Gesù che prega per noi è il fondamento della nostra vita!


Il fondamento della nostra vita di cristiani è che Gesù prega per noi. E’ quanto affermato da Francesco nella Messa mattutina a Casa Santa Marta. Il Papa ha sottolineato che ogni scelta di Gesù, ogni suo gesto, perfino la fine della sua vita terrena in Croce è contraddistinta dalla preghiera. Quindi, ha esortato i cristiani a confidare nella preghiera del Signore.

Gesù, dopo aver pregato a lungo e intensamente, sceglie i discepoli. Papa Francesco si è soffermato sul passo del Vangelo odierno per mettere l’accento sul fondamento della nostra vita cristiana.
“La pietra d’angolo – sottolinea, riprendendo San Paolo – è lo stesso Gesù”. “Senza Gesù non c’è Chiesa”, ma, ha osservato Francesco, il passo del Vangelo di San Luca aggiunge un particolare che ci deve far riflettere:
“‘Gesù se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio’. E poi viene tutto l’altro: la gente, la scelta dei discepoli, le guarigioni, scaccia i demoni … La pietra d’angolo è Gesù, sì: ma Gesù che prega. Gesù prega. Ha pregato e continua a pregare per la Chiesa. La pietra d’angolo della Chiesa è il Signore davanti al Padre, che intercede per noi, che prega per noi. Noi preghiamo Lui, ma il fondamento è Lui che prega per noi”.
“Gesù – ha ripreso – sempre ha pregato per i suoi”, anche nell’Ultima Cena. Gesù, ha aggiunto, “prima di fare qualche miracolo, prega. Pensiamo alla risurrezione di Lazzaro: prega il Padre”:
“Sul Monte degli Ulivi Gesù prega; sulla Croce, finisce pregando: la sua vita finì in preghiera. E questa è la nostra sicurezza, questo è il nostro fondamento, questa è la nostra pietra d’angolo: Gesù che prega per noi! Gesù che prega per me! E ognuno di noi può dire questo: sono sicuro, sono sicura che Gesù prega per me; è davanti al Padre e mi nomina. Questa è la pietra d’angolo della Chiesa: Gesù in preghiera”.
“Pensiamo a quel passo, prima della Passione – ha detto Francesco – quando Gesù si rivolge a Pietro, con quell’avvertimento”: “Pietro … Satana ha ottenuto il permesso di passarvi al vaglio, come il grano. Ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede”:
“E quello che dice a Pietro lo dice a te, e a te, e a te, e a me, e a tutti: ‘Io ho pregato per te, io prego per te, io adesso sto pregando per te’, e quando viene sull’altare, Lui viene a intercedere, a pregare per noi. Come sulla Croce. E questo ci dà una grande sicurezza. Io appartengo a questa comunità, salda perché ha come pietra d’angolo Gesù, ma Gesù che prega per me, che prega per noi. Oggi ci farà bene pensare sulla Chiesa; riflettere su questo mistero della Chiesa. Siamo tutti come una costruzione, ma il fondamento è Gesù, è Gesù che prega per noi. E’ Gesù che prega per me”.


Anche oggi Dio piange davanti a calamità e guerre!


Anche oggi davanti alle calamità, alle guerre fatte per “adorare il dio denaro”, ai tanti innocenti uccisi dalle bombe, Dio piange. Lo ha sottolineato il Papa nell’omelia della Messa mattutina a Casa Santa Marta. “Dio oggi piange”, ha detto Francesco, per l’umanità che non capisce “la pace che Lui ci offre, la pace dell’amore”.

Nel Vangelo del giorno, Gesù definisce Erode “volpe” , dopo che alcuni farisei gli hanno riferito che vuole ucciderlo. E dice quello che succederà: “si prepara a morire”. Gesù poi si rivolge alla “Gerusalemme chiusa”, che uccide i profeti che gli sono inviati.
Allora cambia tono, sottolinea il Papa, e “incomincia a parlare con tenerezza”, “la tenerezza di Dio”. Gesù “guarda il suo popolo, guarda la città di Gerusalemme”. E quel giorno “pianse su Gerusalemme”. “E’ Dio Padre che piange qui nella persona di Gesù: ‘Tante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una chioccia i suoi pulcini sotto le ali e voi non avete voluto!’”:
“Qualcuno ha detto che Dio si è fatto uomo per poter piangere, piangere quello che avevano fatto i suoi figli. Il pianto davanti alla tomba di Lazzaro è il pianto dell’amico. Questo è il pianto del Padre”.
Il pensiero va quindi al padre del figliol prodigo, quando gli chiede l’eredità e se ne va via. Quel padre non è andato dai suoi vicini a dire: “Ma guarda, guarda cosa mi è accaduto! Ma questo povero disgraziato cosa mi ha fatto! Ma io maledico questo figlio …”. Non ha fatto questo, prosegue il Papa. “Sono sicuro, forse se ne è andato a piangere da solo”:
“E perché dico questo? Perché il Vangelo non dice questo, dice che quando il figlio tornò lo vide da lontano: questo significa che il Padre continuamente saliva sul terrazzo a guardare il cammino per vedere se il figlio tornava. E un padre che fa questo è un padre che vive nel pianto, aspettando che il figlio torni. Questo è il pianto di Dio Padre. E con questo pianto il Padre ricrea nel suo Figlio tutta la creazione”.
E il pensiero di Francesco va anche al momento in cui Gesù con la croce va al Calvario: alle pie donne che piangevano, dice di piangere non su di Lui, ma sui propri figli. Dunque un “pianto di padre e di madre che Dio anche oggi continua a fare”:
“Anche oggi davanti alle calamità, alle guerre che si fanno per adorare il dio denaro, a tanti innocenti uccisi dalle bombe che gettano giù gli adoratori dell’idolo denaro, anche oggi il Padre piange, anche oggi dice: ‘Gerusalemme, Gerusalemme, figlioli miei, cosa state facendo?’. E lo dice alle vittime poverette e anche ai trafficanti delle armi e a tutti quelli che vendono la vita della gente. Ci farà bene pensare che il nostro Padre Dio si è fatto uomo per poter piangere e ci farà bene pensare che nostro Padre Dio oggi piange: piange per questa umanità che non finisce di capire la pace che Lui ci offre, la pace dell’amore”.


