è morto uno, qui, sulla strada, un senzatetto: è morto di freddo. In piena Roma, una città con tutte le possibilità per aiutare. Perché, Signore? Neppure una carezza … Ma io mi affido, perché Tu non deludi”. 

“Signore – ha concluso – non ti capisco. Questa è una bella preghiera. Ma senza capire, mi affido nelle tue mani”.


Riconoscersi peccatori per accogliere la misericordia di Dio!


Solo se il cuore è aperto, si può accogliere la misericordia di Dio. E’ l’esortazione che Papa Francesco ha levato nella Messa mattutina a Casa Santa Marta. Il Pontefice ha messo l’accento sull’infedeltà del popolo di Dio che solo può essere vinta nel riconoscersi peccatori e così iniziare un cammino di conversione. 

Un patto di fedeltà. Nelle letture del giorno, ha esordito Francesco, possiamo vedere la fedeltà del Signore e la “fedeltà fallita” del suo popolo. Commentando la Prima Lettura, tratta dal Libro di Geremia, il Papa ha così sottolineato che “Dio è sempre fedele, perché non può rinnegare se stesso”, mentre il popolo non presta orecchio alla sua Parola. Geremia, ha proseguito, ci racconta dunque le “tante cose che ha fatto Dio per attirare i cuori del popolo”, ma il popolo permane nella sua infedeltà. 

“Questa infedeltà del popolo di Dio – ha ammonito – anche la nostra, la nostra propria infedeltà, indurisce il cuore: chiude il cuore!”: 
“Non lascia entrare la voce del Signore che, come padre amorevole, ci chiede sempre di aprirci alla sua misericordia e al suo amore. Abbiamo pregato nel Salmo, tutti insieme: ‘Ascoltate oggi la voce del Signore. Non indurite il vostro cuore!’. Il Signore sempre ci parla così, anche con tenerezza di padre ci dice: ‘Ritornate a me con tutto il cuore, perché sono misericordioso e pietoso’. Ma quando il cuore è duro questo non si capisce. La misericordia di Dio soltanto si capisce se tu sei capace di aprire il tuo cuore, perché possa entrare”. 
“Il cuore si indurisce – ha ripreso – e vediamo la stessa storia” nel passo del Vangelo di Luca, dove Gesù viene affrontato da quelli che avevano studiato le Scritture, “i dottori della legge che sapevano la teologia, ma erano tanto tanto chiusi”. La folla, invece, “era stupita”, “aveva fede in Gesù! Aveva il cuore aperto: imperfetto, peccatore, ma il cuore aperto”. 

Questi teologi, invece, ha soggiunto il Papa “avevano un atteggiamento chiuso! Sempre cercavano una spiegazione per non capire il messaggio di Gesù”, “gli domandavano un segno del cielo. Sempre chiusi! Era Gesù che doveva giustificare quello che faceva”: 
“Questa è la storia, la storia di questa fedeltà fallita. La storia dei cuori chiusi, dei cuori che non lasciano entrare la misericordia di Dio, che hanno dimenticato la parola ‘perdono’ – ‘Perdonami Signore!’ – semplicemente perché non si sentono peccatori: si sentono giudici degli altri. Una lunga storia di secoli. E questa fedeltà fallita Gesù la spiega con due parole chiare, per mettere fine, per finire questo discorso di questi ipocriti: ‘Chi non è con me è contro di me’. Chiaro! O sei fedele, con il tuo cuore aperto, al Dio che è fedele con te, o sei contro di Lui: ‘Chi non è con me è contro di me!’”. 

Ma è possibile una via di mezzo, “un negoziato”?, si chiede il Papa. “Sì – è la sua risposta – c’è una uscita: confessati peccatore! E se tu dici ‘io sono peccatore’ il cuore si apre e entra la misericordia di Dio e incominci ad essere fedele”: 
“Chiediamo al Signore la grazia della fedeltà. E il primo passo per andare su questa strada della fedeltà è sentirsi peccatore. Se tu non ti senti peccatore, hai incominciato male. Chiediamo la grazia che il nostro cuore non si indurisca, che sia aperto alla misericordia di Dio, e la grazia della fedeltà. E quando ci troviamo, noi, infedeli la grazia di chiedere perdono”.


