Seguire Dio che dona gioia, non le ricchezze che ci fanno tristi!


Seguire il Signore che ci dona tutto, non cercare le ricchezze. E’ quanto affermato da Francesco nella Messa mattutina a Casa Santa Marta. Commentando il Vangelo odierno, il Papa ha messo l’accento sulla “pienezza” che ci dona Dio: una pienezza “annientata” che culmina nella Croce.

“Non si possono servire due padroni”, o serviamo Dio o le ricchezze. Nella Messa a Santa Marta, alla vigilia del Mercoledì delle Ceneri, Francesco sottolinea che – in questi giorni prima della Quaresima – la Chiesa “ci fa riflettere sul rapporto fra Dio e le ricchezze”. Rammenta dunque l’incontro tra il “giovane ricco, che voleva seguire il Signore, ma alla fine era tanto ricco che ha scelto le ricchezze”.
Il commento di Gesù, ha osservato il Papa, spaventa un po’ i discepoli: “Quanto difficile è che un ricco entri nel Regno dei Cieli. E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago”. Oggi, ha osservato Francesco, il Vangelo di Marco ci mostra Pietro mentre chiede al Signore che ne sarà di loro che hanno lasciato tutto. Sembra quasi – commenta il Papa – che “Pietro gli passasse il conto al Signore”:
“Non sapeva cosa dire: ‘Sì, questo se ne è andato, ma noi?’. La risposta di Gesù è chiara: ‘Io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato tutto senza ricevere tutto’. ‘Ecco, noi abbiamo lasciato tutto’. ‘Riceverete tutto’, con quella misura traboccante con la quale Dio dà i suoi doni. ‘Riceverete tutto. Non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madri o padri o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora in questo tempo cento volte tanto in case, fratelli, sorelle, madri, campi, e la vita eterna nel tempo che verrà’. Tutto. Il Signore non sa dare meno di tutto. Quando Lui dona qualcosa dona sé stesso, che è tutto”.
Tuttavia, ha soggiunto il Papa, “c’è una parola”, in questo passo del Vangelo, “che ci fa riflettere: riceve già ora in questo tempo cento volte in case, fratelli insieme a persecuzioni”.
Questo, ha detto, è “entrare” in un “altro modo di pensare, in un altro modo di agire. Gesù dà se stesso tutto, perché la pienezza, la pienezza di Dio è una pienezza annientata in Croce”:
“Questo è il dono di Dio: la pienezza annientata. E questo è lo stile del cristiano: cercare la pienezza, ricevere la pienezza annientata e seguire per quella strada. Non è facile, non è facile questo. E qual è il segno, qual è il segnale che io vado avanti in questo dare tutto e ricevere tutto? L’abbiamo sentito nella Prima Lettura: ‘Glorifica il Signore con occhio contento. In ogni offerta mostra lieto il tuo volto, con gioia, consacra la tua decima. Dà all’Altissimo secondo il dono da Lui ricevuto e con occhio contento secondo la tua volontà’. Occhio contento, lieto il volto, gioia, occhio contento… Il segno che noi andiamo su questa strada del tutto e niente, della pienezza annientata, è la gioia”.
Il giovane ricco invece, ha detto il Papa, “si fece scuro in volto e se ne andò rattristato”. “Non è stato capace di ricevere, di accogliere questa pienezza annientata – ha ammonito – i Santi, Pietro stesso, l’hanno accolta. E in mezzo alle prove, alle difficoltà avevano lieto il volto, l’occhio contento e la gioia del cuore”. Questo, ha evidenziato Francesco, “è il segno”. Ha così concluso l’omelia ricordando il Santo cileno Alberto Hurtado:
“Lavorava sempre, difficoltà dietro difficoltà, dietro difficoltà… Lavorava per i poveri… E’ stato davvero un uomo che ha fatto strada in quel Paese… La carità per l’assistenza ai poveri… Ma è stato perseguitato, tante sofferenze. Ma lui quando era proprio lì, annientato in croce, la frase era: ‘Contento, Señor, Contento’, ‘Felice, Signore, felice’. Che lui ci insegni ad andare su questa strada, ci dia la grazia di andare su questa strada un po’ difficile del tutto e niente, della pienezza annientata di Gesù Cristo e dire sempre, soprattutto nelle difficoltà: ‘Contento, Signore, contento’”.


In Dio la giustizia è misericordia. Non si deve cedere alla logica casistica!


Nel cammino del cristiano la verità non si negozia, ma occorre essere giusti nella misericordia, come ci ha insegnato Gesù. E’ quanto affermato dal Papa nella Messa mattutina a Casa S. Marta mettendo in guardia dall’ipocrisia e dall’inganno di una fede ridotta ad una “logica casistica”.