Il Regno di Dio cresce con la docilità, non con gli organigrammi!


Perché il Regno di Dio cresca, il Signore richiede a tutti la docilità. E’ l’esortazione che Papa Francesco ha rivolto ai fedeli nella Messa mattutina a Casa Santa Marta. Il Pontefice ha quindi messo in guardia dal concentrarsi troppo sulle strutture e gli organigrammi. Il Regno di Dio, ha ammonito, non è fisso ma in cammino.

Beati coloro che “camminano nella Legge del Signore”. Papa Francesco ha iniziato la sua omelia sottolineando che la Legge non è solo per studiarla, ma per “camminarla”.
Il Regno di Dio non è una struttura fissa, è sempre in cammino.
La Legge, ha aggiunto, “è per la vita, è per aiutare a fare il Regno, a fare la vita”. Oggi, ha soggiunto il Papa, il Signore “ci dice che anche il Regno è in cammino”:
“Cosa è il Regno di Dio? Eh, forse il Regno di Dio è una struttura tutta ben fatta, tutto in ordine, organigrammi ben fatti, tutto … e quello che non entra lì, non è nel Regno di Dio. No. Con il Regno di Dio accade lo stesso che può accadere con la Legge: il ‘fissismo’, la rigidità … La legge è per camminarla, il Regno di Dio è in cammino. Non è fermo. Di più: il Regno di Dio ‘si fa’ tutti i giorni’”.
Gesù, ha ripreso il Papa, parla nelle sue parabole di “cose della vita quotidiana”: il lievito che “non rimane lievito”, perché alla fine “si mescola con la farina”, è quindi “in cammino e fa il pane”. E poi il seme che “non rimane seme” perché “muore e dà vita all’albero”. “Lievito e seme – ha osservato Francesco – sono in cammino per fare qualcosa”, ma per fare questo “muoiono”. “Non è un problema di piccolezza, è piccolo, è poca cosa, o cosa grande. E’ un problema – ha rilevato il Pontefice – di cammino, e nel cammino succede la trasformazione”.
Perché il Regno di Dio cresca, dobbiamo essere docili allo Spirito Santo.
Uno che vede la Legge e non cammina, ha avvertito, ha un atteggiamento fisso, “un atteggiamento di rigidità”:
“Qual è l’atteggiamento che il Signore chiede da noi, perché il Regno di Dio cresca e sia pane per tutti e abitazione, anche, per tutti? La docilità. Il Regno di Dio cresce con la docilità alla forza dello Spirito Santo. La farina lascia di essere farina e diventa pane, perché è docile alla forza del lievito, e il lievito si lascia impastare con la farina … non so, la farina non ha sentimenti, ma lasciarsi impastare si può pensare che c’è qualche sofferenza lì, no? E poi, si lascia cucinare, no? Ma, anche il Regno … ma il Regno cresce così, e poi alla fine è pasto per tutti”.
“La farina è docile al lievito”, cresce e il Regno di Dio “è così”. “L’uomo e la donna docili allo Spirito Santo – ha affermato il Papa – crescono e sono dono per tutti. Anche il seme è docile per essere fecondo, e perde la sua entità di seme e diventa un’altra cosa, molto più grande: si trasforma”. Così è il Regno di Dio: “in cammino”. In cammino “verso la speranza”, “in cammino verso la pienezza”.
Il Regno di Dio, ha detto ancora, “si fa tutti i giorni, con la docilità allo Spirito Santo, che è quello che unisce il nostro piccolo lievito o il piccolo seme alla forza, e li trasforma per far crescere”. Se invece non camminiamo, diventiamo rigidi e “la rigidità ci fa orfani, senza Padre”:
“Il rigido soltanto ha padroni, non un padre. Il Regno di Dio è come una madre che cresce e feconda, si dona se stessa perché i figli abbiano pasto e abitazione, secondo l’esempio del Signore. Oggi è un giorno per chiedere la grazia della docilità allo Spirito Santo. Tante volte noi siamo docili ai nostri capricci, ai nostri giudizi. ‘Ma, io faccio quello che voglio …’ … Così non cresce il Regno, non cresciamo noi. Sarà la docilità allo Spirito Santo che ci farà crescere e trasformare come il lievito e il seme. Che il Signore ci dia a tutti la grazia di questa docilità”.