Quando Dio perdona, il suo perdono è cosi grande che è come se ‘dimenticasse’!


Il tempo di Quaresima “ci prepari il cuore” al perdono di Dio e a perdonare a nostra volta come Lui, cioè “dimenticando” le colpe altrui. Con questa preghiera, Papa Francesco ha concluso l’omelia della Messa del mattino celebrata a Casa S. Marta.
 

La perfezione di Dio ha un punto debole esattamente dove l’imperfezione umana tende invece a non fare sconti: la capacità di perdonare. 

I pensieri di Papa Francesco all’omelia si lanciano condurre come sempre dalle letture della liturgia. Il Vangelo presenta la celebre domanda di Pietro e Gesù: quante volte devo perdonare un fratello che ha commesso una colpa contro di me? La lettura, tratta dal Profeta Daniele, è incentrata sulla preghiera del giovane Azaria che, messo a morire in un forno per essersi rifiutato di adorare un idolo d’oro, invoca tra le fiamme la misericordia di Dio per il popolo chiedendogli contemporaneamente perdono per sé. Questo, sottolinea Francesco, è il modo giusto di pregare. Sapendo di poter contare su un particolare aspetto della bontà di Dio: 
“Quando Dio perdona, il suo perdono è cosi grande che è come se ‘dimenticasse’. Tutto il contrario di quello che facciamo noi, delle chiacchiere: ‘Ma questo ha fatto quello, ha fatto quello, ha fatto quello…’, e noi abbiamo di tante persone la storia antica, media, medievale e moderna, eh?, e non dimentichiamo. Perché? Perché non abbiamo il cuore misericordioso. ‘Fa con noi secondo la Tua clemenza’, dice questo giovane Azaria. ‘Secondo la Tua grande misericordia. Salvaci’. E’ un appello alla misericordia di Dio, perché ci dia il perdono e la salvezza e dimentichi i nostri peccati”. 

Nel brano del Vangelo, per spiegare a Pietro che bisogna perdonare sempre, Gesù racconta la parabola dei due debitori, il primo che ottiene il condono dal suo padrone, pur dovendogli una cifra enorme, ed egli stesso incapace poco dopo di essere altrettanto misericordioso con un altro che gli deve solo una piccola somma. Osserva sul punto il Papa: 
“Nel Padre Nostro preghiamo: ‘Perdona i nostri debiti come noi perdoniamo ai nostri debitori”. E’ un’equazione, vanno insieme. Se tu non sei capace di perdonare, come potrà Dio perdonarti? Lui ti vuole perdonare, ma non potrà se tu hai il cuore chiuso, e la misericordia non può entrare. ‘Ma, Padre, io perdono, ma non posso dimenticare quella brutta cosa che mi ha fatto…’. ‘Eh, chiedi al Signore che ti aiuti a dimenticare’: ma questa è un’altra cosa. Si può perdonare, ma dimenticare non sempre ci si riesce. Ma ‘perdonare’ e ‘me la pagherai’: quello, no! Perdonare come perdona Dio: perdona al massimo”. 

Misericordia, compassione, perdono, ripete il Papa, ricordando che “il perdono del cuore che ci dà Dio sempre è misericordia:” 
“Che la Quaresima ci prepari il cuore per ricevere il perdono di Dio. Ma riceverlo e poi fare lo stesso con gli altri: perdonare di cuore. Forse non mi saluti mai, ma nel mio cuore io ti ho perdonato. E così ci avviciniamo a questa cosa tanto grande, di Dio, che è la misericordia. E perdonando apriamo il nostro cuore perché la misericordia di Dio entri e ci perdoni, a noi. Perché tutti noi ne abbiamo, da chiedere di perdono: tutti. Perdoniamo e saremo perdonati. Abbiamo misericordia con gli altri, e noi sentiremo quella misericordia di Dio che, quando perdona, ‘dimentica’”.

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