“E’ lecito per un marito ripudiare la propria moglie?”. E’ la domanda che nel Vangelo odierno di Marco i dottori della Legge, che seguono Gesù durante la predicazione in Giudea, gli rivolgono. Gesù non cede alla logica casistica spiegando sempre la verità Lo fanno per metterlo ancora una volta “alla prova”, osserva Francesco che, dalla risposta data da Gesù, trae spunto per spiegare cosa conta di più nella fede:
“Gesù non risponde se sia lecito o non è lecito; non entra nella loro logica casistica. Perché loro pensavano soltanto alla fede in termini di ‘si può’ o ‘non si può’, fino a dove si può, fino a dove non si può. Quella logica della casistica: Gesù non ci entra, in questo. E rivolge una domanda: ‘Ma che cosa vi ha ordinato Mosè? Che cosa è nella vostra Legge?’. E loro spiegano il permesso che ha dato Mosè per ripudiare la moglie, e sono loro a cadere nel tranello, proprio. Perché Gesù li qualifica ‘duri di cuore’: ‘Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma’, e dice la verità. Senza casistica. Senza permessi. La verità”.
“Gesù dice sempre la verità”, ”spiega le cose come sono state create”, sottolinea ancora il Papa, la verità delle Scritture, della Legge di Mosè. E lo fa anche quando ad interrogarlo sull’adulterio sono i suoi discepoli, a cui ripete: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei, e se lei ha ripudiato il marito e ne sposa un altro, commette adulterio”.
Ma se la verità è questa e l’adulterio è “grave”, come spiegare allora, domanda il Papa, che Gesù ha parlato “tante volte con un’adultera”, ”pagana”? Ha “bevuto dal bicchiere di lei, che non era purificato?”. E alla fine le ha detto: “Io non ti condanno. Non peccare più”? Come è possibile?:
“E il cammino di Gesù – si vede chiaro – è il cammino dalla casistica alla verità e alla misericordia. Gesù lascia fuori la casistica. A quelli che volevano metterlo alla prova, a quelli che pensavano con questa logica del ‘si può’, li qualifica – non qui, ma in altro passo del Vangelo –ipocriti. Anche con il quarto comandamento, questi negavano di assistere i genitori con la scusa che avevano dato una bella offerta alla Chiesa. Ipocriti. La casistica è ipocrita. E’ un pensiero ipocrita. ‘Si può – non si può’ … che poi diventa più sottile, più diabolico: ma fino a chi posso? Ma di qui a qui, non posso. E’ l’inganno della casistica.”
Il cammino del cristiano non cede dunque alla logica della casistica, ma risponde con la verità, cui si accompagna, sull’esempio di Gesù, la misericordia, “perché Lui è l’incarnazione della Misericordia del Padre, e non può negare se stesso. Non può negare se stesso perché è la Verità del Padre, e non può negare se stesso perché è la Misericordia del Padre”. ”E’ questa la strada che Gesù ci insegna”, difficile da applicare, fa notare il Papa, davanti alle tentazioni della vita:
“Quando la tentazione ti tocca il cuore, questo cammino di uscire dalla casistica alla verità e alla misericordia, non è facile: ci vuole la grazia di Dio perché ci aiuti ad andare così avanti. E dobbiamo chiederla sempre. ‘Signore, che io sia giusto, ma giusto con misericordia’. Non giusto, coperto dalla casistica. Giusto nella misericordia. Come sei Tu. Giusto nella misericordia. Poi, uno di mentalità casistica può domandare: ‘Ma, che cosa è più importante, in Dio? Giustizia o misericordia?’. Anche, è un pensiero malato, che cerca di uscire … Cosa è più importante? Non sono due: è uno solo, una sola cosa. In Dio, giustizia è misericordia e misericordia è giustizia. Il Signore ci aiuti a capire questa strada, che non è facile, ma ci farà felici, a noi, e farà felice tanta gente.”


Abbandonare la doppia vita e non rimandare la conversione!


Non scandalizzare “i piccoli” con la doppia vita, perché lo scandalo distrugge. E’ l’invito del Papa nell’omelia della Messa mattutina a Casa Santa Marta. Francesco esorta quindi a non rimandare la conversione.

“Tagliati la mano”, “togliti l’occhio”, ma “non scandalizzare i piccoli” cioè i giusti, “quelli che si fidano del Signore, che semplicemente credono nel Signore”. L’esortazione del Papa nell’omelia parte dal Vangelo odierno. Per il Signore, infatti, lo scandalo è distruzione:
“Ma cosa è lo scandalo? Lo scandalo è dire una cosa e farne un’altra; è la doppia vita, la doppia vita. La doppia vita in tutto: io sono molto cattolico, io vado sempre a Messa, appartengo a questa associazione e a un’altra; ma la mia vita non è cristiana, non pago il giusto ai miei dipendenti, sfrutto la gente, sono sporco negli affari, faccio riciclaggio del denaro … doppia vita. E tanti cattolici sono così, E questi scandalizzano. Quante volte abbiamo sentito – tutti noi, nel quartiere e in altre parti – ‘ma per essere cattolico come quello, meglio essere ateo’. E’ quello, lo scandalo. Ti distrugge. Ti butta giù. E questo succede tutti i giorni, basta vedere il telegiornale o guardare i giornali. Sui giornali ci sono tanti scandali, e anche c’è la grande pubblicità degli scandali. E con gli scandali si distrugge”.
E il Papa fa l’esempio di una ditta importante, che era sull’orlo del fallimento. La gente non aveva i soldi per i bisogni quotidiani perché non riceveva lo stipendio. Le autorità volevano evitare uno sciopero giusto, ma che non avrebbe fatto bene e volevano parlare con i vertici della ditta. E il responsabile, un cattolico, stava facendo le vacanze d’inverno su una spiaggia in Medio Oriente e la gente lo ha saputo anche se non è uscito sui giornali. “Questi sono gli scandali”, dice Francesco:
“Gesù dice, nel Vangelo, su questi che fanno lo scandalo, senza dire la parola scandalo, ma si capisce: ‘Ma tu arriverai in Cielo e busserai alla porta e: ‘Sono io, Signore!’ – ‘Ma sì, non ti ricordi? Io andavo in chiesa, ti ero vicino, appartenevo a tale associazione, faccio questo … non ti ricordi di tutte le offerte che ho fatto?’ – ‘Sì, ricordo. Le offerte, quelle le ricordo: tutte sporche. Tutte rubate ai poveri. Non ti conosco’. Quella sarà la risposta di Gesù a questi scandalosi che fanno la doppia vita”.
“La doppia vita viene dal seguire le passioni del cuore, i peccati capitali che sono le ferite del peccato originale”, dice il Papa. Proprio la prima Lettura esorta infatti a non assecondarle e a non confidare nelle ricchezze, non dire: “basto a me stesso”. E Francesco invita dunque a non rimandare la conversione:
“A tutti noi, a ognuno di noi, farà bene, oggi, pensare se c’è qualcosa di doppia vita in noi, di apparire giusti, di sembrare buoni credenti, buoni cattolici ma da sotto fare un’altra cosa; se c’è qualcosa di doppia vita, se c’è un’eccessiva fiducia: ‘Ma, sì, il Signore mi perdonerà poi tutto, ma io continuo …’. Se c’è qualcosa di dire: ‘Sì, questo non va bene, mi convertirò, ma oggi no: domani’. Pensiamo a questo. E approfittiamo della Parola del Signore e pensiamo che il Signore in questo è molto duro. Lo scandalo distrugge”.