I rigidi sembrano buoni ma non conoscono la libertà dei figli di Dio!


Dietro la rigidità c’è sempre qualcosa di nascosto, una doppia vita, i rigidi non sono liberi, sono schiavi della legge, Dio invece dona la libertà, la mitezza, la bontà: è quanto ha detto il Papa nella Messa del mattino a Casa Santa Marta.

Nel Vangelo del giorno, Gesù guarisce una donna di sabato provocando lo sdegno del capo della Sinagoga perché – dice – è stata violata la Legge del Signore. “Non è facile – commenta il Papa – camminare nella Legge del Signore”, è “una grazia che dobbiamo chiedere”. Gesù lo accusa di essere ipocrita, una parola che “ripete tante volte ai rigidi, a quelli che hanno un atteggiamento di rigidità nel compiere la legge”, che non hanno la libertà dei figli, “sono schiavi della Legge”. Invece, “la Legge – osserva – non è stata fatta per farci schiavi, ma per farci liberi, per farci figli”. “Dietro la rigidità c’è un’altra cosa, sempre! E per questo Gesù dice: ipocriti!”:
“Dietro la rigidità c’è qualcosa di nascosto nella vita di una persona. La rigidità non è un dono di Dio. La mitezza, sì; la bontà, sì; la benevolenza, sì; il perdono, sì. Ma la rigidità no! Dietro la rigidità c’è sempre qualcosa di nascosto, in tanti casi una doppia vita; ma c’è anche qualcosa di malattia. Quanto soffrono i rigidi: quando sono sinceri e si accorgono di questo, soffrono! Perché non riescono ad avere la libertà dei figli di Dio; non sanno come si cammina nella Legge del Signore e non sono beati. E soffrono tanto! Sembrano buoni, perché seguono la Legge; ma dietro c’è qualcosa che non li fa buoni: o sono cattivi, ipocriti o sono malati. Soffrono!”.
comportato sempre bene, s’indigna col padre perché riaccoglie con gioia il figlio minore dissoluto, ma tornato a casa pentito. Questo atteggiamento – spiega il Papa – fa vedere cosa c’è dietro una certa bontà: “la superbia di credersi giusto”:
“Dietro questo far bene, c’è superbia. Quello sapeva che aveva un padre e nel momento più buio della sua vita è andato dal padre; questo soltanto del padre capiva che era il padrone, ma mai lo aveva sentito come padre. Era un rigido: camminava nella Legge con rigidità. L’altro ha lasciato la Legge da parte, se ne è andato senza la Legge, contro la Legge, ma ad un certo punto ha pensato al padre ed è tornato. E ha avuto il perdono. Non è facile camminare nella Legge del Signore senza cadere nella rigidità”.
“Preghiamo il Signore, preghiamo per i nostri fratelli e le nostre sorelle che credono che camminare nella Legge del Signore è diventare rigidi. Che il Signore faccia sentire loro che Lui è Padre e che a Lui piace la misericordia, la tenerezza, la bontà, la mitezza, l’umiltà. E a tutti ci insegni a camminare nella Legge del Signore con questi atteggiamenti”.


I cristiani rifiutino le lotte, e lavorino per l’unità nella Chiesa!


Umiltà, dolcezza, magnanimità. Nella Messa mattutina a Casa Santa Marta, Papa Francesco ha indicato questi tre punti chiave per costruire l’unità nella Chiesa. Ancora una volta, il Pontefice ha dunque esortato i cristiani a rifiutare le gelosie, le invidie e le lotte.

“Pace a voi”. Papa Francesco ha sviluppato la sua omelia sottolineando che il saluto del Signore “crea un vincolo”, un vincolo di pace. Un saluto, ha ripreso, che “ci unisce per fare l’unità dello spirito”. “Se non c’è pace – ha osservato – se non siamo capaci di salutarci nel senso più ampio della parola, avere il cuore aperto con spirito di pace, mai ci sarà l’unità”.
E questo, ha precisato Francesco, vale per “l’unità nel mondo, l’unità nelle città, nel quartiere, nella famiglia”:
“Lo spirito del male semina guerre, sempre. Gelosie, invidie, lotte, chiacchiere … sono cose che distruggono la pace e pertanto non può essere l’unità. E come è il comportamento di un cristiano per l’unità, per trovare questa unità? Paolo dice chiaramente: ‘Comportatevi in maniera degna, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità’. Questi tre atteggiamenti. Umiltà: non si può dare la pace senza l’umiltà. Dove c’è la superbia, c’è sempre la guerra, sempre la voglia di vincere sull’altro, di credersi superiore. Senza umiltà non c’è pace e senza pace non c’è unità”.
Il Papa ha quindi constatato con amarezza che abbiamo ormai “dimenticato la capacità di parlare con dolcezza, il nostro parlato è sgridarci. O sparlare degli altri … non c’è dolcezza”. La dolcezza, invece, “ha un nocciolo che è la capacità di sopportare gli uni gli altri”: ‘Sopportandovi a vicenda’, dice Paolo. Bisogna avere pazienza, ha ripreso il Papa, “sopportare i difetti degli altri, le cose che non piacciono”:
“Primo: umiltà; secondo: dolcezza, con questo sopportarsi a vicenda; e terzo: magnanimità: cuore grande, cuore largo che ha capacità per tutti e non condanna, non si rimpiccolisce nelle piccolezze, ‘che ha detto questo’, ‘che ho sentito questo’, ‘che …’: no: largo il cuore, c’è posto per tutti. E questo fa il vincolo della pace, questo è il modo degno di comportarci per fare il vincolo della pace che è creatore di unità. Creatore di unità è lo Spirito Santo, ma favorisce, prepara la creazione dell’unità”.
“Questa – ha detto ancora – è la maniera degna della chiamata del mistero al quale siamo stati chiamati, il mistero della Chiesa”. Il Papa ha così invitato tutti a riprendere il capitolo XIII della Lettera ai Corinzi che ci “insegna come fare lo spazio allo Spirito, con quali atteggiamenti nostri perché Lui faccia l’unità”:
“Il mistero della Chiesa è il mistero del Corpo di Cristo: ‘Una sola fede, un solo Battesimo’, ‘un solo Dio Padre di tutti che è al di sopra di tutti’, opera ‘per mezzo di tutti ed è presente in tutti’: questa è l’unità che Gesù ha chiesto al Padre per noi e che noi dobbiamo aiutare a fare, questa unità, con il vincolo della pace. E il vincolo della pace cresce con l’umiltà, con la dolcezza, con il sopportarsi l’uno con l’altro, e con la magnanimità”.
“Chiediamo che lo Spirito Santo – è stata la sua invocazione – ci dia la grazia non solo di capire, ma di vivere questo mistero della Chiesa, che è un mistero di unità”.


Non basta il catechismo per conoscere Gesù, serve pregare!


Per conoscere davvero Gesù abbiamo bisogno di preghiera, di adorazione e di riconoscerci peccatori. Lo ha affermato Papa Francesco nella Messa mattutina a Casa Santa Marta. Il Pontefice ha quindi sottolineato che il catechismo non è sufficiente per comprendere la profondità del mistero di Cristo.

“Guadagnare Cristo”. Papa Francesco ha sviluppato la sua omelia partendo dal passo della Lettera di San Paolo agli Efesini, contenuto nella Prima Lettura. L’Apostolo delle Genti, ha osservato, chiede che lo Spirito Santo dia agli Efesini la grazia di “essere forti, rafforzati”, di far sì che Cristo abiti nei loro cuori. “Lì è il centro”.
Non si conosce Gesù solo con il catechismo, bisogna pregare Paolo, ha osservato il Papa, “si immerge” nel “mare immenso che è la persona di Cristo”. Ma, si domanda il Papa, “come possiamo conoscere Cristo?”, come possiamo comprendere “l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza”?:
“Cristo è presente nel Vangelo, leggendo il Vangelo conosciamo Cristo. E tutti noi questo lo facciamo, almeno sentiamo il Vangelo quando andiamo a Messa. Con lo studio del catechismo: il catechismo ci insegna chi è Cristo. Ma questo non è sufficiente. Per essere in grado di comprendere quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità di Gesù Cristo bisogna entrare in un contesto, primo, di preghiera, come fa Paolo, in ginocchio: ‘Padre inviami lo Spirito per conoscere Gesù Cristo’”.
Per conoscere davvero Cristo, ha ripreso, “è necessaria la preghiera”. Paolo però, ha soggiunto, “non solo prega, adora questo mistero che supera ogni conoscenza e in un contesto di adorazione chiede questa grazia” al Signore:
“Non si conosce il Signore senza questa abitudine di adorare, di adorare in silenzio, adorare. Credo, se non sbaglio, che questa preghiera di adorazione è la meno conosciuta da noi, è quella che facciamo di meno. Perdere il tempo – mi permetto di dire – davanti al Signore, davanti al mistero di Gesù Cristo. Adorare. E lì in silenzio, il silenzio dell’adorazione. Lui è il Signore e io adoro”.
Terzo, ha detto il Papa, “per conoscere Cristo è necessario avere coscienza di noi stessi, cioè avere l’abitudine di accusare se stessi” di dirsi “peccatori”:
“Non si può adorare senza accusare se stesso. Per entrare in questo mare senza fondo, senza rive, che è il mistero di Gesù Cristo, sono necessarie queste cose. La preghiera: ‘Padre, inviami lo Spirito perché lui mi conduca a conoscere Gesù’. Secondo, l’adorazione al mistero, entrare nel mistero, adorando. E terzo, accusare se stesso: ‘Sono un uomo dalle labbra impure’. Che il Signore ci dia questa grazia che Paolo chiede per gli Efesini anche per noi, questa grazia di conoscere e guadagnare Cristo”.


Pastori fedeli e abbandonati, ma mai amareggiati!