La santa vergogna vinca la tentazione dell’ambizione anche nella Chiesa!


Il Signore ci dia la grazia della “santa vergogna” di fronte alla tentazione dell’ambizione che coinvolge tutti, anche la comunità ecclesiale. E’ l’esortazione del Papa nell’omelia della Messa mattutina a Casa Santa Marta. Francesco ricorda l’invito di Gesù a mettersi al servizio di tutti.

“Tutti saremo tentati”. Parte da questo dato di fatto nella vita cristiana, l’omelia di Francesco sulle Letture odierne: la prima ricorda che chi vuole servire il Signore, si deve preparare alla tentazione, il Vangelo narra di Gesù che annuncia ai discepoli la sua morte, ma loro non capiscono e hanno timore di interrogarlo. Questa è “la tentazione di non compiere la missione”, dice il Papa. Anche Gesù fu tentato: prima nel deserto per tre volte dal diavolo e poi da Pietro sempre davanti all’annuncio della sua morte.
Ma c’è un’altra tentazione di cui parla il Vangelo: i discepoli per strada discutono, infatti, su chi di loro fosse il più grande e tacciono quando Gesù gli chiede di cosa stessero discutendo. Tacciono perché si vergognano di quella discussione:
“Ma era gente buona, che voleva seguire il Signore, servire il Signore. Ma non sapevano che la strada del servizio al Signore non era così facile, non era come un arruolarsi in un’entità, un’associazione di beneficenza, di fare il bene: no, è un’altra cosa. Avevano timore di questo. E poi la tentazione della mondanità: dal momento che la Chiesa è Chiesa fino a oggi, questo è successo, succede e succederà. Ma pensiamo nelle parrocchie alle lotte: ‘Io voglio essere presidente di questa associazione, arrampicarmi un po’’, ‘Chi è il più grande, qui? Chi è il più grande in questa parrocchia? No, io sono più importante di quello e quello lì no perché quello ha fatto qualcosa …’, e lì, la catena dei peccati”.
La tentazione che quindi porta a “sparlare dell’altro” e ad “arrampicarsi”. E Francesco fa altri esempi concreti per far comprendere questa tentazione:
“Alcune volte lo diciamo con vergogna noi preti, nei presbiteri: ‘Io vorrei quella parrocchia …’ – ‘Ma il Signore è qui …’ – ‘Ma io vorrei quella …’. Lo stesso. Non la strada del Signore, ma quella strada della vanità, della mondanità. Anche fra noi vescovi succede lo stesso: la mondanità viene come tentazione. Tante volte, ‘Io sono in questa diocesi ma guardo quella che è più importante e mi muovo per fare … sì, muovo quest’influenza, quest’altra, quell’altra, quest’influenza, faccio pressione, spingo su questo punto per arrivare là …’ – ‘Ma il Signore è là!’”.
Il desiderio di essere più importanti ci spinge verso la strada della mondanità. E il Papa esorta quindi a chiedere sempre al Signore “la grazia di vergognarci, quando ci troviamo in queste situazioni”. Gesù capovolge infatti quella logica. E, sedutosi fra loro, gli ricorda che “se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo e il servitore di tutti”. E prende un bimbo e lo mette in mezzo a loro. Il Papa chiede quindi di pregare per la Chiesa, “per tutti noi” perché il Signore ci difenda “dalle ambizioni, dalle mondanità di quel sentirsi più grandi degli altri”:
“Che il Signore ci dia la grazia della vergogna, quella santa vergogna, quando ci troviamo in quella situazione, sotto quella tentazione, vergognarsi: ‘Ma io sono capace di pensare così? Quando vedo il mio Signore in croce, e io voglio usare il Signore per arrampicarmi?’. E ci dia la grazia della semplicità di un bambino: capire che soltanto la strada del servizio … E forse, io immagino un’ultima domanda: ‘Signore, ti ho servito tutta la vita. Sono stato l’ultimo tutta la vita. E adesso, che?’, cosa ci dice il Signore? ‘Di’ di te stesso: ‘Servo inutile sono’”.


Il Signore ci dia la grazia di dire “E’ finita la guerra nel mondo”!


La guerra comincia nel cuore dell’uomo, per questo tutti siamo responsabili della custodia della pace. E’ quanto sottolineato da Papa Francesco nella Messa mattutina a Casa Santa Marta. Il Pontefice ha messo l’accento sulla sofferenza di tanti popoli che sono travolti dalle guerre volute dai potenti e dai trafficanti d’armi. Quindi, ha raccontato come da bambino ha vissuto la notizia della fine della guerra.