Il bravo pastore che segue Gesù e non il potere, i soldi o le cordate, anche se è abbandonato da tutti avrà sempre il Signore accanto, sarà desolato ma mai amareggiato: è quanto ha detto il Papa nella Messa del mattino a Casa Santa Marta.

Commentando la Seconda Lettera a Timoteo, il Papa si sofferma sulla fine degli apostoli che, come San Paolo nella fase conclusiva della sua vita, sperimentano la solitudine nella difficoltà: sono spogliati, vittime di accanimento, abbandonati, chiedono qualcosa per sé come mendicanti:
“Solo, mendicante, vittima di accanimento, abbandonato. Ma è il grande Paolo, quello che ha sentito la voce del Signore, la chiamata del Signore! Quello che è andato da una parte all’altra, che ha sofferto tante cose e tante prove per la predicazione del Vangelo, che ha fatto capire agli Apostoli che il Signore voleva che anche i Gentili entrassero nella Chiesa, il grande Paolo che nella preghiera è salito fino al Settimo Cielo e ha sentito cose che nessuno aveva sentito prima: il grande Paolo, lì, in quella stanzetta di una casa,qui a Roma, aspettando come finirà questa lotta nell’interno della Chiesa fra le parti, fra la rigidità dei giudaizzanti e quei discepoli fedeli a lui. E così finisce la vita del grande Paolo, nella desolazione: non nel risentimento e nell’amarezza, ma con la desolazione interiore”.
Così è accaduto a Pietro e al grande Giovanni Battista, che “in cella, solo, angosciato”, manda i suoi discepoli a chiedere a Gesù se sia lui il Messia e finisce con la testa tagliata per “il capriccio di una ballerina e la vendetta di una adultera”. Così è accaduto a Massimiliano Kolbe, “che aveva fatto un movimento apostolico in tutto il mondo e tante cose grandi” ed è morto nella cella di un lager. “L’apostolo quando è fedele – sottolinea il Papa – non si aspetta un’altra fine di quella di Gesù”. Ma il Signore resta vicino, “non lo lascia e lì trova la sua forza”. Così muore Paolo. “Questa è la Legge del Vangelo: se il seme del grano non muore, non dà frutto”. Poi viene la resurrezione. Un teologo dei primi secoli diceva che il sangue dei martiri è il seme dei cristiani:
“Morire così come martiri, come testimoni di Gesù è il seme che muore e dà il frutto e riempie la terra di nuovi cristiani. Quando il pastore vive così non è amareggiato: forse ha desolazione, ma ha quella certezza che il Signore è accanto a lui. Ma quando il pastore, nella sua vita, si occupa di altre cose che non siano i fedeli – è per esempio attaccato al potere, è attaccato ai soldi, è attaccato alle cordate, è attaccato a tante cose – alla fine non sarà solo, forse ci saranno i nipoti, che aspetteranno che muoia per vedere cosa possono portare con loro”.
Papa Francesco conclude così la sua omelia:
“Quando io vado a fare visita alla casa di riposo dei sacerdoti anziani trovo tanti di questi bravi, bravi, che hanno dato la vita per i fedeli. E sono lì, ammalati, paralitici, sulla sedia a rotelle, ma subito si vede quel sorriso. ‘Sta bene, Signore; sta bene, Signore’, perché sentono il Signore vicinissimo a loro. E anche quegli occhi brillanti che hanno e domandano: ‘Come va la Chiesa? Come va la diocesi? Come vanno le vocazioni?’. Fino alla fine, perché sono padri, perché hanno dato la vita per gli altri. Torniamo a Paolo. Solo, mendicante, vittima di accanimento, abbandonato da tutti, meno che dal Signore Gesù: ‘Solo il Signore mi è stato vicino!’. E il Buon Pastore, il pastore deve avere questa sicurezza: se lui va sulla strada di Gesù, il Signore gli sarà vicino fino alla fine. Preghiamo per i pastori che sono alla fine della loro vita e che stanno aspettando che il Signore li porti con Lui. E preghiamo perché il Signore dia loro la forza, la consolazione e la sicurezza che, benché si sentano malati e anche soli, il Signore è con loro, vicino a loro. Che il Signore dia loro la forza”.


Dirsi sempre la verità per non cadere nell’ipocrisia!


Per seguire il Signore è fondamentale non ingannarci, non dirci bugie e così non cadere nell’ipocrisia, quella schizofrenia spirituale che ci fa dire tante cose ma senza praticarle: così il Papa nella Messa del mattino a Casa Santa Marta.

Nel Vangelo del giorno Gesù invita a guardarsi dal “lievito dei farisei”, cioè l’ipocrisia. Papa Francesco osserva che “c’è un lievito buono e il lievito cattivo. Il lievito che fa crescere il Regno di Dio e il lievito che fa soltanto l’apparenza nel Regno di Dio. Il lievito – afferma – fa crescere sempre; e fa crescere, quando è buono, in modo consistente, sostanzioso e diventa un buon pane, una buona pasta: cresce bene. Ma il lievito cattivo non fa crescere bene”. Per spiegarlo, Francesco racconta un aneddoto dell’infanzia:
“Io ricordo che per Carnevale, quando eravamo bambini, la nonna ci faceva dei biscotti, ed era una pasta molto sottile, sottile, sottile quella che faceva. Poi la buttava nell’olio e quella pasta si gonfiava, si gonfiava … e quando noi incominciavamo a mangiarla, era vuota. E la nonna ci diceva – nel dialetto le chiamavano bugie – ‘queste sono come le bugie: sembrano grandi, ma non hanno niente dentro, non c’è niente di verità, lì; non c’è niente di sostanza’. E Gesù ci dice: ‘State attenti dal cattivo lievito, quello dei farisei’. E quale è? E’ l’ipocrisia. Guardatevi bene dal lievito dei farisei, che è l’ipocrisia”.
L’ipocrisia – ha proseguito il Papa – è quando si invoca il Signore con le labbra ma il cuore è lontano da Lui:
“E’ una divisione interna, l’ipocrisia. Si dice una cosa e si fa un’altra. E’ una sorta di schizofrenia spirituale. Poi, l’ipocrita è un simulatore: sembra buono, cortese ma dietro di sé ha il pugnale, eh? Pensiamo a Erode: con quanta cortesia – spaventato di dentro – aveva ricevuto i Magi! E poi, al momento del congedo, dice: ‘Ma, andate, e poi tornate, e ditemi dove è questo bambino perché anche io vada ad adorarlo!’. Per ucciderlo! L’ipocrita che ha doppia faccia. E’ un simulatore. Gesù, parlando di questi dottori della legge, dice: ‘Questi dicono e non fanno’: è un’altra forma di ipocrisia. E’ un nominalismo esistenziale: quelli che credono che, dicendo le cose, sta tutto fatto. No. Le cose vanno fatte, non solo dette. E l’ipocrita è un nominalista, crede che con il dire si faccia tutto. Poi, l’ipocrita è incapace di accusare se stesso: mai trova in se stesso una macchia; accusa gli altri. Pensiamo alla pagliuzza e alla trave, no? E così possiamo descrivere questo lievito che è l’ipocrisia”.
Il Papa invita a fare un esame di coscienza per capire se cresciamo con il lievito buono o il lievito cattivo, domandandoci: “Con quale spirito io faccio le cose? Con quale spirito io prego? Con quale spirito mi rivolgo agli altri? Con lo spirito che costruisce? O con lo spirito che diviene aria?”. Importante – conclude il Papa – è non ingannarci, non dirci le bugie ma la verità:
“Con quanta verità si confessano i bambini! I bambini mai, mai, mai dicono una bugia, nella confessione; mai dicono cose astratte. ‘Ho fatto questo, ho fatto quell’altro, ho fatto …’: concreti. I bambini, quando sono davanti a Dio e davanti agli altri, dicono cose concrete. Perché? Perché hanno il lievito buono, il lievito che li fa crescere come cresce il Regno dei Cieli. Che il Signore ci dia, a tutti noi, lo Spirito Santo e la grazia della lucidità di dirci qual è il lievito con il quale io cresco; qual è il lievito con il quale io agisco. Sono una persona leale, trasparente o sono un ipocrita?”.


Il cristiano sia sempre in cammino per fare il bene!


I cristiani sentano sempre il bisogno di essere perdonati e siano in cammino verso l’incontro con Dio. E’ quanto affermato da Papa Francesco nella Messa mattutina a Casa Santa Marta. Il Pontefice ha tracciato un ritratto del buon cristiano che, ha detto, deve sempre sentire su di sé la benedizione del Signore e andare avanti per fare il bene.