La colomba, l’arcobaleno, l’alleanza. Papa Francesco si è soffermato su questi tre punti, tre immagini presenti nella Prima Lettura, tratta dal Libro della Genesi, dove si narra di Noè che libera la colomba dopo il diluvio. Questa colomba, che torna con il ramoscello d’olivo, è “il segno di quello che Dio voleva dopo il diluvio: pace, che tutti gli uomini fossero in pace”. “La colomba e l’arcobaleno – ha rilevato il Papa – sono fragili”. “L’arcobaleno – ha soggiunto – è bello dopo la tempesta ma poi viene una nuvola, sparisce”. Anche la colomba, ha ripreso, è fragile. Il Papa ricorda così quando due anni fa, all’Angelus della domenica, un gabbiano uccise le due colombe che aveva liberato assieme a due bambini dalla finestra del Palazzo Apostolico.
“L’alleanza che Dio fa è forte – ha commentato – ma come noi la riceviamo, come noi l’accettiamo è con debolezza, pure. Dio fa la pace con noi ma non è facile custodire la pace”. “È un lavoro di tutti i giorni – ha ripreso – perché dentro di noi ancora c’è quel seme, quel peccato originale, lo spirito del Caino che per invidia, gelosia, cupidigia e volere di dominazione, fa la guerra”. Francesco ha così osservato che, parlando dell’alleanza tra Dio e gli uomini, si fa riferimento al “sangue”: “Del sangue vostro – si legge nella Prima Lettura – io domanderò conto; ne domanderò conto a ogni essere vivente e domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo, a ognuno di suo fratello”. Noi, ha quindi osservato il Papa, “siamo custodi dei fratelli e quando c’è versamento di sangue c’è peccato e Dio ci domanderà conto”:
“Oggi nel mondo c’è versamento di sangue. Oggi il mondo è in guerra. Tanti fratelli e sorelle muoiono, anche innocenti, perché i grandi, i potenti, vogliono un pezzo più di terra, vogliono un po’ più di potere o vogliono fare un po’ più di guadagno col traffico delle armi. E la Parola del Signore è chiara: ‘Del sangue vostro, ossia della vostra vita, io domanderò conto; ne domanderò conto a ogni essere vivente e domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo, a ognuno di suo fratello’. Anche a noi, sembra di essere in pace, qui, il Signore domanderà conto del sangue dei nostri fratelli e sorelle che soffrono la guerra”.
“Come custodisco io la colomba?”, si chiede dunque Francesco, “Cosa faccio perché l’arcobaleno sia sempre una guida? Cosa faccio perché non sia versato più sangue nel mondo?”. Tutti noi, ha ribadito, “siamo coinvolti in questo”. La preghiera per la pace “non è una formalità, il lavoro per la pace non è una formalità”. Ed ha rilevato con amarezza che “la guerra incomincia nel cuore dell’uomo, incomincia a casa, nelle famiglie, fra amici e poi va oltre, a tutto il mondo”. Cosa faccio io, ha ripreso, “quando sento che viene nel mio cuore qualcosa” vuole “distruggere la pace?”:
“La guerra incomincia qui e finisce là. Le notizie le guardiamo sui giornali o sui telegiornali… Oggi tanta gente muore e quel seme di guerra che fa l’invidia, la gelosia, la cupidigia nel mio cuore, è lo stesso – cresciuto, fatto albero – della bomba che cade su un ospedale, su una scuola e uccide i bambini. E’ lo stesso. La dichiarazione di guerra incomincia qui, in ognuno di noi. Per questo la domanda ‘Come custodisco io la pace nel mio cuore, nel mio intimo, nella mia famiglia?’. Custodire la pace, non solo custodire: farla con le mani, artigianalmente, tutti i giorni. E così riusciremo a farla nel mondo intero”.
“Il sangue di Cristo – ha evidenziato – è quello che fa la pace ma non quel sangue che io faccio col mio fratello” o “che fanno i trafficanti delle armi o i potenti della terra nelle grandi guerre”. Francesco ha quindi confidato un aneddoto personale sulla pace, di quando era bambino:
“Ricordo, cominciò a suonare l’allarme dei Vigili del Fuoco, poi dei giornali e nella città… Questo si faceva per attirare l’attenzione su un fatto o una tragedia o un’altra cosa. E subito sentii la vicina di casa che chiamava la mia mamma: ‘Signora Regina, venga, venga, venga!’. E mia mamma è uscita un po’ spaventata: ‘Cosa è successo?’. E quella donna dall’altra parte del giardino le diceva: ‘E’ finita la guerra!’ e piangeva”.
Francesco ha ricordato l’abbraccio delle due donne, il pianto e la gioia perché la guerra era finita. “Che il Signore – ha concluso – ci dia la grazia di poter dire: ‘E’ finita la guerra’ e piangendo. ‘E’ finita la guerra nel mio cuore, è finita la guerra nella mia famiglia, è finita la guerra nel mio quartiere, è finita la guerra nel posto di lavoro, è finita la guerra nel mondo’. Così ci sarà più forte la colomba, l’arcobaleno e l’alleanza”.


Cirillo e Metodio araldi del Vangelo con coraggio, preghiera e umiltà!


Coraggio, preghiera e umiltà: questi sono i tratti che contraddistinguono i grandi “araldi” che hanno aiutato a crescere la Chiesa nel mondo, che hanno contribuito alla sua missionarietà. Papa Francesco ne ha parlato oggi nella Messa mattutina a Casa Santa Marta ispirandosi alla Liturgia e al modello dei Santi Cirillo e Metodio patroni d’Europa che oggi la Chiesa festeggia.

C’è bisogno di “seminatori di Parola”, di “missionari, di veri araldi” per formare il popolo di Dio, come lo sono stati Cirillo e Metodio, “bravi araldi”, fratelli intrepidi e testimoni di Dio, che hanno “fatto più forte l’Europa”, di cui sono Patroni. Parte da questa riflessione l’omelia del Papa oggi a Casa Santa Marta e prosegue indicando i tre caratteri della personalità di un “inviato” che proclama la Parola di Dio. Ne parla la prima Lettura di oggi, con le figure di Paolo e Barnaba, e il Vangelo di Luca, con i “settentadue discepoli inviati dal Signore due a due”. Il primo tratto dell’”inviato” che Francesco mette in luce è la “franchezza”, che include “forza e coraggio”:
“La Parola di Dio non si può portare come una proposta – “ma, se ti piace …” – o come un’idea filosofica o morale, buona – “ma, tu puoi vivere così …” … No. E’ un’altra cosa. Ha bisogno di essere proposta con questa franchezza, con quella forza, perché la Parola penetri, come dice lo stesso Paolo, fino alle ossa.
La Parola di Dio deve essere annunciata con questa franchezza, con questa forza … con coraggio. La persona che non ha coraggio – coraggio spirituale, coraggio nel cuore, che non è innamorata di Gesù, e da lì viene il coraggio! – no, dirà, sì, qualcosa di interessante, qualcosa di morale, qualcosa che farà bene, un bene filantropico, ma non c’è la Parola di Dio. E questa è incapace, questa parola, di formare il popolo di Dio. Solo la Parola di Dio proclamata con questa franchezza, con questo coraggio, è capace di formare il popolo di Dio”.
Dal Vangelo di Luca, capitolo 10, sono tratti gli altri due caratteri propri di un “araldo” della Parola di Dio. Un Vangelo “un po’ strano” afferma il Papa, perché ricco di elementi circa l’annuncio. “La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai. Pregate dunque il Signore della messe perché mandi operai nella sua messe” ripete Francesco, ed è così dunque, dopo il coraggio ai missionari serve la “preghiera”:
“La Parola di Dio va proclamata con preghiera, pure. Sempre. Senza preghiera, tu potrai fare una bella conferenza, una bella istruzione: buona, buona! Ma non è la Parola di Dio. Soltanto da un cuore in preghiera può uscire la Parola di Dio. La preghiera, perché il Signore accompagni questo seminare la Parola, perché il Signore annaffi il seme perché germogli, la Parola. La Parola di Dio va proclamata con preghiera: la preghiera di quello che annuncia la Parola di Dio”.
Nel Vangelo è scritto anche “un terzo tratto interessante”. Il Signore invia i discepoli “come agnelli in mezzo ai lupi”: “Il vero predicatore è quello che si sa debole, che sa che non può difendersi da se stesso. ‘Tu vai come un agnello in mezzo ai lupi’ – ‘Ma, Signore, perché mi mangino?’ – ‘Tu, vai! Questo è il cammino’. E credo che sia Crisostomo che fa una riflessione molto profonda, quando dice: ‘Ma se tu non vai come agnello, ma vai come lupo tra i lupi, il Signore non ti protegge: difenditi da solo’. Quando il predicatore si crede troppo intelligente o quando quello che ha la responsabilità di portare avanti la Parola di Dio vuol farsi furbo, ‘Ah, io me la cavo con questa gente!’, così, finirà male. O negozierà la Parola di Dio: ai potenti, ai superbi”.
E per sottolineare l’umiltà dei grandi araldi, Francesco cita un episodio a lui raccontato di uno che “si vantava di predicare bene la Parola di Dio e si sentiva lupo”. E dopo una bella predica, racconta il Papa, “è andato in confessionale ed è caduto lì un pesce grosso, un grande peccatore, e piangeva, …voleva chiedere perdono”. E “questo confessore”, prosegue Francesco, ”incominciò a gonfiarsi di vanità” e la “curiosità” gli fece chiedere quale Parola pronunciata lo avesse toccato “a tal punto da spingerlo a pentirsi”. “E’ stato quando lei ha detto”, conclude il Papa, ”passiamo a un altro argomento”. “ Non so se sia vero” chiarisce Francesco, ma di certo è vero che “si finisce male” se si porta la Parola di Dio, “sentendosi sicuri di sé e non come un agnello” che sarà il Signore a difendere.
Dunque questa è la missionarietà della Chiesa e i grandi araldi, ribadisce in conclusione Francesco, “che hanno seminato e hanno aiutato a crescere le Chiese nel mondo, sono stati uomini coraggiosi, di preghiera e umili”. Ci aiutino i Santi Cirillo e Metodio è la preghiera del Papa “a proclamare la Parola di Dio” secondo questi criteri come hanno fatto loro.


Bisogna fermare subito i piccoli risentimenti che distruggono la fratellanza nel mondo!


La distruzione delle famiglie e dei popoli inizia dalle piccole gelosie e invidie, bisogna fermare all’inizio i risentimenti che cancellano la fratellanza: è quanto ha detto il Papa nella Messa del mattino a Casa Santa Marta. Una Messa che ha voluto offrire per padre Adolfo Nicolás, preposito generale della Compagnia di Gesù dal 2008 al 2016, che dopodomani torna in Oriente per il suo lavoro. “Che il Signore – ha detto Francesco – retribuisca tutto il bene fatto e lo accompagni nella nuova missione. Grazie, padre Nicolás”. Hanno partecipato alla celebrazione i membri del Consiglio dei Nove Cardinali, in Vaticano per la loro 18.ma riunione.