“Il cristiano è benedetto dal Padre, da Dio”. Papa Francesco ha svolto la sua omelia muovendo dal passo della Lettera di Paolo agli Efesini, contenuto nella Prima Lettura di oggi. Quindi, si è soffermato su quali siano i “tratti di questa benedizione” per un cristiano. Innanzitutto, ha osservato, “il cristiano è una persona scelta”.
Dio ci chiama uno ad uno, “non come una moltitudine oceanica”. Noi, ha ribadito, siamo stati scelti, aspettati dal Padre:
“Pensiamo ad una coppia, quando aspetta un bambino: ‘Come sarà? E come sarà il suo sorriso? E come parlerà?’ Ma io oso dire che anche noi, ognuno di noi, è stato sognato dal Padre come un papà e una mamma sognano il figlio che aspettano. E questo ti dà una sicurezza grande. Il Padre ha voluto te, non la massa di gente, no: te, te, te. Ognuno di noi. E’ il fondamento, è la base del nostro rapporto con Dio. Noi parliamo ad un Padre che ci vuole bene, che ci ha scelti, che ci ha dato un nome”.
Si capisce, ha detto ancora, quando un cristiano “non si sente scelto dal Padre”. Quando invece si sente di appartenere ad una comunità, rileva il Papa, “è come un tifoso di una squadra di calcio”. “Il tifoso – ha commentato – sceglie la squadra e appartiene alla squadra di calcio”.
Il cristiano, dunque, “è uno scelto, è un sognato da Dio”. E quando viviamo così, ha soggiunto, “sentiamo nel cuore una grande consolazione”, non ci sentiamo “abbandonati”, non ci viene detto “arrangiati come puoi”. Il secondo tratto della benedizione del cristiano è il sentirsi perdonati. “Un uomo o una donna che non si sente perdonato”, ha ammonito, non è pienamente “cristiano”:
“Tutti noi siamo stati perdonati col prezzo del sangue di Cristo. Ma di che cosa io sono stato perdonato? Ma fa un po’ di memoria e ricorda un po’ le cose brutte che tu hai fatto, non quelle che ha fatto il tuo amico, il tuo vicino, la tua vicina: le tue. ‘Che cosa brutta io ho fatto nella vita?’ Il Signore ha perdonato queste cose. Ecco, sono benedetto, sono cristiano. Cioè, primo tratto: sono scelto, sognato da Dio, con un nome che Dio mi ha dato, amato da Dio. Secondo tratto: perdonato da Dio”.
Terzo tratto, ha proseguito Francesco: il cristiano “è un uomo e una donna in cammino verso la pienezza, verso l’incontro col Cristo che ci ha redento”:
“Non si può capire un cristiano fermo. Il cristiano sempre deve andare avanti, deve camminare. Il cristiano fermo è quell’uomo che aveva ricevuto il talento e per paura della vita, per paura di perderlo, per paura del padrone, per paura o per comodità, ha sotterrato e lascia lì il talento, e lui è tranquillo e passa la vita senza andare. Il cristiano è un uomo in cammino, una donna in cammino, che fa sempre il bene, che cerca di fare il bene, di andare avanti”.
Questa, ha sintetizzato, è l’identità cristiana: “benedetti, perché scelti, perché perdonati e perché in cammino”. Noi, ha concluso, “non siamo anonimi, noi non siamo superbi”, tanto da non avere “bisogno del perdono”. Ancora, noi “non siamo fermi”. “Che il Signore – è stata la sua invocazione – ci accompagni con questa grazia della benedizione che ci ha dato, cioè la benedizione della nostra identità cristiana”.


No alla “religione del maquillage” e respingere le apparenze


Gesù ci chiede di fare il bene con umiltà, rifuggendo l’apparire, il “far finta” di fare qualcosa. E’ quanto affermato da Papa Francesco nella Messa mattutina a Casa Santa Marta, nella memoria di San Giovanni XXIII. Il Pontefice ha dunque messo in guardia da una “religione del maquillage” ribadendo che la via del Signore è la via dell’umiltà.

La libertà cristiana viene da Gesù, “non dalle nostre opere”. Papa Francesco ha sviluppato la sua omelia muovendo dalla Lettera di San Paolo ai Galati per rivolgere poi l’attenzione al Vangelo odierno laddove Gesù rimprovera un fariseo tutto concentrato sulle apparenze e non sulla sostanza della fede. 

Gesù ci chiede di accettare la giustizia che viene da Dio A quel dottore della legge che aveva criticato Gesù perché non aveva fatto le abluzioni prima del pranzo, ha detto il Papa, il Signore risponde in modo netto: 
“‘Voi farisei pulite l’esterno del bicchiere e del piatto ma il vostro interno è pieno di avidità e di cattiveria’. E questo Gesù lo ripete tante volte nel Vangelo a questa gente: ‘Il vostro interno è cattivo, non è giusto, non è libero. Siete schiavi perché non avete accettato la giustizia che viene da Dio, la giustizia che ci ha dato Gesù’”. 

In un altro passo del Vangelo, ha proseguito il Papa, Gesù chiede di pregare senza farsi vedere, senza apparire. Alcuni, ha notato, avevano “le facce toste”, “non avevano vergogna”: pregavano e facevano l’elemosina per farsi ammirare. Il Signore, invece, indica la strada dell’umiltà. 

“Quello che importa, dice Gesù – è la riflessione di Francesco – è la libertà che ci ha dato la redenzione, che ci ha dato l’amore, che ci ha dato la ricreazione del Padre”: 
“Quella libertà interna, quella libertà che si fa il bene di nascosto, senza far suonare la tromba perché la strada della vera religione è la stessa strada di Gesù: l’umiltà, l’umiliazione. E Gesù, Paolo lo dice ai Filippesi, umiliò se stesso, svuotò se stesso. E’ l’unica strada per togliere da noi l’egoismo, la cupidigia, la superbia, la vanità, la mondanità. Al contrario questa gente che Gesù rimprovera è gente che segue la religione del maquillage: l’apparenza, l’apparire, fare finta di sembrare ma dentro… Gesù usa per questa gente un’immagine molto forte: ‘Voi siete sepolcri imbiancati, belli al di fuori ma dentro pieni di ossa di morti e marciume’”. 

Chiediamo al Signore di respingere la religione dell’apparire “Gesù – ha ripreso – ci chiama, ci invita a fare il bene con umiltà”. “Tu – ha detto – puoi fare tutto il bene che tu vuoi ma se non lo fai umilmente, come ci insegna Gesù, questo bene non serve, perché un bene che nasce da te stesso, dalla tua sicurezza non dalla redenzione che Gesù ci ha dato”. La redenzione, ha soggiunto, “viene per la strada dell’umiltà e delle umiliazioni perché non si arriva mai all’umiltà senza le umiliazioni. E vediamo Gesù umiliato in croce”: 

“Chiediamo al Signore di non stancarci di andare su questa strada, di non stancarci di respingere questa religione dell’apparire, del sembrare, del fare finta di… E andare silenziosamente facendo il bene, gratuitamente come noi gratuitamente abbiamo ricevuto la nostra libertà interiore. E che Lui custodisca questa libertà interiore di tutti noi. Chiediamo questa grazia”.