Al centro dell’omelia del Papa, la prima Lettura, tratta dalla Genesi, che parla di Caino e Abele. Per la prima volta nella Bibbia “si dice la parola fratello”. E’ la storia “di una fratellanza che doveva crescere, essere bella e finisce distrutta”. Una storia – osserva il Papa – che comincia “con una piccola gelosia”: Caino è irritato perché il suo sacrificio non è gradito a Dio e inizia a coltivare quel sentimento dentro di sé. Potrebbe controllarlo ma non lo fa:
“E Caino preferì l’istinto, preferì cucinare dentro di sé questo sentimento, ingrandirlo, lasciarlo crescere. Questo peccato che farà dopo, che è accovacciato dietro il sentimento. E cresce. Cresce. Così crescono le inimicizie fra di noi: cominciano con una piccola cosa, una gelosia, un’invidia e poi questo cresce e noi vediamo la vita soltanto da quel punto e quella pagliuzza diventa per noi una trave, ma la trave l’abbiamo noi, ma è là. E la nostra vita gira intorno a quello e quello distrugge il legame di fratellanza, distrugge la fraternità”.
Pian piano si diventa “ossessionati, perseguitati” da quel male, che cresce sempre di più:
“E così cresce, cresce l’inimicizia e finisce male. Sempre. Io mi distacco da mio fratello, questo non è mio fratello, questo è un nemico, questo dev’essere distrutto, cacciato via … e così si distrugge la gente, così le inimicizie distruggono famiglie, popoli, tutto! Quel rodersi il fegato, sempre ossessionato con quello. Questo è accaduto a Caino, e alla fine ha fatto fuori il fratello. No: non c’è fratello. Sono io soltanto. Non c’è fratellanza. Sono io soltanto. Questo che è successo all’inizio, accade a tutti noi, la possibilità; ma questo processo dev’essere fermato subito, all’inizio, alla prima amarezza, fermare.
L’amarezza non è cristiana. Il dolore sì, l’amarezza no. Il risentimento non è cristiano. Il dolore sì, il risentimento no. Quante inimicizie, quante spaccature”.
Alla Messa a Santa Marta ci sono alcuni nuovi parroci, e il Papa dice: “Anche nei nostri presbiteri, nei nostri collegi episcopali: quante spaccature incominciano così! Ma perché a questo hanno dato quella sede e non a me? E perché questo? E … piccole cosine … spaccature … Si distrugge la fratellanza”. E Dio domanda: “Dov’è Abele, tuo fratello?”. La risposta di Caino “è ironica”: “Non so: sono forse io il custode di mio fratello?”. “Sì, tu sei il custode di tuo fratello”. E il Signore dice: “La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo”. Ognuno di noi – afferma il Papa, e anche lui si mette nella lista – può dire di non aver mai ucciso nessuno: ma “se tu hai un sentimento cattivo verso tuo fratello, lo hai ucciso; se tu insulti tuo fratello, lo hai ucciso nel tuo cuore. L’uccisione è un processo che incomincia dal piccolo”.
Così, sappiamo “dove sono quelli che sono bombardati” o “che sono cacciati” ma “questi non sono fratelli”:
“E quanti potenti della Terra possono dire questo … ‘A me interessa questo territorio, a me interessa questo pezzo di terra, questo altro … se la bomba cade e uccide 200 bambini, ma, non è colpa mia: è colpa della bomba. A me interessa il territorio …’. E tutto incomincia da quel sentimento che ti porta a staccarti, a dire a l’altro: ‘Questo è fulano [tizio], questo è così, ma non è fratello …’, e finisce nella guerra che uccide. Ma tu hai ucciso all’inizio. Questo è il processo del sangue, e il sangue oggi di tanta gente nel mondo grida a Dio dal suolo. Ma è tutto collegato, eh? Quel sangue là ha un rapporto – forse un piccolo goccetto di sangue – che con la mia invidia, la mia gelosia ho fatto io uscire, quando ho distrutto una fratellanza”.
Il Signore – è la preghiera conclusiva del Papa – oggi ci aiuti a ripetere questa sua domanda: “Dov’è tuo fratello?”, ci aiuti a pensare a quelli che “distruggiamo con la lingua” e “a tutti quelli che nel mondo sono trattati come cose e non come fratelli, perché è più importante un pezzo di terra che il legame della fratellanza”.


Nella tentazione non si dialoga, si prega!


Nella debolezza delle tentazioni, che “tutti” abbiamo, la grazia di Gesù ci aiuta a non nasconderci dal Signore ma a chiedere perdono per alzarci ed andare avanti. Così il Papa nella Messa mattutina a Casa Santa Marta, riflettendo sul diavolo che tenta sia Adamo ed Eva sia Gesù. Ma, ricorda il Pontefice, con Satana non si dialoga, perché si finisce nel peccato e nella corruzione.

Le tentazioni portano a nasconderci dal Signore, rimanendo con la nostra “colpa”, col nostro ”peccato”, con la nostra “corruzione”. Partendo dall’odierna prima lettura dal Libro della Genesi, Papa Francesco si sofferma sulla tentazione di Adamo ed Eva, poi su quella di Gesù nel deserto. È il diavolo – spiega – che “si fa vedere in forma di serpente”: è “attraente” e con la sua astuzia cerca di “ingannare”, è “specialista” in questo, è il “padre della menzogna”, è un “bugiardo”. Sa quindi come ingannare e come “truffare” la gente. Lo fa con Eva: la fa “sentire bene”, spiega il Papa, e così comincia il “dialogo” e “passo dopo passo” Satana la porta dove vuole lui. Con Gesù è diverso, per il diavolo “finisce male”, ricorda Francesco. “Cerca di dialogare” con Cristo, perché “quando il diavolo circuisce una persona lo fa con il dialogo”: tenta di ingannarlo, ma Gesù non cede. Quindi il diavolo si rivela per quello che è, ma Gesù dà una risposta “che non è sua”, è quella della Parola di Dio, perché “col diavolo non si può dialogare”: si finisce come Adamo ed Eva, “nudi”:
“Il diavolo è un mal pagatore, non paga bene! E’ un truffatore! Ti promette tutto e ti lascia nudo. Anche Gesù è finito nudo ma sulla croce, per obbedienza al Padre, un’altra strada. Il serpente, il diavolo è astuto: non si può dialogare col diavolo. Tutti noi sappiamo cosa sono le tentazioni, tutti sappiamo, perché tutti ne abbiamo. Tante tentazioni di vanità, di superbia, di cupidigia, di avarizia… Tante”.
Oggi, aggiunge il Papa, si parla tanto di corruzione. Anche per questo si deve chiedere aiuto al Signore:
“Tanti corrotti, tanti pesci grossi corrotti che ci sono nel mondo dei quali conosciamo la vita sui giornali: forse hanno cominciato con una piccola cosa, non so, per non aggiustare bene il bilancio e quello che era un chilo: no, facciamo 900 grammi ma che sembra un chilo. La corruzione incomincia da poco, come questo, col dialogo: ‘Ma no, non è vero che ti farà male questo frutto! Mangialo, è buono! E’ poca cosa, nessuno se ne accorge. Fai, fai!’. E poco a poco, poco a poco, si cade nel peccato, si cade nella corruzione”.
La Chiesa ci insegna così a “non essere ingenui”, per non dire “sciocchi”, riflette il Papa, quindi ad avere gli “occhi aperti” e a chiedere aiuto al Signore “perché da soli non possiamo”. Adamo ed Eva si “nascondono” dal Signore: invece ci vuole la grazia di Gesù per “tornare e chiedere perdono”:
“Nella tentazione non si dialoga, si prega: ‘Aiuto, Signore, sono debole. Non voglio nascondermi da te’. Questo è coraggio, questo è vincere. Quando tu incominci a dialogare finirai vinto, sconfitto. Che il Signore ci dia la grazia e ci accompagni in questo coraggio e se siamo ingannati per la nostra debolezza nella tentazione ci dia il coraggio di alzarci e di andare avanti. Per questo è venuto Gesù, per questo”.


La donna porta l’armonia che fa del mondo una cosa bella!


“Senza la donna, non c’è l’armonia nel mondo”. Così il Papa nell’omelia della Messa mattutina a Casa Santa Marta. Al centro della riflessione di Francesco, la figura della donna a partire dalla Creazione narrata nel Libro della Genesi. Uomo e donna non sono uguali né uno superiore all’altro, ma è la donna e non l’uomo a portare quell’armonia che fa del mondo una cosa bella, sottolinea il Papa.

Francesco prosegue la sua riflessione sulla Creazione proposta, in questi giorni, dalle Letture tratte dal Libro della Genesi. Il Signore aveva plasmato ogni sorta di animali ma l’uomo non trovava in loro una compagnia, “era solo”. Quindi il Signore gli tolse una costola e fece la donna che l’uomo riconobbe come carne della sua carne. “Ma prima di vederla – dice il Papa – l’ha sognata”: “per capire una donna è necessario sognarla, prima”, spiega Francesco.
“Tante volte, quando noi parliamo delle donne”, ne parliamo in modo funzionale: “ma, la donna è per fare questo”, nota il Papa. Invece la donna porta una ricchezza che l’uomo non ha: la donna porta armonia al Creato:
“Quando non c’è la donna, manca l’armonia. Noi diciamo, parlando: ma questa è una società con un forte atteggiamento maschile, e questo, no? Manca la donna. ‘Sì, sì: la donna è per lavare i piatti, per fare …’. No, no, no: la donna è per portare armonia. Senza la donna non c’è armonia. Non sono uguali, non sono uno superiore all’altro: no. Soltanto che l’uomo non porta l’armonia: è lei. E’ lei che porta quella armonia che ci insegna ad accarezzare, ad amare con tenerezza e che fa del mondo una cosa bella”.
L’omelia di Francesco si snoda dunque attraverso tre momenti: la solitudine dell’uomo, il sogno e, terzo, il destino di tutti e due: essere “una sola carne”. E il Papa fa un esempio concreto. Racconta quando in un’udienza, mentre salutava la gente, ha domandato ad una coppia che celebrava il 60.mo anniversario di matrimonio: “Chi di voi ha avuto più pazienza?”:
“E loro che mi guardavano, si sono guardati negli occhi – non dimentico mai quegli occhi, eh? – poi sono tornati e mi hanno detto, tutti e due insieme: ‘Siamo innamorati’. Dopo 60 anni, questo significa una sola carne. E questo è quello che porta la donna: la capacità di innamorarsi. L’armonia al mondo. Tante volte, sentiamo: ‘No, è necessario che in questa società, in questa istituzione, che qui ci sia una donna perché faccia questo, faccia queste cose …’. No, no, no, no: la funzionalità non è lo scopo della donna. E’ vero che la donna deve fare cose, e fa – come tutti noi facciamo – cose. Lo scopo della donna è fare l’armonia, e senza la donna non c’è l’armonia nel mondo. Sfruttare le persone è un crimine di lesa umanità: è vero. Ma sfruttare una donna è di più: è distruggere l’armonia che Dio ha voluto dare al mondo. E’ distruggere”.
Sfruttare una donna è quindi non solo “un crimine” ma è “distruggere l’armonia”, ribadisce Francesco che fa riferimento anche al Vangelo odierno dove si narra della donna siro-fenicia.
Quindi il Papa conclude con una nota personale:
“Questo è il grande dono di Dio: ci ha dato la donna. E nel Vangelo, abbiamo sentito di che cosa è capace una donna, eh? E’ coraggiosa, quella, eh? E’ andata avanti con coraggio. Ma è di più, è di più: la donna è l’armonia, è la poesia, è la bellezza. Senza di lei il mondo non sarebbe così bello, non sarebbe armonico. E a me piace pensare – ma questa è una cosa personale – che Dio ha creato la donna perché tutti noi avessimo una madre”.


Dio ci dà il Dna di figli e ci affida la Terra da custodire!


L’uomo fatto ad immagine di Dio, signore della terra e affiancato da una donna da amare. Sono questi i tre grandi doni di Dio all’uomo all’atto della Creazione, su cui il Papa incentra l’omelia della Messa mattutina a Casa Santa Marta, chiedendo la grazia di poterli custodire e portare avanti con l’impegno di tutti i giorni.