Dottrine e ideologie incantano, ma è lo Spirito che fa andare avanti!


Cosa succede nel nostro cuore quando veniamo presi dalla “desolazione spirituale”? E’ La vera dottrina non è rigido attaccamento alla Legge che incanta come le ideologie, ma è la rivelazione di Dio che si lascia trovare ogni giorno di più da quanti sono aperti allo Spirito Santo: è quanto ha detto il Papa nella Messa del mattino a Casa Santa Marta.

Nelle letture del giorno si parla dello Spirito Santo: è “il grande dono del Padre” – afferma Papa Francesco – è la forza che fa uscire la Chiesa con coraggio perché arrivi alla fine del mondo. Lo Spirito è “il protagonista di questo andare avanti della Chiesa”. Senza di Lui, c’è “chiusura, paura”. Il Papa indica tre atteggiamenti che possiamo avere con lo Spirito. Il primo è quello che San Paolo rimprovera ai Galati: il credere di essere giustificati dalla Legge e non da Gesù “che dà senso alla Legge”. E così erano “troppo rigidi”. Sono gli stessi che attaccavano Gesù e che il Signore chiamava “ipocriti”: 
“E questo attaccamento alla Legge fa ignorare lo Spirito Santo. Non lascia che la forza della redenzione di Cristo venga avanti con lo Spirito Santo. Ignora; solo la Legge. E’ vero ci sono i Comandamenti e noi dobbiamo seguire i Comandamenti; ma sempre dalla grazia di questo dono grande che ci ha dato il Padre, suo Figlio, è il dono dello Spirito Santo. E così si capisce la Legge. Ma non ridurre lo Spirito e il Figlio alla Legge. Questo era il problema di questa gente: ignoravano lo Spirito Santo e non sapevano andare avanti. Chiusi, chiusi nelle prescrizioni: si deve fare questo, si deve fare quell’altro. Alle volte, a noi, può succedere di cadere in questa tentazione”. 
I Dottori della Legge – afferma il Papa – “incantano con le idee”: 
“Perché le ideologie incantano; e così Paolo incomincia, qui: ‘Stolti Galati, chi vi ha incantati?’. Quelli che predicano con ideologie: è tutto giusto! Incantano: tutto chiaro! Ma guarda la rivelazione di Dio non è chiara, eh? La rivelazione di Dio la si trova ogni giorno in più, in più; in cammino sempre. E’ chiara? Sì! Chiarissima! E’ Lui, ma noi dobbiamo trovarla in cammino. E quelli che credono che hanno tutta la verità in mano non sono ignoranti, Paolo dice di più: ‘Stolti!’. Che si sono lasciati incantare”. 

Il secondo atteggiamento è rattristare lo Spirito Santo: accade “quando non lasciamo che Lui ci ispiri, ci porti avanti nella vita cristiana”, quando “non lasciamo che Lui ci dica, non con la teologia della Legge, ma con la libertà dello Spirito, cosa dobbiamo fare”. Così – spiega il Papa – “diventiamo tiepidi”, cadiamo nella “mediocrità cristiana” perché lo Spirito Santo “non può fare la grande opera in noi”. 

Il terzo atteggiamento, invece, “è aprirsi allo Spirito Santo e lasciare che lo Spirito ci porti avanti. E’ quello che hanno fatto gli Apostoli: il coraggio del giorno di Pentecoste. Hanno perso la paura e si sono aperti allo Spirito Santo”. “Per capire, per accogliere le parole di Gesù – afferma il Papa – è necessario aprirsi alla forza dello Spirito Santo. E quando un uomo, una donna, si apre allo Spirito Santo è come una barca a vela che si lascia trascinare dal vento e va avanti, avanti, avanti e non si ferma più”. Ma occorre “pregare per aprirsi allo Spirito Santo”: 

“Noi ci possiamo domandare oggi, in un momento della giornata, io ignoro lo Spirito Santo? E so che se vado a Messa la domenica, se faccio questo, se faccio questo è sufficiente? Secondo: la mia vita è una vita a metà, tiepida, che rattrista lo Spirito Santo e non lascia in me la forza di andare avanti, di aprirmi o finalmente la mia vita è una preghiera continua per aprirsi allo Spirito Santo, perché Lui mi porti avanti con la gioia del Vangelo e mi faccia capire la dottrina di Gesù, la vera dottrina, quella che non incanta, quella che non ci fa stolti, ma la vera? E ci faccia capire dove c’è la nostra debolezza, quella che rattrista Lui; e ci porti avanti, portando avanti anche il nome di Gesù agli altri e insegnando la strada della salvezza. Che il Signore ci dia questa grazia: aprirci allo Spirito Santo per non diventare stolti, incantati né uomini e donne che rattristano lo Spirito”.

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