“Signore, che cosa è mai l’uomo perché di lui Ti ricordi?”. “Davvero, lo hai fatto poco meno di un Dio, di gloria e di onore lo hai coronato”. La riflessione del Papa muove dai versetti del Salmo 8 e dal racconto della Genesi nella Liturgia odierna, per esaltare l’ammirazione per la ”tenerezza” e l’ ”amore” di Dio che, nella Creazione, ”ha dato all’uomo tutto”.
Tre i grandi doni che il Papa sottolinea: a partire dall’identità.
“Prima di tutto, ci ha dato il ‘dna’, cioè ci ha fatto figli, ci ha creati a Sua immagine, a Sua immagine e somiglianza, come Lui. E quando uno fa un figlio, non può andare indietro: il figlio è fatto, è lì. E che gli assomigli tanto o poco assomiglia al padre, alle volte no, ma è figlio; ha ricevuto l’identità. E se il figlio diventa buono, il padre è orgoglioso di quel figlio, no?, ‘ma guarda che bravo!’. E se è un po’ bruttino, ma, il padre dice: ‘E’ bello!’, perché il padre è così. Sempre. E se è cattivo, il padre lo giustifica, lo aspetta …, Gesù ci ha insegnato come un padre sa aspettare i figli. Ci ha dato questa identità di figlio: uomo e donna; dobbiamo aggiungere: figli. Siamo ‘come dei’, perché siamo figli di Dio”.
Il secondo dono di Dio nella Creazione è, per Francesco, un “compito”: “ci ha dato tutta la terra”, da “dominare” e “soggiogare”, come recita la Genesi. E’ dunque una “regalità” quella donata all’uomo, aggiunge il Papa, perchè Dio non lo vuole “schiavo” bensì “signore”,” re”, ma con un compito:
“Come Lui ha lavorato nella Creazione, ha dato a noi il lavoro, ha dato il lavoro di portare avanti il Creato. Non di distruggerlo; ma di farlo crescere, di curarlo, di custodirlo e farlo portare avanti. Ha dato tutto. E’ curioso, penso io: ma non ci ha dato i soldi. Abbiamo tutto. I soldi chi li ha dati? Non lo so. Dicono le nonne, che il diavolo entra dalle tasche: può essere … possiamo pensare a chi ha dato i soldi … Ha dato tutto il Creato per custodirlo e portarlo avanti: questo è il dono. E finalmente, ‘ Dio creò l’uomo a Sua immagine, maschio e femmina li creò’ ”.
Dopo il dominio sul Creato, ecco il terzo e ultimo dono che, ripercorrendo il racconto della Genesi, il Papa esalta: l’amore, a partire da quello che unisce l’uomo alla donna.
“Maschio e femmina li creò. Non è buono che l’uomo viva da solo. E ha fatto la compagna”, spiega il Papa rifacendosi alla Liturgia di oggi. Dio-amore dà all’uomo dunque l’amore e un “dialogo di amore” deve essere stato il primo tra uomo e donna, immagina Francesco. Ecco completato dunque lo sguardo del Papa sulla Creazione, da cui nasce l’invito finale:
“Ringraziamo il Signore per questi tre regali che ci ha dato: l’identità, il dono-compito e l’amore. E chiediamo la grazia di custodire questa identità di figli, di lavorare sul dono che ci ha dato e portare avanti con il nostro lavoro questo dono, e la grazia di imparare ogni giorno ad amare di più”.


Il cristiano è schiavo dell’amore, non del dovere!


I rigidi hanno “paura” della libertà che Dio ci dà, hanno “paura dell’amore”. E’ quanto affermato da Papa Francesco nella Messa mattutina a Casa Santa Marta. Il Pontefice ha sottolineato che il cristiano è “schiavo” dell’amore, non del dovere, e ha invitato i fedeli a non nascondersi nella “rigidità” dei Comandamenti.

“Sei tanto grande Signore”. Papa Francesco ha svolto la sua omelia muovendo dal Salmo 103, un “canto di lode” a Dio per le sue meraviglie. “Il Padre – ha osservato – lavora per fare questa meraviglia della creazione e per fare col Figlio questa meraviglia della ri-creazione”. Francesco ha così rammentato che una volta un bambino gli ha chiesto che cosa Dio facesse prima di creare il mondo. “Amava”, è stata la sua risposta.
Perché allora Dio ha creato il mondo? “Semplicemente per condividere la sua pienezza – ha affermato Francesco – per avere qualcuno al quale dare e col quale condividere la sua pienezza”. E nella ri-creazione, Dio invia suo Figlio per “ri-sistemare”: fa “del brutto un bello, dell’errore un vero, del cattivo un buono”:
“Quando Gesù dice: ‘Il Padre sempre opera; anche io opero sempre’ i dottori della legge si scandalizzarono e volevano ucciderlo per questo. Perché? Perché non sapevano ricevere le cose di Dio come dono! Soltanto come giustizia: ‘Questi sono i Comandamenti. Ma sono pochi, ne facciamo di più’. E invece di aprire il cuore al dono, si sono nascosti, hanno cercato rifugio nella rigidità dei Comandamenti, che loro avevano moltiplicato fino a 500 o più… Non sapevano ricevere il dono. E il dono soltanto si riceve con la libertà. E questi rigidi avevano paura della libertà che Dio ci dà; avevano paura dell’amore”.
Per questo dice il Vangelo, ha annotato il Papa, che “dopo che Gesù dice quello: ‘Volevano uccidere Gesù’. Per questo, ha aggiunto, “perché ha detto che il Padre ha fatto questa meraviglia come dono. Ricevere il dono del Padre!”:
“E per questo oggi abbiamo lodato il Padre: ‘Sei grande Signore! Ti voglio tanto bene, perché mi hai dato questo dono. Mi hai salvato, mi hai creato’. E questa è la preghiera di lode, la preghiera di gioia, la preghiera che ci dà l’allegria della vita cristiana. E non quella preghiera chiusa, triste della persona che mai sa ricevere un dono perché ha paura della libertà che sempre porta con sé un dono. Soltanto sa fare il dovere, ma il dovere chiuso. Schiavi del dovere, ma non dell’amore. Quando tu diventi schiavo dell’amore, sei libero! E’ una bella schiavitù quella! Ma questi non capivano quello”.
Ecco le “due meraviglie del Signore”, ha ripreso, “la meraviglia della creazione e la meraviglia della redenzione, della ri-creazione”. Quindi si è domandato: “Come ricevo io questo che Dio mi ha dato – la creazione – come un dono? E se lo ricevo come un dono, amo la creazione, custodisco il Creato?” Perché questo, ha ribadito, ‘è stato un dono!'”:
“Come ricevo io la redenzione, il perdono che Dio mi ha dato, il farmi figlio con suo Figlio, con amore, con tenerezza, con libertà o mi nascondo nella rigidità dei Comandamenti chiusi, che sempre sempre sono più sicuri – fra virgolette – ma non ti danno gioia, perché non ti fanno libero. Ognuno di noi può domandarsi come vive queste due meraviglie, la meraviglia della creazione e l’ancora più meraviglia della ri-creazione. E che il Signore ci faccia capire questa cosa grande e ci faccia capire quello che Lui faceva prima di creare il mondo: amava! Ci faccia capire il suo amore verso di noi e noi possiamo dire – come abbiamo detto oggi – ‘Sei tanto grande Signore! Grazie, grazie!’. Andiamo avanti così”.